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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Roberto Cocchis
Titolo: La parete dipinta
Genere Soprannaturale
Lettori 455 10 8
La parete dipinta
22 racconti del Soprannaturale.

L'eredità dello zio Niccolò era arrivata proprio al momento giusto. Rolando stava liquidando la sua attività di agente di viaggi, troppo stressante e dispendiosa, e stava pensando a come avviarne una diversa con il modesto capitale che gli sarebbe rimasto. Non aveva più voglia di fare sempre le stesse cose ma, ripensandoci a freddo, buttare via quindici anni di esperienza nel settore del turismo sarebbe stato da stupidi. Pensava che gli sarebbe piaciuto molto gestire un piccolo albergo o una qualunque struttura ricettiva, però non poteva permetterselo. Se ne avesse preso uno semplicemente in gestione, si sarebbe trovato a dover lavorare come un mulo per far guadagnare soprattutto qualcun altro. Di acquistarne uno, non se ne parlava proprio: la spesa sarebbe stata di parecchio al di fuori delle sue possibilità.
Quando ormai era quasi rassegnato all'idea di aprire una nuova agenzia di viaggi, ma più piccola di quella precedente, gli era arrivata una telefonata del tutto inattesa. La persona dall'altra parte si era qualificata come l'avvocato Seminara, che Rolando non aveva mai sentito nominare. Non si trattava di un problema giudiziario, come Rolando aveva temuto all'inizio: benché non avesse alcun tipo di pendenza con la giustizia e avesse sempre risolto bonariamente tutte le contestazioni con i clienti e gli altri operatori, non si poteva mai sapere. No, l'avvocato lo contattava in quanto esecutore testamentario di suo zio, Niccolò Da Rold, che Rolando aveva visto per l'ultima volta nell'adolescenza, ossia oltre venti anni prima. Rolando non sentiva nominare lo zio Niccolò da tanto di quel tempo che gli era venuto spontaneo chiedersi cosa avesse fatto nel frattempo, dato che lo zio non si era mai fatto vivo nemmeno nelle feste e perfino in occasione della morte della madre di Rolando, che pure era la sua unica sorella.
Non era successo niente di strano. Lo zio era sempre rimasto in Italia e aveva sempre esercitato la stessa professione, quella di venditore di arredamenti di qualità. Ma, dopo la scomparsa dei genitori e il divorzio dalla moglie, si era trasferito dalla provincia di Treviso a Napoli e lì aveva acquistato una casa in un antico palazzo, vicino a dove teneva il negozio. Aveva condotto una vita tranquilla, forse un po' solitaria, e guadagnato abbastanza bene. La morte era sopraggiunta all'improvviso, per un attacco di cuore che lo aveva colto mentre era in negozio. Non era stato ritrovato nessun testamento e l'erede più prossimo era Rolando, perché lo zio non aveva avuto figli e anche l'ex moglie era morta.
Se avesse avuto il tempo di fare una puntata a Napoli e di dare un'occhiata, Rolando avrebbe potuto decidere lucidamente cosa farsene dell'eredità, perché questa non era gravata da debiti ma la sua accettazione comportava una serie di adempimenti amministrativi, tasse e contributi il cui costo non era trascurabile.
Rolando non era mai stato a Napoli. Il suo mestiere lo aveva portato a viaggiare molto, ma quasi sempre verso Nord. Qualche volta, quando era stato necessario, si era spinto fino alla Spagna e alla Grecia, ma mai nell'Italia del Sud. Nato e cresciuto in un paesino veneto, non aveva pregiudizi verso il Meridione e i meridionali, ma nemmeno provava chissà quale interesse per le attrattive di quell'area. Né le esigenze dei suoi clienti lo avevano mai spinto a interessarsene più di tanto.
Quando ne parlò a Katia, la sua compagna, aveva già deciso. Sarebbe andato a Napoli e avrebbe valutato le possibilità che offriva la situazione. Se avesse potuto vendere la casa e il negozio a buone condizioni, le sue prospettive sarebbero drasticamente cambiate e avrebbe potuto guardare all'avvenire con maggior fiducia.

Lasciò Katia a occuparsi degli ultimi adempimenti necessari alla liquidazione della vecchia attività e andò a Napoli in treno. Aveva sempre viaggiato molto, ma quello gli sembrava un viaggio speciale, più simile a una vacanza che a un viaggio di lavoro. Mentre il paesaggio monotono intorno alla Direttissima gli scorreva di lato dai finestrini, pensò che in tanti anni non aveva mai fatto una vera vacanza, si era sempre mosso per delle ragioni ben precise, si era preso al massimo una domenica o un weekend per visitare qualche capitale o città d'arte quando era già sul posto, ma niente di più. Adesso, si trattava ugualmente di una questione legata ai suoi interessi, ma senza l'assillo di sempre. Per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva libero.
Di Roma, dal treno che fermò solo brevemente a Ostiense, non vide molto, ma quel poco gli piacque. Anche lì non era mai stato e, a ripensarci, era assurdo. Il tempo di decidere e sistemare le cose e poi sarebbe passato anche da Roma, magari un weekend, o addirittura una settimana. Avrebbe chiamato Katia e le avrebbe detto di raggiungerlo, e sarebbe stata una vacanza sul serio.
Ma intanto, per ora, gli toccava Napoli. Da quello che aveva letto negli ultimi giorni, era una città ricchissima di attrattive ma si sentiva un po' timoroso al pensiero di affrontarla. Sarebbe stato bene essere sempre prudente, non si poteva mai sapere.
Arrivò nel tardo pomeriggio, dato che era partito di mattina presto, e la stazione di Garibaldi gli sembrò rumorosa, sporca e caotica, ma meno di quanto si sarebbe aspettato in base a ciò che gli era stato raccontato. Lo stesso effetto gli fece la piazza antistante, in cui prese un taxi per farsi portare allo studio dell'avvocato Seminara, che si trovava al Vomero. Il taxi gli costò una discreta cifra, ma la corsa per la città fu piacevole. Prudenza o no, gli sarebbe piaciuto girarla un po' anche a piedi, se ci fosse stato il tempo.
