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Autore: Andrea Tamburelli
L'Osservatore - La distanza giusta
Thriller Osicologico Noir
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L'Osservatore - La distanza giusta

La tazza spostata.

Sette e quattordici.
Non l'orologio. Il corpo. Il corpo di Elena Ferretti sapeva che erano le sette e quattordici prima di aprire gli occhi, perché il corpo impara a contare prima della mente, e la mente prima del mondo.
Giuditta saltò sul letto. Quattro chili e settecento grammi di gatta soriana che atterravano sempre sul cuscino di sinistra, quello che Elena non usava perché dormiva sul lato destro. Sempre il destro. Il lato del letto è una cosa che si sceglie una volta.
— Ciao — disse Elena alla gatta, e la voce le uscì roca, la voce di chi parla a un gatto perché parlare a un gatto è l'unica conversazione che non richiede risposte e quindi non richiede tradimenti.
Si alzò. Piede destro per primo. Il parquet era freddo. Dodici gradi secondo il termometro sul comodino, e dodici gradi è troppo freddo per un appartamento di Torino a fine ottobre, ma Elena teneva il riscaldamento spento di notte perché il rumore dei termosifoni la svegliava, e svegliarsi di notte è come morire un po' e poi scoprire che non sei morto e che la casa è la stessa e che sei sola.
Bagno. La luce si accese al movimento. Due schizzi d'acqua, sempre due. Si guardò nello specchio: quarantadue anni, capelli castani tagliati dritti alla mascella, quella linea sottile tra le sopracciglia che era comparsa a trent'anni e che adesso sembrava una cicatrice, il segno di chi conta.
Aprì il cassetto. Spazzolino. Dentifricio. Creme. E in fondo, dietro tutto, avvolto in un fazzoletto bianco: il rasoio.
Elena non lo toccava mai al mattino. Lo guardava e basta, come si guarda una cosa che fa male e che però si tiene perché toglierla farebbe più male. Era un rasoio a lametta, vecchio, con il manico di plastica nera screpolato. Non valeva niente. Era il rasoio di suo padre.
L'ultimo oggetto.
Richiuse il cassetto. Andò in cucina.
E lì si fermò.
La tazza era sul bancone.
La tazza bianca, quella a righe blu, quella che la sera prima aveva lavato e riposto nella credenza, terza mensola, seconda posizione da sinistra. E sotto la tazza c'era un Post-it giallo.
Elena non si mosse. Il cuore fece una cosa strana — non accelerare ma fermarsi, come un motore che ingranasse la marcia sbagliata. Fissò la tazza. Fissò il Post-it. Lesse.
BUONGIORNO.
Una parola. Sette lettere. Scritte con una penna nera, grafia regolare, nessun tremore. La grafia di qualcuno che scrive con calma, che ha tempo, che è entrato e si è seduto e ha scritto BUONGIORNO come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Elena non gridò. Le persone che gridano sono persone che sperano che qualcuno le senta, ed Elena aveva smesso di sperare che qualcuno la sentisse molto tempo prima.
Pensò: qualcuno è entrato.
Pensò: qualcuno sa dove tengo le tazze.
Giuditta miagolò. Si strusciò contro il polpaccio di Elena, e quel contatto — pelo caldo, ossa piccole, vita che si appoggia — fu la cosa che la riscosse, perché i gatti non lasciano Post-it.
Elena prese il foglietto. Lo tenne tra pollice e indice, come si tiene una prova. Lo rigirò. Dietro, niente. Lo annusò. Niente profumo, niente fumo. Un Post-it pulito. Un BUONGIORNO pulito.
Aprì la credenza. Terza mensola, seconda posizione da sinistra: il posto era vuoto. La tazza era stata presa da lì, da quel punto esatto, e spostata sul bancone, e qualcuno aveva scritto un biglietto e l'aveva infilato sotto, e tutto questo era successo mentre Elena dormiva, a dodici metri di distanza, oltre una porta chiusa, e non aveva sentito niente.
Pensò: come ho fatto a non sentire niente.
Pensò: forse non è la prima volta.
Fu quest'ultimo pensiero quello che la fece sedere. Si sedette sullo sgabello del bancone, quello che non usava mai perché mangiava in piedi come le persone che vivono sole, e si guardò intorno.
Il salotto era come lo aveva lasciato. Il divano grigio, il tavolino, il libro aperto a pagina centododici. La libreria: tutti i dorsi allineati. La porta d'ingresso: chiusa a chiave, la serratura con il doppio scatto che aveva fatto montare quando Marco se n'era andato.
Eppure qualcuno era entrato.
Elena andò alla porta. Esaminò la serratura. Nessun graffio, nessun segno di scasso. La maniglia era pulita. Tutto era come doveva essere, e proprio per questo tutto era sbagliato, perché se qualcuno entra senza lasciare tracce significa che qualcuno entra con cura, e la cura è una cosa che fa più paura della violenza, perché la violenza è impulsiva e la cura è pensata.
