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Ohio – Autunno 1949.
La prima volta che Sam Whitaker mi vide, stavo correggendo la bozza di un necrologio. Era il lavoro che mi riusciva meglio: sistemare le parole degli altri, come se così potessi aggiustare anche qualcosa dentro di me. La luce del pomeriggio filtrava dalle grandi finestre della tipografia Harper & Sons, illuminando il pulviscolo d'inchiostro che danzava nell'aria. Le macchine da stampa avevano appena smesso di battere il ritmo metallico della loro giornata, e nella stanza era calato quel silenzio strano che arriva solo quando il lavoro finisce e la notte non è ancora iniziata. Non sentii la porta aprirsi. Me ne accorsi solo quando una voce alle mie spalle disse: “Lei deve essere l'italiano.” Mi voltai. Un uomo sulla quarantina, cappotto scuro inzuppato di pioggia, un taccuino consumato in mano e lo sguardo di chi ha visto abbastanza da non stupirsi più di nulla. Toglieva il cappello con un gesto lento, rispettoso. “Samuel Whitaker,” disse. “New York Herald Tribune. Sto lavorando a un reportage sugli immigrati europei nel Midwest.” Poi aggiunse, con un sorriso lieve: “Mi hanno detto che qui lavora un giovane arrivato dall'Italia nel '46.” Annuii. “Sono io.” Whitaker osservò per un istante il foglio che avevo davanti. “Un necrologio. Devi averne corretti molti.” “Abbastanza.” “Posso rubarti qualche minuto?” Non so perché accettai. Forse per stanchezza. Forse perché nessuno mi aveva mai chiesto nulla che non riguardasse orari, scadenze o bozze. O forse perché negli occhi di quell'uomo vidi un lampo familiare: la stessa ombra che riconoscevo nei veterani che venivano a stampare le loro memorie incomplete. Gli indicai la sedia. Si sedette. “Come ti chiami?” “Andrea Rinaldi.” Annotò lentamente, come se stesse disegnando il mio nome invece che scriverlo. “Di dove sei?” “Arezzo.” “Mai stato ad Arezzo,” disse. “Ma ho seguito gli Alleati fino a Firenze. Ho visto città splendide ridotte in pezzi.” Rimasi in silenzio. Non c'erano parole che potessero rispondere. Whitaker chiuse il taccuino. “In genere inizio chiedendo perché si è partiti. Perché si lascia un Paese, una famiglia, una vita.” Fece una pausa. “Ma tu non vuoi parlarne, vero?” Scossi il capo. “Non ancora.” Sembrò accettarlo. Poi, senza cambiare tono, mi rivolse una domanda che nessuno mi aveva mai osato fare: “Dimmi solo questo, Andrea” disse, e la sua voce si fece più bassa, quasi imbarazzata. “ Sei scappato dall'Italia... o da te stesso?” Sentii le dita tremarmi, come se non mi appartenessero. Chiusi gli occhi, non per non pensare, ma per non vedere quella stanza, quell'uomo, quella domanda. Quando li riaprii, nel vetro sporco di inchiostro non c'era più il mio riflesso, ma il fantasma di un ragazzo di diciassette anni. Un fantasma rimasto ad Arezzo, in un'estate che sembrava non finire mai. Whitaker non aggiunse altro. Aspettava. E in quel silenzio che si allungava, capii che certe domande non hanno bisogno di risposte per essere efficaci. “Se vuoi davvero capire perché sono venuto qui,” dissi infine, “devo raccontarti tutto. Ma non sarà una storia semplice.» Lui annuì, tirando fuori un piccolo registratore portatile. “Ho tutto il tempo che serve.” Inspirai lentamente. E, in quel pomeriggio piovoso dell'Ohio, cominciai a raccontare ciò che avevo sepolto per tre anni. “L'estate prima che tutto cambiasse era una stagione calma. Avevo diciassette anni, e il mondo sembrava ancora intero...” Inizia così la mia storia.