L'avvocato Seminara era un uomo piccolo e calvo, elegantissimo e con un paio di occhiali molto vistosi. Così come al telefono, aveva modi molto spicci e andava dritto al sodo. Voleva vederla, la casa, quella sera stessa? E magari anche il negozio, che non era lontano? Certo, Rolando preferiva cominciare a fare subito le cose seriamente.
L'avvocato Seminara aveva da fare e non poteva accompagnarlo, ma lo affidò a un collaboratore fidato, un certo Raffaele, che lo trasportò in macchina fino a Bagnoli, dove erano le proprietà dello zio Niccolò. Il quartiere non sembrava un gran che, ma alcuni edifici erano storici e di pregio e la casa dello zio Niccolò si trovava appunto in uno di questi. Raffaele gli spiegò che, per molto tempo, Bagnoli era stato un centro turistico, dove i benestanti mantenevano delle ville per andare in vacanza davanti al mare; poi aveva avuto uno sviluppo industriale e di case popolari ma, da qualche decennio, tutto era finito e ora il Comune stava provvedendo al recupero delle aree per riconvertirle alla loro antica vocazione turistica. Questi discorsi fecero suonare un campanello nella testa di Rolando. Il mare che vedeva dalla strada gli piaceva molto e gli odori che gli arrivavano dai locali aperti gli facevano venire l'acquolina in bocca, benché avesse mangiato sul vagone ristorante del treno.
Finalmente arrivarono alla casa di zio Niccolò. Durante tutte le conversazioni con l'avvocato Seminara, che non erano state neanche molte, Rolando non aveva avuto occasione di chiedere dettagli su com'era fatta, l'avvocato gli aveva semplicemente detto che l'immobile “aveva un discreto valore”. Ora, si trovò davanti un intero palazzetto, lungo la strada per Pozzuoli, un po' isolato dagli altri e affacciato sulla via che correva lungo il mare, discretamente ben tenuto. Anche se c'era un ingresso pedonale per strada, chiuso da un pesante portone, Raffaele non lasciò la macchina lì, ma si infilò nel vicolo che saliva di lato all'immobile e sfociava in un piccolo spiazzo dietro di questo, chiuso da un muretto salvo che per un piccolo ingresso. Era una pertinenza del palazzetto, spiegò a Rolando.
Prima ancora di scendere dall'auto, Rolando si mise a pregare dentro di sé che la casa fosse in buone condizioni pure dentro. Negli ultimi secondi, qualsiasi cosa avesse avuto in mente prima, aveva perso ogni importanza rispetto alla prospettiva che gli si era improvvisamente spalancata davanti. Quel palazzetto poteva benissimo essere trasformato direttamente in un piccolo albergo, senza perdere tempo e soldi in estenuanti ricerche e compravendite. Era lì, in un'ottima posizione, solo da riconvertire e non ci sarebbe voluto molto.
Mentre scendevano per il vicolo, diretti all'ingresso pedonale, chiese a Raffaele: - Ma qui ci sono i trasporti pubblici? Funzionano? - .
- Insomma, abbastanza - , rispose Raffaele, - Ci sta il pullman che passa con una certa regolarità e non molto distante ci sta pure una stazione della ferrovia Cumana - .
Ottimo, pensò Rolando. Al più presto, doveva verificare quanto era vicina la stazione, ma la situazione si faceva sempre più promettente.
L'esame dell'interno del palazzetto lo convinse ancora di più che quella era l'idea giusta. Certo, una struttura non nata come albergo presentava degli inconvenienti, ma non era detto che non fossero superabili. Era composta di piano terra, primo piano, secondo piano, sotterraneo e mansarda. Da ogni piano, dividendo le stanze, si potevano ricavare almeno due appartamenti, ma anche tre più piccoli. Chissà come era isolata termicamente la mansarda, o se si poteva isolare se non lo era. C'era un bagno per ogni piano, ma sicuramente se ne potevano aggiungere degli altri. Al piano terra si potevano mettere gli uffici, il sotterraneo garantiva un deposito di notevoli dimensioni, il cortile in cui avevano lasciato l'auto poteva diventare un parcheggio per una decina di auto. Ci sarebbe stato da investirci qualcosa, ma ne valeva senz'altro la pena. Forse con i suoi capitali non ce la faceva, ma bisognava vedere anche il resto dell'eredità, ossia il negozio.
Mentre andavano al negozio, che era quasi a Fuorigrotta, Raffaele gli disse che lo zio Niccolò era morto mentre stava trattando la cessione di questo a uno che gli aveva fatto una discreta offerta. Il compratore era ancora disposto a concludere l'affare, a meno che Niccolò non volesse tenersi l'attività e proseguirla.
Sarebbe stata una bella cosa, pensò Rolando visitando i locali commerciali pieni di cucine classiche e moderne, soggiorni in massello e in arte povera e altre combinazioni piene di buon gusto, solo che lui di arredamenti non ne capiva nulla e non avrebbe saputo da quale parte incominciare. Lui ne sapeva solo di viaggi e turismo e sapeva anche che, con un buon investimento, quel palazzetto a Bagnoli poteva diventare un piccolo albergo di tutto rispetto. E l'investimento poteva arrivare presto e bene dalla vendita del negozio.
L'avvocato Seminara era ancora allo studio, quando Rolando e Raffaele tornarono. L'avvocato lasciò libero Raffaele e propose a Rolando di andare a mangiare una pizza insieme, intanto che discutevano il da farsi. In una pizzeria tra il Vomero e Fuorigrotta, un posto tranquillo in cui si mangiava benissimo, l'avvocato ascoltò le intenzioni di Rolando e lo rassicurò sulla possibilità di portare a termine tutto ciò che voleva fare in tempi brevi, senza particolari complicazioni.
Solo al momento di andarsene, quando l'avvocato gli chiese dove doveva accompagnarlo, Rolando si rese conto di non aver preso una stanza in nessun albergo. Ormai era notte e sarebbe stato difficile trovare posto da qualsiasi parte. Quando l'avvocato gli propose di andare a dormire nella casa dello zio, che era comunque arredata e dotata di tutte le comodità, Rolando non se lo fece ripetere due volte.

