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Autore: Enzo Mariotti
Eroe per un giorno
Calcio Biografie
Lettori 52
Eroe per un giorno

Guardiamoci negli occhi, io e voi, e parliamoci chiaro; in quanti, vedendo il titolo di questo libro, si saranno chiesti: ma perché? Perché dedicare un libro a giocatori di cui, nella maggior parte dei casi, probabilmente non avete mai sentito parlare? Domanda legittima. Anzi, è esattamente la domanda che mi sono posto anch'io.
Quando, a suo tempo, ho parlato con parenti, amici e conoscenti di ciò che volevo scrivere, sono fioccati commenti come Ma che bella idea! Oppure Non vedo l'ora di leggerlo! O ancora Ne verrà fuori di certo un gran bel lavoro!
Amici e parenti dovrebbero dissuaderti dalle idee balzane, invece di incoraggiarti per farti contento (o per farti stare zitto, il più delle volte).
Ma un paio di persone, meno accomodanti di altre, mi hanno piazzato lì la domanda carogna: perché? In quel caso ho glissato, limitandomi a sorridere sornione, con l'aria di chi la sa lunga.
Balle.
Avrei potuto rispondere con un pomposo perché mi sembra un'idea eccellente, oppure con uno sbrigativo perché mi andava, o ancora con un odioso perché no?, ma in nessun caso sarei andato anche solo vicino alla realtà; per dirla tutta, mi ero accorto di non avere la minima idea del perché volessi scrivere una cosa del genere.
In fin dei conti, qui non si parla di imprese di campioni celebrati, ma di giocatori quasi sempre di basso profilo che l'impresa compiuta non ha trasformato per incanto in fuoriclasse; anzi, immagino che ad alcuni di voi certi nomi qui presenti non diranno assolutamente niente. Eppure probabilmente ricorderete quell'exploit, magari anche solo per averne sentito parlare.
Non riuscendo a trovare il perché, sono risalito al come; quello lo ricordavo bene.
Una cena di diversi anni fa (la prima bozza di questo libro risale al 2010), con i compagni della squadra di calcetto dove giocavo. Insomma, giocavo; diciamo che facevo parte di una squadra di calcetto, che è più attinente alla realtà.
Accanto a me al tavolo c'era un mio compagno, rumeno, lui sì che giocava ed era un piacere guardarlo; esordio nella serie B rumena a sedici anni, capocannoniere a diciassette, selezionato per l'Under 18, chissà dove sarebbe arrivato se un intervento assassino dritto su un ginocchio non gli avesse stroncato la carriera.
Ma sto divagando, e non è ancora il momento di cominciare a farla troppo lunga.
Iniziammo a parlare, ovviamente di calcio; non ricordo come il discorso finì sulla Steaua Bucarest (tra l'altro lui era tifoso dell'Università di Craiova), fatto sta che mi tornò in mente l'impresa di Coppa dei Campioni di molti anni prima, e soprattutto (giocavo come portiere, deformazione professionale) quella di Helmuth Duckadam, quattro rigori parati su quattro, e del suo improvviso ritiro dal calcio avvolto da troppe ombre.
Gli chiesi quindi se, essendo un suo conterraneo, ne sapesse qualcosa di più. Il mio compagno di squadra mi raccontò la sua versione dei fatti ma, alla mia domanda Ma adesso Duckadam, cosa fa?, non seppe rispondere; il baffuto portierone rumeno, l'eroe di Siviglia, sembrava svanito nel nulla, dimenticato, rimosso.
Ecco, alla fine, la risposta alla domanda; ricordando quella serata, dove il seme di questo libro era stato quasi casualmente gettato, ero arrivato a capire anche il perché.
In realtà, il raccontare le imprese di questi eroi dimenticati era solo un pretesto; quello che volevo veramente scoprire era cosa fosse successo dopo, quando i riflettori si erano spenti, quando la gente continuava a ricordare l'impresa ma il più delle volte non riusciva più a dare un nome all'uomo che l'aveva compiuta.
Quanto quell'improvvisa ribalta aveva cambiato le loro vite? Del tutto, tanto, poco, per niente? Le aveva cambiate in meglio o in peggio? E soprattutto, cosa rimane di un uomo quando il momento che lo ha reso famoso è ormai soltanto un ricordo?
Questo ho cercato di scoprire, frugando negli anfratti più nascosti della rete, spulciando vecchie raccolte di quotidiani e riviste sportive, guardando filmati spesso sgranati e/o traballanti, o ancora affidandomi alla memoria.
Ogni tanto, lo ammetto, mi sono preso qualche libertà; per la maggior parte, però, ho cercato di essere il più possibile fedele alla realtà dei fatti, senza trasformare il tutto in un'arida sfilza di numeri e dati. Quando le fonti non erano concordi, l'ho detto; quando una storia apparteneva più alla leggenda che alla cronaca, ho cercato di non confondere le due cose. Spero di esserci riuscito.
Direi che è tutto. La risposta alla domanda perché? ve l'ho data.
Adesso, visto che avete questo libro in mano, non vi resta che cominciare.

Milano, 21 ottobre 1987
Mika AALTONEN


“Con chi hai detto che giochiamo?”
“Turun Palloseura.”
“Mi prendi per il culo?”
“Non prendertela con me. C'è scritto qui, sul giornale.”
“E da dove verrebbe questo... Palla Sicura?”
“Palloseura. Turun Palloseura. Sono finlandesi.”
“Finlandesi? Mi stai dicendo che da quelle parti giocano a calcio? Questa mi giunge nuova. Pensavo che in Finlandia ci fossero solo neve, laghi, sci e gnocche.”
“Che ti devo dire... dunque? Andiamo lo stesso allo stadio?”
“Ma sì... facciamo finta che sia un allenamento col Vimercate.”
“Chissà, magari 'sti nordici non sono poi così male.”
“Certo, come no. Se l'Inter ne fa meno di sei, ti offro una cena. Ci stai?”
“Andata.”