L'estate prima della tempesta
Avevo diciassette anni, in quell'estate del 1942: una di quelle stagioni ingannevoli che fanno credere ai ragazzi che il mondo sia immobile. Il cielo era limpido, le colline di Arezzo brillavano come se la guerra fosse un'invenzione lontana, e io ero convinto — o desideravo esserlo — che tutto sarebbe rimasto così: sospeso, fragile, ma ancora intatto. A quell'età si crede più alle impressioni che ai fatti, e spesso si finge che siano la stessa cosa. E quell'estate le impressioni erano buone: giornate lunghe, strade calde, il profumo di fieno nell'aria, la città che respirava piano come un animale addormentato. Il mio mondo era fatto di cose semplici: le scale in pietra che portavano a casa, la tenda della cucina che si muoveva al primo soffio di vento, la voce di mio padre che, anche quando taceva, sembrava sempre spiegare qualcosa. E poi Giulio, il mio cugino-fratello, con cui avevo diviso tutto — giochi, confidenze, sogni — e che già allora cominciavo a perdere senza capirne il perchè. E Lucia... che all'epoca non conoscevo ancora, ma che era già in cammino verso di me, come un vento improvviso destinato a cambiare il corso della mia vita. In quei giorni mi piaceva camminare senza meta. Passavo dalla Cattedrale a Piazza Grande seguendo vicoli laterali, ascoltando il rumore dei miei passi sulle pietre antiche. Ogni tanto incrociavo soldati del Regio Esercito in licenza, ragazzi della GIL, donne con i buoni annonari stretto in mano. Il regime era ovunque, ma in estate sembrava indossare una maschera più leggera. Mio padre diceva sempre: “Le dittature sopravvivono anche grazie alle belle giornate. Il sole distrae più della propaganda.” Una frase che mi colpiva, ma che non capivo fino in fondo cosa volesse dire. O forse lo capivo, ma non volevo ammetterlo. Papà si chiamava Carlo Rinaldi. Aveva insegnato Storia e Filosofia fino al 1935, quando era stato “invitato” a lasciare l'incarico, non perché avesse disobbedito, ma perché non sapeva fingere. Pretendevano che usasse certe parole, che desse “il giusto rilievo” alla dottrina. E invece, lui aveva risposto con il silenzio. E questo era stato considerato un affronto. Nel 1941 lo richiamarono come colonnello di fanteria. Obbedì. Come sempre, quando era lo Stato a chiamare, non il regime. La sua figura riempiva la casa: sobria, disciplinata, con una calma che a volte sembrava un'altra forma di dolore. Quando rientrava da Firenze o Perugia portava con sé l'odore di carta e inchiostro, e un silenzio che valeva più di molti discorsi. Io ero rimasto l'unico figlio. Mia madre era morta quando avevo nove anni, lasciando un vuoto che nessuna immagine sfocata era riuscita a colmare: solo qualche vago ricordo: le sue mani che piegano un lenzuolo; la sua voce, che non ricordo più, il suo profumo leggero. Dopo di lei l'unica presenza femminile costante era stata sua sorella, zia Elisa, la madre di Giulio. La sua casa era piena di fotografie del marito in uniforme e di motti del Duce appesi come piccole reliquie. Non era fascista per convinzione: lo era per amore, per abitudine, per timore di essere altro. Era una donna buona, gentile, intrappolata accanto a un marito che aveva trovato nella politica ciò che non aveva trovato nella vita: una identità. Giulio era loro figlio. E un po' era anche mio fratello. Tra noi esisteva quel legame che nasce tra bambini cresciuti insieme: una fraternità spontanea, naturale, che non ha bisogno di essere spiegata. Eppure, già in quell'estate, qualcosa si incrinava. Ricordo una sera di