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Il rumore che non senti più.
Sono le sette e un quarto di una sera qualunque, e io continuo a guardare la porta. Lo faccio da mesi. Da trecentosessantacinque giorni, per la precisione. Un anno. Un giro completo del sole intorno a chissà cosa. E io ancora mi volto quando entro. Ancora tendo l'orecchio. Ancora aspetto. Il rumore che non c'è più. Quelle unghie sul pavimento. Quel ticchettio ritmico, familiare, che accompagnava ogni mio ritorno come una colonna sonora. Entravo, lasciavo le chiavi, e dopo due secondi sentivo quel tac-tac-tac che si avvicinava. Prima veloce, poi lentissimo quando si fermava a due centimetri da me e iniziava a scodinzolare come una matta. Adesso niente. Solo silenzio. Il silenzio è una bestia strana. Non te lo aspetti. Dici: passerà, mi abituerò. Invece no. Il silenzio ha un peso. Si infila nei punti dove lei dormiva. Nell'angolo del divano rosso. Sulla sua coperta, quella blu che non lavo perché ha ancora il suo odore. Nel punto davanti alla porta-finestra dove prendeva il sole il pomeriggio. E quei peli color miele che odiavo spazzolare via – quelli che finivano dappertutto, sui vestiti, sul divano, sul pane se lo lasciavo sul tavolo – adesso li cerco. Passo la mano sulla stoffa rossa sperando di trovarne ancora qualcuno. Una traccia. Una prova. Niente. Spariti anche loro. Così scrivo. Scrivo perché se metto le parole nero su bianco, forse, in qualche modo, la trattengo ancora un po'. Le do un altro po' di vita. Scrivo perché ho paura di dimenticare. Che il colore dei suoi occhi scuri si confonda con altri occhi, altre storie. Scrivo perché questa è l'unica tomba che posso dedicarle. Io non volevo un cane. Dovete capire questa cosa. Io non volevo un cane. E forse è proprio per questo che devo raccontare questa storia. Perché le cose più importanti della vita arrivano sempre quando non le stai cercando. Quando hai già deciso tutto. Quando hai già tracciato il perimetro della tua esistenza. Poi arriva lei. Quella che non avevi previsto. A me è successo a giugno del 2011. Il motorino che non fu
Giugno 2011. C'è qualcosa di ironico nel fatto che la decisione che ha cambiato la mia vita nei successivi undici anni sia nata dalla paura. Non dall'amore. Non da una predisposizione naturale agli animali, non da un sogno d'infanzia di avere un cane, non da qualche romantica visione della vita con un labrador. Dalla paura. Mia figlia stava per finire la terza media e io mi aspettavo le solite richieste — una festa, un viaggio, qualche capriccio ragionevole. Invece arrivò con quella faccia lì, quella che i genitori imparano a riconoscere presto: aveva già deciso tutto, stava solo aspettando il momento giusto per dirmelo. «Papà. Come premio voglio o il motorino o un cane.» Silenzio. Di quei silenzi in cui stai elaborando qualcosa di più grande di quello che ti aspettavi. Il motorino era la morte su due ruote. Era mia figlia sull'asfalto. Era ambulanze, pronto soccorso, notti insonni. Era quel tipo di angoscia viscerale che i genitori conoscono bene — non quella razionale, quella che si spegne con un ragionamento, ma quella più antica, quella che abita il petto e non ascolta argomenti. Il motorino era no. Era assolutamente no. Era nemmeno ci proviamo. Il cane, invece... Il cane era «solo un cane in casa». Pelo sul divano, passeggiate al mattino presto, ferie da riprogrammare. Una responsabilità. Una complicazione. Ma niente di paragonabile al terrore del motorino. Feci i miei calcoli. Quelli che fanno i padri quando la logica cerca di prendere il controllo su qualcosa che non è mai davvero logico. Motorino: rischio vita. Cane: rischio divano.
«Okay», dissi. «Il cane.»
Non sapevo, in quel momento, che stavo firmando undici anni di vita trasformata. Non sapevo che quella risposta data per esclusione avrebbe prodotto la cosa più inaspettata — non «bella», non «piacevole», non «una buona esperienza». La cosa. Quella che poi ti manca per il resto del tempo. Le cose migliori arrivano sempre un po' di traverso. Le cose che contano non le pianifichi. Ti vengono incontro mentre guardi da un'altra parte, e quando ti giri sono già lì, e non sai ancora cosa fare con tutta quella meraviglia.