Questo dialogo tra due tifosi interisti qualunque, in quell'Ottobre di quasi quarant'anni fa, forse non è mai avvenuto. Ma è bello pensare il contrario.
Sedicesimi di finale di Coppa UEFA 1987/1988; l'urna assegna all'Inter di Trapattoni il Turun Palloseura, o più semplicemente TPS, squadra finlandese di Turku. La città più antica della Finlandia, a suo tempo anche capitale del paese, meno di duecentomila abitanti, città bilingue (finlandese e svedese) e importante centro universitario e di ricerca. All'epoca il TPS è l'unica squadra di calcio della città e lo rimarrà fino al 1990, quando l'imprenditore Stefan Håkans, visto che il figlio undicenne veniva sistematicamente scartato da tutte le squadre giovanili di Turku (o almeno, questa è la leggenda), penserà bene di risolvere il problema alla radice fondando una nuova squadra; e giusto per ricordare ai futuri rivali la delusione per la mancata impresa di tre anni prima, deciderà di chiamarla Inter Turku e di adottare la divisa a strisce nerazzurre. Un simpatico burlone, insomma.
Serata umidiccia, quel 21 ottobre 1987 a Milano, per una partita dal pronostico fin troppo facile. Eccoli in campo, questi strambi finlandesi che preferiscono il calcio all'hockey su ghiaccio; maglia bianconera, alti, magri, pallidi, biondi come solo a quelle latitudini sanno essere, un'inquietante versione nordica de I ragazzi venuti dal Brasile.
Si parte. L'Inter nicchia, traccheggia, attende il momento buono per dar la stura alla goleada da tutti pronosticata.
Minuto 11. Tommi Paavola, centrocampista offensivo che avrà poi una più che decorosa carriera da girovago del calcio fra Germania, Belgio, Francia e Scozia, riesce caparbiamente a difendere un pallone in mezzo a tre avversari e lo appoggia a un compagno. Siamo a trenta metri buoni dalla porta difesa da Zenga; e che fa l'allampanato finnico? Tira? Che gli passa per la testa in quel momento? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che tira. Ne viene fuori una stecca micidiale che si infila giusto sotto l'incrocio alla sinistra di Walterone, che nulla può. Ciò che non doveva accadere è accaduto, Turun Palloseura in vantaggio.
In tribuna, il presidente Pellegrini punta il dito verso quel numero 10 sommerso dagli abbracci dei compagni forse più increduli di lui. “Lo voglio all'Inter! Chi è?” È facile immaginarsi i collaboratori di Pellegrini che bisbigliano tra di loro: “Ma tu lo sai chi è?” “Cazzo ne so, 'sti biondi mi sembrano tutti uguali.”
Mentre i collaboratori si informano, la partita finisce: Inter 0 - Turun Palloseura 1. Roba da matti. I nerazzurri rimedieranno al ritorno, vincendo in Finlandia 2-0, ma ormai la vita del centrocampista pallido è prossima ad essere totalmente stravolta.
L'uomo del miracolo a Milano si chiama Mika Aaltonen, ha 21 anni, studia economia e commercio e nei ritagli di tempo gioca a calcio. E apparentemente non lo fa neppure malaccio: nel turno precedente è stata proprio una sua doppietta a regalare al TPS il passaggio del turno contro gli austriaci dell'Admira Wacker. Lo staff nerazzurro cerca freneticamente informazioni, l'illustre giornalista finlandese Tomas Jansson dichiara: “Mika è un giovane intelligente, studia economia, legge Dostoevskij e ascolta Stravinskij”. Che in questa frase non ci sia il minimo accenno alle sue qualità calcistiche dovrebbe far sospettare qualcosa, ma il presidente Pellegrini, fulminato sulla via di Turku, non sente ragioni; nel mese di marzo del 1988 conclude l'affare con il Turun Palloseura e il giovanotto approda a Milano, dove si mette immediatamente a disposizione di Giovanni Trapattoni. Giuan lo osserva in allenamento, lo soppesa, lo valuta; è una persona educata e non dice ma chi cazzo mi avete portato?, ma probabilmente lo pensa.
Nel giro di una settimana, Aaltonen viene parcheggiato in prestito al Bellinzona, serie B svizzera, dove mette insieme quattordici presenze e tre gol. Rientra a Milano in estate, il Trap lo ri-osserva, lo ri-soppesa, lo ri-valuta; boccaccia mia statti zitta, pensa. Mika riprende le valigie e parte per un nuovo prestito, destinazione Bologna. Qui Aaltonen aggiunge ben presto l'italiano al già considerevole bagaglio di lingue parlate, e intanto in città si diffondono strane voci sul suo conto; pare che sia stato visto spesso aggirarsi per i corridoi della Facoltà di Economia e Commercio. Ma chi è questo extraterrestre, si chiedono i tifosi rossoblù? Che calciatore è uno che preferisce l'Università alle discoteche? Di certo ha qualcosa che non va.
Arriva ottobre; è passato un anno da quel gol che gli ha rivoltato la vita come un guanto, e proprio ad ottobre Mika mette insieme le uniche tre presenze nel campionato italiano, sempre partendo dalla panchina. Totalizza 45 minuti in tutto, in tre gare che sono altrettante sconfitte per il Bologna.
Ecco che cos'ha che non va, borbottano i tifosi: i piedi. E non solo è una pippa, ma porta pure sfiga. In totale, tocca sì e no cinque palloni, ma in compenso supera brillantemente quattro esami; lo aveva detto Tomas Jansson, che era un ragazzo intelligente. A onor del vero, bisogna dire che con i felsinei segnerà pure un gol, in Mitropa Cup contro il Ferencvaros.
Finisce il campionato, Aaltonen torna per la terza volta a Milano. Il Trap non vuol saperne di perdere tempo a ri-osservarlo eccetera, Pellegrini allarga le braccia; ok, lo ammetto, ho toppato. Aaltonen viene ceduto in via definitiva all'Hertha Berlino, che lo parcheggia nella squadra riserve, in serie B. Dopo un solo campionato viene rispedito in patria, nuovamente al Turun.
Passano tre anni, perché non tentare una nuova esperienza all'estero? Ma anche no, verrebbe da dire. Mika si accasa per un anno con gli israeliani dell'Hapoel Be'er Sheva dove probabilmente impara pure l'ebraico, ma certo non a fare due passaggi di fila, e dopo un anno torna in patria, al TPV di Tampere, dove si toglie lo sfizio di vincere un campionato finlandese pur incidendo pochissimo (cinque presenze, un gol), prima di decidere che è il caso di chiudere con il calcio.
Come già detto più volte, Mika Aaltonen è un ragazzo intelligente, anzi molto intelligente; e se a un certo punto decide di mollare il calcio a soli ventinove anni, forse non è soltanto perché un infortunio all'anca continua a tormentarlo. Semplicemente, ha capito che la sua vera partita si gioca altrove.
Torna all'università, completa gli studi e consegue il dottorato in Economia. Da quel momento comincia una seconda carriera, questa volta senza pallone: ricerca, insegnamento, studi sui grandi flussi economici e sulle trasformazioni che potrebbero cambiare il nostro modo di vivere nei decenni a venire.
Aaltonen si occupa di futuro, insomma. Cerca di capire come sarà il mondo fra cinquant'anni, quali risorse ci serviranno, come cambieranno economia e società e persino se un giorno saremo capaci di sfruttare le risorse di altri pianeti. Nasce anche la leggenda (poi smentita) che ci sia proprio lui dietro il successo della Nokia. Niente male, per chi una sera d'autunno si era presentato a San Siro con l'aria di uno che passava di lì per caso.
E forse è proprio questa la cosa più curiosa della storia di Mika Aaltonen. Quel tiro del 21 ottobre 1987, quello che avrebbe dovuto essere soltanto un momento irripetibile nella carriera di un giovane calciatore finlandese, gli cambiò davvero la vita, prima ancora che Mika capisse che il suo futuro non era su un campo da calcio. Ma il futuro, a quanto pare, gli era sempre piaciuto parecchio.
Forse, quella sera a Milano, lo aveva semplicemente visto arrivare un po' prima degli altri.



