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Margherita Giacobino, scrittrice, saggista, giornalista e traduttrice, si è laureata in Lettere Moderne e vive a Torino. Dopo la pubblicazione nel 1993 del suo primo romanzo Un'americana a Parigi, edito con lo pseudonimo di Elinor Rigby, ha abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Nel 2015 comincia la collaborazione con Mondadori, col romanzo Ritratto di famiglia con bambina grassa, per poi continuare con Il prezzo del sogno, L'Età ridicola e Il tuo sguardo su di me.
Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
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Autore: Franco Arbore
Titolo: Serra delle Volpi
Genere Romanzo Autobiografico
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Serra delle Volpi
Sono le tre del pomeriggio, ricordo molto bene, e siamo a metà del mese di Giugno del 1955.
La scuola è finita da appena due giorni ed io parto per una vacanza, che prevedo molto lunga: tutta l'estate.
Vado a Rocchetta da mia nonna materna Filomena; babbo mi ha accompagnato con la topolino, a Trani: alla fermata dell'autobus per Cerignola, in piazza Bisceglie.
Fa caldo e, dove siamo, non c'è un'ombra sotto la quale ripararci; non c'è neanche una tenda abbassata.
Siamo in Puglia e, in questo periodo qui da noi, non può essere diversamente.
Nel frattempo che aspettiamo l'autobus babbo continua con i suoi consigli e raccomandazioni come, del resto, aveva già fatto lungo tutto il tragitto da Corato.
Mia madre, invece, quando sono uscito di casa mi ha abbracciato e baciato più volte: qualche lacrima le ha solcato il viso.
E' la prima volta che viaggio da solo; non ho che sette anni solamente e, neanche compiuti.
Mio padre, Antonio, è proprio una brava persona, non è ingenuo e neanche uno sprovveduto, capisco però che è un po' preoccupato: sa che di me si può fidare, sa benissimo che avrei ascoltato e seguito i suoi consigli.
Lo capisco: del resto sono ancora un bambino e, non è usuale far viaggiare i bambini da soli.

Il viaggio forse, per quei tempi, per i mezzi allora in circolazione, era abbastanza lungo anche se, appena, di un centinaio di chilometri.
Era comunque un viaggio con troppe fermate, troppi cambi di autobus e, soprattutto, troppi autisti a cui raccomandarmi.

Ho la sensazione che all'ultimo momento possa cambiare idea, non farmi più partire.
Il viaggio è lungo e questo me lo aveva spiegato già in precedenza.
E' una vacanza che loro mi hanno promesso da tempo e gli accordi con nonna sono stati già presi.
Quante notti l'ho sognato questo viaggio.
In principio, come lo scorso anno, avevano deciso che mi avrebbero accompagnato loro ma, qualche giorno prima della partenza, mia madre mi ha detto che, forse, non sarei andato a Rocchetta perché babbo non poteva più accompagnarmi: avrebbe avuto da fare più del solito.
Lo guardo dritto negli occhi mostrandogli tutto il mio timore; lui però intuisce e mi guarda: ha capito che, forse, sto per piangere e subito mi rassicura, accarezzandomi i capelli.
Comunque aspettiamo; babbo perciò, continua a darmi indicazioni: “stai attento che, a Cerignola, alla fermata del Duomo, devi scendere dall'autobus ed aspettare quello per Candela, che arriverà dopo un po'”.
“Quando, poi, sei arrivato alla stazione di Candela, scendi ed aspetta l'autobus della ditta Lapalorcia, che ti porterà a Rocchetta; lì, vai subito a casa di nonna”.
“Stai attento alla valigia, non fare arrabbiare nonna, fai il bravo: mi raccomando!”, continua mentre io annuisco vivacemente volendo fargli capire che, può stare tranquillo.
Arriva l'autobus: uno stridore di freni, uno sbuffo d'aria compressa ed è fermo; le porte si aprono e l'autista scende.
Fine dei consigli e delle raccomandazioni, ancora una carezza e, salgo; sono l'unico, non c'è nessun altro che sale.
Mentre decido dove sedermi sento babbo parlottare con l'uomo: evidentemente mi sta affidando a lui.
Con un cenno d'intesa, si salutano; un ultimo saluto a me, con la mano, e le porte si chiudono: si parte.
Neanche un bacio: non me lo aspettavo e del resto non ne ho mai avuti, da lui, quando sono sveglio e , se per questo, neanche da mia nonna.
Pochi viaggiatori: due uomini e tre donne seduti, ognuno per conto suo, e suddivisi nelle due file di sedili, al centro.
Per un attimo li osservo: una donna, dall'aspetto giovanile, si deterge la fronte con un fazzoletto: grande quel fazzoletto.
Uno degli uomini, cappello in testa e baffi alla Vittorio Emanuele, fuma.
Noto che tutti mi guardano: così piccolo viaggia da solo, credo stiano pensando; ricevo un sorriso da tutti e, sorrido anch'io.
Mi siedo dietro l'autista, vicino al finestrino.
Poggio la valigia sul sedile di fianco e, con la destra, tengo stretta la maniglia.
Adesso siamo fuori città, ho un'ottima visuale, guardo la strada scorrere, le manovre del conducente, il contachilometri generalmente fermo sui quaranta tranne in alcuni lunghi rettilinei dove la velocità del mezzo arriva sui cinquanta chilometri all'ora.
Il motore, avanti sotto il cofano, sembra che canti; anche l'autista canta: ”Grazie dei fiori”, una canzone cantata da Nilla Pizzi, ho saputo in seguito.
Parlo all'autista:”io devo scendere a Cerignola, vicino al Duomo!”; “va bene, lo so!”, mi risponde senza distogliere lo sguardo dalla strada.
Dopo, niente, neanche una domanda.
Ogni tanto osservo gli altri: il fumatore fuma, quella col fazzoletto ha, nel frattempo, tirato fuori un ventaglio che, velocemente, sventola; il resto niente, impassibili, sembrano di ghiaccio.
Dal finestrino vedo il paesaggio e contemporaneamente scorrere la campagna fatta, prevalentemente, di uliveti e vigneti; passiamo poi anche sul fiume Ofanto; in quel punto mi sembra abbastanza largo.
Dopo cominciano a scorrere grandi distese di grano ormai maturo che, sospinto da un leggero venticello, ondeggia in più direzioni.
A Cerignola l'autobus si ferma:”è qua che devi scendere”, mi dicono tutti in coro; nel frattempo due di loro scendono con me.
“Stai attento”, mi dice la signora col ventaglio e poi: ”aspetta qua e, non ti muovere” si raccomanda il fumatore, quello coi grandi baffi.
Loro due mi salutano:”ciao!”ed io rispondo col mio ciao, poi si allontanano.
Non li ho mai più rivisti.
Ogni tanto ho pensato a loro, ai loro sorrisi; oggi non ricordo più i loro volti.
L'autista mi fa ciao con la mano, risale, e l'autobus riparte: destinazione Foggia, non è salito nessuno.
Alla partenza l'autobus mi investe con una nuvola di fumo: istintivamente mi giro per evitare di respirarlo e vedo il Duomo.
E' enorme, mi sembra, e si affaccia su di una grande piazza: ha una cupola uguale a quella di San Pietro a Roma, che avevo visto in cartolina.
“Bello!”, dico meravigliato, mentre lo guardo, soffermandomi specie sulla cupola, davvero imponente.
Aspetto, mi giro e mi guardo intorno; con me gira anche la valigia che, adesso, tengo stretta con la mano sinistra.
Sono mancino, e mi piace esserlo: uso, molto bene però, anche la destra.
Molto vicino, stanno passando due suore; le guardo, hanno lo stesso abito monacale delle suore del convento dei Cappuccini di Corato, dove vado a scuola.
Mi guardano tutte e due, una mi sorride, l'altra, più anziana, no.
Istintivamente abbasso lo sguardo, passo la valigia nella mano destra e, timoroso, sott'occhi, le vedo passare ed allontanarsi.
Tiro un sospiro di sollievo ma, non posso impedire ai ricordi, anche cattivi, di riaffiorare.