Quella notte, Rolando impiegò un po' di tempo per addormentarsi. Non gli sembrò il caso di usare la stanza da letto, ma in soggiorno c'era un divano-letto a una piazza e mezza che si rivelò comodissimo. Prima di distendersi, volle spedire a Katia alcune delle foto che aveva scattato con lo smartphone finché c'era stata un po' di luce, ad esempio quelle del palazzetto e del mare antistante, prese all'arrivo con una bella luce crepuscolare. Purtroppo, ai piani bassi dell'immobile non c'era quasi per niente campo e fu costretto a salire fino alla mansarda per riuscire a connettersi. Era un problema, ma sarebbe stato facilmente risolto installando una rete wifi di adeguata potenza. Ormai era il minimo, in tutte le strutture ricettive.
La mattina dopo, rinunciò alla sua abitudine di alzarsi alle sei e restò a dormire fino quasi alle otto. La giornata era più che decente, un po' ventilata ma gradevole, e il cielo limpido si rifletteva nel mare creando uno spettacolo che Rolando non si sarebbe mai stancato di ammirare. Facendo una passeggiata di circa quattrocento metri, andò a fare colazione in un bar dove gli furono serviti il caffè più forte che avesse mai bevuto, capace di risvegliarlo in un istante, e un dolce locale di cui aveva sempre sentito parlare senza mai assaggiarlo, la sfogliatella. Ce n'erano due varietà, la riccia e la frolla, in pasta sfoglia e in pasta frolla: all'inizio, Rolando scelse la seconda, che gli sembrava più simile ai dolci che già conosceva; ma era talmente buona che, prima di andarsene, volle provare anche la prima.
Accanto al bar c'era una trattoria e il barista gli assicurò che lì poteva mangiare dei piatti di mare eccezionali senza spendere troppo. Al solo pensiero, Rolando si augurò che arrivasse presto l'ora di pranzo.
Durante la colazione, l'avvocato Seminara gli aveva inviato un messaggio, spiegandogli di aver preso appuntamento da un notaio nel primo pomeriggio. Il notaio, persona di fiducia dell'avvocato stesso, doveva curare i dettagli della successione dell'eredità e quelli della cessione del negozio al compratore, se Rolando fosse stato d'accordo, e in quel caso gli sarebbe venuto incontro riguardo il prezzo degli atti. Rolando rispose che era sicuramente d'accordo, e l'avvocato rispose a sua volta che avrebbe mandato Raffaele a prenderlo verso le quattro del pomeriggio. Rolando aveva dunque tutta la mattinata libera.
Ne trascorse una parte passeggiando sul lungomare, in direzione Pozzuoli. I marciapiedi non erano in condizioni perfette ma, per il resto, non ci si poteva lamentare di nulla. Chiedendo in giro, si fece indirizzare alla stazione della Cumana, che effettivamente non era molto lontana. Sarebbe stato disagevole arrivarci solo nei giorni di forte pioggia, ma nei giorni di forte pioggia è disagevole tutto. Annotò la posizione delle fermate d'autobus lungo la strada: i mezzi non erano molto frequenti, ma passavano regolarmente.
Il progetto del suo piccolo albergo stava prendendo sempre più corpo. Era vero che significava trasferirsi dal paese, ma era anche vero che sia lui sia Katia cominciavano a essere un po' stufi della vita tranquilla, ma lenta e grigia, cui erano abituati. Katia, poi, era sul punto di rinunciare alla propria attività lavorativa come rappresentante di prodotti di fitoterapia, cui si era sempre dedicata con molto impegno, ma scarsi risultati. Magari in una grande città c'erano più possibilità di portarla avanti. Sempre che non avesse deciso di lavorare accanto a lui nell'albergo. Nei messaggi che si erano scambiati prima di coricarsi, era sembrata abbastanza possibilista sull'argomento.
Le spedì altre foto del panorama e se ne tornò al palazzetto. Non erano ancora le undici e aveva tutto il tempo di esplorarlo in dettaglio e fare un punto più preciso della situazione.

Una delle ultime stanze che controllò era chiusa a chiave. Era al piano terra e quasi non si vedeva, perché vi si accedeva solo da un disimpegno di lato al soggiorno. Era difficile farci caso, anche perché era all'angolo del palazzetto, e la sua unica finestra si confondeva con quelle del soggiorno, pur essendo un po' rientrata rispetto a esse. Da fuori si poteva credere che il soggiorno avesse tre finestre, invece erano solo due.
Rolando aveva esaminato tutte le stanze partendo dalla mansarda e aveva cominciato a elaborare in mente un progetto di ristrutturazione, che poi avrebbe sottoposto all'attenzione di un suo amico, Nino, un geometra che lavorava in una ditta che si occupava soprattutto di questo, ristrutturazioni di alberghi. O forse si sarebbe fatto indicare una ditta locale dall'avvocato Seminara, che sembrava conoscere tutto il mondo. Aveva ancora un po' di tempo per decidere.
Provò tutte le innumerevoli chiavi del mazzo che gli aveva dato l'avvocato e finalmente una delle ultime riuscì ad aprire la porta della stanza chiusa. Entrò e restò per un istante sulla soglia, perplesso.
L'avvocato Seminara gli aveva spiegato che lo zio Niccolò aveva sempre coltivato una passione per i mobili antichi, e infatti la casa ne era piena, al punto che Rolando si era chiesto se non valesse la pena di farli stimare e venderli per sostituirli con arredamenti più moderni e funzionali. Certo, in una casa come quella, stavano benissimo, ma erano poco pratici e non si potevano certo affidare a ospiti di passaggio che avrebbero potuto danneggiarli.
In quella stanza, però, c'era un solo mobile: uno specchio ovale molto lungo, che era quasi davanti alla finestra e rifletteva la parete di fronte, quella accanto alla porta. La parete era interamente dipinta secondo la tecnica del trompe-l'oeil, ossia con un'immagine dall'apparenza tridimensionale.
Rolando restò qualche istante a guardare la parete. L'immagine sembrava davvero molto realistica e raffigurava un angolo di una piazza; si vedeva un pezzo di cielo nero, ma una o più fonti di illuminazione facevano sì che le mura grigio chiaro e il selciato grigio scuro spiccassero come se fossero reali. Metà della superficie del quadro era occupata da un porticato che si immergeva gradualmente nell'ombra, fino a farsi completamente buio al centro. L'effetto tridimensionale era reso così bene che sembrava quasi di poterci entrare dentro.