Middlesbrough, 19 luglio 1966
PAK DOO IK


Iniziamo con il chiarire una cosa: è ignoto chi per primo abbia tirato fuori questa balla, diventata ben presto una leggenda metropolitana, ma Pak Doo Ik, il dentista, non lo ha mai fatto in vita sua. Magari avrà avuto qualche volta la necessità di farsi curare un molare, ma di certo si è sempre trovato, come la maggior parte di noi, dalla parte sbagliata del trapano. In realtà, l'uomo che trasformò il nome Corea in sinonimo di disfatta, all'epoca dei fatti era un ex tipografo, poi inquadrato nell'esercito.
È il 1966; la Corea del Nord approda per la prima volta alla fase finale dei Mondiali, una qualificazione che gli inglesi, organizzatori del torneo, non vedono assolutamente di buon occhio. Dopo la guerra di Corea, l'Inghilterra non riconosce la Corea del Nord come stato legittimo. In parole povere, anche se il conflitto è terminato da ormai tredici anni, nessun trattato di pace è mai stato firmato e il Foreign Office considera la partecipazione nordcoreana un problema diplomatico nel pieno della Guerra fredda.
Gli inglesi, è bene dirlo, hanno tante qualità, ma quando si tratta di calcio tendono a perdere il senso della misura e, spesso e volentieri, a rimediare figure barbine. Per citarne solo alcune, disertarono i primi tre Mondiali, anche se le ragioni, almeno all'inizio, erano un po' più complicate del semplice snobismo. Nel 1928 le federazioni britanniche avevano infatti abbandonato la FIFA per una disputa sull'annosa questione del dilettantismo e dei rimborsi ai giocatori; nel 1930, nonostante l'invito dell'Uruguay, l'Inghilterra preferì starsene a casa. Poi, nel 1934, quando FIFA offrì agli inglesi addirittura l'ammissione diretta alla fase finale senza passare dalle qualificazioni, la risposta fu ancora un elegante due di picche. Noi, gli inventori del calcio, abbassarci a giocare con la vile plebaglia? Quando finalmente decisero di concedersi, nell'edizione brasiliana del 1950, si fecero ridere dietro da tutto il mondo, sbattuti fuori al primo turno e per giunta da The Colonies, gli Stati Uniti.
Tre anni dopo rincararono la dose: stizziti dalle lodi tessute da mezzo mondo nei confronti dell'Ungheria, decisero di invitarla per un'amichevole a Wembley. Così, giusto per far capire quali fossero le reali gerarchie. Davanti a quasi 100.000 spettatori la formazione magiara, l'Aranycsapat, la squadra d'oro, vinse 6-3 e i vari Puskas, Hidekguti, Kocsis diedero pure l'impressione di non impegnarsi più di tanto.
Certi precedenti dovrebbero fare scuola e consigliare atteggiamenti meno spavaldi, ma non è questo il caso. La federazione inglese prende carta e penna e scrive alla FIFA un'impeccabile letterina, so british, che in sostanza dice: noi non concederemo il visto d'ingresso alla formazione nordcoreana, quindi vi preghiamo di trovare al più presto una squadra che possa sostituirla. Con i più rispettosi saluti.
Che sagome, questi inglesi. La risposta della FIFA suona in pratica così: se avete delle rogne con i nordcoreani, grattatevele in altra sede, che qui si parla di calcio e non di vecchie ruggini di una guerra finita da quasi tre lustri.
Si arriva a un compromesso piuttosto surreale; la bandiera nordcoreana finisce comunque sui pennoni degli stadi, mentre per evitare di dover suonare anche l'inno nazionale gli inglesi scelgono una soluzione a dir poco radicale: gli inni verranno suonati solamente per la partita inaugurale e per la finale.
Evidentemente non soddisfatti, provano ad isolarli il più possibile spedendoli a Middlesbrough, una città che definire triste è riduttivo. Finisce che gli abitanti del luogo si affezionano ai piccoli e instancabili asiatici, forse perché i più deboli fanno sempre simpatia, o probabilmente in mancanza di altri svaghi; fatto sta che, ogni volta che scendono in campo all'Ayresome Park, lo stadio si riempie ed è tutto per loro.
Prima della partenza, il Grande Leader Kim Il Sung catechizza i membri della spedizione: “Dovete vincere una o due gare. Per farlo, dovrete correre velocemente e tirare con precisione.” Non è l'incitamento di una personalità politica magari abbastanza digiuna dell'argomento calcio; è un ordine e gli ordini non si discutono, soprattutto i suoi. Per dare un'idea del personaggio, se il nipote Kim Jong Un è l'attuale Supremo Leader della Corea del Nord, il nonno è tuttora in carica come Presidente Eterno: un bel record, se consideriamo che è morto da trentadue anni.
I nordcoreani, inseriti in un girone che comprende, oltre all'Italia, URSS e Cile, prendono alla lettera gli ordini ricevuti: corrono velocemente e senza sosta, tirano spesso (ma non sempre con precisione), ma non basta contro l'URSS di Jascin, Voronin e Cislenko (tra l'altro i primi due neppure giocano quella gara), i sovietici si impongono 3-0. Seconda gara, contro il Cile; i sudamericani passano su rigore nel primo tempo, ad evitare la seconda sconfitta ci pensa Pak Seung Zin a due minuti dalla fine. A chiudere il girone, la partita contro l'Italia.