luglio, seduti sul muretto dei giardini del Prato, mentre il tramonto incendiava le mura medicee. “Tra un anno”disse Giulio lanciando un sasso nel vuoto “posso arruolarmi. Nella Milizia. Papà insiste: dice che è tempo di servire il Paese.” Tacqui un attimo. “ E gli studi? Pensavo volessi finire...” Mi interruppe con un gesto brusco della mano. “Che senso ha, adesso? Il mondo” e qui abbassò la voce, come confidando un segreto amaro,“ sta cambiando. E tu , Andrea, non riesci a vederlo.” “Forse non voglio capirlo.” Rise, ma era una risata tirata. “Tu e tuo padre siete sempre pieni di giudizi. Sempre a pensare. Ma senza fare niente.” Quelle parole mi fecero male. “Non è vero.” “Ah no? Il vostro coraggio liberale dov'è? Nei libri? Nei silenzi?” Non risposi. Non ne ero capace. Giulio scosse la testa. “Ci sono momenti in cui bisogna scegliere. Io l'ho già fatto.” Quella fierezza mi spaventò più della sua rabbia. La nostra amicizia iniziò a incrinarsi lì, su quel muretto. Non con una lite, ma con il suono lontano di una crepa che stava crescendo. Tornai a casa con un peso a cui non riuscivo a dare un nome. Papà era nel suo studio, la lampada accesa. “Sei pensieroso,” disse. “Ho parlato con Giulio.” “E..?” “Non lo riconosco più.” Chiuse il libro con delicatezza. “I regimi non cambiano solo le leggi, Andrea. Cambiano i ragazzi.” “Per colpa nostra?” “No. Per paura.” “Paura di cosa?” “Del futuro. O peggio: della libertà.” Restai in silenzio. Fu in quei giorni che sentii parlare per la prima volta di Lucia Venturi. Papà era stato invitato da un parroco di un quartiere operaio a tenere una lezione di “educazione civile” — un modo elegante per aggirare il divieto d'insegnamento. Non avevo altro da fare, e perciò lo accompagnai. La sala era piccola. Il parroco parlava sottovoce. La notai subito: capelli scuri raccolti con semplicità, occhi profondi, concentrati. Per un momento i nostri sguardi si incrociarono. Non sapevo chi fosse, né che ruolo avrebbe avuto nella mia vita. Sapevo solo che quello sguardo mi aveva trafitto. Uscimmo nella sera calda. Mio padre camminava accanto a me. “Ti piace quella ragazza,” disse. Arrossii. “Non è vero.” Sorrise appena. “Gli occhi dicono più delle parole. Ma stai attento, Andrea. Non alla ragazza... è che viviamo in tempi in cui anche un sentimento innocente può diventare pericoloso.” Non capii. O non volli capire. La rividi una settimana dopo, fuori dalla cartoleria. Stava aspettando suo fratello. “Tu sei il figlio del professore,” disse. La sua voce era limpida. “Io sono Andrea.” “Io sono Lucia.” Un nome semplice. Eppure mi sembrò antico, destinato. Parlammo brevemente. Mi disse che aveva ascoltato mio padre. Che la gente non ascoltava abbastanza. Che lei aveva paura, ma non voleva che la paura decidesse per lei. Quella frase rimase sospesa tra noi. Ci salutammo. E quando si allontanò, la città mi sembrò diversa: non più sospesa, ma sul punto di cambiare. Negli stessi giorni, Giulio cambiava. Più GIL, meno me. Più riunioni, più parole ripetute senza esitazione. Una sera si bloccò mentre tornavamo a casa. “Tu vivi nel mezzo, Andrea. Ma il mezzo non esiste più.” “E tu vivi nelle parole di tuo padre.” Si irrigidì. “Io credo nel Duce.” Quelle parole mi fecero mancare il fiato. Non risposi. E lui non parlò più. Quella fu l'ultima estate della mia innocenza. L'ultima stagione in cui potevo ancora credere che il mondo fosse intero. Non sapevo che la tempesta era già in cammino, silenziosa. E che il fronte — allora ancora fuori di me — presto avrebbe imparato a entrare dentro.