Primi giorni dall'inizio della prima elementare, suor Josè, in piedi davanti la cattedra, ci dice di scrivere la lettera “a”, prima dell'alfabeto, e di riempire una pagina del quaderno.
L'aveva, dapprima, scritta lei sulla lavagna; noi dovevamo solo copiarla e, se possibile, scriverla sempre meglio.
Io ero arrivato a riempire il terzo rigo della pagina quando, all'improvviso, uno schiaffo sulla guancia sinistra e poi uno, repentino, sulla destra mi colpiscono forte.
La matita mi cade di mano, a terra, piango e non capisco; alzo lo sguardo, la suora mi colpisce ancora dicendomi:”quella è la mano del demonio!!”
Torna a colpirmi, uno, due schiaffi ancora: continuo a piangere e non ho nessuna reazione se non quella di coprirmi il viso con le braccia.
“Si scrive con la mano destra!!”, mi ripete, più volte, allontanandosi.
Mi guardo intorno, vedo i miei compagni ammutoliti e spaventati, nessuno fiata; hanno tutti, però, la fortuna di essere destrorsi.
La suora si avvicina, mi prende per il colletto, e mi trascina fuori dall'aula.
”In castigo!”, e, ancora: ”nel corridoio, dietro alla Madonna!!”.
“Resta qui e non ti muovere!!”, mi intima strattonandomi; poi, ritorna in classe chiudendosi la porta alla spalle.
Resto solo, piango disperatamente, e non capisco perché non si potesse scrivere usando la mano sinistra: che cosa centra il diavolo con la mano sinistra, mi chiedo ancora.
Mia madre non me l'aveva mai proibito, eppure era fortemente cristiana, anche se non più praticante.
***Più in là vi racconterò il perché non lo fosse più.***
Soprattutto non capivo il perché di quella feroce punizione, perché tale era, nei confronti di un bambino di sei anni e per giunta, inflitta da una suora.

A proposito di suore; mio padre aveva all'epoca una sua sorella, Maria, suora di clausura e pure, Madre Badessa nel convento di Sant'Agata dei Goti in provincia di Benevento e, dato il suo spiccato senso dello humor, amava per questo definirsi benevolmente, come cognato di Gesù Cristo: visto che la chiesa definisce le suore come Sue spose.