Gli azzurri sono partiti per l'Inghilterra tra svariate polemiche nei confronti di Edmondo “Mondino” Fabbri, accusato (non completamente a torto) di aver privilegiato nelle convocazioni i giocatori del suo amato Bologna, escludendo di conseguenza grossi calibri come Mariolino Corso. Per giunta, Fabbri si inventa un improbabile Mazzola centravanti per lasciare più spazio a centrocampo al suo pupillo Bulgarelli. L'Italia parte bene, superando 2-0 il Cile nel primo incontro; ma nella seconda gara c'è l'URSS ed è tutto un altro paio di maniche, gol di Cislenko e azzurri sconfitti 1-0. Tutto rimandato dunque all'ultima gara del girone, qualificazione in ballo contro i nordcoreani; va beh, in ballo, adesso non esageriamo.
Il vice di Fabbri, Ferruccio Valcareggi, segue gli asiatici nella partita contro il Cile, lasciando lo stadio a dieci minuti dalla fine e perdendosi il gol del pari coreano. In seguito, fa rapporto a Fabbri, pronunciando (pare) la famosa frase; una squadra di Ridolini. Qui, se non siamo al livello della leggenda urbana di Pak Doo Ik dentista, poco ci manca; Valcareggi ha sempre negato di aver detto quelle parole, e diversi giocatori italiani, intervistati anni dopo, dissero di non averla mai sentita pronunciare direttamente.
C'è da dire che Fabbri, in quello che contro ogni pronostico sta per accadere, ci mette tanto del suo. Contro il Cile si è infortunato Bulgarelli, che è stato schierato titolare anche contro i sovietici, peggiorando di fatto la situazione. La logica vorrebbe che in campo andasse un giocatore in condizioni fisiche migliori, anche perché a quell'epoca le sostituzioni non erano contemplate. Ma Mondino da quell'orecchio non ci sente, non vuol rinunciare al suo giocatore-feticcio e lo manda in campo dall'inizio. Succede quello che era logico che succedesse; dopo poco più di mezz'ora, il già malandato ginocchio del centrocampista bolognese cede definitivamente, e l'Italia rimane in dieci.
Mancano tre minuti al termine del primo tempo. Un pallone schizza al limite dell'area azzurra; Pak Doo Ik, fedele alle consegne del Grande Leader, corre velocemente e tira con precisione: una stoccata in diagonale sulla quale Albertosi non arriva. L'Ayresome Park esplode.
Finisce così. Mentre l'Italia prepara mestamente le valigie, attesa all'aeroporto di Genova da una fitta grandinata di pomodori marci, i nordcoreani ritornano nelle loro stanze, giusto in tempo per ricevere il messaggio di compiacimento di Kim Il Sung: qualcuno scoppia in lacrime per la commozione. La sera, la squadra si ritrova a festeggiare in un pub, la birra scorre a fiumi, alcune ragazze locali si coccolano i “Ridolini” impazziti di gioia fino alle ore piccole.
È il momento dei quarti di finale. Il 23 luglio a Liverpool, al Goodison Park, lo stadio dell'Everton, la Corea del Nord affronta il sorprendente Portogallo, che nel girone ha messo in fila Ungheria e Brasile, quest'ultimo clamorosamente fuori al primo turno. Sugli spalti, qualche migliaio di persone arrivate da Middlesbrough per sostenere i loro nuovi beniamini.
Per buona parte del primo tempo, il gioco frenetico dei nordcoreani manda in bambola gli avversari, squadra di finissimi palleggiatori ma dal ritmo compassato; dopo appena venticinque minuti, la squadra asiatica è già in vantaggio per 3-0. Sembra ormai concretizzarsi un nuovo miracolo coreano, almeno fin quando Eusebio, testone squadrato e piedino di seta, non decide che quegli sguscianti piccoletti si sono divertiti abbastanza; ubi maior, minor cessat.
L'asso nato in Mozambico, eletto pallone d'oro l'anno precedente, infila quattro reti (due su rigore), nel giro di mezz'ora, poi offre a José Augusto il pallone del definitivo 5-3. I portoghesi vanno avanti fino a conquistare un insperato terzo posto, i nordcoreani, sconfitti ma comprensibilmente orgogliosi, se ne tornano a casa. Ad attenderli, il Grande Leader, decisamente meno orgoglioso di loro.
A questo punto, la narrativa si divide in due versioni diametralmente opposte. Da una parte, alcune ricostruzioni occidentali e le testimonianze di dissidenti nordcoreani: Kim Il Sung, informato dai funzionari di regime presenti in Inghilterra della notte brava a base di birra e ragazze, definisce la squadra “borghese e rovinata dall'imperialismo”, ed alcuni giocatori finiscono nei gulag. Dall'altra, le testimonianze di sette giocatori intervistati, che negano di aver ricevuto punizioni per il loro comportamento.
Quale sia la verità non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Quello che è certo è che Pak Doo Ik non partecipa all'allegra serata: mentre i compagni fanno bisboccia, è bloccato a letto da un attacco di gastrite. Nonostante questo, corrono voci di un suo confino per dieci anni nel distretto di Daepyong, ma negli anni novanta lo troviamo a Pyongyang, prima tecnico delle nazionali di calcio, poi direttore dello stadio I Maggio.
“Giocavamo in casa, gli inglesi ci avevano adottato. La vittoria con l'Italia fu una sorpresa per tutti, ma non per noi”, dichiarò tempo fa in un'intervista. Adesso Pak Doo Ik vive in un quartiere residenziale di Pyongyang, in una villetta a due piani; ad un tiro di schioppo, undici impianti sportivi delle più svariate discipline. Capelli ancora folti, tendenti al bianco, occhiali grandi e squadrati, fisico sempre magro e asciutto; per le Olimpiadi di Pechino del 2008, è stato uno dei tedofori che hanno portato la fiaccola olimpica attraverso la Corea del Nord verso la Cina.
Ancora oggi, a chi gli chiede lumi sulle ritorsioni che i suoi compagni avrebbero subito, sul suo presunto confino durato per più di vent'anni, sorride e risponde semplicemente: “La sola verità in tutto questo è che segnai un grande gol.”