Quella parete dipinta, durante le ristrutturazioni, non l'avrebbe fatta toccare da nessuno: questo era certo.
Come aveva guardato da vicino tutti i mobili antichi che gli sembravano di maggior pregio, andò a controllare anche lo stato dello specchio ovale. La cornice era in noce, robustissima, senza l'ombra di una tarlatura. La superficie dello specchio appariva perfettamente pulita, senza quasi un granello di polvere. Sicuramente lo zio ci teneva molto, a quel pezzo. Magari, se Rolando avesse deciso di vendere il resto, questo se lo sarebbe tenuto.
Abbassando lo sguardo fino a incontrare il riflesso della parete dipinta, si accorse che questa, nello specchio, appariva ancora più vividamente realistica. Era uno spettacolo inquietante, ma bello. Era difficile non rimanere lì a guardarlo, incantato. Si voltò più volte a confrontare l'originale con il riflesso. Era strano, però: sembrava quasi che nel riflesso ci fossero più dettagli. Non sapeva dire quali, ma aveva questa sensazione, sempre più forte man mano che guardava.
Ecco, un elemento che faceva sembrare più dettagliato il riflesso era il fatto che lì, in fondo all'ombra del porticato, sembrava che si vedesse una luce, una piccola luce arancione. Era veramente una cosa curiosa. Bisognava mettersi di fronte allo specchio, per vederla bene. Sicuramente era un effetto creato dalla luce che proveniva dalla finestra.
Intanto, si era fatta ora di pranzo e non vedeva l'ora di provare i piatti di pesce della trattoria. Chiuse la stanza e uscì, dopo aver scattato qualche foto da spedire a Katia.

Nella trattoria, non c'era molta gente, cinque avventori al massimo. Rolando fu accolto dal padrone e questo, mentre lo faceva accomodare a un tavolo, gli chiese se fosse lì di passaggio. Rolando non sapeva se fosse o meno il caso di mettersi a dare confidenza a tutti ma, se il progetto dell'albergo fosse andato avanti, la trattoria avrebbe potuto diventare un partner importante, quindi tanto valeva presentarsi subito. Disse chi era e spiegò che era lì per l'eredità dello zio Niccolò. Il padrone della trattoria aveva conosciuto benissimo lo zio, che era stato cliente molte volte, e lo definì un gran signore. Rolando cominciò a sentirsi un po' rassicurato.
Dopo che ebbe ordinato spaghetti allo scoglio e sogliola al forno, lasciato solo dal padrone che era andato ad accogliere un altro cliente, si accorse che l'uomo seduto al tavolo più vicino al suo, che pure aspettava l'ordinazione, lo stava guardando con un certo interesse. L'uomo appariva distinto, un tipo grosso e corpulento con gli occhiali ma ben vestito, sicuramente oltre la mezza età, probabilmente un professionista, ma Rolando si sentì un po' agitato perché non gli piaceva essere osservato. Ricambiò lo sguardo con insistenza finché l'uomo si decise a parlare.
- Scusate - , disse - Ma non ho potuto fare a meno di ascoltare. Avete detto di essere il nipote del signor Da Rold, ho capito bene? - .
- Sì - , rispose Rolando - Ha capito bene. Lei conosceva mio zio? - .
L'uomo si alzò dal tavolo e gli andò vicino. - Mi chiamo Mario Ascione. Ero il medico del signor Da Rold - .
- Oh! - , disse Rolando, colto un po' alla sprovvista - Prego, si accomodi pure - , aggiunse, offrendo con un gesto la sedia accanto alla sua.
Il dottor Ascione si sedette e disse: - Quindi, immagino, sarete venuto qui in veste di erede - .
- Sì - , rispose Rolando - Sto perfezionando la cessione del negozio alle persone che già erano in trattativa per comprarlo e poi devo vedere cosa farmene della casa - .
- Pensate di vendere anche quella? - .
- Veramente no. L'ho vista e mi piace molto. Sto pensando di trasformarla in un albergo. Sa, io lavoro da sempre nel settore turistico - .
- Può essere una buona idea - , commentò il medico - Ma questo significa che dovreste trasferirvi qui - .
- Non ho alcun problema a farlo - rispose Rolando.
Il medico aveva ordinato il suo stesso primo e i piatti arrivarono insieme. Rolando gli chiese se voleva dividere il tavolo con lui e il dottor Ascione accettò volentieri. Tra il primo e il secondo, continuarono a parlare della casa e dei progetti di Rolando. Il medico conosceva molto bene la zona perché vi faceva studio tre volte alla settimana, anche se era di Fuorigrotta. Anche quello sarebbe stato un appoggio importante, pensava Rolando.
Pagato il conto alla romana, tranne il caffè che il dottor Ascione volle offrire per forza lui, i due salutarono il padrone e i camerieri e uscirono dal locale.
Stavano per salutarsi, quando il medico disse, improvvisamente: - Devo essere onesto, io non ho ancora capito di cosa è morto vostro zio - .
Rolando non ne aveva idea neanche lui. A casa, la notizia era arrivata in questi termini: zio Niccolò è morto, una mattina non si è presentato al negozio e non ha avvertito nessuno. Uno dei suoi commessi aveva le chiavi di casa ed è andato a vedere se gli fosse successo qualcosa: lo ha trovato morto sul pavimento, per un malore improvviso. Qualcosa al cuore, sicuramente.
Il dottor Ascione disse: - Sì, più o meno è andata così, ma è stato uno strano malore. Il signor Da Rold sembrava stare benissimo ma, anche se è arrivato già morto in ospedale, gli hanno fatto un'autopsia e hanno scoperto che aveva delle gravi malformazioni agli organi interni. Erano tutti staccati dalla loro sede, come se fossero mobili, e deformati. Cuore, stomaco, fegato, pancreas, milza... perfino l'intestino. Tutti siamo rimasti sorpresi che sia riuscito a vivere tanto in quelle condizioni, soprattutto senza mai mostrare nessun sintomo. Il collega che ha firmato l'autopsia sta preparando una relazione da portare a un convegno, perché ci sembra un caso veramente strano - .
