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Autore: Krizia Maloberti
Corona delle Ombre
Fantasy
Lettori 20
Corona delle Ombre

Il sigillo.

Ventiquattro anni prima.
Il silenzio non era un'assenza di suono a Umbraeth, la capitale nera del nord-ovest. Era una sostanza malleabile, densa e fredda come la nebbia permanente che strisciava senza sosta tra i picchi vulcanici spenti del reame di Nocthyr. Un velo perenne che soffocava le grida dei vivi e nascondeva i segreti dei morti.
Nelle profondità più recondite del Santuario d'Ebano, protetto da mura di pietra millenaria che non avevano mai visto la luce del sole, Re Malachar Noctis attendeva. Il suo volto, segnato dalle rughe profonde di chi governa un popolo attraverso la strategia, la discrezione e l'ombra, era tagliato a metà dal riverbero innaturale che scaturiva dal cuore del tempio. Davanti a lui, sospesa su un piedistallo di ossidiana pura che sembrava inghiottire ogni parvenza di chiarore, galleggiava la Corona delle Ombre.
Il manufatto era uno spettacolo di spaventosa e ancestrale bellezza. Una tiara di metallo scuro, forgiata quattordici secoli prima dai Sette Fondatori, le cui punte affilate si protendevano verso l'alto, fondendosi e confondendosi direttamente con l'oscurità circostante. Da essa emanava un'aura pulsante di un viola scuro e cupo; l''energia si estendeva nell'aria in viticci liquidi, pesanti, prima di adagiarsi sul pavimento e svanire tra le fessure della roccia. Era il fulcro del potere del regno. Il sacro sigillo che immagazzinava la magia e garantiva la stabilità del popolo.
Quella notte, però, la stabilità era un'illusione destinata a infrangersi.
Malachar si avvicinò lentamente, i passi attutiti che risuonavano appena nella vastità della sala. Le sue mani erano protette da lunghi guanti cerimoniali, ma non ne aveva bisogno per sentire il richiamo. Essendo uno dei rari Portatori del Dono della Corona, avvertiva il flusso magico scorrergli nelle vene come sangue gelato, un battito sincrono con il cuore della tiara. Ma ciò che i suoi occhi intercettarono sulla superficie liscia e apparentemente indistruttibile del manufatto gli fece arrestare il respiro.
Una linea. Sottilissima, quasi invisibile a un occhio non addestrato, di un bianco abbacinante che feriva la vista.
Una crepa.
Il re trattenne il fiato, mentre un tremito sordo e profondo scosse le fondamenta stesse del Santuario d'Ebano, propagandosi fin sotto le suole dei suoi stivali.
D'un tratto, l'aura viola della Corona si contrasse bruscamente, come un muscolo ferito, virando verso un nero assoluto, privo di qualsiasi riflesso o sfumatura. I viticci d'ombra liquidi che prima fluttuavano placidi si irrigidirono all'istante, raddrizzandosi come aculei acuminati pronti a trafiggere la carne. Malachar fece un passo indietro, il cuore che mancò un battito mentre la mano correva d'istinto all'impugnatura d'argento della sua spada.
Poi, la voce parlò.
Non fu un suono che si propagò nell'aria del santuario, né un sussurro che fece eco contro le pareti di pietra. Fu un artiglio affilato che graffiò direttamente l'interno del suo cranio, penetrando attraverso i pensieri. Era una voce antica, formata dal riverbero di mille sussurri distorti e sovrapposti, un coro di anime che marcivano nell'ombra. Era fredda, satura di un'intensità emotiva aberrante, una vibrazione opprimente fatta di un rancore viscerale e di una brama repressa per secoli.
«Il tempo stringe, Malachar...»
Il sovrano crollò in ginocchio sulla pietra dura, premendosi le mani contro le tempie nel tentativo disperato di scacciare quell'intrusione. Un dolore lancinante, simile a un ago incandescente, gli travisò gli occhi. Intorno a lui, la magia delle ombre impazzì: l'oscurità si sollevò dalle pareti come un mare in tempesta, oscurando anche il piedistallo di ossidiana.
«Le fondamenta tremano. Le sette serrature cedono al peso del vostro orgoglio» riprese la voce, espandendosi nella sua mente fino a rendergli impossibile respirare. «Ogni volta che i tuoi simili attingono al mio potere, ogni volta che osate invocare il Dono, limate le sbarre della mia gabbia. Io sento ogni vostra ambizione, ogni vostra misera paura... perché sono io ad averle nutrite.»
