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Autore: Andrea Tamburelli
L'Osservatore - Nodi
Noir Thriller Psicologico
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L'Osservatore - Nodi

Giovedì. Le sette e quaranta. Davide Ferraro uscì dal portone di via Po 18 e girò a destra, come ogni mattina, verso il bar San Carlo dove prendeva il cappuccino alle sette e quarantatré — tre minuti di passo, mai di più, mai di meno — e non guardò il specchietto retrovisore della Panda parcheggiata al civico 14 perché non aveva un motivo per guardarlo, perché la gente non guarda i specchietti delle auto altrui alle sette e quaranta del mattino, perché la gente guarda davanti, non indietro.
Ma quel giovedì guardò.
Non il specchietto. L'ombra. L'ombra che non era la sua, che non era del portone, che non era dell'edificio. Un'ombra che si muoveva quando lui si muoveva e si fermava quando lui si fermava, e Davide la vide con la coda dell'occhio — la coda dell'occhio è il primo senso che sa, il senso che non mente, il senso che ha capito tutto prima che la testa capisca qualcosa — e si fermò.
L'ombra si fermò.
Davide si voltò. Il marciapiede di via Po era vuoto. Il tram della linea 13 passava in fondo alla strada, vuoto anche lui, tutte quelle mattine di ottobre i tram sono vuoti, la gente dorme o guida o va a piedi come lui. Il marciapiede era vuoto. Nessuno. Solo le vetrine dei negozi chiusi e la luce gialla dell'insegna del bar San Carlo in fondo all'isolato.
Nessuno.
Pensò: niente.
Pensò: l'ombra del portone.
Pensò: sono le sette e quaranta e vedo ombre.
Entrò nel bar. Ordinò il cappuccino. Lo bevve al bancone, in piedi, come sempre. Pagò. Uscì.
E guardò.
Non il marciapiede. La vetrina del bar. La vetrina rifletteva la strada alle sue spalle, e nella strada alle sue spalle, a venti metri, fermo davanti all'edicola chiusa, c'era un uomo.
Davide non lo guardò direttamente. Guardò la vetrina. L'uomo nell'edicola era alto, magro, vestito scuro, il volto nascosto dal bavero alzato di un cappotto che non era da ottobre — era da dicembre, da gennaio, un cappotto troppo pesante per quel mattino tiepido. L'uomo guardava il telefono. O fingeva di guardare il telefono. La gente che guarda il telefono davanti a un'edicola chiusa alle sette e quaranta di un giovedì di ottobre non è gente che guarda il telefono. È gente che aspetta.
Pensò: aspetta me.
Pensò: no. Non aspetta me. Non mi conosce. Non sa chi sono. È uno che aspetta il tram.
Pensò: il tram è passato.
Si voltò. Guardò l'uomo direttamente. L'uomo alzò gli occhi dal telefono. Per un istante — un istante che durò il tempo di un battito, non di più — i loro sguardi si incrociarono. Poi l'uomo abbassò gli occhi sul telefono. Come se niente fosse. Come se non si fossero visti.
Davide si allontanò. Verso lo studio. Verso via Roma, dove lavorava — dove aveva lavorato, perché adesso lo studio era chiuso, perché adesso non lavorava più, perché Giulia era morta e lo studio era morto e tutto era morto tranne lui, che era il solo ad essere ancora vivo, e essere il solo vivo in una casa di morti è la cosa più faticosa del mondo.
Pensò: mi ha seguito.
Pensò: no. Non mi ha seguito. Non sa chi sono. È un uomo davanti a un'edicola.
Pensò: ma ha abbassato gli occhi.
Pensò: ha abbassato gli occhi quando mi ha visto guardare. Chi abbassa gli occhi quando viene guardato? Chi non regge lo sguardo? Chi ha qualcosa da nascondere.
Pensò: o chi è timido.
Pensò: o chi è timido.
Arrivò a casa. Casa. La parola sbagliata. L'appartamento. Il posto dove Giulia non c'era più. Il posto dove i mobili erano gli stessi e i quadri erano gli stessi e l'odore era lo stesso — no, l'odore no, l'odore era diverso, l'odore era il suo, solo il suo, perché Giulia aveva un odore e l'odore era sparito con lei e adesso la casa sapeva di uomo solo, di caffè solubile, di piatti lavati male.