Rolando non capiva nulla di Medicina, ma intuiva che c'era qualcosa di preoccupante. Ma, prima che potesse dire qualcosa, mentre cercava le parole giuste per dire quello che pensava, il medico disse: - Non so se possa essere una cosa genetica, ma forse sarebbe prudente se voi familiari vi faceste controllare. Ve l'ho detto, fino all'ultimo non ha mostrato nessun sintomo - .
Rolando aveva già deciso, per quanto lo riguardava: - Dottore, il tempo di finire queste formalità e mi trasferisco qui, senza perdere tempo. Il mio progetto devo portarlo avanti stando sul posto. Significa che, appena faccio il cambio di residenza, diventa lei il mio medico e mi segue, così affrontiamo pure questa situazione - .
Il dottor Ascione gli lasciò un biglietto da visita. Si lasciarono così, con l'impegno che Rolando lo avrebbe ricontattato appena possibile.

Il pomeriggio passò lentamente, tra innumerevoli carte da leggere e farsi spiegare. Lo studio notarile si trovava in un palazzo storico di via Roma, una strada centrale vivacissima e piena di negozi dalle insegne invitanti. Ammirando i marciapiedi brulicanti di vita da una delle ampie finestre del quarto piano, Rolando pensò più volte che gli sarebbe piaciuto moltissimo scendere, passeggiare, andare in giro per strade e vicoli, fermandosi davanti a vetrine e bancarelle. La città era un'altra cosa, rispetto ai paesi cui era abituato. Aveva la sensazione che, se avesse provato a viverla, ne sarebbe stato travolto: ma non era una sensazione tanto sgradevole, anzi gli sarebbe piaciuto farsi travolgere un po', in quel modo, ogni tanto.
Il notaio, il dottor Farina, era un ometto piccolo e vivace come l'avvocato Seminara, che si rivelò molto paziente al momento di fornire tutti i chiarimenti. Il quadro era abbastanza favorevole: le spese per la successione non erano elevate e poteva sostenerle con ciò che aveva, la compravendita del negozio si poteva realizzare in tempi piuttosto rapidi, l'offerta era buona, ottenere i permessi per trasformare la casa in una struttura ricettiva non sarebbe stato difficile.
Insomma, poteva guardare avanti con una certa fiducia.
Raffaele aveva fretta di rientrare in ufficio e, dal dottor Ascione, Rolando aveva saputo che il capolinea della Cumana era a Montesanto, lì a un passo da via Roma. Si fece indicare la strada per arrivarci. La stazione era caotica e piena di gente, il treno piccolo e affollato, ma ormai erano cose cui Rolando si stava abituando. Si scoprì piacevolmente sorpreso della disinvoltura con cui scese alla fermata giusta e si avviò sicuro per il lungomare, come se avesse sempre abitato lì.
Prima di rientrare nella casa dello zio, chiamò Katia e le spiegò come stavano le cose. Forse avrebbe dovuto consultarsi con lei, prima di decidere, ma questa volta non voleva interferenze. Ne andava del prosieguo della sua vita. Anche se buttare via tutto quello che avevano costruito in quattro anni sarebbe stato doloroso, un'altra donna poteva trovarla dappertutto, mentre un'altra occasione così non gli sarebbe mai capitata.
Fortunatamente, Katia si rivelò molto comprensiva. La situazione lavorativa l'aveva stufata e da qualche tempo parlava di mettersi a studiare le lingue per cercarsi un lavoro all'estero. Un trasferimento senza arrivare così lontano era un'ipotesi senz'altro più semplice. E poi, comunque, lei stessa era la prima a comprendere che a Rolando non poteva capitare nulla di meglio. Gli rispose che lo avrebbe raggiunto quanto prima.
La sera, Rolando si fece un altro giro per il lungomare, stavolta in direzione Napoli. Cenò con una pizza fritta che gli piacque moltissimo e sopportò pazientemente il vento che si era alzato per godersi il più a lungo possibile lo spettacolo del mare e delle luci della costa. Con un buon sito internet e una buona promozione su tutti i principali portali di turismo, il suo albergo sarebbe andato una meraviglia. Ne era sempre più certo.

Il pomeriggio seguente doveva incontrare il compratore del negozio nello studio del notaio Farina. In realtà, la trattativa era già finita, non c'era altro da fare se non mettere nero su bianco la proposta di acquisto e l'accettazione. Sarebbe stato presente anche il commercialista cui zio Niccolò si rivolgeva, che in quel momento si stava occupando di tenere i conti in regola, di verificare gli incassi dai clienti e gli avvenuti pagamenti ai fornitori e ai tre dipendenti. L'appuntamento era di nuovo alle quattro.
Alle otto e mezza, dopo la colazione al solito bar, che ormai stava diventando una piacevole abitudine, Rolando tornò a casa. Il cielo si stava rannuvolando e il vento era freddo e fastidioso. L'avvocato Seminara gli aveva telefonato per chiedergli se era necessario mandargli di nuovo Raffaele a fargli da autista, ma Rolando aveva risposto che si sarebbe mosso per conto suo con la Cumana, ora che aveva imparato a servirsene.
In casa c'erano tante cose interessanti, ma nessuna era paragonabile a quello specchio davanti alla parete dipinta, nella stanza chiusa. Verso le dieci, Rolando decise di andarlo a guardare di nuovo.
C'era meno luce del giorno precedente, per via delle nuvole, e l'immagine sulla parete sembrava un po' più cupa, ma non per questo meno realistica. L'immagine riflessa sembrava invece un po' più chiara, come se la superficie dello specchio fosse capace di amplificare la luminosità presente.
Di nuovo, Rolando si soffermò su ogni singolo dettaglio della parete dipinta. Non doveva essere una piazza reale, ma una piazza vista in un sogno, troppo geometrica, troppo netta e precisa nelle armonie tra i pochi colori. Eppure, a guardarla, sembrava che bastasse un passo per entrarci dentro. Passò una mano sul muro, come se volesse essere certo che fosse proprio quello e non altro. Gli sembrò sorprendentemente liscio.