Piangendo, alzo lo sguardo verso la Madonna; sono alle sue spalle, le giro intorno e guardo il Suo viso: smetto di piangere.
Mi faccio il segno della croce e recito l'Ave Maria: mia madre mi aveva insegnato a recitarla, mia madre, non suor Josè.
Nonostante avessi frequentato anche tre anni di asilo dalle suore: era
stata mia madre ad insegnarmela e non lei che era una di quelle.
Adesso, sono più tranquillo, mi guardo intorno: il corridoio è vuoto, sono solo.
Sto per aggiustarmi il colletto del grembiule, che si era sganciato, quando sento dei passi, giù in fondo, che si avvicinano; veloce torno dietro la Madonna.
Con la coda dell'occhio vedo avanzare, piano, una suora; lei sente il mio singhiozzare, alza lo sguardo e, vedendomi, mi sorride: è suor Franca.
Mi fa una carezza, mi prende le mani e mi chiede perché ero lì in castigo.
Rincuorato dal suo sorriso e dalle sue carezze, ancora singhiozzando, le racconto quello che mi era successo.
Mentre le parlo guardo il suo volto, pieno di tenerezza, e in questo la dolcezza infinita che emanano i suoi occhi; mi sembra così, di vedere in lei, la Madonna: adesso, sentendo in me una tranquillità assoluta, le parlo serenamente.
Mi tiene strette le mani tra le sue e resta, per un attimo, assorta.
Quando ho finito di raccontarle l'accaduto lei, con un'ultima carezza sui capelli, scompigliandoli, mi dice: “aspetta, torno presto”.
Poi, mentre lei si allontana, io torno davanti alla Madonna guardandole
il viso.
Certo è una statua, che la raffigura, però noto anche nel suo volto quello che mi aveva colpito in suor Franca: la tenerezza.
E' tornata quasi subito: con in mano un cioccolatino.
Mentre lo sto scartando, accarezzandomi ancora una volta e sorridendomi, mi dice :”parlo io con suor José”; senza aggiungere altro, si allontana.
Non ho mai odiato la suora degli schiaffi, non sono capace di odiare; da allora, però, non ho più scritto con la sinistra: sono destrorso, solo con la penna.
Fine del cattivo ricordo.

Poche vetture parcheggiate, pochissime in circolazione, e solo qualche pedone o qualcuno in bicicletta; la piazza del Duomo è semivuota: forse per l'ora.
Qualche vecchio canuto, col bastone stretto tra le gambe e la coppola in testa seduto davanti ad un bar o una sede di partito o di un sindacato, erano le uniche persone che vedevo, ferme, nelle vicinanze.
Nel frattempo arriva gente, alla fermata.
Tutti mi guardano; altri viaggiatori penso, e tengo più stretta la valigia.
Arriva l'autobus e vedo, dietro il parabrezza, davanti al conducente, il cartello di destinazione: Candela; è il mio, è questo che devo prendere.