La voce della strada
La prima volta che parlai davvero con Lucia fu pochi giorni dopo l'incontro fuori dalla cartoleria. La città, in quell'inizio di agosto del 1942, sembrava trattenere il respiro, come se volesse prendere fiato prima di qualcosa che ancora non si vedeva. Le mattine erano luminose, il caldo arrivava presto e scivolava tra le vie come un animale silenzioso. Le persone camminavano con l'aria di chi pensa sempre a due cose insieme: la spesa da fare e il fronte russo. Arezzo, quell'estate, era un mosaico di normalità e inquietudine. Le vie centrali, pulite e ordinate, conservavano ancora una parvenza di vita borghese: vetrine curate, panetterie da cui usciva un odore di pane che cercava di nascondere la scarsità di farina, bambini che giocavano con palloni sgonfi. Ma più ci si spostava verso i quartieri operai, più l'aria cambiava: sospiri trattenuti, discussioni a bassa voce, sguardi che si muovevano rapidi prima di ogni parola. Fu in una di quelle strade che rividi Lucia. Era un pomeriggio caldo e polveroso. Uscivo dalla libreria con un volume di Tacito sotto braccio — uno dei pochi autori che mi parlava come se il tempo non esistesse davvero — quando la vidi avanzare con passo svelto, un sacchetto della spesa stretto tra le braccia. Non stavo pensando a lei, e forse proprio per questo il suo apparire improvviso mi colpì come un piccolo colpo al petto. “Ciao, Andrea.” La sua voce era esattamente come la ricordavo: diretta, limpida, priva di quella cautela che avevo imparato a riconoscere negli adulti. “Ciao, Lucia.” Si fermò, abbassò lo sguardo sul libro e sollevò un sopracciglio. “Leggi Tacito?” Mi sentii arrossire. “Mi piace.” “O ti piaceva?” disse, inclinando appena la testa. “Hai l'aria di uno che legge per scappare da qualcosa.” Tacqui. Non ero abituato a sentirmi letto con tanta facilità. A scuola, i miei coetanei parlavano per frasi sentite alla radio o in famiglia, per slogan, per abitudini. Lucia no. Lucia parlava come se dovesse rispondere prima di tutto a se stessa, e io capivo solo una parte di quello che diceva. “Non scappo da nulla,” mormorai. Sorrise appena. “Non sempre bisogna correre per scappare.” disse. Io allora non capii subito cosa intendesse. Cominciammo a camminare affiancati, senza che nessuno dei due lo proponesse. La strada era stretta, fiancheggiata da case basse, molte con le tende tirate e le porte socchiuse per far entrare un po' d'aria. Lì la guerra si sentiva in modo diverso: non nel rumore degli stivali, ma nella fatica, nel pane contato, nelle assenze. “Vivi qui?” chiesi, più per rompere il silenzio che per altro. “Sì. In fondo alla via. Papà lavora alle Officine Meccaniche. Turni lunghi, paga corta. La solita storia.” “E tua madre?” “Fa la sarta.” Fece un sorriso breve, in cui c'era più stanchezza che allegria. “È lei che tiene in piedi la casa.” “Dev'essere una donna forte.” “Lo siamo un po' tutte,” rispose. “Gli uomini parlano di guerra. Noi, di come arrivare a fine mese.” Mi resi conto, in quel momento, di quanto fossimo lontani pur camminando sulla stessa strada. Io conoscevo la guerra attraverso i discorsi di mio padre, la radio, i giornali, qualche soldato di passaggio. Lei la conosceva nelle mani screpolate di sua madre, nel volto consumato del padre, nelle file davanti al negozio di alimentari. “E tuo padre?” chiese poi, con naturalezza. “È colonnello. Richiamato due anni fa.” “Ho sentito dire che è un uomo coraggioso.” Esitai. “Sì. Ma non nel modo che piace alla gente.” “Che intendi?” “Non crede agli uomini forti. Crede nella legge, nella responsabilità. In quello che dovrebbe rendere uno Stato degno di essere governato.” Lucia annuì piano. “Allora è un uomo libero.” “Lo è. A volte ho l'impressione che in questa