Nell'immagine riflessa c'era sempre quel qualcosa di indefinibile in più. Quella luce arancione in fondo al porticato, adesso, era ancora più evidente. Rolando tornò a guardare la parete dipinta da tutte le direzioni, cercando di capire da dove potesse provenire quella luce. Dovette sforzarsi un po', prima di riconoscere un riverbero arancione su un muro. Chissà per quale strano effetto ottico, lo specchio sembrava amplificarne l'intensità.
Tornò allo specchio. La luce arancione si vedeva bene se uno si metteva esattamente di fronte ma poi scompariva quando ci si spostava verso uno dei due lati. Rolando si avvicinò allo specchio più che poteva e si rese conto che, più si avvicinava, meglio la vedeva. Non voleva sporcare lo specchio, che era così pulito, ma la tentazione di capire cosa fosse era troppo forte. Mise le palme delle mani sullo specchio e avvicinò il volto alla superficie.
E perse l'equilibrio. E cadde. In avanti.

Il selciato era duro, ma Rolando era caduto con le mani in avanti e non si era fatto molto male. E, soprattutto, la sorpresa lo aveva completamente anestetizzato. Ci mise qualche istante a realizzare che ora non si trovava più nella stanza, ma nella piazza rappresentata sulla parete dipinta. Adesso la vedeva tutta, in tutte le direzioni, Era deserta e presentava porticati su tutti e quattro i lati.
Si voltò. Dietro di lui non c'era nessuna apertura. Era finito lì dentro e non sapeva neanche come. Restò qualche istante fermo, poi provò a muovere qualche passo. Gli sembrò di incontrare resistenza e allora mise le mani avanti e spinse.
E cadde di nuovo, stavolta dentro la stanza.

Sicuramente gli stava succedendo qualcosa. Forse lo stress accumulato negli ultimi mesi stava esplodendo e si stava manifestando nella forma di una malattia mentale, con allucinazioni talmente vivide da sembrare reali. L'esperienza per cui era passato era qualcosa che non poteva avere alcuna spiegazione possibile. Doveva essere stato solo il frutto di qualche cortocircuito nella sua mente.
Pensava questo, mentre si recava in Cumana allo studio del notaio Farina. Forse era una manifestazione della malattia che aveva ucciso lo zio Niccolò. Il pensiero era molto angosciante e, appena sceso dal treno, Rolando chiamò il dottor Ascione, di cui aveva memorizzato il numero sul cellulare.
- Me lo potete ripetere con più calma, per favore? - , gli chiese il medico, dopo aver ascoltato il suo racconto.
- Credo di aver avuto delle allucinazioni - , disse Rolando - Stamattina, mentre ero a casa. Ho avuto la sensazione di entrare dentro uno specchio e di trovarmi dall'altra parte - .
- È la prima volta che vi succede qualcosa del genere? - .
- Sì, non ho mai avuto problemi - .
Il medico fece una breve pausa, poi disse: - Oggi faccio studio a Fuorigrotta e finisco tardi, ma domani posso venire a vedervi, diciamo verso ora di pranzo, prima di aprire lo studio. Vedo se riesco a portare con me un collega neurologo, così vediamo se è possibile una prima valutazione - .
La prospettiva era un po' tranquillizzante. Ma, prima di riporre il cellulare in tasca, si accorse che c'erano dei messaggi su Whatsapp. Da quando era passato per l'esperienza dello specchio, non li aveva più guardati, ignorando i beep delle notifiche, e se ne erano accumulati diversi, soprattutto quando era uscito di casa e l'apparecchio aveva trovato di nuovo campo. Sembrava che tutti i suoi amici e conoscenti si fossero ricordati di lui. Non aveva fretta di rispondere a nessuno, non li lesse nemmeno, ma si accorse che il più vecchio glielo aveva mandato Katia, in risposta al suo buongiorno.
“Ho trovato un treno direttissimo da Venezia”, scriveva Katia “Sto arrivando, per stasera sono da te”.
Rolando restò qualche minuto a chiedersi cosa doveva fare. Gli faceva piacere che Katia lo raggiungesse, ma non sapeva come avrebbe affrontato con lei la questione delle allucinazioni. Forse, se gli avesse dato il tempo di essere visitato dal dottor Ascione e dall'altro medico, sarebbe stato meglio. Comunque non poteva nasconderle la situazione. Gliene avrebbe parlato il prima possibile.
Le inviò un messaggio: “A che ora arrivi?”.
“Finalmente”, rispose lei “Ti stavo dando per disperso. Il treno dovrebbe essere a Napoli per le 19,30”.
“Vengo a prenderti al binario, aspettami lì”.
Se la sarebbe cavata, dal notaio, in tempo utile per arrivare? Ma, poi, quanto ci voleva ad arrivare alla stazione?
- Ci vuole poco - , gli spiegò il commercialista, ragionier De Gennaro, un uomo magrissimo con i baffi, che trovò in sala d'aspetto - Quando uscite dalla Cumana, invece di andare dritto, proseguite per la stradina che si apre sulla sinistra, di lato alla chiesa. Andate a finire in un'altra piazzetta e lì c'è la stazione della metropolitana di Montesanto. Prendete quella in direzione Garibaldi. Arrivate nel sotterraneo della Stazione Centrale, salite su e vedete sui tabelloni a quale binario è arrivato il treno. Al ritorno, tornate giù e riprendete la metro verso Pozzuoli, però scendete di nuovo a Montesanto, andate alla stazione della Cumana e il resto già lo sapete - .
A voler comprare il negozio era una coppia di mezza età, i signori Orsomanno. Lui un tipo placido che sembrava molto attento a tutto ciò che dicevano il notaio e il commercialista, lei una tipa truccata pesantemente, con la pelliccia, che interveniva con osservazioni a sproposito ogni cinque minuti. Il notaio, pazientemente, le spiegava tutto, anche due o tre volte.
Non era la vera compravendita, altrimenti ci sarebbe voluto molto più tempo. Si trattava semplicemente di redigere una scrittura con cui Rolando si impegnava a portare a termine l'affare appena venuto in possesso dell'eredità, senza intavolare trattative con altri. In cambio di questo, gli Orsomanno gli anticipavano una parte del prezzo pattuito, anche per rendergli meno gravosi e quindi più rapidi gli adempimenti per aprire la successione. Era un buon compromesso per gli interessi di tutti.
