Writer Officina - Biblioteca

Autore: Belinda Blanchett
Espresso
Romance
Lettori 206
Espresso

Il croissant spezzato.

Bianca.

La prima persona a entrare nella mia pasticceria non comprò niente.
Fotografò la vetrina.
Fece un passo indietro, inclinò il telefono per includere l'insegna nell'inquadratura e rimase lì abbastanza a lungo da costringere gli altri passanti ad aggirarla. Poi controllò il risultato, applicò qualcosa con il pollice e se ne andò.
Non aveva assaggiato un dolce. Non aveva letto il menu. Probabilmente non sapeva nemmeno come si chiamasse il locale.
Eppure, da qualche parte, la mia inaugurazione era già cominciata.
Alle otto e cinque arrivarono i primi clienti veri. Alle otto e dodici tutti i tavolini risultavano occupati. Alle otto e venti una ragazza mi domandò se potesse fotografarmi mentre glassavo i croissant. Non se potesse fotografare i croissant: proprio me, nell'atto di completarli.
Acconsentii.
Avevo aperto una pasticceria, ma a quanto pareva possedevo anche una mano destra fotogenica.
«Più lentamente», mi suggerì.
Rallentai il movimento della sac à poche, cercando di non pensare che la crema, a differenza dei contenuti digitali, risentisse della temperatura e non avesse alcuna intenzione di aspettare l'inquadratura migliore.
La ragazza riguardò il video.
«Bellissimo.»
Non disse buono.
Me ne accorsi, anche se finsi di no.
Il croissant dell'inaugurazione occupava il centro della vetrina. Avevo deciso di chiamarlo L'Italiano, nome che in Francia poteva indicare qualunque cosa contenesse pistacchio, caffè o una quantità di sicurezza maggiore del necessario.
La sfoglia era al cacao. All'interno avevo inserito una crema al caffè, arancia e cioccolato fondente; sulla superficie, una glassa sottile attraversata da una linea dorata. Non oro vero, naturalmente. Avevo ancora un prestito da restituire e nessun desiderio di trasformare la digestione dei clienti in un investimento finanziario.
Ci avevo lavorato per settimane.
La prima versione era stata troppo dolce. La seconda aveva il sapore di una colazione preparata da qualcuno arrabbiato con il mondo. La terza era risultata perfetta e, proprio per questo, completamente dimenticabile.
Avevo continuato fino a ottenere un croissant che, almeno in fotografia, sembrava avere qualcosa da dire.
Parigi mi aveva insegnato presto che l'aspetto non era la parte meno importante del gusto. Prima ancora di portare qualcosa alla bocca, le persone volevano sapere se meritasse di essere mostrato agli altri. Io avevo deciso di non offendermi. Se una fotografia poteva convincere un cliente a entrare, avrei costruito una vetrina abbastanza bella da fermare un'intera strada.
La bellezza non era una colpa.
Al massimo, era una spesa da inserire nel bilancio.
«Esposito.»
Riconobbi Adrien senza bisogno di alzare la testa.
Soltanto lui riusciva a pronunciare il mio cognome come se stesse leggendo l'etichetta di un alimento scaduto.
«Laurent.»
Era fermo dall'altra parte del banco con le braccia incrociate. Indossava il grembiule grigio della sua boulangerie e una camicia bianca arrotolata fino ai gomiti. Aveva una striscia di farina sull'avambraccio, particolare che su qualunque altro uomo sarebbe sembrato trascurato e su di lui assomigliava a una certificazione professionale.
La sua boulangerie si trovava di fronte alla mia.
Adrien preparava croissant tradizionali, baguette tradizionali e probabilmente anche pensieri tradizionali, tutti disposti con la stessa precisione.
«Sei venuto a inaugurare?» gli domandai.
«Il locale è già aperto.»
«Era un modo elegante per chiederti se fossi venuto a farmi gli auguri.»
«Allora no.»
«Temevo di dovermi preoccupare.»
Adrien spostò l'attenzione verso la vetrina. Non guardò le tartellette né i piccoli bignè che avevo decorato uno alla volta fino alle tre del mattino. I suoi occhi andarono direttamente all'alzata centrale.