Tornò in cucina. Fissò la tazza. Fissò il Post-it, giallo su marmo grigio.
E poi, senza preavviso, le venne in mente il rasoio.
Non il rasoio nel cassetto. L'altro rasoio. Quello di suo padre. Quello che suo padre appoggiava sul bordo del lavandino ogni mattina, quello che Elena da bambina guardava dal corridoio, in piedi dietro la porta del bagno socchiusa, contando i gesti dell'uomo che si faceva la barba. Il rasoio sollevato, il rasoio abbassato, la schiuma, l'acqua, e poi — il gesto che ricordava meglio — il rasoio appoggiato, lavato, asciugato, riposto. Ogni mattina lo stesso ordine. Finché una mattina il rasoio non c'era più, e poi il cappotto non c'era più, e poi le chiavi non c'era più, e poi niente non c'era più.
Piccoli spostamenti. Questo era il punto. Suo padre non era uscito in un momento. Se n'era andato in giorni. Prima il rasoio, poi il cappotto spostato dall'attaccapanni all'armadio, poi le chiavi che non stavano più nel piattino di ceramica ma nella tasca del cappotto, come se fossero già pronte, come se fossero già in viaggio. Elena aveva visto quegli spostamenti. Li aveva notati come una bambina nota le cose, senza capire, registrando, accumulando.
Il padre era uscito di casa una domenica mattina. Aveva detto torno tra poco. Elena aveva contato i passi. Sette. Sette passi dal pianerottolo al primo gradino, e poi più niente.
Non era tornato per tre giorni. Poi la madre aveva detto non torna, due parole, e quelle due parole avevano chiuso qualcosa che non si apriva più.
Ma il rasoio era rimasto. Elena lo aveva preso a quattordici anni, quando la madre aveva svuotato l'appartamento, e lo aveva portato con sé in ogni trasloco, in ogni casa, in ogni vita. Adesso era nel cassetto del bagno, dietro le creme, avvolto in un fazzoletto bianco.
Elena lo guardava ogni mattina senza toccarlo, come si guarda la prova che qualcuno è esistito e poi ha deciso di no.
Adesso, davanti alla tazza spostata e al Post-it giallo, pensò: sparerà anche il rasoio?
E il pensiero la gelò più della tazza, più del biglietto, perché il rasoio era l'unica cosa del padre che le era rimasta, e se qualcuno sapeva della tazza poteva sapere del rasoio.
Elena prese il telefono. Esitò. Le dita sopra la tastiera, il numero di Sandra già memorizzato. Sandra era la sorella maggiore e le sorelle maggiori sono il primo numero che si compone quando qualcosa non torna.
Non chiamò. Posò il telefono sul bancone, accanto alla tazza, accanto al Post-it.
Fece il caffè. Lo bevve. La tazza era la stessa, il caffè era lo stesso. Ma il sapore era diverso. Il sapore di una casa in cui qualcuno è entrato e ha scritto BUONGIORNO e se n'è andato, e BUONGIORNO è una parola che presuppone un incontro, una parola che qualcuno ha lasciato per lei, solo per lei, e questo — il fatto che fosse per lei — era la cosa più intima e più violenta che le fosse mai successa.
Più intima di Marco. Più violenta del padre.
Perché il padre era uscito. Marco era uscito. Gli uomini escono. Ma questo era qualcuno che entrava.
Giuditta saltò sul bancone. Annusò il Post-it. Elena lo riprese, lo piegò in due, lo infilò nella tasca dei pantaloni. Poi andò alla porta, mise la catena — quella che non metteva mai — e andò in bagno.
Aprì il cassetto. Il rasoio era lì. Avvolto nel fazzoletto bianco, al suo posto.
Elena respirò. Il rasoio c'era. La tazza era tornata al suo posto. Il Post-it era in tasca. La catena era alla porta.
Tutto era a posto.
Ma a posto non significava più sicuro.
Capitolo 2 — La seconda angolazione
Dieci giorni in cui non successe niente.
Elena controllò la serratura ogni sera e ogni mattina, la catena, le finestre, le tapparelle, i cassetti, le credenze, le mensole, i libri. Tutto era a posto. Il Post-it era nel cassetto del comodino dove lo aveva nascosto, piegato in due, e lei lo guardava ogni sera prima di dormire come si guarda una reliquia o un sintomo.
Dieci giorni. Nessun Post-it. Nessuna tazza spostata. Nessun segno.
Avrebbe dovuto rassicurarla. Non la rassicurò.
Perché il nulla è peggio del qualcosa, quando il qualcosa è già successo. Il nulla è il silenzio dopo il rumore, e il silenzio non è pace ma attesa.
L'undicesimo giorno Elena vide la tapparella.