E' più piccolo dell'altro, ed è vuoto; forse inizia proprio da qui la sua corsa.
Il conducente non ha una divisa ma indossa un camice, che porta sbottonato, ed una coppola.
Fischiettando l'autista scende aprendo la portiera del lato guida, la sua, la destra; gira intorno al mezzo e, salutando i nuovi arrivati, si vanta, con loro, di essere in orario: come sempre.
Vedendomi, e sollevandosi la coppola, mi chiede.”dove vai tu? Viaggi da solo?”
“Si!, rispondo prontamente, e lui:”e brav lu guaglion!!, sali”, mi ordina mentre apre la portiera lato passeggeri.
“Devo pagare il biglietto”, gli dico mentre metto la mano in tasca per i soldi;”sali e non ti preoccupare!”, mi fa lui.
Tutti sono rimasti fermi a sentire; incuriositi, nessuno era ancora salito.
Sono il primo a salire e mi siedo, ancora una volta, come prima, dietro l'autista; questo autobus ha una sola porta, per i passeggeri: davanti.
I sedili sono rivestiti totalmente in pelle nera e già troppo caldi,
quasi bollenti; l'autobus, forse, era stato parcheggiato al sole.
Appresso a me, salgono una decina di donne: giovani ragazze, prevalentemente, e qualcuna di mezza età che vanno a sedersi in fondo.
Tutte hanno un grosso fazzoletto, legato a coprire la testa, indossano delle doppie calze di lana, e scarponi chiodati ai piedi.
Ognuna porta con sé un grosso fagotto, formato da un telo in cotone di vari disegni e colori i cui angoli, in diagonale e annodati tra loro, fungono da manico.
Sono braccianti, contadine a giornata; ognuna ha anche una falce, di quelle che si usano per mietere il grano.
Salgono, dopo, anche tre uomini tutti con la coppola; uno di essi, claudicante, sulla sessantina, si aiuta con un bastone.
Questi mi fa cenno che, per la sua infermità, vuole sedersi al mio fianco; sposto subito la valigia mettendomela sulle gambe.
Per ultimo sale l'autista, chiude la porta, saluta tutti, e siede alla guida dicendo: ”si parte!!”.
Attraversiamo la città, poi, l'autobus, prende a sinistra la provinciale per Candela.
Su ambo i lati della strada uliveti, che scorrono veloci; non c'è traffico, sorpassiamo solo un traino tirato da due muli.
Guardo i muli ed i loro finimenti: questi ultimi, tutti finemente lavorati, specie quelli del mulo attaccato sotto le stanghe.
Il vecchio, al mio fianco, mi chiede come mi chiamo e dove vado.
La sua voce è rauca e parla lentamente; è una persona sofferente e mi limito, perciò, a rispondergli brevemente.
Lui, ha il bastone dritto tra le gambe: una, la destra, completamente distesa, rigida; le mani, invece, incrociate sul manico.
Forse, da maleducato, gli chiedo perché ha la gamba distesa, perché zoppica.
“Una ferita di guerra al ginocchio: a questa gamba distesa”, indicando la destra, “non ho più il ginocchio”, risponde.
“Quale guerra”, gli chiedo;”la prima, la grande guerra mondiale”, mi risponde ”avevo vent'anni”, continua dopo un attimo.
“Anche mio nonno materno, Antonio, vi ha partecipato; era nella sanità, era uno di quei soldati che, con la croce rossa al braccio, giravano per i campi di battaglia a raccogliere feriti”, rispondo.
“Me lo ha raccontato mia madre”, continuo.
Annuisce col capo, e dice:”può darsi, che abbia soccorso anche me”.
“Può darsi”, rispondo e proseguo:”mio nonno è morto qualche anno fa”.
E' rimasto pensieroso e, non ha più parlato.
Per il caldo, e per i calzoni corti, le gambe, a contatto con la pelle nera dei sedili, sudano e perciò, ogni tanto mi sposto leggermente sperando di avere più fresco.
Le donne, dietro, parlano a gran voce e, a volte, su qualche critica o battuta comica, ridono a più non posso.
Riprendo a guardare la strada; adesso è dritta all'orizzonte, gli uliveti, piano piano, cedono il posto ai campi di grano.
Belli i campi di grano, biondi a Giugno, ondeggianti e cullati dal vento; uno spettacolo, che ancora oggi mi affascina.
E' lunga la strada per Candela, e anche deserta; le donne intanto, dietro, iniziano a cantare: canti popolari, della tradizione contadina.
Cantano anche gli uomini, autista compreso, ma non il mio vicino.
Uno tira fuori l'armonica e prende a suonare: è bravo, credo, e per me, comunque, quel suono è piacevole.
Attratto mi giro e, poggiando le ginocchia sul sedile, mi sollevo guardo e sorrido.
Gente allegra e spensierata, e si vede; eppure sono braccianti, gente costretta ed abituata a duri lavori e, forse, a scarsi salari.
Vanno al lavoro, chissà dove, a mietere il grano; lavoro duro, da fare sotto il sole cocente, eppure cantano: maschi e femmine, almeno su questo autobus, sono allegri.
Sembra, specie le donne, che non abbiano pensieri o preoccupazioni.
Sicuramente, vedo, sono contenti di andare a guadagnarsi sia pure con un duro lavoro, comunque un lavoro, come quello del mietitore.
Ho pensato, in questo frangente, che anche gli operai della falegnameria sotto casa, mentre lavorano di pialla, cantano spesso.
Canzoni inventate al momento parafrasando vecchi motivi famosi, anche in epoca fascista, così come, del resto, canticchia con piacere anche mio padre.
Continuo ad ammirare i campi e l'orizzonte adesso, non è più piatto.
Cominciano a delinearsi alte colline dove, per la maggiore forza del vento, il grano ondeggia di più, come un mare in tempesta.
Fermata di Borgo Libertà-Torre Alemanna: un piccolo borgo, abitato da contadini e piccoli proprietari terrieri, con un bar, una scuola elementare, un negozio di alimentari, una chiesetta ed un'antica torre quadrata.
Qui, scende il mio vicino; istintivamente mi sposto di lato per fargli spazio e lui, non senza fatica, si alza e mi porge la mano, stringendo forte la mia.
Mi saluta con un sorriso:”arrivederci”, mi dice; “arrivederci”, rispondo; piano, aiutato dall'autista, scende e si allontana.
Non ho mai più incontrato quell'uomo però, ogni volta che passo di lì anche in autostrada, mi ricordo di lui.
L'autobus riparte e le donne riprendono a chiacchierare.
Due di esse, giovani, vedo che mi stanno osservando e, dopo essersi scambiate qualche parola, mi fanno cenno di avvicinarmi a loro.
Una mi chiama per nome:”Franco!!”, mi alzo chiedendomi come fa, questa, a conoscere il mio nome.
“Si!!”, fa lei:“tu sei Franco il nipote di padrona Filomena!”; annuisco e riconoscendo quasi subito la sua voce, grido il suo nome:”Rosetta” dico, “tu sei Rosetta!”; “si sono io!”, mi risponde.
Lei si alza ed io le corro incontro; mi abbraccia, e mi dà un bacio in fronte e uno sulla guancia, stringendomi di più a sé.
“Sei diventato grande, sei un giovanotto adesso; ti ricordi di me? Lo scorso anno alla masseria di Valle Traversa, ad Ascoli Satriano: c'ero anch'io per la mietitura!”, mi dice guardando le sue compagne che, anch'esse, sembrano sorprese.
“Torno di nuovo là, con le mie compagne; domani iniziamo a mietere l'avena”, continua baciandomi ancora.
“Io vado a Rocchetta, a stare tutta l'estate con nonna; può darsi che, più in là, veniamo anche noi alla masseria”, concludo.
E così lei ha cominciato, facendomi sedere sulle sue cosce, a raccontare alle sue compagne, quelle nuove, la passata stagione.
Racconta di quando, la sera, dopo il lavoro, si cenava e si ballava a suon di fisarmonica; c'era un ragazzo, e c'è anche questa volta, dice sicura, che la sa suonare molto bene.
Stringendomi a se, sento le sue tette premermi contro; Rosetta continua nei suoi racconti cercando da me, ogni tanto, conferma.
Io, con lo sguardo rivolto alle compagne, annuisco.
E' una ragazza carina Rosetta, capelli castano scuri, occhi grandi e luminosi, pupille scure, labbra carnose non molto grandi, naso piccolo e grazioso, all'insù.
Ha venticinque anni, viso sincero, non alta ma carina; continuerà a fare la bracciante se non troverà, prima o poi, un buon partito.
Mi piace questa posizione in cui mi trovo; purtroppo però non dura poi tanto: l'autobus ad un certo punto, ha cominciato a rallentare fino a fermarsi.
Si è fermato all'altezza di un viale interpoderale sulla destra che, inerpicandosi sulle colline, porta in agro di Ascoli Satriano.
Prima di scendere, Rosetta mi dà un ultimo bacio:”ci vediamo allora, ciao!”;“può darsi,”ciao!”, rispondo un'ultima volta.
E' lì fermo un carro agricolo, che sta aspettando proprio loro; ci sono due muli attaccati ed un uomo, frusta in mano, che li tiene.
Tutti, tranne me, sono scesi dall'autobus.
Il carro è un carro grande, di quelli usati per il trasporto dei piccoli covoni di grano mietuto, dal campo all'aia dove poi, una volta approntati i grandi covoni, si aspetta che arrivi e che venga piazzata la trebbia.
Durante la trebbiatura, quegli stessi carri, sono adibiti al trasporto della paglia.
Restando in piedi nell'autobus li ho visti salire sul carro; le donne, dietro, sedute sul pianale, gli uomini in piedi poggiati alle sponde.