«Cosa... cosa sei?» rantolò Malachar, mentre un rivolo di sangue scuro e denso iniziava a colargli da una narice, macchiando il pavimento. La sua mente vacillava, logorata dalla pressione di quella presenza innaturale.
Sapeva, per via dei frammenti di verità custoditi gelosamente dai primi Custodi, che la Corona era legata a un patto millenario. Ma la popolazione – e la quasi totalità dei nobili – ignorava la verità più spaventosa: che quel manufatto divino non era una fonte di magia pura, ma la chiave di una prigione. E dentro quella prigione non riposava una divinità benevola, ma un mostro. Un'entità primordiale.
La voce rise. Fu un suono liquido, distorto, informe, che evocò nella mente del re visioni d'incubo: un'ombra colossale capace di divorare le stelle dal cielo.
«Io sono ciò che avete scelto di dimenticare per non impazzire. Sono il debito che non potete estinguere. E proprio ora, nel ventre caldo della tua regina, il mio sangue reclama il suo vessillo. Il frammento ha trovato la sua culla.»
La Corona delle Ombre rilasciò un'ultima, violenta pulsazione viola, così accecante e carica di energia distruttiva da costringere il re a schermarsi il volto con le braccia.
Quando l'eco di quella forza si diradò, la stanza ripiombò nel suo silenzio innaturale e compatto. La tiara tornò a galleggiare placidamente sopra l'ossidiana, immobile, come se nulla fosse accaduto. La crepa bianca era scomparsa, riassorbita dal metallo scuro, ma l'aria attorno al piedistallo rimase gelida, impregnata di una minaccia latente che faceva fermare il respiro.
Un rumore di passi concitati, veloci e irregolari, ruppe finalmente la quiete del corridoio esterno. La monumentale porta di pietra del santuario si aprì con un gemito pesante, grattando sul pavimento.
Un vecchio Custode della Corona apparve sulla soglia. Aveva il volto ridotto a una maschera di pallore e il respiro affannoso di chi ha corso senza sosta. Non osò guardare la tiara sospesa; i suoi occhi cercarono immediatamente, con disperazione, quelli del proprio re.
«Maestà...» disse l'uomo, la voce che tremava, incrinata da un'emozione che oscillava pericolosamente tra il miracolo e il terrore. «La regina. Ha partorito. È un maschio.»
Re Malachar si rialzò a fatica, puntando le mani sulle ginocchia. Con il dorso del guanto cerimoniale si ripulì brutalmente il sangue dal viso, sebbene il suo cuore battesse ancora a un ritmo forsennato, doloroso. Senza pronunciare una sola parola, superò il guardiano con passo rigido e camminò a grandi falcate attraverso i corridoi di pietra nera del palazzo, ignorando gli inchini dei servitori, fino a raggiungere gli appartamenti reali.
L'atmosfera all'interno della camera da letto era densa, satura del fumo pungente di erbe medicinali e dei sussurri spaventati delle levatrici. La regina giaceva sul letto matrimoniale, sfinita, i capelli imperlati di sudore e il volto completamente privo di colore. Tra le braccia della levatrice capo, un neonato avvolto in fasce di pesante seta scura emise il suo primo, debole vagito. Un suono piccolo, ma che per Malachar ebbe l'impatto di un tuono.
Il re si avvicinò e, con mani tese e rigide, prese il bambino tra le braccia. In quel preciso istante, il piccolo aprì gli occhi.
Malachar sussultò, un brivido freddo che gli partì dalla spina dorsale, quasi rischiando di perdere la presa sul neonato. Gli occhi del bambino non erano del colore scuro e comune alla stirpe dei Noctis. Erano di un viola profondo, magnetico, vivido ed enigmatico, identico alla tonalità più pura dell'energia che scaturiva dalla Corona delle Ombre.
Ma non era l'unica anomalia. Attorno alle minuscole dita del neonato, le ombre che popolavano gli angoli della stanza sembravano allungarsi da sole, staccandosi dalle pareti per protendersi verso di lui. Scivolavano sulle lenzuola, accarezzandogli la pelle chiara con delicatezza, muovendosi come se avessero finalmente riconosciuto il proprio padrone.
Il frammento era dentro di lui. La voce non aveva mentito.
Malachar fissò il proprio primogenito con il fiato corto, stringendolo al petto con una consapevolezza spietata: il destino del continente di Elyndra era appena cambiato per sempre. La prigione millenaria aveva appena generato la sua chiave vivente.
«Il suo nome sarà Kael» sussurrò il re alla stanza vuota, mentre un brivido di puro, incontrol...

Krizia Maloberti

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