Gelsenkirchen, 22 giugno 1974
Joseph Mwepu ILUNGA


Si chiama Ilunga. Proprio come la lettera, che più che una I lunga è una I storta, ma non è questo il punto. Ilunga, che di nome fa Joseph, nasce nell'agosto del 1949 in quella che adesso è la Repubblica Democratica del Congo, ma che all'epoca, e fino al 1997, si chiama Zaire.
Ilunga gioca a calcio nel TP Mazembe, squadra con la quale ha vinto per due volte la Coppa dei Campioni d'Africa nel 1967 e 1968, quando la squadra si chiamava ancora TP Englebert, e nella nazionale dello Zaire, che ha conquistato la Coppa d'Africa nel 1974. Nello stesso anno, lo Zaire approda al Mondiale in Germania Ovest, prima nazionale dell'Africa subsahariana a riuscire nell'impresa.
Da nove anni, lo Zaire è sotto la dittatura di Joseph-Désiré Mobutu che, una volta salito al potere con un colpo di stato nel 1965, ha cambiato il suo nome con il più sobrio Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga, ovvero Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo. La nazionale gialloverde è il suo orgoglio e, come premio per la qualificazione, regala ai giocatori case e automobili. I funzionari di regime, compresi quelli della federazione calcistica del paese, non la prendono benissimo.
Lo Zaire viene sorteggiato in un girone di ferro, con Scozia, Jugoslavia e soprattutto i campioni in carica del Brasile. La prima gara va in scena il 14 giugno a Dortmund, Ilunga e compagni reggono bene l'urto contro la Scozia e cedono solamente per 2-0. Alla vigilia della seconda gara, contro la Jugoslavia, in un'intervista l'allenatore dello Zaire Blagoje Vidinic, jugoslavo pure lui, alla domanda se ritenga la sua squadra in grado di ripetere la prestazione contro la Scozia, la spara grossa: possiamo fare meglio, possiamo vincere. E sì che Vidinic dovrebbe saperlo meglio di altri che i suoi conterranei saranno pure umorali e discontinui, ma quando decidono di giocare come sanno non c'è trippa per gatti.
Ma il vero motivo dell'agghiacciante scoppola che la squadra africana si appresta a subire lo spiegherà lo stesso Ilunga quasi trent'anni dopo. “Alla vigilia della gara contro la Jugoslavia, venimmo a conoscenza della decisione presa dalla Federazione calcistica; al nostro ritorno in patria, non saremmo stati pagati. Ci rifiutammo di giocare. Ci costrinsero a scendere in campo con la minaccia della prigione, ma decidemmo di sabotare la partita. Un po' come uno sciopero.”
Lo sciopero, almeno dal punto di vista dei giocatori zairesi, riesce perfettamente; dopo neanche venti minuti Surjak e compagni sono già in vantaggio per 3-0, il portiere africano Kazadi viene sostituito da Tubilandu al 21', abbandonando il campo in lacrime. La gara si conclude con un parrocchiale 9-0.
Mobutu, come era logico aspettarsi, si incazza. Quel clamoroso rovescio è un danno d'immagine enorme per il suo regime. Alla vigilia dell'ultima gara del girone contro il Brasile, in ritiro piombano gli uomini del regime, volano parole pesanti e ben poco rassicuranti. La gara con i campioni in carica si gioca il 22 giugno a Gelsenkirchen.
C'è da dire che quella gara, Ilunga non avrebbe dovuto neppure giocarla. Nella disfatta contro la Jugoslavia infatti, infuriato con l'arbitro colombiano Delgado che aveva convalidato il terzo gol avversario, segnato da Surjak in netto fuorigioco, rifilò un calcio nel sedere al direttore di gara. Delgado mostrò il rosso all'incolpevole Mulamba Ndaye, incurante del fatto che Ilunga confessò subito di essere stato lui.
Sul terreno del Parkstadion, i giocatori dello Zaire oppongono allo strapotere dei verdeoro la combattività che era mancata nell'incontro precedente; ovviamente, non è sufficiente contro i funambolici sudamericani. Il Brasile passa nel primo tempo con Jairzinho, nella ripresa vanno a segno Rivelino e Valdomiro portando il risultato sul 3-0.
Si arriva a cinque minuti dalla fine, quando l'arbitro, il rumeno Rainea, concede una punizione dal limite dell'area ai brasiliani. Se ne incarica Rivelino, è uno specialista e gli zairesi lo sanno. Ilunga, maglia numero 2, si trova all'estremità destra della barriera. L'arbitro fischia, Rivelino parte con la rincorsa poi si ferma, temporeggia. Ilunga alza lo sguardo e prende la decisione; sotto gli occhi stupefatti dei 35.000 spettatori, esce di corsa dalla barriera, si avventa sul pallone e lo calcia via, lontano, fin dalle parti del portiere brasiliano Leão. Rainea lo ammonisce, Rivelino guarda l'avversario a bocca aperta, Jairzinho è piegato in due dalle risate.
Joseph Mwepu Ilunga diventa un'icona. Ancora oggi si stampano magliette con il suo volto; quel gesto, impensabile da vedere a certi livelli, lo consegna alla storia. Per tutto il mondo, è l'esilarante esibizione di un amatore che non conosce neppure le regole basilari del gioco.
Le vere motivazioni di quel gesto emergeranno solo molti anni dopo per bocca dello stesso Ilunga, che fornirà due diverse spiegazioni della vicenda. In un'intervista del 2002 sostenne: “Le minacce di Mobutu erano chiare: se perdete con più di tre gol di scarto non tornate a casa. Il mio unico pensiero era che non dovevamo assolutamente prendere un altro gol, fui preso dal panico e calciai quel pallone il più lontano possibile. I brasiliani ridevano, pensavano fosse divertente”.
In un'intervista a L'Équipe del 2014, invece, Ilunga affermò: “Mobutu ci fece arrivare un messaggio: se avessimo perso con più di cinque gol di scarto, non saremmo stati autorizzati a tornare a casa.” e ancora: “Ero molto infastidito dalle provocazioni dei giocatori brasiliani. E in più, non volevo più partecipare a quella farsa. Perché avrei dovuto continuare a rimanere in campo, rischiando di non poter più tornare a casa, quando gli altri, quelli che si erano presi i nostri soldi, ci stavano guardando tranquillamente dagli spalti? Quella punizione è stata un'occasione che ho colto per provocare l'arbitro; volevo che mi mostrasse il cartellino rosso.”
Le due versioni sembrano contraddirsi, ma forse raccontano semplicemente due facce della stessa paura. Se la minaccia era davvero quella dei cinque gol, come Ilunga ricorderà nel 2014, al momento della punizione il Brasile conduce 3-0 e mancano appena cinque minuti: anche giocando contro una squadra ridotta in dieci, sarebbe servita un'impresa per arrivare a sei. Possiamo quindi ipotizzare che Ilunga abbia scelto deliberatamente quel momento per provare a farsi espellere, ritenendo improbabile che la squadra potesse subire altri tre gol. Ma è soltanto un'ipotesi: l'espulsione avrebbe potuto ritorcersi contro di lui, se il Brasile avesse dilagato.
Qualunque siano state le sue motivazioni, una volta tornati in patria i giocatori vengono trattati quasi come degli appestati: nessun compenso, i promessi incarichi all'interno della federazione rimangono una chimera, il calcio nel paese cade nell'oblio. Mobutu, per risollevare l'immagine del regime, nell'ottobre di quello stesso anno fa in modo che l'incontro di pugilato tra Muhammad Ali e George Foreman si tenga a Kinshasa, capitale dello Zaire. Dice ancora Ilunga: “Mobutu, stando a quanto ci venne detto, ci riteneva responsabili di avere riportato indietro di vent'anni l'immagine del calcio africano. Oggi vivo come un vagabondo. Potessi tornare indietro, mi metterei a lavorare per fare il contadino”.
Joseph Mwepu Ilunga se n'è andato nel 2015 dopo una lunga malattia. Senza mai vedere un soldo di tutti quelli promessi, e senza ricevere le scuse di tutti coloro che avevano riso, vedendo la sua punizione al contrario.



