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Marco.
Lo studio puzza di fumo stantio e di disinfettante al pino. Il pino è una menzogna. Non c'è nessun pino. C'è solo l'idea di pulito che si spruzza sopra la merda. Io la conosco, questa idea. La uso da anni. La spruzzo sopra i pazienti, sopra Sara, sopra me stesso. La bottiglia di grappa è nel cassetto della scrivania. Non sulla scrivania. Nel cassetto. Questo significa che ho un problema ma lo gestisco. Significa che ho ancora una soglia di vergogna funzionante. La soglia si abbassa ogni sera. Tra un po' la bottiglia sarà sulla scrivania. Tra un po' la bottiglia sarà la scrivania. Sono le diciotto. Fuori piove. Roma novembre, la pioggia che non lava ma sporca, che porta giù la fuliggine dai tetti e la deposita sulle macchine. Dalla finestra dello studio, terzo piano, vedo la strada bagnata e i fanali che si specchiano sull'asfalto. Sembrano fiumi di mercurio. Pensiero poetico. Non bevo da due ore, quindi ho ancora pensieri poetici. Tra un bicchiere li perdo. Tra due bicchieri perdo il nome dei pazienti. Tra tre bicchieri perdo Elena. Elena Morra. La perdo sempre, Elena. Non perché beva. La perdo perché è il mio buco nero. Tre anni fa. Paziente. Trentadue anni. Disturbo border. Autolesionismo. Terapia da un anno con me. Una sera è andata a casa, si è chiusa in garage, ha acceso la macchina. Monossido di carbonio. L'hanno trovata seduta al posto di guida, la testa inclinata, come addormentata. Come se si fosse addormentata aspettando qualcuno. Il qualcuno ero io. Non l'ho protetta. Non l'ho vista. Non ho capito. Il verbale del medico legale parlava di suicidio. Autolesionismo pregresso, storia di tentativi, il quadro tornava. Aldo Veronesi, il mio supervisore, il mio mentore, l'uomo che mi ha insegnato a stare in una stanza con la sofferenza degli altri senza scappare, ha firmato il referto psicologico. "Esito compatibile con evoluzione suicidaria del quadro clinico." parole da medico, secche, pulite, che lasciano fuori tutta la merda. Che lasciano fuori il fatto che Elena aveva smesso di tagliarsi da sei mesi. Che aveva trovato un lavoro. Che mi aveva detto, l'ultima seduta: "Dottore, credo di stare meglio." Credo di stare meglio. Queste quattro parole le sento ogni sera. Le sento come un sussidio, una tassa che pago al senso di colpa. Le sento quando bevo. Le sento quando non bevo. Le sento quando una nuova paziente entra e mi dice che vuole morire e io devo restare seduto, con la faccia da professionista, e non scappare. Non scappo. Resto. È il mio lavoro. Restare nella stanza con la sofferenza. Aldo mi ha insegnato questo. Restare. Ma nessuno ti insegna cosa succede quando la stanza diventa la tua. Quando la sofferenza è la tua. Apro il cassetto. Guardo la bottiglia. La chiudo. Stasera arriva un nuovo paziente. Davide Moreschi. Trentadue anni. Inviato dal medico di base. Ansia. Insonnia. Mi ha telefonato la settimana scorsa, voce tesa, quelle voci che hanno un filo tirato dietro, come una corda di violino troppo tesa. "Dottore, non dormo. Non dormo da settimane. Ho degli incubi." Ha detto "incubi" come chi dice "tumore". Con il peso di una cosa che non sai come chiamare. Ho accettato. Accetto sempre. È il mio modo di scontare. Ogni paziente nuovo è un tentativo di non rifare l'errore di Elena. Di restare sveglio. Di vedere. Sara direbbe che mi autopunisco. Sara direbbe: "Marco, tu non salvi nessuno se ti anneghi con loro." Sara è avvocato. Sara vede le colpe come vede i reati: con la precisione di chi deve dimostrarle. Sara mi ha lasciato due anni fa. Non per Elena. Per la bottiglia. Per la bottiglia e per Elena insieme, perché la bottiglia è venuta dopo Elena, e Sara non ha voluto aspettare che ne uscissi. Non la biasimo. Non si aspetta un ubriaco che si porta a letto i fantasmi. Suona il citofono. Il suono è breve. Due trilli. Quelli dell'educazione, non dell'urgenza. Mi alzo. La sedia scricchiola. Tutto scricchiola in questo studio. I mobili, il parquet, le mie ginocchia. Ho quarantacinque anni