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Riccardo Bruni, da un piccolo sito web negli anni 90, su cui pubblicava i primi racconti, fino ad arrivare alla presentazione del suo romanzo "La notte delle Falene" al Premio Strega. Ha partecipato a vari progetti collettivi, tra cui YouCrime di Rizzoli, in collaborazione con il Corriere della Sera. Scrive sul quotidiano La Nazione, su Giallorama.it, di cui è uno dei fondatori, e collabora con varie realtà del web, tra cui Toscanalibri.it. In questa intervista racconta la sua storia a Writer Officina.
Oriana Fallaci, l'intervista impossibile a una scrittrice mai morta. Prima di approdare al romanzo e al libro, Oriana Fallaci si dedicò prevalentemente alla scrittura giornalistica, quella che di fatto le ha poi regalato la fama internazionale. Una fama ben meritata, perché a lei si devono memorabili reportages e interviste, indispensabili analisi di alcuni eventi di momenti di storia contemporanea. La raccolta delle sue grandi interviste con i potenti della Terra venne poi inglobata nel libro "Intervista con la storia".
Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Federica Storace
Titolo: Madri per sempre
Genere Saggistica
Lettori 697 23 8
Madri per sempre
Donne raccontano maternità possibili.

La figura femminile e la dimensione della maternità ieri ed oggi
Pagine e pagine sono state scritte, forse fiumi di inchiostro versati per parlare delle donne e della femminilità in tutti i suoi multiformi aspetti e sfumature.
E' innegabile che culture e società siano quasi sempre state strutturate, e lo sono ancora nonostante i cambiamenti in atto, da un'impronta patriarcale e tendenzialmente maschilista.
Eppure le donne, con le caratteristiche tipiche della femminilità, hanno sempre funzionato da “motore” trainante, a livello privato e sociale, per orientare, promuovere, custodire, accudire, spesso guidare, magari ...sotto mentite spoglie, famiglie e comunità.
Doti, talenti, qualità e difetti abbondano in ciascuno dei due sessi ma sono evidenti anche le naturali differenze: fisiche, ormonali, emotive, intellettuali.
Nell'incontro tra uomo e donna è quest'ultima che possiede la maggiore capacità di comporre le differenze fino a formare “l'unità”.
In tutti i rapporti sono le donne a saper creare e far fiorire meglio relazioni di ogni tipo, in particolare quelle affettive, nell'ottica dell'incontro e del dono, ben lontana da quella del “possesso” così pericolosamente diffusa nella società attuale.
Ancora oggi, come Penelope, sovrana che filava e disfaceva la sua tela per tener fronte all'arroganza maschile dei Proci, le donne sono “tessitrici” di rapporti, legami, incontri.
Filo dopo filo, compongono la trama della vita, forti nell'attesa e coraggiose nella fedeltà, capaci di sfidare regole ingiuste, di sgretolare pregiudizi, di mantenere limpido lo sguardo davanti alla loro coscienza e al mondo.
Sono tante. E ancora ci narrano la loro e la nostra storia.

Antigone

La sua vicenda è giunta fino a noi grazie alla meravigliosa tragedia di Sofocle. E' legata alla cultura ed alla mitologia greca ma si tratta di una figura ancora attuale come attuali sono le guerre, di cui si parla e di cui si tace, violenze, massacri che si consumano quotidianamente, in tanti paesi del mondo, e che coinvolgono anche e soprattutto le donne.
Giovane greca, figlia di Edipo e Giocasta, in una società lacerata dai conflitti e duramente gestita da uomini senza scrupoli, la ragazza osa disobbedire al re Creonte.
Il sovrano, infatti, aveva vietato, per vendetta, dopo l'ennesima battaglia, che il fratello della giovane, Polinice, venisse sepolto: una crudeltà terribile e sacrilega.
Antigone si trova a dover decidere: obbedire alle regole del re o al richiamo della sua coscienza rischiando la vita?
Decide in fretta e chiede aiuto alla sorella Ismene che cerca, invece, di dissuaderla.

“ISMENE: Quale cimento? Il pensier tuo dov'erra?
ANTIGONE: Se dar sepolcro vuoi meco al defunto.
ISMENE: Vuoi seppellirlo, e la città lo vieta?
ANTIGONE: Anche se tu rifiuti: traditrice niun potrà dirmi: è mio fratello e tuo.
ISMENE: Quando Creonte fa divieto, o misera?
ANTIGONE: Strappar non mi potrà da chi m'è caro!”

Nessuno può strappare ad una donna le persone che ama.
Antigone disobbedirà alla legge, ascoltando la voce della sua coscienza darà degna sepoltura al fratello e verrà condannata a morte da Creonte.

“Vedi questa donna?”