Siviglia, 7 maggio 1986
Helmuth DUCKADAM


L'uomo è in piedi davanti alla finestra dell'ufficio. Guarda le auto, il tram su rotaie, i passanti. Si volta verso la vetrina dei trofei; la coppa è ancora lì, gigantesca, con quei lunghi manici che sembrano enormi orecchie. La guarda, ricorda, sorride.
Bussano alla porta. Entra una giovane segretaria con alcuni documenti da firmare. È il suo primo giorno di lavoro e, dopo qualche esitazione, trova il coraggio di fare una richiesta: il padre è un suo grande ammiratore. Potrebbe avere un autografo?
L'uomo sorride, prende carta e penna. “Tutto qui? Molto volentieri.” Traccia sul foglio la sua firma.
Helmuth Duckadam.

Helmuth Duckadam nasce a Semlac, meno di quattromila anime nel distretto di Arad, a un tiro di schioppo dal confine ungherese. Comincia fin da piccolo a correre dietro al pallone, vorrebbe fare l'attaccante ma con i piedi è un mezzo disastro: “Sei grande e grosso, vai in porta”, gli dicono. All'inizio non la prende benissimo, almeno fin quando non vede alcuni vecchi filmati di Gordon Banks, il portiere pigliatutto dell'Inghilterra degli anni sessanta, e si innamora del ruolo.
Inizia nelle giovanili del Semlecana Semlac, passa poi a quelle del CSS Gloria Arad, quindi al Constructorul, sempre di Arad, con il quale debutta in serie C a 18 anni. La squadra principale di Arad, L'UTA, gli mette gli occhi addosso, lo acquista e lo fa esordire in serie A rumena a 19 anni. Rimane in maglia biancorossa fino al 1982, quando viene acquistato dalla Steaua Bucarest; ci mette pochissimo a conquistare il posto da titolare. Nella stagione 1984/1985, la Steaua si aggiudica campionato e coppa, approdando così alla Coppa dei Campioni.
È la prima delle cinque edizioni della competizione senza squadre inglesi, squalificate in seguito all'allucinante mattanza dell'Heysel dell'edizione precedente.
Nel cammino europeo, la Steaua elimina in successione i danesi del Vejle, gli ungheresi dell'Honvéd, i finlandesi del Kuusysi e in semifinale i belgi dell'Anderlecht, ribaltando a Bucarest lo 0-1 dell'andata con un secco 3-0. Dall'altra parte del tabellone, il Barcellona rischia grosso in semifinale contro gli svedesi del Göteborg: dopo il 3-0 subito in Svezia, una tripletta di Pichi Alonso nel ritorno porta i catalani ai supplementari e poi a conquistare ai rigori l'accesso alla finale con i rumeni, da tutti considerati la vittima sacrificale. A rincarare la dose, la finale si gioca in Spagna, a Siviglia. Sugli spalti, una marea di tifosi blaugrana e un minuscolo spicchio di sostenitori rumeni, quei pochi a cui il regime di Nicolae Ceauşescu ha concesso la possibilità di seguire la squadra in terra iberica.
La gara è di una noia mortale, occasioni zero o quasi da ambo le parti, si va ai supplementari per un totale di 120 minuti di sbadigli che si chiudono inevitabilmente sullo 0-0; rigori, dunque. Apre la serie la Steaua con Majearu, destro fiacco e centrale, Urruti respinge. La replica tocca a Alexanko, Duckadam, ventisette anni compiuti da poco più di un mese (è nato il 1° aprile 1959), si sistema tra i pali, con i suoi baffi e i suoi riccioli che lo fanno vagamente somigliare a Schumacher, non il Michael pilota ma L'Harald portiere della Germania Ovest anni ottanta. Probabilmente inconsapevole di trovarsi ad un passo dalla leggenda, Duckadam vola sulla sua destra a neutralizzare la botta secca e angolata del difensore basco. Si continua, tocca al dentista-bomber Bölöni, il suo rigore è la fotocopia di quello di Alexanko: cambia il piede (Bölöni è mancino) ma non il risultato; Urruti para. È la volta di Pedraza, l'angolo è lo stesso, Duckadam ci arriva a mano aperta, parato pure questo. Quattro rigori calciati e neppure uno realizzato. Si prosegue con Lacatus; non è ancora “La Freccia