L'autista scambia qualche battuta col carrettiere, saluta tutti e risale: si riparte.
Vedo Rosetta che, con la mano, mi saluta un'ultima volta ed io, allo stesso modo rispondo mentre, velocemente, l'autobus si allontana e il carro è sempre più piccolo e lontano: dopo una curva, è sparito.
Rosetta: non l'ho mai più rivista.

E' strano ma, ancora adesso le persone che ricordo più volentieri, e con piacere, anche se con un pizzico di nostalgia per il tempo passato, sono proprio quelle che, poi, non ho mai più incontrato.

Poco dopo arriviamo alla stazione di Candela: è sulla linea Foggia-Potenza-Avellino.
Scendo e mi siedo sul marciapiede di fronte, e la guardo, è una stazione di campagna, lontana dal paese, più a valle ed isolata: niente intorno, solo campi di grano, non c'è nessuno.
L'autobus è fermo a motore spento e l'autista, seduto sul predellino, fuma.
Io, seduto sul marciapiede bollente e con la valigia stretta tra le gambe, aspetto.
Poco dopo, mentre l'autista continua a fumare, mi alzo in piedi, giro lo sguardo e, in alto sulla collina, vedo il paese.
Un bel panorama: caratteristica comune, del resto, a tutti i paesini abbarbicati in collina nell'appennino italiano.
Immagino, oltre, Rocchetta e casa di nonna e la vigna di Serra delle Volpi e la masseria di Valle Traversa.
Dal lato opposto, in cima ad una collina, vedo una masseria; sull'aia uomini e donne affaccendati; sotto di essa, più a valle, animali al pascolo.
Intorno sempre e solo campi di grano, biondo con le spighe nere, che anche qui ondeggia carezzato dal vento.

L'aria è ancora calda: faccio due passi, avanti e indietro, senza allontanarmi dall'autobus e tenendo sempre d'occhio la valigia.
Una lucertola sbuca attraverso l'erba ormai secca e, con un guizzo fulmineo, acchiappa un insetto che subito divora.
Resto fermo a guardarla: la fisso, anche lei è ferma e volge il suo sguardo nella mia direzione; ogni tanto, piega la testa da un lato all'altro e, sospesa sulle zampe, respira velocemente.
Non ha la coda: sicuramente lasciata cadere, per sfuggire e non essere, a sua volta, vittima di qualche predatore.
Strombazzando arriva l'autobus della ditta Lapalorcia che, finalmente mi porterà a Rocchetta.
Si ferma: anche adesso, l'autista scende fischiettando e si saluta calorosamente con l'altro.
L'autobus è vuoto, nessun passeggero; i due parlottano a lungo con grandi gesti esplicativi muovendo alternativamente le braccia, le mani e la testa: coppola compresa.
A volte parlano sottovoce, altre a voce alta, e comunque sempre in dialetto; una risata, ogni tanto, ravviva il colloquio tra i due.
Poi, quest'ultimo, mi fa cenno di salire; io, prima, chiedo d i pagare il biglietto.
All'unisono, ed a voce alta, mi ordinano di lasciar perdere; mi fanno un regalo, dicono: non ci sono controllori su queste linee e questo, è un loro regalo ad un ragazzino coraggioso che viaggia da solo.
Allora salgo, mentre loro si scambiano i soliti saluti, con ossequi alle rispettive signore, dopodiché ognuno prende posto alla guida del rispettivo autobus.
Nessun passeggero su quello che ritorna a Cerignola, mentre sono solo io su quello per Rocchetta.
Come al solito mi sono seduto davanti: così, come ho già detto, vedo meglio la strada ed il panorama che qui si fa più interessante.
L'autobus, adesso, è ancora più piccolo e più lento; si arrampica su, per la strada in salita, con notevole sforzo.
Qui le curve sono a gomito, sono tornanti, ed ogni volta l'autista accelera al massimo e suona a lungo il clacson, perché spesso non c'è visuale: non si vede chi viene in senso contrario.
Il suono è tipico e distintivo degli autobus: mi piace sentirlo, a me, porta allegria.
Sempre in salita, attraversiamo il paese; vedo asini carichi delle loro bisacce con uomini o con donne, in groppa: all'amazzone.
Tutti camminano lentamente, sereni nei loro movimenti.
In quest'epoca non c'è fretta: tutto si svolge naturalmente e, con i tempi giusti.
Vedo anche donne, a piedi, camminare con in testa, protette da un panno arrotolato, un barile per l'acqua e altre, invece, con un grosso cesto pieno di chissà cosa.
“Come facciano a tenerli in perfetto equilibrio, mi chiedo”, e rivolto all'autista: gli pongo la domanda.
“E' questione di pratica tutto il peso forza sul collo e questo, per sopportarlo, deve essere forte e ben fermo”.
A conferma, difatti, ne ho vista una girarsi e, per farlo, ha girato tutto il corpo.
All'uscita del paese, sulla destra, c'è un'edicola votiva con cinque croci; quella al centro è più grande mentre quelle ai lati più piccole, a scalare.
A fianco c'è la strada che, con una leggera curva a destra, inizia subito in discesa.
Curve e contro curve anche a gomito si susseguono una dopo l'altra.
Questa volta oltre al clacson, sono i freni a lavorare anziché l'acceleratore.