Si sedette al tavolo della cucina. Guardò il telefono. Non c'era nessuno da chiamare. Non c'era nessuno a cui dire c'è un uomo che mi segue. Non c'era nessuno perché Giulia era morta e gli amici si erano dissolti come si dissolvono gli amici quando la moglie muore — non per cattiveria, per imbarazzo, per non sapere cosa dire, per non sapere come stare con un uomo che ha perso la moglie a quarantotto anni, che è troppo giovane per essere vedovo e troppo vecchio per ricominciare.
Pensò: mi segue.
Pensò: chi mi segue.
Pensò: perché.
Prese il biglietto da visita dal cassetto del comodino. Lo teneva lì da mesi, da quando il medico curante di Giulia — l'oncologo, il dottor Pansa, l'uomo che aveva detto il tumore è aggressivo e Davide aveva sentito solo aggressivo, come se il tumore fosse un soldato, come se il tumore avesse un fucile e una divisa — da quando Pansa aveva detto forse dovrebbe parlare con qualcuno e gli aveva dato il biglietto. Lea Monaco. Psicanalista. Via Mille 12.
Davide aveva messo il biglietto nel cassetto del comodino e non aveva chiamato. Per mesi. Perché chiamare uno psicanalista significa ammettere che qualcosa non va, e qualcosa non andava da prima di Giulia, qualcosa non andava da sempre, qualcosa non andava da quel giorno in tribunale — no. Non pensare a quel giorno. Non pensare.
Ma adesso c'era un uomo davanti all'edicola. Un uomo che abbassava gli occhi. Un uomo in un cappotto troppo pesante per ottobre.
Davide compose il numero.
— Studio Monaco.
— Buongiorno. Sono Davide Ferraro. Avrei bisogno di un appuntamento.
— Quando.
— Il prima possibile.
Silenzio. Il silenzio di chi consulta un'agenda, di chi cerca un buco, di chi capisce dal tono di voce che il prima possibile non è una richiesta ma un urgenza.
— Domani alle quindici.
— Va bene.
Riattaccò. Guardò il telefono. Guardò la cucina vuota. Guardò la sedia dove Giulia si sedeva — la sedia di sinistra, quella vicina alla finestra, quella da cui guardava il cortile mentre beveva il tè, perché Giulia beveva il tè non il caffè, e il tè era una cosa da donne e il caffè era una cosa da uomini e lei rideva quando lui glielo diceva e diceva sei un cavernicolo e lui diceva sì ma un cavernicolo che ti ama e lei diceva i cavernicoli non sanno amare e lui diceva invece sì, amano le loro caverne, e la caverna era la cucina e la cucina era la casa e la casa era Giulia e Giulia non c'era più.
Pensò: domani alle quindici.
Pensò: le quindici. Le tre del pomeriggio. L'ora in cui Giulia prendeva il tè.
Pensò: tutto torna a Giulia.
Pensò: tutto torna.
Capitolo 2 — Lo studio di via Mille
Lo studio di Lea Monaco era al secondo piano di un palazzo di via Mille, quello con la facciata verde scrostata e il citofono con tre nomi di cui uno leggibile — MONACO — e gli due cancellati da nastro adesivo vecchio. Davide suonò. Il portone si aprì con un ronzio. Salì le scale. La moquette delle scale era grigia, consumata al centro, quella striscia di filo schiacciato da anni di passi, e Davide pensò che la moquette delle scale di uno psicanalista è la moquette più calpestata del mondo perché la gente sale e scende e sale e scende e ogni passo è un passo verso qualcosa che non si vuole dire.
La porta era aperta. Lea Monaco era in piedi davanti alla finestra. Non seduta. In piedi. Come se lo stesse aspettando non seduta ma in piedi, come se sapesse che il primo paziente del pomeriggio non vuole trovare qualcuno seduto — qualcuno seduto significa qualcuno che aspetta, e qualcuno che aspetta significa qualcuno che ha tempo, e qualcuno che ha tempo è qualcuno che non ha urgenza, e Davide aveva urgenza.
— Davide Ferraro.
— Lea Monaco. Si accomodi.