dei Carpazi”, soprannome col quale arriverà in Italia quattro anni dopo, alla Fiorentina, per un unico campionato di raro grigiore. Gli va di lusso, la sua sassata di destro sbatte sotto la traversa ed entra in rete, Steaua avanti 1-0. Tocca a Pichi Alonso, entrato nei supplementari al posto di Archibald, tentare di riequilibrare il risultato; uno dei rigori peggio calciati della storia: Duckadam si concede pure il lusso di bloccare il pallone. Poi è Balint che mette una mano sulla coppa dalle grandi orecchie, con un destro rasoterra che spiazza Urruti. C'è da dire che al Barcellona se ne fregano della scaramanzia; nonostante l'inguardabile conclusione di Pichi Alonso, si affidano per un rigore da realizzare assolutamente a un altro Alonso, Marcos, che ci mette del suo per rendere perfetta la serata di Duckadam con un destro impresentabile che il portiere rumeno neutralizza senza sforzo.
La Steaua Bucarest si aggiudica contro ogni pronostico la Coppa dei Campioni, ma tutti gli occhi sono solo per lui: Helmuth Duckadam, quattro rigori parati su quattro, che diventa all'istante L'eroe di Siviglia.
Sono passate solo poche settimane dall'impresa, l'eco delle prodezze del baffuto portierone rumeno non si è ancora affievolita, quando arriva la notizia che lascia tutti di sasso: Duckadam si ritira, chiude con il calcio.
Com'è possibile? Cosa è successo all'uomo che, in una sera, da quasi sconosciuto era diventato il portiere più famoso del mondo, tanto che per i ragazzini poco dotati con i piedi, il sogno di emularlo rendeva assai meno umiliante essere relegati tra i pali? Il portiere che il Manchester United voleva a tutti i costi?
L'isolamento del paese non è l'ideale per reperire notizie chiare, si parla solamente di un generico problema al braccio destro. Nel giro di poche settimane cominciano a circolare voci sempre più incredibili. La più famosa racconta che un misterioso benefattore, tifoso del Real Madrid, forse addirittura re Juan Carlos, gli abbia regalato una Mercedes per ringraziarlo di aver battuto il Barcellona. Un figlio di Ceauşescu avrebbe preteso l'auto e, davanti al rifiuto di Duckadam, la Securitate gli avrebbe fracassato le mani. Qualcun altro racconta addirittura di una fucilata durante una battuta di caccia.
Duckadam ha sempre smentito tutto. La sua versione è molto meno cinematografica: nell'estate del 1986, un coagulo di sangue bloccò un'arteria del braccio destro. Fu operato d'urgenza a Bucarest e rischiò l'amputazione. La malattia, non la Securitate, mise fine alla sua carriera.
Lascia Bucarest e torna ad Arad. Si avvicina al Vagonul Arad, squadra di terza divisione, di cui diviene vicepresidente; la squadra festeggia la promozione in serie B, il braccio non fa più male e la voglia di giocare non si è mai sopita. Torna tra i pali, in una partita di coppa di Romania, nel settembre del 1989. Il Vagonul va ai calci di rigore, Duckadam ne para due, gara vinta, un collegamento ideale con quell'avventura iniziata tre anni prima e finita troppo presto. Ma il braccio non regge e nel 1991 si ritira definitivamente.
Dopo aver lavorato come doganiere e nella polizia di frontiera, attraversa anni difficili. Nel 2002 vende per tremila dollari i guanti con cui aveva fermato il Barcellona; l'anno seguente vince alla lotteria una green card e si trasferisce con la famiglia a Phoenix.
Nel 2010 rientra definitivamente in Romania e torna alla Steaua, questa volta come presidente onorario. Per dieci anni rimane legato al club che, venticinque anni prima, aveva portato con le sue mani larghe come badili sul tetto d'Europa.
Muore a Bucarest il 2 dicembre 2024, a 65 anni. Gli sopravvive la sua impresa: quattro rigori parati su quattro, mai eguagliata in una finale della massima competizione europea per club.