Panorama fantastico, di un'ampia visuale, adesso che siamo già in altura.
Un mare di grano ci circonda ed in lontananza già vedo Monte Calvario: un'alta collina che, vista da qui, nasconde completamente Rocchetta e che in cima, ha una grossa croce in ferro.
Giù nella valle, a fine della discesa c'è la masseria san Gennaro, nome a me non nuovo, e l'omonimo ruscello che la costeggia.
Questa masseria non è distante dalla strada e, perciò, si vedono benissimo, adesso, delle persone sull'aia; con loro dei bambini che giocano correndo, inseguiti da un cane.
Attraversiamo il ponte sul ruscello, e la strada riprende a salire.
Poco prima del ponte c'è, sulla sinistra, e costeggia la strada, una enorme roccia bianca chiamata in dialetto locale: Preta Longa (Pietra Lunga); poco dopo a destra un vialetto che porta, attraversando il ruscello, alla masseria.
L'autobus riprende ad arrancare; ad ogni curva, un suono di clacson ed un cambio di marcia, con doppietta, ed il motore che torna a rombare.
Si sale: parte del paesaggio, che prima vedevo dal basso, comincio adesso, a vederlo dall'alto e, man mano, si sta facendo più interessante e, più bello.
Il sole comincia a calare: a metà strada su una curva, a destra, c'è una stazione di pompaggio dell'Acquedotto Pugliese che manda l'acqua ad un serbatoio interrato sul monte, dal quale poi, per caduta questa, entra nella rete idrica del paese.
Il custode, che è anche addetto al funzionamento, staziona in piedi e a gambe incrociate, appoggiato allo stipite; vedo, si sta godendo un buon sigaro.
L'autista, suona più volte per salutarlo, poi, all'improvviso, decide di fermarsi; stridore di freni ed una brusca sterzata, e il mezzo è fermo in una nuvola di polvere.
Si salutano con trasporto, è chiaro che sono veri amici e, probabilmente, di vecchia data.
Io rimango sull'autobus a guardare, loro parlottano; poi, il custode si avvicina e mi chiede come mi chiamo e da dove vengo.
Sorpreso rispondo titubante e lui, di rimando, mi chiede:”tuo padre per caso, si chiama Antonio?”.
“Si!” rispondo,”mia madre è di Rocchetta; si sono conosciuti durante la guerra”, prolungo, e lui:”lo so!”.
“Conosco tuo padre, e di Corato conosco anche un suo amico col quale ho lavorato assieme, per delle opere, nel canale principale dell'acquedotto”.
“Quando torni a casa porta i saluti da parte mia”, conclude.
Detto questo mi stringe la mano, forte, quasi a frantumarmela e, con un “ciao!”, mi saluta.
Ripartiamo, strada ancora più in pendenza, il motore ruggisce.
Sono in piedi ansioso di vedere, da un momento all'altro, il paese.
Passiamo davanti ad un fontanile, in curva, sulla sinistra; ci sono alcune donne che lavano panni ed altre che riempiono di acqua barili in legno legati, poi, al basto di un asino.
Dietro, si innalza interamente ricoperto da ginestre in fiore, il lato più ripido di Monte Calvario.
Continuiamo e, finalmente, dopo una stradina sulla destra, e poco più avanti, sulla sinistra, la vigna di “scialacca”;si intravedono le prime case.
Ancora una curva a sinistra, l'ultima, con sulla destra, ben piantata, una piccola croce di ferro, e vedo Rocchetta.

Aveva ragione mio padre quando mi aveva raccontato della sua prima volta a Rocchetta.
Era sergente e guidava un camion militare; non riuscendo per lungo tempo, dopo Candela, a vederlo: si chiedeva dove mai fosse, questo benedetto paese.
Non immaginava, neanche lontanamente che, quel paese, sarebbe rimasto per sempre nella sua vita.
Là avrebbe incontrato la donna del cuore, la compagna della sua vita: mia madre.

Sono felice, salto e il cuore mi si riempie di gioia: vedrò mia nonna, i miei zii, i miei cugini.
Immagino quando, una volta lì, andrò in campagna, vivrò all'aria aperta, giocherò col cane, inseguirò le galline, andrò a dorso d'asino: stupendo.
Chiedo all'autista di fermare davanti casa di nonna, è lì che vorrei scendere, non alla fermata giù in piazza.
Lui, con un cenno del capo, acconsente e, senza che gli abbia detto dove, ferma il mezzo proprio nel posto giusto; così, ringraziandolo, lo saluto e scendo.
L'autobus è andato, guardo la casa: la grande porta è chiusa, nonna non c'è.
Una bambina passa e, mi saluta:”ciao Franco!”, “ciao Carmela!”, rispondo; lei mi sorride e, corre via.
Il barbiere di fronte, mastro Paolo, smette di suonare la fisarmonica e mi dice:”la nonna è andata alla vigna; ha lasciato detto che, se vuoi, puoi raggiungerla lì”.
”La vigna”: è una proprietà di nonna, in contrada Serra delle Volpi; è un terreno abbastanza esteso, con una piccola parte costituita da vigneto, una casa rurale su due livelli con accanto un boschetto di olmi; l'ha ereditata da suo padre.
Strano, mi chiedo: io non mi sono presentato e lui, sa chi sono.
Sono perplesso, non so che fare, la valigia ora è un problema.

