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Autore: Fiammetta Cotti
Il nero folletto del ponte
Narrativa Medicina
Lettori 4
Il nero folletto del ponte

Era passato qualche tempo dalla radioterapia e dal buio che definiva le mie giornate, cercavo di abituarmi a quella nuova condizione ma l'ansia che avevo cercato di tenere a bada tornò a farsi sentire quando ricevetti i risultati di un altro esame istologico. Il tumore era tornato.
La notizia mi sconvolse, mi colpì come un fulmine anche se ero certa che la battaglia non era ancora finita. Mi sottoposi quindi ad un altro intervento in anestesia totale; un intervento estremamente pesante e radicale. L'asportazione completa della congiuntiva, la parte bianca dell'occhio, la rimozione parziale della cornea e un nuovo trapianto di cellule staminali. Non era solo una questione di operare su un occhio ma di combattere un nemico invisibile che stava cercando di sopraffarmi in ogni modo.
Con questo nuovo intervento chirurgico si tentava di estirparlo per sempre dalla mia vita.
Ebbene, mi sottoposi per l'ennesima volta ad un altro intervento. Centinaia di minuscoli e invisibili punti trattenevano la membrana di cellule staminali, pronte a ricostruire l'intera superficie del mio occhio e a riempire quel vuoto doloroso che era rimasto con l'operazione. Le sentivo lavorare per me, come piccoli soldati coraggiosi, combattendo insieme contro la durezza di quella guerra.
In quei momenti, il mondo esterno sembrava svanire. Ringraziai l'esistenza degli antidolorifici, i miei temporanei alleati, che mi concessero un attimo di respiro dalla tempesta interiore. Fu anche il secondo momento in cui il dolore si manifestò talmente forte da oscurarmi la mente. Un dolore carico di angoscia, che impattò come un'onda travolgente, sottraendomi ogni forza e volontà. Fu il tempo in cui il dolore vinse definitivamente.
Ero lì, di nuovo in quella stanza d'ospedale, immersa in un silenzio denso e opprimente, il peso della mia esistenza gravava su di me come un macigno, la mano fissa sulla benda dell'occhio per tenerlo stretto, come a non lasciarlo andare e per tentare di ridurre il dolore.

Due mesi, un occhio bendato, il dolore che pulsava come un tamburo martellante nel mio cranio. Non potevo voltare lo sguardo, ogni movimento era un atto di coraggio lacerante. La pelle strappata, il bruciore che si diffondeva fino a giungere nell'anima. Dovevo guardare fisso, mantenere uno sguardo dritto, per non cedere al dolore fisico e al desiderio di arrendermi. Era un viaggio dentro la mia fragilità, un'odissea fatta di fatiche quotidiane, persino il sollevare un braccio o chiudere gli occhi divenivano battaglie impossibili da affrontare perchè provocavano dolore. Ricevevo telefonate e messaggi ma non riuscivo a rispondere al cellulare e a leggerli, davvero il più piccolo e inutile movimento era uno strappo all'occhio; riuscivo a percepire il vuoto all'interno, il soffio leggerissimo dell'aria attraversarlo e ogni suono cupo rimbombare dentro.
Ecco, ancora una volta stavo guardando in faccia la mia sofferenza, un nuovo capitolo della mia storia, nuovamente sul ponte del nero folletto.
Pensai che, in un certo senso, il termine della mia battaglia non avrebbe significato la fine della mia vita ma piuttosto l'inizio di un nuovo percorso. Abbracciai l'incertezza, quel desiderio che tutto finisse e che si nascondeva dietro ai miei timori. Sì, ero pronta a lasciare andare e morire... ma proprio in quel pensiero trovai la chiave per vivere. Perché fu in quel punto così buio che riuscii a intravedere una luce, piccola ma vibrante, che mi invitava a continuare, a resistere.
Il dolore assunse un altro significato. Divenne parte di me ma non mi definì e mentre la mia anima lottava per emergere dall'abisso, capii che il vero coraggio non sta nell'assenza di paura ma nella capacità di affrontarla. In quel momento, finalmente, pensai che ce l'avrei fatta, dovevo farcela.
Mi piace pensare sia stato il pensiero di mio padre, concedetemelo, mi fa stare meglio.
Per il momento sono ancora qui e ho realizzato anche qualche sogno, non si sa mai...

La nostra forza è incredibilmente straordinaria...
la mia foresta ha continuato a proteggermi regalandomi energia fisica e mentale,
il suo melodioso canto non mi ha mai abbandonata,
la Natura tutta mi ha aiutata, è stata la mia alleata più fidata contribuendo ad alzare le mie difese immunitarie per combattere la battaglia con i migliori scudi mai creati:
lo scudo dell'acqua nei miei tessuti per nutrirmi;
lo scudo della terra sotto i miei piedi per tenermi ben salda e centrata nel momento;
lo scudo del fuoco per liberare il mio corpo dal nero folletto;
lo scudo dell'aria nelle mie narici per respirare vita;
infine, lo scudo del vento tra i miei capelli, come una carezza ad incoraggiarmi.