Washington, 29 giugno 1994
Saeed AL-OWAIRAN

Saeed Al-Owairan, quando approda negli USA nella ribollente estate del 1994, ha ventisei anni ed è un perfetto sconosciuto, così come la nazionale dell'Arabia Saudita, alla sua prima fase finale dei Mondiali.
Perfetti sconosciuti, si diceva. Per giunta, finiscono pure in un gironcino niente male, insieme a Olanda, Belgio e Marocco; non vi affannate a disfare le valigie, pensano in molti, che tre partite passano presto.
Si parte con la favoritissima del girone, l'Olanda. Passano i primi minuti; però, questi sauditi... tatticamente sprovveduti, ma con i piedi ci sanno fare eccome, e pure con la testa. Ed è proprio con una perfetta girata di testa che al 18' Amin infilza come un tordo il portiere arancione De Goey. L'Olanda arranca, agguanta il pareggio in apertura di ripresa con un destro da distanza siderale di Jonk, il centrocampista che aveva fatto della lentezza una ragione di vita, e riesce a mettere le mani su un'affannosa vittoria quando mancano appena quattro minuti alla fine con Taument, e soltanto grazie ad una insensata uscita al limite dell'area del portiere saudita Al-Deayea. Sconfitta dunque, ma la buona impressione rimane.
E Saeed? In questa gara non brilla, tanto che viene sostituito al 69' da Saleh; i tempi non sono ancora maturi.
Si va alla seconda sfida, tocca al Marocco; dopo sette minuti Saeed e compagni passano in vantaggio grazie ad un calcio di rigore trasformato da Al Jaber, soprannominato in patria Super Sami (sarà il primo giocatore saudita della storia a giocare in Inghilterra, con la maglia del Wolverhampton), i marocchini pareggiano con Chaouch ma pochi secondi prima dello scadere del primo tempo, è nuovamente Amin a mettere a segno il gol che suggella la prima vittoria dei sauditi ad una fase finale dei mondiali.
E Saeed? Gioca una buona gara, rimane in campo per tutti i 90 minuti, si sta preparando.
Manca dunque l'ultima giornata per chiudere il gruppo F. Il Belgio è primo nel girone; dopo aver superato 1-0 il Marocco nella prima gara, si è ripetuto a sorpresa contro i cuginetti olandesi, battuti con il medesimo risultato. Olanda e Arabia Saudita a quota 3, Marocco a zero e praticamente fuori dai giochi.
Washington, 29 giugno 1994, RFK Stadium. Visto che le TV comandano, si gioca assurdamente alle 12.30, oltre 50.000 persone sugli spalti a liquefarsi sotto un sole assassino. Il termometro segna 110° Fahrenheit, che tradotto fa 43° Celsius. Follia pura.
A questo punto, è doveroso fare una precisazione: il Belgio di quegli anni sarà pure stato una bella squadra, ma di una noia letale. Tattica del fuorigioco esasperante, serie infinita di passaggi in orizzontale, e titic e titoc, toh guarda, adesso attaccano loro, una frazione di secondo prima del passaggio in profondità tutta la difesa sale in sincronia che neanche il corpo di ballo del Bolscioi, attaccante avversario in fuorigioco, tutto fermo; uno strazio, un coitus calcistico continuamente interruptus.
Quello che il mister Van Himst e i suoi giocatori non hanno calcolato è che i sauditi manco ci pensano a passare il pallone; adesso la palla è mia, ragazzi, fatemi divertire un po'.
Sono passati appena cinque minuti. Saeed Al-Owairan, professione centrocampista, maglia numero 10 sulle spalle come si addice ai genialoidi del calcio, riceve un pallone nella propria metà campo. Tra lui e la porta belga ci sono circa settanta metri, Saeed raccoglie palla, si volta e parte di gran carriera verso la leggenda. Salta un avversario, ne salta un altro, si accorge che la cosa gli piace e i belgi saltati come paletti da slalom diventano tre, poi quattro. In un lampo è dentro l'area avversaria, il portiere Preud'Homme gli esce incontro alla disperata, Saeed piazza il destro.
Palla in rete.
Il risultato non cambia più, grazie anche alle parate in serie di Al-Deayea, ma chi se le ricorda? Tutta la gara si è ormai condensata in quegli undici secondi, tanto è servito a Al-Owairan per cristallizzare la sua immagine nella storia del calcio. Nel frattempo, a Orlando (stessa ora, stessa temperatura), l'Olanda supera 2-1 il Marocco e finisce a 6 punti come Arabia Saudita e Belgio, Orange primi, sauditi secondi, i belgi se la sfangano rientrando tra le quattro migliori terze e passano il turno pure loro.
Negli ottavi di finale, l'Arabia Saudita cederà il passo alla Svezia, che chiuderà il mondiale con un sorprendente terzo posto: gli svedesi vincono 3-1, ma la storia è ormai scritta. Al suo rientro in patria, Saeed Al-Owairan viene accolto come un eroe nazionale. Re Fahd gli regala una villa enorme e una Rolls-Royce, e si scatena un effetto domino: tutti i sultani, sceicchi, emiri e chi più ne ha più ne metta, si contendono il “Maradona del Golfo” a colpi di regali e assegni; Il ragazzo diventa in poche settimane una celebrità nazionale, oltre ad accumulare una fortuna non indifferente.
“Quel gol per me si rivelò essere un'arma a doppio taglio”, dirà Al-Owairan molti anni più tardi. “Da un lato fu meraviglioso, dall'altro fu la mia rovina. Mi ritrovai di punto in bianco costantemente sotto i riflettori, e persi la testa.”
Ormai convinto di essersi trasformato in una sorta di semidio, Saeed pretende di trasferirsi all'estero, magari per giocare in uno di quei club europei che lo avevano richiesto, abbagliati dalla sua cavalcata mondiale. Le autorità saudite glielo negano, e per tutta risposta moltiplica i suoi eccessi. Si avvicina all'alcool, alle donne, una, poi un'altra, scopre che la cosa gli piace, ancor di più che saltare in dribbling gli avversari, allora diventano tre, poi quattro, poi smette di contarle. Nel 1995 scappa dal suo club, l'Al-Shabab, e si concede due settimane di ferie non autorizzate in Marocco; al suo ritorno si prende una multa e un avvertimento, ma Saeed non lo coglie, continua a scivolare sempre più velocemente lungo la china, fino a quel giorno di febbraio del 1996.
È probabilmente una soffiata a mettere sulle sue tracce la Mutawa, la polizia religiosa; fatto sta che lo pescano al Cairo, in Egitto, fuori da un locale notturno, sbronzo e avvinghiato come un polipo a un paio di ragazze russe. E tutto questo in pieno Ramadan. Una violazione così palese delle leggi religiose saudite, che stavolta neppure la sua fama può salvarlo; viene arrestato, riportato in Arabia Saudita e processato. Le cronache dell'epoca parlano di una condanna a tre anni, ma sulla durata effettiva della detenzione (scontata solo in parte) le versioni divergono. Si prende anche la sospensione di un anno dal calcio, ed è quindi costretto a guardare in TV i suoi compagni di nazionale qualificarsi per la fase finale dei Mondiali del 1998.
Poco prima dell'inizio della competizione, Re Fahd gli concede la grazia, per permettergli di partecipare alla manifestazione. Si narra che la grazia sia un regalo del sovrano al figlio più giovane che, appena tredicenne nel 1994, chiede in dono al padre di poter ammirare nuovamente in campo il suo idolo.
Nel Mondiale francese, la nazionale saudita non ripete le belle prestazioni dell'edizione precedente; sconfitta dalla Danimarca per 1-0 nella prima gara, travolta 4-0 dai padroni di casa nella seconda, lascia la competizione con un 2-2 contro il Sudafrica.
Saeed Al-Owairan, trentenne, imbolsito e fuori forma, non lascia traccia di sé; esce a dieci minuti dalla fine nella prima gara, contro i francesi viene sostituito dopo poco più di mezz'ora, nell'ultima partita rimane in panchina per tutti i novanta minuti.
Dove, forse, vede scorrere in continuazione davanti agli occhi quegli undici secondi che gli cambiarono la vita, nel bene e nel male.

Enzo Mariotti

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Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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