La vicenda di una donna senza nome è narrata dall'evangelista Luca ed ha attraversato il tempo giungendo fino a noi.
Un fariseo, uomo ricco e potente, allestisce per Gesù un banchetto.
Naturalmente gli invitati erano solo uomini.
Ma una donna voleva avvicinare a tutti i costi Gesù per dimostragli gratitudine e amore.
L'aveva guardata con tenerezza, il suo sguardo le aveva ridato dignità.
Era considerata una peccatrice, uno di quei giudizi che pesavano, allora e oggi, come macigni.
Eppure, durante la cena, compare nella sala.
Il silenzio dev'essere sceso come una cappa pesantissima e glaciale sui presenti.
Ma la donna senza nome, la peccatrice, non si fermò, nonostante sentisse bruciare gli sguardi di tutti su di lei, andò da Gesù, si inginocchiò e...

“piangendo ai piedi di lui cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Lc 7,38)

Uno scandalo davanti a quella platea ipocrita e maschilista, specchio della società e della tradizione religiosa di allora.
Ma Gesù la lasciò fare. Permise che, con le lacrime, bagnasse i suoi piedi per poi asciugarli con i capelli sciolti, accolse con libertà i suoi baci e le carezze impregnate di prezioso olio profumato che doveva essere costato, alla donna, una fortuna.
Non fermò, il figlio di Dio, gesti che dicevano amore benché sapesse che erano motivo di scandalo e di critica.
Anzi, attraverso quei gesti, sfidando una tradizione miope e crudele, “riconsegnò” alla donna la dignità perduta.
Simone, il padrone di casa, cominciava a stare sulle spine davanti a quella scena disdicevole che si stava consumando alla sua tavola, ma il suo ospite, a spazzare definitivamente via pregiudizi e ipocrisie, dopo aver raccontato una delle sue parabole, gli si rivolse con una domanda e gli suggerì anche la risposta:

“Vedi questa donna?
Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7. 44-47)

L'amore è anche mettersi in ginocchio e questo chinarsi non è sottomissione nei confronti di qualcuno ma la scelta di come “usare” il nostro corpo e l'anima, in tutta l'originale bellezza della femminilità.
Scelta di vivere il nostro amore di donne in un modo o nell'altro: il bivio tra soddisfazione di sé e dono di sé.
Guardarci soltanto allo specchio o saper vedere e aiutare a ricostruire dignità ferite intorno a noi.


Rosa Parks
Nel dicembre del 1955, a Montgomery, Alabama, Rosa Parks, una sera, salì sull'autobus. Visto che non c'erano altri posti liberi, occupò un sedile tra quelli che potevano essere usati sia da neri che da bianchi.
Ma, poco dopo, salì sul pullman un uomo bianco al quale, secondo la normativa vigente, Rosa avrebbe dovuto lasciare il posto. Ma la donna rifiutò. Intervenne l'autista che la minacciò ma Rosa non si alzò e venne arrestata. Per quel rifiuto e le conseguenze che ne derivarono, fu considerata il “simbolo” della lotta contro la discriminazione razziale.
Una donna che ebbe il coraggio di combattere una legge ingiusta, discriminante che ledeva la dignità di un gran numero di cittadini. Rosa, come disse Bill Clinton nel 1999, “Mettendosi a sedere, si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell'America”.
E non solo dell'America. Le donne difendono la dignità sempre e dovunque. O, almeno, sono chiamate a farlo. Dipende sempre che donne si sceglie di essere.

