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Io e Costabile.
Dentro noi adulti vivono e lottano i bambini che siamo stati. I guai iniziano quando a guidarci sono loro.
Passeggio avanti e indietro per la cucina e conto il numero delle pieghe sulla tenda. È un'irresistibile sequenza di concavo e convesso al cui confronto niente mi sembra altrettanto interessante. A che pensavo quando mi sono messa insieme a questo stronzo? Una sola cosa odio più della cattiveria: la banalità. «Bea, tu meriti di più. Sei troppo per me». Le sue parole mi attraversano inconsistenti e si dissolvono prima di cadere al suolo. Di sicuro io non le raccolgo. «Sei ancora in linea?». Il telefono mi restituisce una voce maschia. Per la precisione, di maschio che sta scaricando una donna. E si chiama pure Costabile. In quante sono state mollate da un Costabile? Scommetto che sono la prima. «Certo, mi stai lasciando. Mi è chiaro». Col piede agito la tenda, perché lo pretendo: ora, proprio ora, a una mia azione deve corrispondere una prevedibile reazione. Le onde della tenda più vicine al mio piede danzano ritmiche, sbattendo tra loro, mentre a quelle più lontane tocca un lieve oscillare, come cullate dal vento. «Spero di non averti offesa». “Offesa” mi si inchioda in testa e prende la forma di un'onda anomala. La tenda si increspa, provocando un effetto inaspettato. L'ennesimo uomo mi molla, oltretutto al telefono, mentre io conto le pieghe della tenda e rifletto sulla correttezza di una scelta lessicale. La sua non è la parola corretta. Forse me lo merito di essere silurata, ma a lui non lo dico. Deve sentirsi in colpa. «Non ho bisogno di rivelare ogni mio pensiero». «Scusa?» Ok, non è stata una grande idea dirgli che non devo esprimere ogni mio pensiero. “Offesa”. Che ne posso sapere? Magari da bambino avrà fatto un voto alla Madonna. Magari una volta gli sarà scappata una bestemmia e temendo di aver offeso la Madre di Dio, che per ritorsione da grande l'avrebbe fatto andare in bianco con tutte, le ha promesso di usare la parola “offesa” almeno una volta al giorno, infilandola in discorsi a caso. Ci sta. Sì, però... «Vorrei farti notare che stai mancando di proprietà di linguaggio. Non ti sei mica scordato di invitarmi alla tua festa di compleanno, che mi offendo. Ti sei messo con un'altra mentre stavi con me; non credo sia pertinente parlare di offesa». «Bea, sei pesante fino alla fine». È evidente che non ha fatto il voto alla Madonna. Peccato, l'avrei trovato più interessante. Aggiunge parole scomposte in sillabe; mi giungono slegate portando nient'altro che il loro suono. Smetto di ascoltare. Ogni fibra del mio corpo decide di lavorare al minimo dei giri, e l'udito non mi serve a niente di buono. So che cosa sta succedendo, posso prevedere ogni fase del mio funzionamento quando mi sento mancare la terra sotto i piedi. Accade nel momento in cui tutto è finito, il chiarimento c'è stato, ognuno ha detto all'altro quel che doveva e il telefono si fa muto. La battaglia è persa, la tensione cala e una sferzata di freddo s'impossessa del corpo prima di lasciare il posto al senso di soffocamento. Uno stupido impulso guida le mie mani ad aggrapparsi al collo della maglietta per allargarlo e respirare meglio. Non funziona. Maledetto idiota di Costabile e cretina io che so bene come reagisco quando vengo lasciata. Eppure, ugualmente mi sono andata a mettere con uno come lui, un idiota superficiale che usa parole a caso e non ha neppure la fantasia di fare un voto alla Madonna. L'Idiota. Recupero la coperta in pile di Snoopy, quella riservata alle emergenze, e mi ci nascondo sotto. Con il telefono in una mano e l'ansia in petto, scivolo in qualcosa di somigliante a un sonno che – per quanto ne so – sta durando da un minuto come da due ore. Il