«Quello sarebbe un croissant?»
Seguii il suo sguardo.
«Quello è il croissant.»
«Ha una glassa.»
«Complimenti. La vista funziona.»
«E una decorazione dorata.»
«Anche la capacità di distinguere i colori.»
«La sfoglia è al cacao.»
«Vedo che questa mattina hai deciso di affrontare un'intera frase.»
Adrien non rise. Io sì, perché qualcuno doveva pur mostrare una forma di umanità.
Una cliente al banco si voltò verso di lui. Poi guardò me. Aveva riconosciuto il principio di un litigio e, come accade quasi sempre, ne fu immediatamente interessata.
Adrien indicò il croissant.
«Quanto costa?»
«Sei euro e cinquanta.»
La sua espressione cambiò appena, ma abbastanza da farmi capire che avevo appena insultato almeno tre generazioni della sua famiglia.
«Per un croissant.»
«Per il mio croissant.»
«Il burro ha cambiato quotazione questa mattina?»
«No. Il mio lavoro sì.»
La risposta gli fece serrare la mascella. Io la sentii depositarsi tra noi insieme a tutto ciò che non avevamo ancora avuto il tempo di detestare apertamente.
Adrien credeva nella disciplina della materia. Burro, farina, acqua, lievito: ogni ingrediente doveva compiere il proprio dovere senza tentare di diventare celebre. Il risultato non aveva bisogno di stupire, secondo lui. Doveva essere giusto.
Io, invece, avevo trascorso mesi a imparare che un prodotto giusto non bastava a pagare un affitto sbagliato.
«Ne vuoi assaggiare uno?» domandai.
«Non è necessario.»
«Quindi sei entrato soltanto per conoscere il prezzo e indignarti gratuitamente.»
«Sono entrato perché da stamattina almeno quindici persone hanno fotografato la tua vetrina dal marciapiede davanti al mio locale.»
«Mi dispiace. Vuoi che chieda loro di oscurare la tua insegna?»
«Hai trasformato una preparazione francese in un contenuto per i social.»
Il rumore della sala sembrò abbassarsi.
Non completamente. Le tazze continuarono a toccare i piattini, la macchina del caffè liberò un soffio di vapore, qualcuno trascinò una sedia sul pavimento. Eppure avvertii l'attenzione dei clienti spostarsi verso di noi.
Una ragazza sollevò il telefono.
Naturalmente.
«Temo che la tradizione sopravvivrà», risposi. «È riuscita a resistere persino all'invenzione del cioccolato.»
«Non è il cioccolato il problema.»
«È l'arancia? So che avete avuto rapporti complicati anche con altri paesi.»
Adrien si sporse appena verso il banco.
«Il problema è che hai costruito tutto perché venga guardato. Il colore delle pareti, l'alzata, il nome italiano, la glassa. Persino il punto in cui la crema dovrebbe uscire quando qualcuno spezza il croissant.»
Lo fissai.
Quell'ultima osservazione mi raggiunse nel punto esatto in cui non desideravo essere toccata.
Avevo davvero calcolato la consistenza della crema affinché comparisse bene al primo taglio. Non perché volessi ingannare qualcuno, ma perché conoscevo la velocità con cui le persone decidevano se desiderare una cosa. Prima la vedevano. Poi, forse, la assaggiavano.
«Si chiama presentazione.»
«Si chiama spettacolo.»
«Evidentemente funziona. Sei qui.»
Adrien abbassò lo sguardo sul dolce. «Un croissant dovrebbe convincere quando chiudi gli occhi.»
«E una pasticceria dovrebbe restare aperta anche quando li riapri e arrivano le bollette.»
«Per questo hai usato la margarina?»
La domanda fece più male dell'accusa precedente.
Non perché avesse scoperto un segreto. La margarina compariva nell'elenco degli ingredienti, stampato accanto al banco. Non avevo cercato di nasconderla.
Ma Adrien non aveva pronunciato il nome di un grasso alimentare. Aveva pronunciato quello che pensava di me.
Una sostituzione.
Qualcosa costruito per assomigliare a un originale più costoso.
«Ne ho usata una parte nell'impasto», risposi. «Mi permette di contenere i costi.»
