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Il Regista non ama il termine «omicidio». L'omicidio è caos. È gesto. È rabbia che schiuma e spruzza. Il Regista non schiuma. Il Regista programma. Misura. Ricalibra. Per questo il termine corretto è «rilascio». O, se preferisce il lessico clinico che tanto piace a suo fratello: «procedura di liberazione cutanea». Il Regista ha un lessico. Il lessico è la cosa che lo lega a Giulio, l'unica cosa, il lessico clinico che si passano come una malattia di famiglia, le stesse parole, le stesse sillabe, gli stessi tagli. Elena Rosati è sul tavolo. Il tavolo è di acciaio inox, inclinato di quindici gradi, testa in basso, perché il sangue deve fluire via dal campo operatorio, non ristagnare. Ristagnare è errore. Ristagnare è spreco. Il sangue che ristagna offusca i margini di sezione, e i margini di sezione devono essere nitidi, devono essere belli, devono essere leggibili come una frase scritta bene. Il Regista ha scelto il magazzino perché i magazzini sono onesti. I magazzini non fingono di essere ciò che non sono. Le case fingono. Gli studi fingono. I magazzini no. I magazzini sono scatole di cemento e ferro, e dentro ci si può fare qualsiasi cosa, perché il cemento non giudica e il ferro non ricorda. Lei è sveglia. Il Regista vuole che siano svegli. L'anestesia è per i vigliacchi. L'anestesia è la bugia chimica che permette di non sentire la verità. E la verità, se non la senti, non ti libera. L'ha immobilizzata con cinghie di cuoio ai polsi, alle caviglie, alla fronte. Cinghie da manicomio, trovate in un mercatino dell'usato, morbide per non lasciare ecchimosi che deturperebbero il quadro. Perché il quadro è importante. Il quadro è tutto. Il quadro è l'unica cosa che resterà quando il sangue si sarà seccato e il corpo sarà portato via. «Buonasera, Elena», dice il Regista. La sua voce è roca, bassa, una voce che viene dal fondo di un pozzo, una voce che ha passato troppo tempo al chiuso, una voce che non ha preso sole. «Stasera le togliamo il parassita.» Lei cerca di parlare. Ha un bavaglio di garza tra i denti, perché le urla rovinerebbero la concentrazione, e la concentrazione è la mano ferma, e la mano ferma è il taglio pulito.Il Regista prende il bisturi. È un n.10, lama piatta, curva all'estremità, la più versatile. Quella che si usa per le incisioni lunghe sulla pelle. La tiene come si tiene una penna, non come si tiene un coltello, perché il bisturi non è un'arma, è uno strumento di scrittura. Scrive sulla carne. E il Regista sa scrivere. Ha imparato dal fratello. Ha imparato dai libri. Ha imparato dalle bobine. Inizia dal braccio sinistro. Dal polso. Appena sotto le cinghie. La prima incisione è circolare. Intorno al polso, una corona perfetta che separa la cute dal dorso della mano. Il bisturi scivola come un pattino sul ghiaccio. La pelle si apre in due labbra rosse e il sottocute emerge, giallastro, grasso, gonfio di piccoli vasi sanguigni che sprizzano come fontane in miniatura. Il Regista li ignora. Non sono loro il bersaglio. Lui cerca il piano giusto, quello scollabile, quello dove la pelle si stacca dal muscolo come la buccia di un frutto maturo. «Lo sente, Elena?» dice, mentre introduce le punte delle forbici da dissezione nello scollamento. «Lo sente che si muove?» Lei urla. L'urlo passa attraverso la garza ed esce come un suono lungo, sordo, il suono di una bestia in un pozzo. Il Regista procede. Avanza dal polso verso il gomito. La pelle si solleva in un lembo che lui ribalta come la manica di una camicia. Sotto, il muscolo dell'avambraccio — flessore radiale del carpo, palmare lungo, flessore ulnare del carpo — è rosso scuro, bagnato, e si contrae a ogni urlo. Si contrae perché l'urlo è un comando nervoso, e i muscoli obbediscono anche quando la mente vorrebbe morire. «Bellissimo», sussurra il Regista. «Vede? Anche il suo corpo sa. Anche il suo corpo vuole uscire. Il parassita lo sente. Lo sente che lo stiamo raggiungendo.» L'odore. L'odore è la cosa che il Regista nota sempre. L'odore della carne aperta è un odore di ferro e di rame, un odore di moneta tenuta in pugno troppo a lungo, un odore di terra bagnata. Il sangue sa di metallo. Il muscolo sa di umido. La fascia sa di cuoio. Tutto l'odore della verità che esce. Il braccio è scorticato fino alla spalla. La pelle pende come una bandiera bagnata, appesa al moncone di tessuto che lui ha lasciato intatto appositamente, perché serve il punto di ancoraggio, serve la tensione, per poter