trillo di una notifica illumina il telefono come un'astronave. Fisso lo schermo, sorpresa, come in attesa del miracoloso sbarco degli alieni che mi daranno una qualche soddisfazione in questa giornata arida, fosse anche soltanto essere stata scelta, proprio io tra l'umanità intera, per palesarsi al mondo. Fisso la tenda, ora immobile, e ancora non mi decido a scoprire chi mi ha scritto. Certo che sono un'idiota pure io se mi aspetto che gli alieni mi mandino messaggi. O forse, se si pensa a un idiota, l'Idiota rispunta davvero: eccolo, è lui che torna col capo cosparso di cenere. Sicuro, è lui che torna a cercarmi. Ma avrebbe dovuto pensarci prima, avrebbe dovuto capire che... Cazzo: è Melina. «Ci sei domani mattina per un lavoro facile? Dobbiamo prendere le misure di un appartamento in Giambellino e poi mettere giù i disegni». Nessun alieno, nessun lui pentito. Soltanto l'ultima cosa che vorrei adesso: un impegno di lavoro di sabato mattina. Non ce la posso fare; me lo ricorda il respiro affannoso. Il panico ha preso il sopravvento. Con una spinta mi metto a sedere. Conosco a memoria la lezione: imparare a restare nelle situazioni scomode senza pretendere di cambiarle, respirare piano, “starci”, “accettare”, “lasciar passare il momento”. Ecco, io all'esame di meditazione verrei rimandata. Col cavolo che ci sto! Non voglio sentire un minuto di più questo dannato calore che mi incendia i pensieri. Devo trovare un rimedio. Ma certo, perché non ci ho pensato subito? Forse è avanzato qualcosa dall'ultima volta. Le piastrelle fredde sotto i piedi aumentano l'ansia. Apro senza grazia la porta del bagno. Il led dello specchio illumina l'interno dell'armadietto. Che fighi erano i Bluvertigo che ci hanno fatto un pezzo sulle medicine che stanno negli armadietti del bagno; ci sarebbe da amarli anche soltanto per questo. Deo gratias, c'è una confezione di Xanax ancora sigillata. Al diavolo Costabile. L'Idiota.
Lo Xanax e la scatola di legno
«Ho preso i biglietti per l'Expo». «Mela, me lo urli così, da una stanza all'altra?», la raggiungo a ginocchia doloranti per la posizione di poco fa. «È per il Carlo. Ha sentito che ci sarà L'albero della vita e vuole vederlo». Armeggia tra distanziometro laser e metro avvolgibile. Inutile parlarci, voltafaccia che non è altro. Ma quando mai noi abbiamo fatto quello che fanno tutti? Ora si accoda al circo pure lei. Non capisco perché tutti i milanesi siano impazziti per questo enorme mercato. Non abbocco alla scusa del figlio: all'Expo vuole andarci lei. «Come no. Torno di là a finire il lavoro». Speravo in un appartamento più piccolo; invece ci vorrà tutta la mattina per finire il lavoro. Ho segnato sul quaderno l'altezza da terra delle finestre. Ora passo alle totali delle stanze. «Mela, vieni a tenere la bindella?». Stava prendendo le misure nella stanza accanto. Arriva, sul suo viso nessun indizio di fatica. Sorride davanti a me che sto nello sconforto, buttata per terra a contemplare il mio quaderno scarabocchiato. Sorride e scopre la finestrella tra gli incisivi che lei odia e invece io adoro, perché fa tanto Vanessa Paradis. Per forza la gente la odia se la chiama diastema. È chiaro che fa schifo: pare una malattia. Basta chiamarla finestrella, pensare a Vanessa Paradis e passa tutto. Le sfilo il suo blocco e lo sapevo: è in perfetto ordine. Le sue quotature sono minute e chiaramente leggibili, le piante e le sezioni delle stanze proporzionate. Io, invece, ho pasticciato: con le mie quote, sbilenche e troppo grosse rispetto al foglio, ho occupato anche lo spazio su cui avrei dovuto scrivere le misure seguenti. Mi vedo così costretta a cancellare, collegare tra loro con delle note a margine degli elementi che non sono riuscita a inserire vicini come avrei dovuto. «Verrà un