C'era Mimmo. Mimmo De Giosa era — è — un ex collega. Ma soprattutto era il tipo di persona rara: quella che quando si appassiona a qualcosa ci entra dentro con tutta se stessa. Presidente della sezione locale dell'ENCI, l'Ente Nazionale della Cinofilia Italiana, conosceva razze, lineaggi, caratteri. Sapeva guardare un cane e leggerne l'anima prima ancora che aprisse la bocca. Non ringrazierò mai abbastanza Mimmo. Non esistono parole abbastanza precise per certi tipi di gratitudine, quindi dico solo questo, esplicitamente, ogni volta che posso: grazie, Mimmo. Grazie di tutto. Lo chiamai e gli spiegai la situazione. Lui rise. «Allora ti serve una razza da famiglia. Pacifica, tollerante, buona con i bambini. Vieni con me a qualche mostra, ti faccio vedere un po' di roba.» Passammo due settimane a girare mostre canine. Io, Ilaria, e Mimmo che faceva da Cicerone. Vedemmo centinaia di cani. Boxer, Pastori Tedeschi, Golden Retriever, Border Collie. Ogni razza aveva i suoi pregi, i suoi difetti. Mimmo spiegava, io annuivo senza capire veramente. Poi, a un certo punto, si avvicinò a un labrador. E capii che avevamo smesso di cercare. Erano in una zona della mostra dedicata ai cani da riporto. Correvano, giocavano, recuperavano palline. Avevano un'energia contagiosa, una gioia di vivere che si vedeva da lontano.
« I Labrador», disse Mimmo, con la soddisfazione tranquilla di chi sa di aver detto la cosa giusta, «Sono cani di famiglia. Pacifici, intelligenti, affettuosi. Perfetti per voi.» Allora non lo capivo ancora. Lo avrei capito dopo. Anno dopo anno, mattina dopo mattina, in tutti quei momenti in cui Astra sarebbe entrata nella stanza e qualcosa nell'aria sarebbe cambiato — in meglio, sempre in meglio — lo avrei capito. Mimmo aveva visto qualcosa che io non vedevo ancora. I grandi cinofili sono un po' così. Vedono il futuro nell'animale presente. Ci disse anche che un suo amico allevatore aveva una cucciolata nuova. Lo contattammo. Ci disse che prima di sessanta giorni non poteva darcelo — il cucciolo doveva restare con la madre, era la legge della natura prima ancora che della cinofilia. Sessanta giorni. Sessanta giorni di attesa, io e Ilaria, a fare una cosa che ancora adesso mi fa sorridere: gli elenchi dei nomi. Lunghi. Lunghissimi elenchi di nomi. Nomi maschili, nomi femminili, nomi italiani, nomi stranieri, nomi mitologici, nomi comuni, nomi inventati. Li scrivevamo, li dicevamo ad alta voce per sentire come suonavano, li scartavamo, ne aggiungevamo altri. Cercavamo qualcosa che piacesse a entrambi — ma soprattutto qualcosa che sentissimo giusto. Che avesse il suono di qualcosa di vero. Non trovammo niente che ci convincesse del tutto. Finalmente arrivo il giorno del ritiro... Chi ti sceglie
Bisogna dirlo subito, perché è la cosa più importante di tutta la storia: Non sei tu che scegli il cane. È il cane che sceglie te. E quella mattina di giugno, io avrei imparato questa lezione nel modo più semplice e diretto possibile — guardando un cucciolo strisciare verso dei croccantini su un pavimento di cemento.