e tutto quello che tocco fa rumore. Apro la porta. Davide Moreschi è alto. Magro. I capelli corti, castani, un po' troppo curati per uno che dice di non dormire da settimane. Gli occhi sono il dettaglio. Scuri. Fermi. Non sono gli occhi di chi ha paura. Sono gli occhi di chi guarda. C'è una differenza. La paura guarda senza vedere. La guardia vede senza sembrare. Lui vede. "Prego," dico. Entra. Si siede. La poltrona dei pazienti, quella grigia, un po' sfondata sul lato sinistro, perché tutti i pazienti si siedano sul lato sinistro, come se la sofferenza abbia una preferenza anatomica. "Allora, signor Moreschi. Mi parli un po' di lei." Silenzio. Il silenzio dei primi secondi, quello in cui il paziente decide quanto si fida, quanto si mostra, quanto si nasconde. Io conosco questo silenzio. L'ho sentito centinaia di volte. Di solito lo rispetto. Stasera no. Stasera lo guardo. Lo guardo perché c'è qualcosa nel modo in cui questo tizio è seduto, nella postura, nelle spalle dritte, nelle mani appoggiate sulle ginocchia invece che intrecciate. I pazienti ansiosi si stringono. Si chiudono. Si fanno piccoli. Questo non si fa piccolo. Questo occupa spazio. Come se fosse venuto per restare. Come se la poltrona fosse sua. E lui comincia. DAVIDE La poltrona puzza di fumo. Il dottore puzza di alcol. Lo studio puzza di bugie. Tutto puzza, in questo posto, ma la puzza peggiore è la mia, perché è la puzza di uno che finge. Mi chiamo Davide Moreschi. Mi chiamo così da quando l'ho deciso, cioè da sei mesi, da quando ho preparato il piano. Prima mi chiamavo in un altro modo. Prima avevo un altro nome e un'altra vita e una sorella. Adesso ho questo nome e questa vita e un buco al posto della sorella. Ma questo lui non lo sa. Lui vede un paziente. Trentadue anni. Ansia. Insonnia. Incubi. Il pacchetto standard. Il pacchetto che ho studiato. Ho letto tre manuali di psicologia clinica, ho memorizzato i sintomi del disturbo d'ansia generalizzato, ho imparato il linguaggio. So dire "sensazione di oppressione toracica" come lo direbbe un paziente vero. So dire "pensieri intrusivi" con il tono giusto. So sembrare rotto. Sono rotto. Ma non nel modo che crede lui. "Incominciamo dal principio," dice il dottore. Marco Ferri. Quarantacinque anni. Psicologo clinico. Divorziato. Alcolista. Sulla scrivania, sotto una pila di carte, ho visto il bordo di una bottiglia. Grappa. Quella buona, quella toscana, il vetro brunito. Un alcolista che beve ancora la roba buona è un alcolista che non ha toccato il fondo. Che sta cadendo. Che non è ancora arrivato. Questo è l'uomo che doveva curare mia sorella. Questo è l'uomo che l'ha lasciata morire. "Da quando non dorme, signor Moreschi?" "Da circa due mesi. Ma è peggiorato nelle ultime settimane." "Mi descriva una notte tipo." Una notte tipo. Ok. Recito. "Mi metto a letto. Verso mezzanotte. Spengo la luce. Non succede niente per un'ora, forse due. Poi mi addormento. E lì cominciano gli incubi." "Che tipo di incubi?" Sento la mascella stringersi. Questo non è recitazione. Il pensiero degli incubi non è recitazione. Gli incubi sono veri. "Sono... vividi. Vivissimi. Non sembrano sogni. Sembrano ricordi." "Ricordi di cosa?" "Di cose che non ho vissuto." Il dottore si annota qualcosa. Il blocco è giallo. La penna è blu. Dettagli. Li registro perché è quello che faccio. Registro. Come una telecamera. Come uno che guarda e non può guardare altrove. Sento una morsa nel petto mentre parlo. Non è recitazione. La morsa è vera. Perché gli incubi sono veri e descriverli è come riviverli, è come essere di nuovo lì, in quell'appartamento, con quella luce, con quel sangue, con quelle mani che non sono le mie ma che sento come se fossero le mie. "Mi fa paura, dottore." Questo è vero. Tutto vero. La paura è l'unica cosa vera che porto in questa stanza. Il resto è costruito. Il nome, i sintomi, il pacchetto. La paura no. La paura è mia. Me l'hanno regalata gli incubi. "La paura è il sintomo, signor Moreschi. Non la causa. La causa è quello che dobbiamo trovare." "Mi faccia