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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Ginera Blue
Titolo: Una vita da scovare tra le pagine di un diario
Genere Narrativa Biografica
Lettori 335 6 2
Una vita da scovare tra le pagine di un diario
“Non smetterò di sognare
perché ho avuto un incubo.”
-Wesley D'Amico-

Sono qui nella mia casa nuova mentre disfo quelli che mi sembrano infiniti scatoloni pieni zeppi della mia vita.
Apro una scatola e, tra cd, libri e fotografie, trovo uno dei miei diari personali; uno di quei “luoghi” segreti dove scrivo tutte le mie emozioni.
Ha una copertina blu di pelle e un laccio che lo tiene chiuso; per un attimo ho quasi un mancamento a causa di tutti i ricordi che prepotentemente ritornano a galla solo guardando quel diario logoro da cui spunta qualche foglia secca quindi decido di sedermi qui in cucina e riaprirlo per ripercorrere la mia vita o quella che anagraficamente lo è.
Quello che mi trovo tra le mani non è il mio primo taccuino bensì quello più “ingombrante”: un'agendina che acquistai qualche anno fa al mercatino di Natale a Merano; un diario che iniziai a scrivere inevitabilmente qualche giorno dopo e di cui ricordo ancora quasi ogni parola che vi è scritta... ma partiamo dall'inizio.

Mi chiamo Elisa, ho trent'anni, sono una casalinga, ho una bimba, un marito e tre cani.
Che palle! Sembra il classico incipit di una noiosa e comune vita -e forse avete ragione- quindi ricominciamo.
Mi chiamo Elisa, ho trent'anni, sono una casalinga, ho una bimba, un marito, tre cani e un passato di silenzi.
Che due palle, di nuovo!
Ok, ok, lo so di non esser interessante come Chiara Ferragni ma non fermatevi alle prime righe.
Mi chiamo Elisa e la mia vita è iniziata solo qualche anno fa quando l'incubo di un ricordo ha bussato alla mia mente dando origine alla vita stessa.

Erano i primi di gennaio e mi trovavo in vacanza alla casa al mare quando, mentre pioveva e la melodia della pioggia batteva sul tetto della stanza dove dormivo con Stella, mi svegliai madida di sudore soffocando un urlo.
Dopo infiniti secondi guardai la mia bimba per controllare che dormisse serena e che non si fosse accorta del mio dolore. Vedendola riposare placida, iniziai a riflettere su quell'incubo che da due mesi lambiva le mie notti e solo in quel momento capii che era un ricordo sepolto undici anni addietro quando ero ancora una ragazzina tredicenne sperduta nella vita di campagna di un mondo che non mi apparteneva.
No, no! Non è possibile! mi ripetevo mentre non mi capacitavo del mio aver dimenticato o tentato invano di seppellire. Non riuscivo a ritenerlo vero.
Sbattevo la testa contro un muro immaginario incredula di aver vissuto quell'episodio ed altri che iniziavano a susseguirsi nei miei ricordi come se mi trovassi in un girone infernale tutto nella mia testa.
Ricordo che non riuscii più a prendere sonno quella notte e nemmeno in quelle successive; ero tesa, nervosa mentre Stella e Carlo non capivano cos'avessi e sopportavano i miei silenzi e i miei nervosismi senza dire nulla o forse ero io a non accorgermi dei loro tentativi di calmarmi.
Ero come in un mondo parallelo, la mia testa continuava a dire che ero fusa, che non era possibile, che dovevo esser stressata ma in fondo sapevo che erano solo tutti meccanismi di difesa; la testa ha un cip interno difficile da decifrare ma lo scoprii solo anni dopo.
Dopo giorni di silenzi in cui ancora oggi non ricordo cosa feci, tornati nella nostra città mi resi conto che non potevo tenermi tutto dentro e che l'unica persona con cui potessi confidarmi era mio marito così una sera, quasi come se niente fosse, mi sedetti sul bordo del letto e gli chiesi di venire in camera perché avevo bisogno di parlargli.
Il suo sguardo non lo dimenticherò mai: in pochi secondi passò dalla paura al credermi pazza, al tornare serio, poi preoccupato e alla fine sbigottito perché credo che nessuno sia mai pronto ad aprire un vaso di Pandora cosi tetro, soprattutto dopo quasi 9 anni di relazione con una persona.
Ricordo che cercò giustificazioni, forse perché credeva mentissi -e lo capivo- o per togliermi un dolore, o semplicemente per trovare una spiegazione dove lui non aveva mai notato nulla...e come avrebbe potuto se nemmeno io riuscivo a ricordare?
E poi?
E poi le nostre vite proseguirono quasi invariate per un annetto o meglio, le maschere ormai le hanno tutti, no?
Di giorno, nella quotidianità, ero sempre io, ma dentro bruciavo, soffrivo e c'erano intere giornate in cui rivivevo quel ricordo e faticavo a trovar pace.
La gente non vedeva, non poteva vedere, ma io mi detestavo, faticavo a guardarmi allo specchio, a sorridere o a parlare con gli altri; mi rifugiavo nelle mie certezze: mio marito e mia figlia.
Ecco, il nostro amore si era rafforzato, il nostro dialogo era diventato più limpido, il sostegno più accentuato ma io ero diventata un pezzetto di granito quando avrei dovuto solo sciogliermi nel suo abbraccio protettivo di uomo buono che difende la sua amata.
Stella non si accorse mai di nulla, o così voglio credere, perché era ancora troppo piccola, chiusa nella sua infanzia di giochi e immensi sorrisi che mi davano la forza di andare avanti e cercare di accantonare quel vissuto.
Finché, come una grandinata d'estate, un castello di piccole certezze iniziò a cadere esattamente a un anno da quel incubo...quello sgretolarsi di finte fondamenta segnò di netto la mia esistenza.