Rosanna Benzi
Genova. Ospedale San Martino. Dall'inizio degli anni Sessanta, vive, prigioniera del polmone d'acciaio (“Il mio scaldabagno” come lo definiva lei!) Rosanna Benzi. Ancora giovanissima, si era ammalata di poliomielite, era rimasta tetraplegica ed affetta da una grave insufficienza respiratoria che ne impediva l'autonomia. Questa donna che sembrava e, fisicamente, era intrappolata in uno “scafandro”, ha fatto della sua esistenza una testimonianza instancabile a favore della vita e una battaglia senza sosta sul fronte dell'impegno sociale.
Pur guardando il mondo grazie ad uno specchio, posto davanti al suo viso, continuò a tessere, con entusiasmo, rapporti e relazioni di amicizia e d'amore.
Divenne una delle voci più autorevoli a sostegno dei diritti dei disabili e, nel 1976, fondò e diresse la rivista "Gli Altri" dalle cui pagine vennero portate alla ribalta alcune importanti campagne di sensibilizzazione nei confronti dei temi dell'handicap e dell'emarginazione sociale. Scrisse, pur completamente immobilizzata, “Il vizio di vivere” e “Girotondo in una stanza”, testimonianze di amore alla vita donate con il suo aperto sorriso e l'acuta ironia.
Innamorata, serbava nel cuore anche il desiderio di poter avere un figlio ma rinunciò:
- Averlo sarebbe stato un atto di egoismo, non d'amore. Un bambino ha bisogno di essere tenuto in braccio da sua madre - .
Nonostante tutto Rosanna, riferimento di tanti, è stata madre, amica, sorella...
Donna coraggiosa fece di tutto per ribaltare l'ottica di una società che nutriva ancora numerosi pregiudizi nei confronti dei più fragili. Voce di chi non aveva voce per restituire a tutti la dignità. Dignità a 360 gradi e senza distinzioni.
La Onlus “Fondazione Promozione Sociale” la ricordava così, nel 1991:
“Poche settimane prima di morire ha rilasciato una intervista alla Rai: - Spero che il lavoro che ho iniziato vada avanti. Spero di lasciare di me l'immagine di una donna con pregi e difetti. Un po' matta, un po' ironica. Spero di non aver fatto brutte figure ... - . La vogliamo ricordare così, al di là degli schemi che pretendono di catalogare la - diversità - e la - norma - , invece di lasciar spazio alla originalità di ogni persona umana ed al valore d'ogni vita”.
Le madri di Plaza de Mayo
Argentina, 1976-1983, anni della dittatura militare. Tutti gli oppositori del regime venivano eliminati sistematicamente e nella più assoluta segretezza. Videla ripeteva: “Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi”.
Si consumava così, sotto gli occhi del mondo, il dramma dei Desaparecidos.
Ma, a partire dall'aprile del 1977, davanti alla Casa Rosada, il Palazzo Presidenziale, diventato la base logistico-organizzativa che tesseva le fila di un regime violento e sanguinario, iniziarono a radunarsi tante donne. La maggior parte erano madri, nonne, sorelle, amiche degli scomparsi e chiedevano giustizia e verità per i loro cari. Ben presto, però, si erano unite alla protesta anche altre donne che manifestavano per solidarietà nei confronti di chi era stato direttamente colpito da questa tragedia. Le madri di Plaza de Mayo, costituirono, ben presto, un'Associazione e una delle loro leader, qualche tempo dopo, scomparve. Si chiamava Azucena Villaflor e, probabilmente, perse la vita in uno dei “voli della morte”. La segretezza delle nefandezze commesse, infatti, veniva garantita dal fatto che le vittime del regime venivano gettate nell'Oceano dagli aerei: scomparvero così oltre 30.000 persone. Ma la lotta per la ricerca della verità non si fermò, anzi continua tutt'ora perché i numerosi meandri bui di quel potere, costituito di violenza e menzogna, non sono ancora del tutto emersi alla luce.
Nel maggio del 2018 Papa Francesco ha inviato un messaggio alle Madri di Plaza de Mayo ricordando anche un'altra vittima Esther Ballestrino de Careaga, scomparsa anche lei per mano dei militari, lasciando una figlia che, oggi, percorre le sue orme e conduce un seguitissimo programma radiofonico “Ahora y Siempre” (Ora e sempre)
“Lottatrici, lottarono per la giustizia e ci hanno insegnato la strada che bisogna percorrere per andare avanti (...). Prego per tutti gli uomini e le donne di buona volontà che vogliono portare avanti un progetto di giustizia e di fratellanza insieme”. (Papa Francesco, 2 maggio 2018).
Queste donne testimoniano, come tante altre nel mondo di oggi, che nessuna ideologia, neppure la più violenta e disumana, può scalfire il loro coraggio, il loro amore e, soprattutto, la capacità di essere solidali, disposte a rischiare e perdere la vita anche se l'ingiustizia non le ha colpite direttamente. Perché, in realtà, non c'è nulla che minacci la vita, la dignità umana che non tocchi immediatamente, nel profondo, le donne lasciandole indifferenti.

Ma è una, in particolare, la caratteristica che distingue, sotto tutti i punti di vista, il maschile dal femminile: la possibilità di generare, il possedere un grembo pensato e perfetto per custodire attivamente e dare alla luce la vita.
La maternità.
Quel mistero che, dall'origine dei tempi, ha permesso alle generazioni di passarsi il testimone l'una dopo l'altra.
Quell'esperienza vissuta, interpretata, veicolata in mille e mille modi diversi.
E che resta unica e speciale per ciascuna donna che sceglie di viverla o, magari, non la sceglie oppure ...le possibilità sono numerosissime.

Maternità attese, impossibili, impedite, non desiderate, rifiutate ...
Tutte le storie di cui la tradizione ci ha narrato hanno un loro particolare significato. Soprattutto ci parlano di donne.
Donne che hanno vissuto storie uniche, donne che, dal passato, ci dicono ancora qualcosa di importante perché niente, spesso, è più attuale di quanto accaduto o narrato nel corso dei secoli che ci hanno precedute.
Federica Storace
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