città siamo rimasti in pochi.” Rise sottovoce. “No. Non siete i soli. Siete solo i meno rumorosi.” La frase rimase sospesa. Poi aggiunse, più seria: “Tu non hai idea di quante persone la pensino come lui. Solo che tacciono.” “E tu? Taci anche tu?” Questa volta abbassò lo sguardo. “Ho paura,” disse. “Come tutti. Ma non voglio che sia la paura a decidere chi sono.” Tornammo a camminare in silenzio. Un gruppo di ragazzi della GIL comparve dall'altra parte della strada. Cantavano, con un drappo piegato tra le mani e l'aria di chi è certo di essere nel giusto. Lucia smise di parlare. Le linee del suo volto si fecero più rigide, controllate. Uno di loro la riconobbe. Le rivolse un sorriso ironico, come se sapesse di toccarla in un punto sensibile. Lucia non rispose, ma vidi la tensione attraversarle le spalle. “Ti danno fastidio?” chiesi. “Non loro, come persone,” rispose calma. “Sono ragazzi come noi. Mi spaventa quello che rappresentano. Qualcun altro pensa al posto loro.” “Giulio...” iniziai. Mi interruppe con un cenno. “Lo so. L'ho visto con loro. È tuo cugino, vero?” “Come fai a saperlo?” “In una città come questa si sa tutto.” Non sapevo se fosse una consolazione o una minaccia. “Non giudicarlo,” dissi, quasi di colpo. Mi stupii io stesso. Lucia mi studiò un istante. “No. io non giudico mai, nessuno. E neanche lui. Ma non posso nemmeno far finta di niente.” Arrivammo davanti a casa sua. Dalla finestra vidi una donna minuta, con le mani sempre in movimento e gli occhi stanchi: sua madre. “Andrea,” disse Lucia, “posso dirti una cosa?” La sua voce era improvvisamente più seria. Feci un cenno con la testa, senza parole. “Hai uno sguardo pulito, Andrea. Non ancora sporcato. ” Fece una pausa cercando le parole giuste. “Ma verrà il giorno in cui dovrai scegliere: tenere gli occhi aperti...o socchiuderli appena per non vedere troppo.” “Socchiuderli?” “Sì. Per sopravvivere. Come fanno quasi tutti.” Quelle parole mi colpirono più di qualsiasi discorso. Non erano dette con rimprovero, ma con una sincerità che non lasciava scampo. “E tu?” chiesi. “Tu che farai?” Sospirò, ma non distolse lo sguardo. “Io voglio vedere. Tutto. Anche quello che fa male.” Mi salutò con un cenno leggero ed entrò in casa. Rimasi per qualche secondo fermo al centro della via, con il libro stretto in mano e la la sensazione che qualcosa, dentro di me, si fosse appena schiuso. Tornando verso casa, mi accorsi che qualcosa stava cambiando. Le stesse vie, le stesse case, gli stessi rumori: eppure tutto mi sembrava diverso. Come se le parole di Lucia avessero messo in discussione non tanto ciò che vedevo, ma il modo in cui lo guardavo. Forse era stata lei ad accendere questa scintilla. O forse, e questa possibilità mi turbava di più, aveva solo dato un nome a un'inquetudine che mi rodeva da mesi, e che rifiutavo di conoscere. Fatto sta che la sua voce, da quel momento in poi, mi avrebbe accompagnato. Anche nella solitudine più completa. Era la voce di una strada che io non avevo mai abitato. La voce di chi vive la guerra sulla pelle, non sulle pagine dei libri. La voce della coscienza, in un tempo in cui era più comodo non averne una. Quella sera, tornando a casa, ebbi la sensazione che il mondo si fosse fatto, insieme, più grande e più stretto. Più vasto, perché cominciavo a vedere cose che prima, forse volutamete, forse per abitudine ignoravo. Più stretto, perché intuivo che non avrei potuto evitare a lungo di scegliere da che parte stare. Era ancora l'estate prima della tempesta. Le nuvole non si vedevano, ma avevano già cominciato a formarsi. E la mia vita, senza che lo sapessi, aveva appena preso una direzione da cui non sarei più tornato indietro.
Maurizio Dolce
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