Era un periodo in cui io credevo di poter seppellire quel brutale baule in fondo ai pensieri, sognavo un giardino verde pieno di fiori, due cani che correvano, una bambina che giocava sull'altalena e una coppia felice che si godeva questo paradiso. Ecco cosa stavo mentalmente realizzando quando, come una panna cotta senza gelatina, tutto ha perso la sua forma perfetta spiaccicandosi sui miei piedi nudi di linda fiducia ma a questo punto dobbiamo fare un passo indietro, anzi, 10 passi indietro o forse partire dall'inizio -mamma che casino esistere! -, a quando io nacqui tra le colline piemontesi in una famiglia che tutto era fuorché quella del mulino bianco.

INFANZIA

“Questo è il nostro obbligo
nei confronti del bambino: dargli un raggio di luce
, e seguire il nostro cammino.”
-Maria Montessori-

Dentro il diario ho trovato una foto di Stella mentre camminava per le vie del mio paese, sullo sfondo un bosco verde e quieto, un verde che dovrebbe trasmettere tranquillità ma che stonava con la mia vita.

Venni al mondo nell'inverno del 1990 proprio mentre mio padre era alle prese con un nuovo restyling della sua azienda e mia madre, beh, lei continuava ad amare il suo bar e i suoi clienti.
Arrivai di soppiatto quando ormai loro erano già propensi a diventar nonni dato che finalmente erano usciti dalla fase adolescenziale delle mie tre sorelle, quindi vi lascio immaginare lo scompiglio che portai nella loro vita.
Nacqui e crebbi a La Morra, un piccolo paesello nelle langhe piemontesi dove scarseggiava la vita giovanile ma era ben piena di anziani lavoratori e bevitori: un paese maschilista allora ma anche adesso.
Uno dei miei primi ricordi riguarda l'asilo: avevo quattro anni e per raggiungere la scuola materna dovevo attraversare la via principale del paese, uno stradone che iniziava dopo una curva cieca.
Era una mattina dicembrina e, come sempre, mi stavo recando in solitaria all'asilo; quel giorno ero distratta perché si stava avvicinando il Natale e sapevo che avremmo iniziato a imparare la canzoncina quindi avevo la testa per aria e attraversai senza guardare proprio mentre un'auto spuntò dal nulla e quasi mi investì ma io corsi sul marciapiede appena in tempo.
La maestra vide tutto e mi venne incontro per poi riportarmi a casa dove mia madre le disse che mi avrebbe tenuta lì e, appena fummo sole, mi fece una ramanzina con tanto di schiaffone in faccia.
Di ricordi potrei narrarvene tanti ma il finale era più o meno quello che ebbi quella mattina.
Quando cerco di guadare al mio passato non trovo bei momenti, non trovo spezzoni che mi facciano sorridere o, se ci sono, riguardano esperienze vissute in solitaria, come le notti a guardare le stelle seduta sul davanzale della finestra; in nessun bel ricordo c'è la mia famiglia.

In paese non vivevano molti bambini e ancor meno della mia età; li conoscevo tutti ma non ero amica di nessuno.
Devo ammetterlo, all'inizio mi invitavano a casa loro, alle loro festine di compleanno, alle merende, ma io non potevo mai perché i miei dovevano lavorare, non avevano tempo per accompagnarmi, e pure io dovevo contribuire alla vita famigliare quindi ben presto loro smisero di invitarmi e di conseguenza di interagire con me anche a scuola.
Trascorsi la mia infanzia servendo ai tavoli del bar di mia madre o imparando il lavoro di mio padre perché secondo loro quello era il destino e il mio compito.
Ricordo la prima volta che mia madre mi mise a lavare e rassettare la cucina del suo bar, avevo sei anni e temevo la grande lavastoviglie industriale che campeggiava in quella stanza tutta d'acciaio e fredda ma in poco tempo imparai a padroneggiarla.
I miei genitori erano devoti al lavoro, il vero loro figlio, tanto da non fare mai ferie né fermarsi nemmeno per un giorno.
Non ho memorie di averli visti a un mio saggio scolastico, a una partita di pallavolo o semplicemente a festeggiare un mio compleanno.
Per loro il lavoro era ciò che garantiva un tetto, un'istruzione e uno status sociale dunque a me altro non doveva servire; di sicuro erano e sono dei gran lavoratori ma diciamo che l'aspetto umano era più assente della connessione internet in un ghiacciaio.

A La Morra non c'era molto da fare, o meglio, non per me perché, come ho anticipato, non c'era tempo per vedere gli amici o giocare, l'unico imperativo era il lavoro e cosi passai gli anni senza conoscere la bellezza della vera amicizia ma in compenso a nove anni sapevo distinguere i vari vitigni e gestivo il bar anche da sola.
Ricordo con affetto un signore anziano, tale Dori, che ogni sera si fermava a bere l'ultimo bicchiere fino a mezzanotte e mi ascoltava mentre iniziavo a far i compiti o studiare. Mi faceva compagnia, mi teneva sveglia e cercava di non farmi distrarre perché ero stanca morta ma quello era l'unico momento quieto dove potevo mettermi in pari con i doveri scolastici.
Aggiungeteci che diventai presto “signorina” e questo mi fece letteralmente cadere in un abisso di isolamento volontario perché a 8 anni io volevo giocare con le bambole, non uscire di soppiatto prima della ricreazione per andare in bagno senza esser vista, ma si sa, quando arrivano, arrivano, non puoi cacciarle via come fai con il pallone.
Mi sentivo sola in un mondo di adulti quando invece ero ancora una bimba quindi imparai presto a mimetizzarmi e assecondare le uniche persone che facevano parte della mia vita.
Ginera Blue
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