Lo studio era piccolo. Un divano — no, non un divano, un lettino, uno di quei lettini da psicanalista che la gente chiama divano ma che non è un divano, è un lettino, un lettino per stare sdraiati, un lettino per non guardare in faccia chi ascolta. Davide non si sdraiò. Si sedette sulla poltrona di fronte alla scrivania. Lea si sedette dall'altra parte.
Lea Monaco era una donna di cinquant'anni o poco meno. Capelli grigi, corti, niente trucco, occhiali tondi, quelle montature leggere che sembrano non esserci, come se gli occhiali fossero parte della faccia e non un oggetto aggiunto. La faccia era la faccia di chi ascolta — non la faccia di chi parla, non la faccia di chi consiglia, la faccia di chi ascolta, la faccia vuota e piena allo stesso tempo, la faccia che dice dica pure e non dice niente.
— Mi dica.
— Non so da dove cominciare.
— Dall'inizio. O da oggi. L'inizio e oggi sono la stessa cosa, di solito.
Davide la guardò. Cercò la menzogna e non la trovò. Cercò il giudizio e non lo trovò. Cercò la compassione e non la trovò. C'era solo l'ascolto. L'ascolto nudo. L'ascolto senza aggettivo.
— Mia moglie è morta. Sei mesi fa. Tumore. Sette mesi dalla diagnosi alla fine. Sette mesi.
Lea non disse mi dispiace. Non disse condoglianze. Non disse niente. Annuì. Un cenno del capo, minimo, il cenno di chi registra, non di chi partecipa.
— E c'è un uomo che mi segue.
Lea alzò gli occhi. Per la prima volta. Perché le prime parole — mia moglie è morta — erano le parole che si aspettava, le parole che tutti dicono, le parole del dolore che ha una forma e un nome e un certificato di morte. Le seconde — c'è un uomo che mi segue — erano diverse. Le seconde non erano dolore. Le seconde erano paura. E la paura è più interessante del dolore, perché il dolore è una ferita e la paura è una porta.
— Mi parli di quest'uomo.
— Non so chi sia. L'ho visto ieri mattina. Davanti a un'edicola. Cappotto scuro, troppo pesante per ottobre. Mi guardava. Quando l'ho guardato ha abbassato gli occhi.
— Solo ieri?
— No. Anche oggi. Stamattina. Stesso posto, stesso cappotto. Stamattina era all'angolo di via Roma, fermo, il telefono in mano, e mi guardava con la coda dell'occhio. Non direttamente. Con la coda dell'occhio. Come chi non vuole essere visto ma vuole vedere.
— Come sa che la seguiva e non che era lì per caso.
— Perché quando ho girato l'angolo lui ha girato l'angolo. Quando mi sono fermato lui si è fermato. Quando ho attraversato la strada lui ha attraversato la strada. Non è caso. È pedinamento.
Silenzio. Lea non parlava. Lea lasciava il silenzio, come si lascia l'acqua in un bicchiere, perché il silenzio si depositi e l'acqua si cleari e quello che resta è il vero.
— Perché pensa di essere seguito?
— Non lo penso. Lo sono.
— Intendo: perché qualcuno dovrebbe seguirla.
Davide non rispose. Non subito. Guardò le mani. Le mani erano quelle di un uomo di quarantotto anni che non lavorava più, le mani di un ex avvocato che non toccava più fascicoli, le mani che avevano firmato carte e stretto mani e tenuto una penna in tribunale e — no. Non pensare a tribunale. Non pensare.
— Non lo so.
Lea lo guardò. Un secondo di più del necessario. Davide lo sentì, quel secondo, lo sentì come si sente la puntura di un ago — non dolorosa ma precisa.
— Va bene. Mi parli di sua moglie.
— Giulia. Si chiamava Giulia. Era — era una donna che beveva il tè. So che suona strano, ma è la prima cosa che penso quando la penso. Il tè. Il tè delle tre del pomeriggio. Si sedeva sulla sedia vicino alla finestra e beveva il tè e guardava il cortile. Era — era una donna che guardava il cortile. Come se il cortile fosse una cosa da guardare, come se il cortile avesse qualcosa da dire.
— E lei?
— Io bevevo il caffè. In piedi. In cucina. Non guardavo il cortile. Guardavo lei.