Erano le sei e mezza, quando finalmente poté andarsene. Seguì l'itinerario che gli aveva spiegato il commercialista e per le sette e venti, nonostante la lunga attesa del treno a Montesanto, si trovò alla Stazione Centrale. L'Intercity da Venezia era dato in orario, al binario 13.
In realtà, arrivò con una decina di minuti di ritardo, ma nessuno sembrò farci caso. A prima vista sembrava semivuoto, ma scese lo stesso un sacco di gente. Katia, che aveva viaggiato in un vagone posto dietro, fu una degli ultimi ad arrivare dove lui e gli altri stavano aspettando.
Rolando non la vedeva da due soli giorni, si erano salutati quando lei lo aveva accompagnato a Mestre per prendere il treno, ma gli sembrò che in mezzo fossero passati degli anni. Nessuno dei due era molto espansivo di carattere, quindi non si abbracciarono, limitandosi a un rapido bacio. Katia sembrava stanca del viaggio ma curiosa di affrontare le novità.
Rolando l'avrebbe portata volentieri a girare tutti i posti che aveva conosciuto, ma era troppo tardi per pensarci, soprattutto senza nemmeno un'auto per muoversi liberamente. Seguendo sempre le indicazioni del commercialista, andarono a Montesanto per cambiare linea e, da lì, in Cumana, raggiunsero Bagnoli, dove arrivarono intorno alle nove.
Katia lasciò la sua trolley in casa e si diede una rapida rinfrescata, poi andarono insieme a cenare alla trattoria, dove il proprietario sembrò lietissimo di rivedere Rolando e trattò Katia con una cerimoniosità che li fece quasi ridere.
Al ritorno, Katia convenne con lui che era meglio dormire sul divano-letto. La camera con il letto a due piazze era troppo solenne per i suoi gusti. Anzi, quasi un po' lugubre. La stanza con il divano-letto, invece, era molto più di suo gusto. Certo, confessò, le sembrava molto trasgressivo passare una notte in un posto come quello. Rolando sentì che poteva finalmente rilassarsi un poco.
Dopo, non rimase altro da fare se non dormire.

La mattina dopo, si svegliarono entrambi verso le sette e Rolando trovò finalmente il coraggio di aggiornarla su tutte le novità, quelle relative alla strana morte dello zio e alla sua esperienza del giorno prima.
Anche Katia convenne che quest'ultima potesse essere una faccenda legata allo stress. Negli ultimi tempi, Rolando era passato continuamente da momenti di illusione ad altri di delusione, aveva visto finire in malora prima ancora di partire tutti i buoni progetti che aveva pensato di avviare, adesso si trovava improvvisamente a gestire un colpo di fortuna inaspettato. Era anche comprensibile che mostrasse qualche segno di stanchezza. Il marito di una sua amica, che faceva il manager di una piccola industria, era stato costretto a ricoverarsi in ospedale, per una cosa del genere, che chiamavano Sindrome da Burnout. Certo, quella situazione era stata molto più grave, infatti l'uomo non ne era ancora completamente uscito, mentre Rolando sembrava essere all'inizio. Ora, comunque, c'era anche lei per aiutarlo ad affrontare la situazione, e sarebbe stato tutto più semplice.
Rolando la portò a dare una rapida occhiata alla stanza con la parete dipinta e lo specchio. La mattina si annunciava soleggiata e sia l'immagine sulla parete sia il riflesso nello specchio si vedevano benissimo. Katia però non sembrava molto interessata a nessuna delle due. Osservò soltanto che la parete era davvero una cosa originale, da conservare a tutti i costi, e che lo specchio sembrava di gran pregio.
Dato che non avevano nessuna ragione urgente per uscire, si era messa in tuta, così avrebbe potuto cominciare a fare un po' di pulizie, visto che ce n'era un certo bisogno, la polvere aveva cominciato ad accumularsi sui pavimenti e sui mobili. Rolando avrebbe voluto portarla al bar a fare colazione, ma lei gli disse di andarla a prendere e portarla a casa, avrebbero mangiato lì in cucina. E, magari, se si fosse fatto indicare un supermercato o un negozio in cui comprare qualcosa, a metà mattina sarebbero usciti e avrebbero riempito il frigo e la dispensa. Se non era lontano, in due, anche senza macchina, potevano portare molta roba.
Il supermercato era dalle parti della stazione, gli disse il barista. Rolando prese due sfogliatelle, una frolla e una riccia, pensando di tagliarle a metà e dividerle, e due caffè da portare via, che il barista gli mise in una vecchia bottiglia di succo di frutta.
L'uscita a metà mattina sarebbe stata una bellissima passeggiata, pensò, guardando il cielo azzurro sul mare appena mosso dal vento.
Portò la colazione in cucina. Katia doveva essere di sopra, perché non la vedeva. Ma non la sentiva nemmeno. Una persona che spazza o lava il pavimento fa sempre un po' di rumore, invece lui non sentiva nulla, come se in casa non ci fosse nessun altro.
Salì fino alla mansarda e guardò dappertutto, ma lei non c'era. Forse era uscita dall'altra porta, quella che dava sullo spiazzo in cui si parcheggiava. Ma no, non era possibile: quella era chiusa a chiave e la chiave l'aveva lui.
Mentre pensava questo, con un movimento impercettibile della testa, si trovò a guardare verso la stanza della parete dipinta e si accorse che la porta non era chiusa come l'avevano lasciata lui e Katia quando ne erano usciti, poco prima, ma solo accostata.
Il sole proveniente dalla finestra, adesso, illuminava perfettamente la parete dipinta e il riflesso di questa nello specchio, ma Rolando non se ne accorse quasi. Per terra, proprio davanti allo specchio, c'erano le pantofole di Katia, distanti tra loro, una delle due rovesciata, come se fossero state perse all'improvviso.
Si avvicinò allo specchio. L'immagine riflessa era uguale a come l'aveva sempre vista, non c'era nessuna figura umana visibile. La sua mente gli diceva che doveva esserci ben altra spiegazione, ma doveva provare a verificare se era successo davvero quello che temeva. Puntò di nuovo le palme delle mani contro lo specchio e spinse...
...e si ritrovò di nuovo nella piazza. Stavolta non cadde sul selciato, perché riuscì a riprendere l'equilibrio.