Il sostegno della Natura
Nel cuore della foresta, in quel luogo sacro, il vento accarezza dolcemente le fronde degli alberi, creando un'armonia di suoni che risuona nell'anima.
Ogni passo tra le foglie è un richiamo alla forza primordiale della terra, un invito a lasciarmi cullare dal suo abbraccio silenzioso; ogni ramo sembra raccontare una storia di resistenza e rinascita diffusa ovunque dal vento. L'aria fresca, pregna del profumo del muschio e del legno umido, accarezza il mio viso, sono in prima fila al concerto della natura che suona per me: il canto degli uccelli, il lieve mormorio del ruscello vicino, il fruscio del passaggio di qualche animale selvatico.
Ogni suono è un tassello di un mosaico più grande, un'opera d'arte vivente che mi dona serenità e forza. Sento il battito del mio cuore allinearsi con il ritmo della terra e con esso, trovo il mio posto nel mondo antico e senza tempo.
Mi siedo ai piedi di un maestoso pino, il mio rifugio segreto; ricordo quando feci la stessa cosa all'ospedale di Padova per avere un momento di riflessione; saluto il mio pino con un affettuoso sorriso e gli sussurro “ciao, mio albero celtico, sotto la tua chioma ho trovato le risposte, quelle che mi hanno portata alla salvezza, ti ho sentito e ti sono grata...”.

La foresta mi parla di resilienza, di rinascita, di quella capacità innata di rigenerarsi e trovare nuova vita anche dopo le tempeste più violente. Ogni albero, con le sue radici profonde e la chioma che si innalza verso il cielo, è un simbolo di questa forza, di questa connessione con la terra e il cielo, con il qui e ora. Mi lascio ispirare da questa forza silenziosa, sentendo crescere dentro di me una nuova energia, una nuova determinazione a vivere ogni giorno con pienezza.

La luce del sole filtra tra i rami, creando giochi di ombre e luci che danzano intorno, ricordandomi che anche nei momenti più bui c'è sempre una scintilla di speranza. È una luce che illumina il cammino, che incoraggia a non arrendermi, a continuare a lottare per ciò che amo, per ciò in cui credo. Mi rendo conto che la vera forza non risiede nella negazione della fragilità ma nell'accettazione di essa come parte integrante della vita.
La natura tutta è una melodia di vita che si intreccia con i miei pensieri, portandomi a riflettere sul significato profondo della mia esistenza.
Ritornando alla realtà, mi accorgo che il folletto nero, con il suo sorriso beffardo, è un ricordo lontano. La sua ombra non ha più potere su di me, perché ho imparato a guardare oltre, a vedere la luce che splende nel presente. Questa luce mi guida, mi sostiene, mi dà la certezza che, nonostante le difficoltà, la vita è un dono prezioso da vivere con amore e gratitudine.
Con il cuore colmo di speranza, riprendo il cammino, consapevole che ogni passo è un'opportunità per crescere, per esplorare nuovi orizzonti, per abbracciare il momento e tutto ciò che ha da offrire. La luce del presente è la mia compagna di viaggio, una luce che non si spegne mai, che illumina ogni angolo della mia anima, ricordandomi che sono viva, che sono qui, che sono pronta per tutto ciò che verrà.

Ogni giorno che ora scorre veloce, celebro con la natura i piccoli passi verso la guarigione. La mia storia è un racconto di resilienza e speranza, un viaggio in cui il sostegno della natura è fondamentale. Mi ricorda che in quegli orribili anni non ero sola, che c'era un mondo intero che mi sosteneva, invisibile ma presente, in ogni albero, in ogni soffio di vento, in ogni animale selvatico. La vita era un dono prezioso e meritavo di viverla appieno, con gratitudine per ogni istante, ogni respiro.
E così, ogni mattina, mi alzo con rinnovata fiducia, pronta ad affrontare il mondo con un sorriso, sapendo che la natura è ancora al mio fianco, la mia armatura e la mia forza, in questo straordinario cammino che è la vita.


Un raggio di sole filtrava attraverso le foglie degli alberi nel nostro giardino, accarezzando la pelle come un delicato bacio.
A pochi passi da me, la figura di lui si stagliava contro il cielo, un profilo familiare che avevo imparato a riconoscere anche nell'ombra. Guardandolo, sentivo una calma profonda invadere il mio cuore, un senso di appartenenza che solo la sua presenza poteva donarmi. L'amore che ci univa era un filo invisibile, tenace e indistruttibile, che ci aveva sostenuti nei momenti più bui e che ora ci avvolgeva in un abbraccio silenzioso: quanto dolore avevamo condiviso.
La nostra storia era nata tanti anni prima sulle sponde del lago Trasimeno; innamorati abbiamo subito iniziato a scrivere le pagine del libro della nostra vita, un racconto che avevamo iniziato insieme senza sapere quale sarebbe stato il suo finale. Ogni parola, ogni carezza, era un capitolo che aggiungevamo con cura e dedizione. Non era stato facile, certo ma ogni difficoltà affrontata aveva reso il nostro legame più forte, come l'acciaio temprato dal fuoco.
Ricordo bene il giorno del nostro incontro, una sera d'estate in cui il destino aveva deciso di intrecciare le nostre vite. Era stato un incrocio di sguardi, un sorriso timido che aveva aperto la porta a un mondo di possibilità.

Fiammetta Cotti

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