— E adesso?
— Adesso guardo il cortile. Adesso guardo il cortile perché non c'è più lei da guardare.
Lea annuì. Il cenno di chi registra. Il cenno di chi non partecipa.
— Mi parli del tumore.
— Sette mesi. Dalla diagnosi alla fine. Sette mesi. Il tumore era al pancreas. Aggressivo, ha detto l'oncologo. Aggressivo. Come se il tumore fosse un soldato. Come se il tumore avesse un fucile e una divisa. Sette mesi. Sette mesi in cui Giulia è diventata più piccola, più grigia, più trasparente, come se il tumore la stesse cancellando, come se il tumore fosse una gomma da cancellare e Giulia fosse un disegno a matita. Alla fine era trasparente. Le vedevo le vene. Le vedevo le ossa. Le vedevo tutto quello che il corpo nasconde e che il tumore mostrava.
— Sette mesi. E in quei sette mesi?
— In quei sette mesi le stavo accanto. Ogni giorno. Ogni notte. L'accompagnavo in ospedale, le tenevo la mano, le lavavo i capelli — li aveva lunghi, castani, e poi li ha persi, e io li raccoglievo dal cuscino e li mettevo in un sacchetto e non sapevo dove buttarli perché buttarli sarebbe stato come buttare lei, e non li ho buttati, li ho messi nel cassetto del comodino, accanto al biglietto da visita suo.
— Il mio biglietto da visita?
— Sì. Quello che mi ha dato Pansa. Sei mesi fa. Non ho chiamato. Non chiamavo. Non chiamo. Non sono uno che chiama. Sono uno che tiene le cose nel cassetto e non le butta e non le guarda e non le tocca.
— E adesso ha chiamato.
— Adesso ho chiamato. Perché c'è un uomo che mi segue.
Lea non disse niente. Guardò Davide. Guardò le sue mani — le mani che stringevano i braccioli della poltrona, le mani che non sapevano dove stare, le mani che avevano tenuto i capelli di Giulia in un sacchetto e il biglietto da visita di una psicanalista nello stesso cassetto.
— Perché il biglietto e i capelli nello stesso cassetto?
— Non lo so.
— Sì che lo sa.
Davide la guardò. Per la prima volta la guardò non come si guarda una psicanalista ma come si guarda qualcuno che ha detto una cosa vera. Una cosa che fa male. Una cosa che non si vuole sentire.
— Perché sono la stessa cosa.
— Cosa sono la stessa cosa?
— I capelli e il biglietto. Sono la stessa cosa. Sono le cose che non ho usato. I capelli che non ho buttato. La psicanalista che non ho chiamato. Sono le cose che tengo per non fare. Le cose che tengo per non guardare. Le cose che tengo per non — per non.
— Per non cosa.
— Per non guardare.
— Guardare cosa.
Silenzio. Il silenzio dello studio. Il silenzio di via Mille. Il silenzio di Davide che non guardava.
— Guardare cosa, Davide.
— Non lo so.
— Sì che lo sa.
— Non lo so.
— Lo sa.
Davide si alzò. Non doveva alzarsi — non era il momento, non era il luogo — ma si alzò perché il corpo si alza quando la testa non ce la fa, perché il corpo scappa quando la mente resta, perché alzarsi è la cosa più facile quando stare seduti è la cosa più difficile.
— Devo andare.
— Il nostro tempo non è finito.
— Devo andare.
Lea non lo fermò. Lea non fermava mai nessuno. Lea lasciava andare, perché andare è parte del restare, perché chi se ne va torna se vuole tornare, e chi non torna non sarebbe tornato comunque.
— Giovedì alle quindici.
— Giovedì.
— Giovedì, Davide.
Davide uscì. Scese le scale. La moquette grigia. La striscia di filo schiacciato. Il portone. La strada.
E guardò.
Dall'altra parte della strada, fermo davanti al palazzo di fronte, un uomo. Cappotto scuro. Troppo pesante per ottobre. Il telefono in mano. Che non guardava il telefono. Che guardava lui.
Pensò: è qui.
Pensò: mi ha seguito fino allo psicanalista.
Pensò: sa dove sono.
Pensò: sa tutto.

Andrea Tamburelli

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Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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