“Lasciala qui” mi fa lui, ma non rispondo; tergiverso indeciso lì, fermo sull'uscio.
Mentre penso che fare, sento i discorsi che fa con i suoi clienti: parlano di politica, di terra ai contadini, del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana, di Nenni, Fanfani, Moro ed Andreotti; chi a favore e chi contro.
Qualcuno parla degli Americani e dice che:”senza di loro, in Italia e con la guerra persa, oggi staremmo nella merda e, forse, saremmo ancora fascisti!”.
Qualcun altro, invece, dice che:“l'Unione Sovietica è il paradiso dei lavoratori; lì si sta veramente bene, il lavoro è assicurato e non c'è bisogno di emigrare!!”.
Il tono della discussione è alto e, su certi argomenti, chi crede di
avere ragione, grida di più.

Questa è una caratteristica dell'Italia meridionale; parlare a voce alta: sempre.
Provate, oggi, a sedervi al tavolo di un bar magari in presenza di tre o quattro persone e sentirete, specie se mamme accompagnate da bambini, le loro urla.
Si sente di tutto: da cosa prepareranno per il pranzo ai difetti o pregi dei loro mariti, fidanzati o mogli; dal vestito che ha comprato quella, alle scarpe di quell'altra.
Sentire e assistere a tutto ciò a volte è simpatico, altre scocciante ma così è.

Va bene, ho deciso, gli lascio la valigia all'ingresso: vado.
Prendo a correre verso la vigna, la strada, adesso, è in discesa; sto uscendo dal paese quando, proprio dall'ultima casa, sulla sinistra, sta uscendo un uomo: alto e con un gran paio di baffi.

Calza stivali neri e veste una divisa grigioverde, che gli dà, a me sembra, l'aspetto militare di un alpino; il cappello difatti, pur senza la penna, ha la stessa forma.
Vedendomi correre, si ferma a guardarmi, e in dialetto mi apostrofa: “nè lu npot r zà F-lumena: lu bares, lu mangia carn r ciucc! Andò vai, accussì r pressa, andò curr?”(Oh, il nipote di Zia Filomena: il barese, il mangia carne di ciuccio dove vai, così di fretta?, Dove corri?).
Io, che il dialetto di Rocchetta lo capisco benissimo: “Alla vigna, dalla nonna”, rispondo in perfetto italiano, continuando a correre.
Subito dopo prendo la stradina a sinistra, che porta alla vigna: è in discesa e sterrata.
Corro, felice e leggero, la camicia si gonfia per il vento, mi piace e corro più veloce; sgancio un altro bottone sul petto, così, la camicia è ancora più gonfia.
Sto attento a non inciampare: c'è un solco abbastanza profondo, scavato dalle piogge, al centro della strada; mentre corro, contemporaneamente, mi diverto anche a saltarlo da un lato e dall'altro.
Prendo una scorciatoia, una sorta di mulattiera in forte discesa e vado giù; a mezza collina esattamente dove, durante la guerra, era caduto un aereo americano, vedo la casa rurale e l'asina di nonna: Cerasella legata ad un olmo.
Finalmente sono arrivato: adesso però ho il fiatone.
Il vignaiuolo è seduto sul sedile in pietra, accanto alla porta, e con molta calma, vedo, sta riempiendo la sua pipa di tabacco che ha preso dal suo panciotto; mi guarda e, sorpreso dal mio arrivo, non mi riconosce.
Non vedo nonna, prima di cercarla, mi fermo e cerco di riprendere fiato.
L'uomo, vecchio, sicuramente ha più ottant'anni, grandi baffi ormai bianchi, è vestito con un completo di velluto a coste color giallo oro, una camicia bianca, panciotto e fazzoletto legato al collo, entrambi neri.
Appena ha acceso la pipa, tirando la prima boccata, con la mano mi fa un cenno indicandomi dov'è nonna: giù, dalle galline.
Io, prima di muovermi per andarle incontro, continuo a guardarlo: le sue scarpe sono alte, massicce e chiodate, da campagna; in testa una sorta di paglietta tipo panama.
La pipa ha il fornello in terracotta e raffigura la testa di un gufo, la canna del bocchino, ricurva e piuttosto lunga, in bambù.
L'uomo, fuma e aspetta; accanto a se ha un bastone ed un fagotto nel quale, penso ci siano i suoi panni da lavare.
Giù, nella stalla, sento nonna gridare: una gallina, rimasta fuori, non vuole saperne di entrare; di corsa sono sceso e, andandole dietro e sospingendola a braccia aperte l'ho costretta, seguendola, ad entrare nel pollaio.
Nonna mi ha visto: neanche una parola, è incazzata; fermatasi, si riannoda il fazzoletto sul capo poi, chiude il portone.
L'ho aiutata ad impostare ad ogni battente, come puntone, quelle che rimanevano di due mitragliatrici: corpo e canna, in un sol pezzo e, molto pesanti.
Erano state, queste, due delle mitragliatrici di quell'aereo americano, carico di soldati ed ausiliarie che era caduto, sfiorando il casolare, una sera di Ottobre, esattamente il giorno 14, del 1944.

Mia madre mi aveva già raccontato, di quel tragico evento.
Era stata lei per prima, dal paese, a sentire: prima il rombo dei motori, che diventava sempre più forte, e poi, il boato.
Dal balcone, indirizzata dal forte bagliore che squarciava le tenebre, lei aveva capito: l'aereo era caduto proprio vicino se non addirittura sul casolare.