«Il burro dà sapore.»
«Il burro costa.»
«Allora aumenti il prezzo.»
«È già a sei euro e cinquanta. Hai appena rischiato un collasso.»
Qualcuno rise. Adrien non distolse gli occhi dai miei.
«Puoi decorarlo quanto vuoi. Se elimini ciò che gli dà identità, rimane soltanto una forma riuscita.»
Avrei voluto rispondergli subito.
Di solito ero brava a farlo. Le parole mi arrivavano prima ancora che potessi stabilire se fossero intelligenti, necessarie o soltanto abbastanza affilate da impedire agli altri di avvicinarsi.
Quella volta non arrivò niente.
Guardai il mio croissant.
La superficie scura rifletteva le lampade calde. La linea dorata lo attraversava senza un'imperfezione. La glassa possedeva la consistenza esatta che avevo cercato e la crema sarebbe comparsa nel punto previsto.
Era bello.
Lo avevo reso bello con una precisione quasi violenta.
Avevo scelto i colori della pasticceria pensando a come sarebbero apparsi sullo schermo di un telefono. Avevo ordinato tazze con il logo orientato verso l'esterno. Avevo fatto rifare l'insegna perché la prima versione non si leggeva bene nelle fotografie serali. Avevo investito più denaro di quanto possedessi nel tentativo di dimostrare che una ragazza italiana potesse aprire qualcosa di proprio a Parigi e renderlo desiderabile.
Quella mattina avrebbe dovuto essere la risposta a ogni dubbio.
Avevo immaginato che, una volta aperta la porta, avrei avvertito finalmente la sensazione di essere arrivata da qualche parte.
Invece continuavo a sentirmi come il giorno precedente, soltanto con più persone intorno e meno denaro sul conto.
Forse era questo che Adrien aveva riconosciuto.
Non una frode. Peggio: un'esitazione.
Presi un croissant dall'alzata.
«Che cosa fai?» domandò.
«Ti concedo l'esperienza completa.»
Lo tenni davanti a me. Alcuni clienti si avvicinarono al bancone, attratti dal gesto. Il telefono della ragazza continuava a riprenderci.
Per qualche secondo guardai ciò che avevo preparato e vidi tutte le decisioni prese per prudenza: meno caffè, perché avrebbe potuto risultare amaro; meno arancia, perché qualcuno avrebbe potuto trovarla invadente; una parte di margarina, perché il burro avrebbe ridotto il margine; una glassa brillante, perché la superficie opaca non aveva funzionato bene nei video.
Non avevo creato un croissant cattivo.
Avevo creato un croissant incapace di scontentare.
Lo spezzai.
La sfoglia cedette tra le dita con un suono più secco di quanto mi aspettassi. Alcune briciole caddero sul banco. La crema comparve al centro, immobile e composta, come se persino in quel momento sapesse di essere osservata.
Assaggiai una metà.
Il sapore era corretto. Caffè, cioccolato, un'ombra di arancia. Nessun elemento prevaleva sugli altri. Tutto aveva una propria collocazione e niente pretendeva di essere ricordato.
Masticai lentamente.
«Allora?» chiese Adrien.
Appoggiai le due metà sul marmo.
«Manca di personalità.»
La cliente più vicina abbassò la tazza. Adrien mi fissò come se non fosse sicuro di aver sentito bene.
«È la creazione con cui hai inaugurato il locale.»
«Lo so.»
«Hai appena detto davanti ai clienti che manca di personalità.»
«Preferivi che aspettassi la chiusura per essere onesta?»
«Preferirei capire se stai facendo un'altra scena per i social.»
Il telefono puntato verso di noi rese la domanda legittima.
Guardai la ragazza che stava registrando.
«Puoi spegnerlo, per favore?»
Lei esitò, sorpresa. Poi abbassò il telefono.
Il gesto produsse un silenzio diverso. Senza una telecamera, ciò che stavo per fare non avrebbe avuto una seconda vita. Nessun montaggio, nessuna musica, nessuna frase sovrapposta all'immagine. Sarebbe rimasto soltanto lì, davanti alle persone presenti.