Se stava impazzendo, doveva essere una cosa davvero grave, perché gli sembrava tutto troppo realistico.
- Katia! - chiamò - Katia! - .
Poi la vide, la figuretta sottile di una donna in tuta con i capelli legati a coda di cavallo, che era appena comparsa dall'ombra di uno dei porticati. Non resistette e le corse incontro.
- Ma è vero! - disse lei, con gli occhi sbarrati - Non stai impazzendo, è tutto vero! -
Rolando la prese per mano e disse: - Va bene, ma adesso torniamo indietro. Quando arriverà il dottor Ascione con il suo collega, più tardi, glielo faremo vedere. Quelli sono scienziati e ne capiscono molto più di noi - .
- Hai ragione - rispose Katia.
Tornarono nella direzione da cui erano venuti. Il posto era sicuramente da quelle parti ma, poiché il passaggio era invisibile, poteva trovarsi dappertutto. Katia e Rolando si mossero lentamente, allungando le palme delle mani in tutte le direzioni, in cerca di qualcosa che opponesse resistenza.
- È qui, è qui, è qui vicino! - disse Rolando - Deve stare qui a un passo, è questione di centimetri, non di più - .
Ma per quanto si sforzassero, non riuscivano a trovare il passaggio. Rolando provò a mettersi di spalle e a guardare di nuovo la piazza, sforzandosi di ricordare ogni minimo dettaglio di come si vedeva nello specchio.
- Siamo troppo dietro, è più avanti - , disse.
Si spostarono di qualche metro verso i porticati. Sembrava che fosse quella l'altezza giusta, ma forse c'era ancora un po' di differenza. Si spostarono ancora più vicino ai porticati.
- Come si fa a trovare una cosa che non si vede? - , disse Rolando, che ormai si sentiva preda dell'angoscia.
Katia sembrava essersi ripresa dallo sgomento iniziale. - Senti - , disse - Più o meno il punto è da queste parti. Mettiamoci uno accanto all'altra e andiamo camminiamo piano con le mani avanti. Quando vediamo che siamo sicuramente andati oltre, torniamo indietro, ci spostiamo un poco e riproviamo. Se c'è, lo troviamo sicuramente - .
- Ci deve essere - , disse Rolando - L'altra volta ci sono passato - .
- Vediamo di fare presto - disse Katia - Non so cosa mi sta succedendo, ma mi fa male dappertutto. Pancia, petto, faccio fatica a respirare. Mi sembra che mi si stia strappando tutto - .
Anche Rolando non si sentiva bene, provava le stesse sensazioni, ma credeva che fosse solo l'effetto dell'ansia. Solo che difficilmente si sarebbe calmato se prima non fosse riuscito a tornare dall'altro lato. Era vero che dovevano ricevere la visita del dottor Ascione ma era anche possibile che questo, trovando la porta chiusa e nessuno a rispondere alle chiamate, ci rinunciasse e se ne andasse.
Da quanto tempo stavano lì? Istintivamente, guardò l'orologio al polso sinistro e non lo vide. Poi si accorse che era al destro. Ma non lo aveva mai spostato, come era possibile?
Ansia o non ansia, stava sempre peggio, e anche il volto di Katia era una smorfia di dolore. Poi lei gridò: - Eccolo! - e, dando una spinta in avanti, scomparve. Rolando raccolse le sue ultime forze e la seguì.

Verso le tre di quel pomeriggio, grazie all'intervento di un fabbro che riuscì ad aprire il portone esterno, il dottor Ascione, il suo collega psichiatra Maturi che lo aveva accompagnato in mattinata, insieme all'avvocato Seminara, all'impiegato Raffaele e a due poliziotti del commissariato di Bagnoli, riuscirono ad entrare nel palazzetto.
Il dottor Ascione aveva provato a bussare inizialmente alle dodici e mezza, prima di andare a mangiare con Maturi alla trattoria, e non aveva risposto nessuno. Rolando non aveva risposto nemmeno al cellulare. I due medici avevano pensato che fosse uscito e, visto che un po' di tempo a disposizione lo avevano, se n'erano andati a pranzo. All'uscita, avevano provato di nuovo a bussare alla porta, senza risultati. Il dottor Ascione aveva telefonato di nuovo, stavolta mentre erano ancora davanti al portone, e aveva sentito il cellulare che squillava nell'ingresso. Dunque, Rolando era dentro, ma non apriva lo stesso.
Poiché aveva conosciuto l'avvocato Seminara in occasione del funerale di Niccolò Da Rold, il dottor Ascione aveva cercato il suo numero e lo aveva chiamato. L'avvocato aveva risposto di non sentire Rolando da due giorni, e si era detto molto impressionato quando il medico gli aveva riferito dell'allucinazione di cui Rolando aveva parlato. Allora, aveva risposto che sarebbe arrivato subito e, strada facendo, avrebbe chiamato anche la polizia. I poliziotti, ascoltata tutta la storia, avevano prima proposto di aspettare qualche ora, perché Rolando poteva anche essere semplicemente uscito senza cellulare, anche se un'assenza così lunga, per di più da parte di uno che dava segni di sofferenza mentale e aspettava qualcuno, poteva essere allarmante. Poi, davanti alle insistenze del medico e dell'avvocato, avevano chiamato il fabbro.
I sette uomini si erano divisi per cercare in ogni angolo della casa. Il dottor Ascione restò al piano terra. Il giorno prima, Rolando gli aveva parlato di uno specchio di fronte a una parete dipinta, una storia veramente assurda. Il medico non aveva capito dove fossero questo specchio e questa parete, ma non si sarebbe fermato prima di averli trovati.
Li trovò nella stanza che si apriva sul disimpegno di lato al soggiorno. Non trovò solo lo specchio e la parete. Sul pavimento, c'erano due corpi, quello di un uomo e quello di una donna entrambi distesi bocconi. La donna sembrava proiettare le braccia in avanti, verso la parete dipinta, e volgeva la faccia alla porta. Aveva gli occhi sbarrati e la bava alla bocca. L'uomo era subito dietro di lei, praticamente nella stessa posizione e, anche se la faccia era girata dall'altro lato, il dottor Ascione capì subito che si trattava di Rolando.
Roberto Cocchis
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