un esempio," dice. E qui lascio cadere il dettaglio. Lo lascio cadere come si lascia cadere un sasso in un pozzo. Per sentire il rumore che fa quando tocca il fondo. "Sogno una donna," dico. "In un appartamento. Non so dove. Sera. C'è una lampada, una di quelle a stelo, con la luce gialla. La donna è sul pavimento. C'è sangue. Tanto sangue. Le hanno... le hanno aperto la pancia. E io la guardo. Non faccio niente. La guardo morire." Il dottore alza gli occhi dal blocco. La penna si ferma. Per un secondo, un secondo solo, vedo qualcosa attraversargli la faccia. Non è sorpresa. Non è disgusto. È riconoscimento. Come uno che sente un nome che conosce ma non vuole ammettere di conoscere. Poi passa. La maschera torna. La maschera da terapeuta, quella che ho studiato, quella impassibile, quella che dice "accetto tutto quello che mi dici senza giudizio." Bugia. I terapeuti giudicano. Giudicano sempre. Solo che non lo fanno a voce alta. "Capisco. E poi?" "Poi mi sveglio. Con il cuore che mi scoppia. E la sensazione che sia vero. Che sia già successo." Lo guardo. Lo guardo in faccia. Voglio vedere cosa fa. Voglio vedere se sa già. Se il dettaglio della lampada, del sangue, della pancia aperta, significa qualcosa per lui. Se sa che ieri notte, in via dei Sabbioncelli, una donna è morta proprio così. Ma la sua faccia non dice niente. Annuisce. Annota. Professionale. "Disturbi d'ansia con incubi vividi. È un quadro che conosco. Posso aiutarla, signor Moreschi. Ma dovrà essere sincero con me." Sincero. Questa parola mi fa quasi ridere. Quasi. Non rido perché rido solo quando sono solo, e non sono mai solo, perché quando sono solo ci sono gli incubi. "Sarò sincero, dottore." Lo sarò. A modo mio. Gli darò i dettagli. Uno alla volta. Uno per seduta. E guarderò la sua faccia mentre li riceve. E quando la sua faccia cambierà — quando capirà che non sto descrivendo sogni ma delitti veri, delitti che lui dovrebbe conoscere se fosse innocente, delitti che conosce fin troppo bene se fosse colpevole — allora saprò. Allora saprò se è lui l'uomo che ha ucciso mia sorella. O se è solo un uomo che non l'ha salvata. Perché c'è una differenza. Ed è l'unica differenza che conta.
MARCO Lo studio puzza di fumo stantio e di disinfettante al pino. Il pino è una menzogna. Non c'è nessun pino. C'è solo l'idea di pulito che si spruzza sopra la merda. Io la conosco, questa idea. La uso da anni. La spruzzo sopra i pazienti, sopra Sara, sopra me stesso. La bottiglia di grappa è nel cassetto della scrivania. Non sulla scrivania. Nel cassetto. Questo significa che ho un problema ma lo gestisco. Significa che ho ancora una soglia di vergogna funzionante. La soglia si abbassa ogni sera. Tra un po' la bottiglia sarà sulla scrivania. Tra un po' la bottiglia sarà la scrivania. Sono le diciotto. Fuori piove. Roma novembre, la pioggia che non lava ma sporca, che porta giù la fuliggine dai tetti e la deposita sulle macchine. Dalla finestra dello studio, terzo piano, vedo la strada bagnata e i fanali che si specchiano sull'asfalto. Sembrano fiumi di mercurio. Pensiero poetico. Non bevo da due ore, quindi ho ancora pensieri poetici. Tra un bicchiere li perdo. Tra due bicchieri perdo il nome dei pazienti. Tra tre bicchieri perdo Elena. Elena Morra. La perdo sempre, Elena. Non perché beva. La perdo perché è il mio buco nero. Tre anni fa. Paziente. Trentadue anni. Disturbo border. Autolesionismo. Terapia da un anno con me. Una sera è andata a casa, si è chiusa in garage, ha acceso la macchina. Monossido di carbonio. L'hanno trovata seduta al posto di guida, la testa inclinata, come addormentata. Come se si fosse addormentata aspettando qualcuno. Il qualcuno ero io. Non l'ho protetta. Non l'ho vista. Non ho capito. Il verbale del medico legale parlava di suicidio. Autolesionismo pregresso, storia di tentativi, il quadro tornava. Aldo Veronesi, il mio supervisore, il mio mentore, l'uomo che mi ha insegnato a stare in una stanza con la sofferenza degli altri senza scappare, ha firmato il referto psicologico. "Esito