Presi l'alzata e la spostai dietro il banco.
La mia collaboratrice mi guardò con gli occhi spalancati.
«Bianca, ce ne sono quasi cento.»
«Lo so.»
«Sono quelli dell'inaugurazione.»
«Lo so anche questo.»
«E cosa vendiamo?»
Osservai i clienti. Alcuni sembravano contrariati, altri divertiti. Una donna teneva già in mano il portafoglio. Avrei potuto lasciare tutto dov'era. Il croissant era buono. Nessuno, senza Adrien, avrebbe avuto ragione di lamentarsi.
Era proprio questo il problema.
«Vendiamo il resto», dissi. «Questi li rifaccio.»
Adrien seguì l'alzata con lo sguardo. «Non puoi rifare una sfoglia in mezz'ora.»
«Non ho detto che ci metterò mezz'ora.»
«Oggi è l'inaugurazione.»
«Me n'ero accorta dai palloncini.»
«Perderai clienti.»
«Può darsi.»
Ritirarli significava ammettere un errore nel giorno in cui avrei dovuto sembrare più sicura.
Ma continuare a venderli avrebbe significato qualcosa di peggiore: lasciare che la prima cosa davvero mia portasse il sapore di tutte le volte in cui avevo ridotto me stessa per risultare accettabile.
Adrien prese una delle due metà rimaste sul banco.
«Non ti ho detto di buttarli.»
«No. Ti sei limitato a insultarli davanti a tutti.»
«Ho detto che hai tolto ciò che serviva.»
«Il burro non è una religione.»
«In un croissant, quasi.»
Lo osservai mentre assaggiava. La severità del suo viso non cambiò, ma il modo in cui esaminò la sfoglia mi fece capire che, per la prima volta, non stava cercando di dimostrare di avere ragione.
«La crema è troppo timida», disse.
«Lo so.»
«Il caffè scompare.»
«Lo so.»
«L'arancia arriva alla fine, ma sembra capitata lì per errore.»
«Adrien, se continui così potrei usare te al posto del lievito. Hai abbastanza presunzione da far crescere qualunque cosa.»
Qualcuno rise.
Questa volta anche lui lasciò apparire un sorriso. Breve, laterale, quasi contrariato dalla propria esistenza.
Adrien guardò le due metà separate. «Allora cosa vuoi che sia?»
Abbassai gli occhi sulle briciole sparse tra noi. La mattina in cui avevo pensato di dimostrare a Parigi quanto valessi, il primo gesto davvero personale che avevo compiuto era stato distruggere il prodotto sul quale avevo costruito l'inaugurazione.
Forse un traguardo non serviva a certificare che fossi arrivata. Serviva a rendere visibile la distanza tra il punto raggiunto e quello in cui credevo di trovarmi.
«Voglio che qualcuno possa odiarlo», risposi.
Adrien sollevò un sopracciglio.
«È questa la tua strategia commerciale?»
«Se nessuno può odiarlo, probabilmente non c'è abbastanza dentro da poterlo amare.»
Per qualche istante non disse niente.
Poi raccolse una briciola dal bancone e la assaggiò.
«Fuori dal mio laboratorio.»
Adrien si voltò verso la porta, ma prima di uscire guardò ancora una volta l'alzata ritirata.
«Quando sarà pronta la seconda versione?»
«Pensavo che avessi una boulangerie da dirigere.»
«È dall'altra parte della strada. Posso dirigere e giudicarti contemporaneamente.»
«Una qualità rara.»
«Un talento francese.»
Uscì senza salutare.
Dalla vetrina lo vidi attraversare la strada e rientrare nel proprio locale. Soltanto allora mi accorsi che aveva portato con sé la metà del croissant.
La mia collaboratrice si avvicinò.
«Hai appena ritirato cento pezzi perché il proprietario della concorrenza ha criticato la ricetta?»
«No.»
«A me è sembrato esattamente questo.»
Presi la ciotola dell'impasto e mi diressi verso il laboratorio.
«Li ho ritirati perché l'ha fatto prima che riuscissi a farlo io.»

Belinda Blanchett

Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto
Magazine
Articoli
Scrittori si nasce Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Lettori OnLine