L'allevatore abitava non lontano da noi, alla periferia di Bari. Una di quelle zone dove le case si diradano, i palazzi lasciano spazio a villette con giardino. Arrivammo in macchina una domenica pomeriggio. Ilaria saltellava sul sedile come una molla. Io guidavo con quella calma di chi ancora non sa cosa sta per succedere. Mia moglie Antonella – che nel frattempo era stata coinvolta nella faccenda, anche se all'inizio non era entusiasta – guardava fuori dal finestrino con l'espressione di chi si sta preparando al peggio. Nella cuccia c'erano due cuccioli della stessa cucciolata. Un maschio, manto cioccolato scuro. E lei — color miele caldo, quasi ambra quando ci batteva la luce, come se avesse catturato dentro il pelo i pomeriggi d'autunno — che ancora non aveva nome. Stavano fermi. Immobili, quasi. Mia figlia si girò verso l'allevatore con quella preoccupazione onesta che hanno i bambini: «Papà, ma sono vivi?» L'uomo sorrise. Tirò fuori una manciata di croccantini e li posò sul pavimento, vicino al piede di Ilaria. Non fece altro. Solo aspettò. «Vediamo chi ti sceglie.» Per qualche secondo non successe niente. Poi, con uno sforzo che sembrava sproporzionato per quelle zampette tonde e maldestre — quella specie di lotta goffa contro la gravità che hanno solo i cuccioli e che è tra le cose più tenere che esistano al mondo — lei si mosse. Strisciò più che camminare. Arrivò ai croccantini con quella determinazione cieca che hanno i cuccioli quando sentono l'odore del cibo. O quando sentono qualcos'altro, che forse non ha ancora un nome. Il fratello rimase fermo. Lei no.
«Vede? Non è lei che sceglie il cane. È il cane che sceglie lei.»
Ho pensato moltissime volte a quella frase, in tutti questi anni. Ho pensato a quanto fosse vera — non come metafora, ma come descrizione letterale di quello che stava succedendo. Astra aveva scelto. Aveva scelto mia figlia, aveva scelto noi, aveva scelto quella casa e quella vita e quel divano rosso e quei croccantini e cibo che le avremmo dato di nascosto a tavola. Noi credevamo di scegliere lei. In realtà stavamo solo eseguendo. E l'allevatore ci disse, quasi di passaggio: «Sapete, è già registrata. Si chiama Astra. Ma se volete usare un altro nome, fate pure.» Ilaria si fermò. La guardò. Guardò il cucciolo color miele che stava lì, con quel nome già addosso, come se fosse sempre stato suo. «Astra», disse. E basta. Non aggiunse altro. Non era una decisione — era un riconoscimento. Noi avevamo passato sessanta giorni a fare elenchi di nomi. Lunghi. Lunghissimi elenchi di nomi. Nomi maschili, nomi femminili, nomi italiani, nomi stranieri, nomi mitologici, nomi comuni, nomi inventati. Li scrivevamo, li dicevamo ad alta voce per sentire come suonavano, li scartavamo, ne aggiungevano altri. Cercavamo qualcosa che piacesse a entrambi — ma soprattutto qualcosa che sentissimo giusto. Che avesse il suono di qualcosa di vero. Sessanta giorni. E il nome era già scritto da qualche altra parte. Io, in quel momento, pensai a qualcosa di diverso. Mi venne in mente il latino del liceo — quella frase che avevo imparato anni prima e che non avevo più ricordato fino a quel preciso istante: "Per aspera ad astra" — attraverso le asperità sino alle stelle. Sorrisi. Tra me, senza dirlo a nessuno. E poi pensai a un'altra cosa che dicevano i Latini: nomen omen. Il destino nel nome. Come se il nome portasse già in sé quello che sarà. Se era così — e con il senno di poi sono convinto che fosse così — il destino di Astra era scritto in quelle cinque lettere: radioso, luminoso, fatto di stelle. E tale è stato. Nel tragitto verso casa, Astra stava sul sedile posteriore con mia figlia. Non abbaiava. Non si muoveva troppo. Aveva quegli occhi un po' sbarrati di chi non capisce bene dove si trova ma non ha ancora deciso se fidarsi o no. Era spaurita. Era confusa. Era piccola e indifesa e bellissima. E io — «molto restio», ricordate? Quello che «non vedeva di buon grado un cane in casa» — non riuscivo a smettere di guardarla dallo specchietto retrovisore. Già allora. Già in quei primi minuti. Già stavo perdendo la partita. Pensavo: e adesso che facciamo? Non avevo la minima idea. La notte stessa cominciai a capirlo.
Giovanni Palumbo
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