compatibile con evoluzione suicidaria del quadro clinico." parole da medico, secche, pulite, che lasciano fuori tutta la merda. Che lasciano fuori il fatto che Elena aveva smesso di tagliarsi da sei mesi. Che aveva trovato un lavoro. Che mi aveva detto, l'ultima seduta: "Dottore, credo di stare meglio." Credo di stare meglio. Queste quattro parole le sento ogni sera. Le sento come un sussidio, una tassa che pago al senso di colpa. Le sento quando bevo. Le sento quando non bevo. Le sento quando una nuova paziente entra e mi dice che vuole morire e io devo restare seduto, con la faccia da professionista, e non scappare. Non scappo. Resto. È il mio lavoro. Restare nella stanza con la sofferenza. Aldo mi ha insegnato questo. Restare. Ma nessuno ti insegna cosa succede quando la stanza diventa la tua. Quando la sofferenza è la tua. Apro il cassetto. Guardo la bottiglia. La chiudo. Stasera arriva un nuovo paziente. Davide Moreschi. Trentadue anni. Inviato dal medico di base. Ansia. Insonnia. Mi ha telefonato la settimana scorsa, voce tesa, quelle voci che hanno un filo tirato dietro, come una corda di violino troppo tesa. "Dottore, non dormo. Non dormo da settimane. Ho degli incubi." Ha detto "incubi" come chi dice "tumore". Con il peso di una cosa che non sai come chiamare. Ho accettato. Accetto sempre. È il mio modo di scontare. Ogni paziente nuovo è un tentativo di non rifare l'errore di Elena. Di restare sveglio. Di vedere. Sara direbbe che mi autopunisco. Sara direbbe: "Marco, tu non salvi nessuno se ti anneghi con loro." Sara è avvocato. Sara vede le colpe come vede i reati: con la precisione di chi deve dimostrarle. Sara mi ha lasciato due anni fa. Non per Elena. Per la bottiglia. Per la bottiglia e per Elena insieme, perché la bottiglia è venuta dopo Elena, e Sara non ha voluto aspettare che ne uscissi. Non la biasimo. Non si aspetta un ubriaco che si porta a letto i fantasmi. Suona il citofono. Il suono è breve. Due trilli. Quelli dell'educazione, non dell'urgenza. Mi alzo. La sedia scricchiola. Tutto scricchiola in questo studio. I mobili, il parquet, le mie ginocchia. Ho quarantacinque anni e tutto quello che tocco fa rumore. Apro la porta. Davide Moreschi è alto. Magro. I capelli corti, castani, un po' troppo curati per uno che dice di non dormire da settimane. Gli occhi sono il dettaglio. Scuri. Fermi. Non sono gli occhi di chi ha paura. Sono gli occhi di chi guarda. C'è una differenza. La paura guarda senza vedere. La guardia vede senza sembrare. Lui vede. "Prego," dico. Entra. Si siede. La poltrona dei pazienti, quella grigia, un po' sfondata sul lato sinistro, perché tutti i pazienti si siedano sul lato sinistro, come se la sofferenza abbia una preferenza anatomica. "Allora, signor Moreschi. Mi parli un po' di lei." Silenzio. Il silenzio dei primi secondi, quello in cui il paziente decide quanto si fida, quanto si mostra, quanto si nasconde. Io conosco questo silenzio. L'ho sentito centinaia di volte. Di solito lo rispetto. Stasera no. Stasera lo guardo. Lo guardo perché c'è qualcosa nel modo in cui questo tizio è seduto, nella postura, nelle spalle dritte, nelle mani appoggiate sulle ginocchia invece che intrecciate. I pazienti ansiosi si stringono. Si chiudono. Si fanno piccoli. Questo non si fa piccolo. Questo occupa spazio. Come se fosse venuto per restare. Come se la poltrona fosse sua. E lui comincia. Se il tuo romanzo ha un sottotitolo, inseriscilo qui nella prima riga con uno spazio a seguire. Incolla di seguito un estratto del tuo romanzo e non una semplice descrizione. Si consiglia l'inserimento di almeno 8.000 caratteri. Più testo concederai ai tuoi lettori, e più saranno disponibili a farti una recensione, oppure ad acquistare il tuo libro. Evita di ripetere il Titolo o il nome Autore perché verranno già aggiunti automaticamente. Nella sezione Link, inserisci la pagina di vendita del libro su Amazon o altri siti.
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Andrea Tamburelli
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