gioiellino. L'agenzia conta di venderlo caro», si sbilancia Melina, subito muta, persa con la mente nel calcolo della percentuale che le spetterà. Con lei è così: le sue esternazioni vanno colte al volo prima che si chiuda nel silenzio. «Siamo in Giambellino. Non è mica la Milano modaiola dei nuovi quartieri, non è NoLo o Isola. Davvero pensi che si potrà vendere bene questo appartamento?». Mi guardo meglio intorno. Forse, tirando giù qualche tramezzo, si può eliminare il corridoio da film dell'orrore, che vorrei sapere che avessero in mente gli architetti negli anni Settanta per essere tutti in fissa coi corridoi. Ci dovevano pattinare? Senza queste pareti, si potrebbe ampliare il soggiorno. O, come dicono i colleghi menosi di Melina, il “living”. «Bea, che fai con la bocca a culo di gallina?», mi fredda, insospettabile. Non mi sembrava mi stesse guardando. «Provavo a dire “living” e vedere che effetto fa». Melina torna nell'altra stanza e io raggiungo l'ultima. Che scocciatura, i vecchi proprietari hanno lasciato un armadio per cui prendere le misure su questo lato della stanza è rognoso. Ho bisogno di aiuto. «Mela! Qui c'è un cavolo di armadio!». «Dammi un minuto che arrivo». Mi siedo a terra in attesa. Un minuto, due. «E così realizziamo una casa per ricchi», sussurro alla finestra spalancata sul panorama. Eccolo qua il Giambellino che si intravede a malapena, perché l'appartamento affaccia su un cortile interno. Un abete fa compagnia alla finestra, quasi la sfiora. Io la prenderei subito una casa con un abete a portata di mano. Un minuto, eh, Melina? Non potendo smuovere la situazione, mi concentro sull'armadio. Apro e chiudo un'anta e constato che è legno massello. L'armadio è brutto senza appello, con i pomelli in ottone ossidato. Non so resistere alla curiosità di sentire se i cassetti cigolano. Scommetto di sì. Taaac! Come volevasi dimostrare. Sul fondo di uno dei cassetti giace, dimenticata, una scatola di ebano. Melina ancora non arriva. Qualcuno l'ha chiamata da un cantiere e lei dà istruzioni; deve essere l'impresa. Se continuiamo così, non ce la faremo neppure per pranzo. Accosto il cassetto e cerco di ignorare il nervosismo. Mi risiedo per terra davanti all'armadio, come ad aspettare una sua mossa agli scacchi. Quanto ci mette quella? Mi scappa una manata sul parquet. Allora muovo io, armadio. Riapro il cassetto, prendo la scatola e sollevo il coperchio con lentezza religiosa. Impilate l'una sull'altra, riposano delle lettere. In cerca dell'abete, porto con me la scatola accanto alla finestra e ne estraggo il carteggio ingiallito. È solcato da un'elegante stilografica indaco e svela una grafia di una bellezza desueta. Melina potrebbe arrivare da un momento all'altro. Leggo una lettera a caso, saltando le righe. È parte di una corrispondenza d'amore scritta a guerra appena finita da un giovane ex soldato rientrato al suo paese, e che dopo tanto orrore non desidera che vita. Melina si avvicina. Butto le lettere alla rinfusa nel cassetto e chiudo in fretta le ante dell'armadio. «Eccomi», indice e pollice tendono un'estremità della bindella e tirano in direzione contraria alla mia. «Chi abitava qui?». «Una signora anziana. Cinque metri esatti, segna». «È morta?», scrivo la misura. «Subito tragica, tu. È andata a vivere dalla figlia», Melina si passa il dorso della mano sulla fronte accaldata, «al suo paese di origine». «Mela, se ti puntassero la pistola alla tempia e ti costringessero a scegliere tra Unknown pleasures dei Joy Division e Disintegration dei Cure?» Si appoggia allo stipite, un sopracciglio alzato. Io me ne sto in attesa del verbo, ma lei scuote la testa e se ne va senza proferire parola. Guardo l'orologio: è l'ora dello Xanax.
Daniela Quadrante
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