Non la sua. Quella di fronte. Il palazzo di fronte — dieci metri di cortile, cinque piani, una facciata ocra scrostata. La tapparella del secondo piano era alzata di tre dita. Tre dita. Un palmo. Abbastanza per far entrare una lama di luce, non abbastanza per vederci dentro. Ma dietro quelle tre dita c'era qualcosa.
Un treppiede.
Elena strizzò gli occhi. La forma era inequivocabile: tre gambe, una base, un'asta verticale. Un treppiede da videocamera. E il treppiede era puntato verso la sua finestra.
Elena chiuse gli occhi. Li riaprì. Il treppiede era lì.
Prese il telefono. Questa volta chiamò.
— Sandra.
— Elena? — La voce di Sandra era quella di chi viene svegliata da una telefonata, anche se erano le tre del pomeriggio.
— Sandra, qualcuno è entrato in casa.
Silenzio. Il tipo di silenzio che Sandra faceva quando non sapeva cosa dire e non voleva dirlo.
— In che senso, entrato — disse Sandra. Non era una domanda. Era una richiesta di precisione, e la precisione tra sorelle è un'arma.
— La tazza. L'avevo messa nella credenza. L'ho trovata sul bancone. Con un Post-it. BUONGIORNO.
Altro silenzio. Poi:
— E tu hai pensato che qualcuno è entrato.
— Qualcuno è entrato, Sandra. La tazza non si sposta da sola. I Post-it non si scrivono da soli.
— Magari te lo sei dimenticato. Magari l'hai messa tu e non ti ricordi.
— Non mi dimentico le tazze.
— Non ti dimentichi niente, Elena. Questo è il problema.
Elena strinse il telefono. Il problema. Sempre il problema. Sandra che la guardava come si guarda un orologio che va troppo preciso, Sandra che da bambina la prendeva in giro perché contava i passi, perché contava le mattonelle.
— Non me lo sono dimenticata — disse Elena. — E adesso c'è un treppiede. Nel palazzo di fronte. Una tapparella alzata di tre dita. Un treppiede puntato sulla mia finestra.
— Elena.
— Sandra.
Sandra sospirò. Il sospiro di chi ha una sorella minore che conta le tazze e vede treppiedi e conserva rasoi nel cassetto del bagno.
— Hai chiamato la polizia?
— No.
— Perché no?
— Perché non ho niente in mano. Una tazza spostata. Un Post-it. Un treppiede dietro una tapparella. La polizia cosa fa, Sandra? Mi dice che sono paranoica?
— Non ho detto paranoica.
— Non l'hai detto ma l'hai pensato. Lo pensate tutti. Marco lo pensava. Tu lo pensi.
Sandra tacque. E nel silenzio disse una cosa che Elena non si aspettava:
— Hai sempre contato le cose, Elena. Fin da bambina. Come quando contavi i passi di papà dal letto alla porta.
Elena smise di respirare. Non perché la frase fosse crudele — lo era — ma perché era vera, e perché Sandra ricordava, Sandra aveva visto la bambina in piedi nel corridoio che contava i passi dell'uomo che usciva, sette passi, sempre sette.
— Non è la stessa cosa — disse Elena. Ma la voce le uscì bassa, incerta.
— Io dico solo che forse — disse Sandra, e il forse era un cuscino che le premeva sulla faccia — forse dovresti uscire di più. Vedere gente. Non stare sempre alla finestra a guardare il palazzo di fronte.
— Il treppiede è reale, Sandra.
— Il treppiede è un treppiede. Magari è qualcuno che fa foto. Magari è niente.
— Il Post-it non è niente.
— Il Post-it è un Post-it.
Elena chiuse la chiamata. Non salutò. Sandra non salutò.
Andò alla finestra. Il treppiede era lì. Tre dita di tapparella. La luce del pomeriggio che entrava di taglio e faceva brillare la polvere.
Pensò: da quanto tempo è lì.
Pensò: da prima della tazza.
Pensò: da prima di tutto.
Giuditta miagolò. Elena la prese in braccio. La gatta pesava quattro chili e settecento grammi ed era calda e viva e presente, e presente è la parola che Elena cercava da quarantadue anni, la parola che stava dietro a tutti i conteggi e le serrature: presente. Le cose presenti sono le cose che non se ne vanno.
E poi andò in bagno. Aprì il cassetto.
Il rasoio era lì. Sempre lì. Ma per la prima volta Elena non si limitò a guardarlo. Lo prese. Lo tenne in mano. Sentì il peso — leggero, quasi niente, il peso di un oggetto che non vale niente e che vale tutto.
Pensò: se qualcuno entra e lo prende, cosa mi resta.
Rimise il rasoio nel cassetto. Chiuse. Andò in salotto. Guardò la tapparella di fronte. Le tre dita. Il treppiede.
Pensò: ti vedo.
Pensò: so che ci sei.
Pensò: adesso siamo in due a contare.

Andrea Tamburelli

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