tirare e scollare senza strappare. Strappare è caos. Scollare è arte.Passa al braccio destro. Stessa procedura. Stessa precisione. Il bisturi n.10 disegna la corona intorno al polso, le forbici da dissezione scollano, la pelle si srotola. Ora Elena ha due braccia rosse, due colonne di carne viva che brillano sotto la luce fredda della lampada scialitica. Sembrano due candele. Due candele di muscolo e fascia e vasi che gocciolano. Le gambe. Il Regista inizia dalle caviglie. La corona intorno al malleolo, il colpo di forbice, lo scollamento. La pelle della gamba è più spessa, più resistente, aderisce alla fascia profonda con più tenacia, e il Regista deve usare più forza. La mano destra tira, la sinistra regge il bisturi che seziona i piccoli ponti fibrosi, uno a uno, con la pazienza di un orafo che libera un gioiello dall'incastonatura. «Il parassita è qui, Elena. Lo sente ora? È qui sotto. Lo stiamo raggiungendo.» Lei ha smesso di urlare. Ha smesso perché lo shock ha cominciato a fare il suo lavoro. Lo shock ipovolemico. Il volume di sangue che sta lasciando il suo corpo è già oltre il venti per cento, e il cervello, quel bravo cervello mammifero, ha deciso di risparmiare energia, di chiudere le porte, di mandare tutto il sangue ai visceri, agli organi vitali, e di spegnere il dolore come si spegne una luce in una stanza che non si usa più. Gli occhi di Elena sono aperti. Fissi. Fissano il soffitto. Fissano la lampada. La lampada è un occhio di luce fredda che la guarda come Maseri la guardava, con quella stessa attenzione da entomologo. Il torace. Il Regista fa un'incisione longitudinale, dal collo al pube, lungo la linea alba. Una linea retta, perfetta, che divide il corpo in due metà speculari. Poi le incisioni trasversali: sopra il seno, sotto il seno, all'altezza dell'ombelico. Una griglia. Il torace diventa una mappa, e la pelle si solleva in quattro lembi che lui ribalta come le pagine di un libro. Sotto, la gabbia toracica. Le costole che si alzano e si abbassano con un respiro sempre più debole. L'addome che pulsa, morbido, con i movimenti peristaltici dell'intestino che è l'ultima cosa a fermarsi, sempre, perché l'intestino è testardo, l'intestino non molla, continua a contrarsi anche quando tutto il resto ha già detto basta. Il Regista arretra. Guarda l'opera.Elena è sul tavolo, rossa, cruda, senza pelle. Due braccia scorticate. Due gambe scorticate. Un torace aperto a finestre. Un viso che lui ha lasciato intatto. Il viso no, il viso non si tocca. Il viso è l'identità, e l'identità deve restare, perché chi troverà il corpo deve sapere chi era, deve poterla riconoscere, deve poterla nominare. Il nome è importante. Il nome è la firma sull'opera. Prende il cartellino. È un cartellino clinico, di quelli che si pinzano ai camici, bianco, con la grafia del Regista: Elena Rosati — Diagnosi: dermatillomania severa con componente auto-fagica. Procedura: exeresi cutanea totale. Esito: Curata. La pinza è una pinzatrice chirurgica, di quelle che si usano per chiudere le ferite. Pinza il cartellino alla spalla destra. Il metallo entra nella carne viva con un piccolo rumore secco, clack, e il cartellino resta lì, piantato, oscillante, come una bandierina su un green. «Curata», dice il Regista. «Finalmente curata.» Elena non sente. Elena è già andata. Il cuore ha fatto gli ultimi due battiti — uno svuotato, uno nullo — e poi si è fermato come un orologio scarico. Il volume di sangue perso è oltre il quaranta per cento. Lo shock ipovolemico ha fatto quello che fa sempre: ha spento tutto, nell'ordine, dal meno vitale al più vitale, e alla fine ha spento il cuore. Il Regista spegne la lampada scialitica. Si pulisce le mani. Si pulisce con cura, con la stessa cura che mette in tutto, perché le mani sono lo strumento, e lo strumento va conservato. Nel buio, il corpo di Elena è una sagoma scura in un lago di siero e sangue. Il siero è giallastro, traslucido, e galleggia sopra il sangue come olio sull'acqua. Il sangue è nero, denso, e ha riempito il canale di scolo del tavolo fino a traboccare sul pavimento, formando una pozza che lambisce le ruote della sedia a rotelle del Regista. Il Regista si allontana. La sedia a rotelle scivola sul pavimento umido con un suono di gomma sull'acqua. Nel corridoio, l'eco è l'unica cosa che resta. «Curata», ripete il buio. E il buio non risponde, perché il buio non ha bisogno di rispondere. Il buio sa.
Andrea Tamburelli
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