C'era in campagna quella sera, in compagnia del vignaiuolo, suo fratello più piccolo e lei, sorella maggiore, temendo il peggio e vincendo le
resistenze di nonna, vi si era precipitata a rotta di collo.
Fu una delle prime, col cuore in gola, ad accorrere.
Per fortuna il fratellino ed il vignaiuolo erano salvi.
Il casolare era stato sfiorato di poco, visto che l'aereo aveva impattato un centinaio di metri più avanti, a metà della collina.
Il velivolo, o meglio quello che ne restava, era distrutto; diversi corpi di uomini e di una donna in uniforme sparsi tutti intorno.
Tra i molti cadaveri c'era qualcuno che rantolava; una ragazza con il cranio spaccato e gli occhi aperti, raccontò mia madre, sembrava fosse ancora viva ma, era morta.
Altri particolari della tragedia non me ne ha mai raccontati, neanche da adulto.
Ho sempre capito che per lei, una ragazza di 24 anni all'epoca, quella era stata un'esperienza molto triste e, la scena, uno spettacolo raccapricciante.
Una tragedia, una tra le tante di quel periodo, mi ha sempre detto.

Dopo aver chiuso bene il portone, nella semi oscurità, siamo saliti al piano superiore: c'è una scala in legno per salire; una volta fuori ho visto il vignaiuolo, tranquillo ed ancora seduto, continuare a fumare.
Mi ha molto colpito il suo atteggiamento, calmo e paziente, nell'attenderci; deve andare a casa, ma sembra non avere nessuna fretta e difatti, come ho potuto constatare, non ne ha.

Nessuno aveva fretta all'epoca; oggi corrono tutti, tranne qualche anziano: me compreso.
************
La verità è che lui non può andare via, senza prima aver salutato e preso congedo da noi.
E' così, dopo aver smesso di fumare, rivolgendosi a nonna dice: “allora, padrona Filomena, io me ne vado, ci vediamo domani”.
Senza attendere risposta ha svuotato la pipa, battendola leggermente sul sedile, si è alzato e l'ha messa in tasca.
Ha preso il fagotto e, aiutato dal lungo bastone da pastore, si è incamminato a piedi; ho pensato: la salita per il paese sarà dura per lui, ma questo sembra non preoccuparlo.
Nonna ha ancora qualcosa da fare ed io approfitto per giocare: solletico i baffi all'asina, che come reazione starnutisce, mi faccio rincorrere dal cane più volte cercando anche di nascondermi, inutilmente, nel boschetto di olmi.
La cagnetta, che ho già visto ed accarezzato lo scorso anno, mi ha subito riconosciuto venendomi incontro scodinzolando e senza abbaiare.
Immersa e quasi nascosta tra gli alberi c'è una baracca in legno, verniciata di grigio, su ruote in ferro: lì gioco a nascondino col cane.
Questo non ha nessuna difficoltà a trovarmi, nonostante io resti in assoluto silenzio.

Mio nonno aveva piantato quel fitto boschetto anni prima; era stato lungimirante, dato che in tutta la zona non c'erano, e non ci sono tutt'ora, altri alberi da ombra.

Nel cielo ci sono enormi nubi adesso: cerri, mi pare si chiamino; mi sdraio sull'erba e fantastico nell'immaginare il profilo di alcune di queste nuvole.
In una di esse vedo il profilo della testa di un leone, nell'altra quello di un cane; metto le mani davanti agli occhi, mimando un binocolo, in maniera da eliminare la restante parte di ogni nuvola.

All'improvviso una coppia di falchi, poiane credo, attira la mia attenzione.
Resto come incantato ad ammirarle, da come sono così possenti ed eleganti, volare alte nel cielo.
Sono enormi ed a volte volano basse con le ali, distese e immobili; volano in circolo e compiono ampi giri, emettendo frequenti richiami.
Poi, sfruttando ancora quel che rimane della corrente ascensionale, dopo un po, salgono più in alto e si allontanano verso Ovest.
Il sole è proprio basso ormai, il tramonto è vicino, bisogna affrettarsi: nonna ha finito le sue faccende e mi chiama.
L'aiuto a bardare Cerasella, l'asina, mettendole addosso il basto e poi la bisaccia, riempiendone, dopo, una sacca di ceci freschi e l'altra di un piccolo paniere di amarene.
Nonna, nel frattempo, ha chiuso la porta nascondendo la chiave in un posto segreto e ,sorridendomi, mi ha detto:”andiamo”; l'unica parola rivoltami sino a quel momento.
Ho accostato l'asina ad un terrapieno e nonna è montata su, all'amazzone.
Con un “iah!” ed un colpo di briglie sulle grandi orecchie, l'asina scuotendo la grossa testa si è mossa, incamminandosi; io dietro, seguo a piedi.
La strada, prima in falso piano, dopo una curva a sinistra, comincia a salire con forte pendenza; adesso vedo Rocchetta.
Da questo punto la visione, panoramica, è quella di un paesino che circonda e si inerpica su per una ripida collina, a mo di piramide, con in cima il centro storico e la zona antica, terremotata dal 1930, sormontate, a loro volta, da un antico castello.

Rimango sempre estasiato, ogni volta che mi capita di vedere il paese da quella angolazione anche se, oggi, non è più quello affascinante dell'epoca che sto raccontando.

C'è silenzio intorno a noi; solo il lieve rumore degli zoccoli ferrati di cerasella che, lenta, cammina al passo.
Guardo il paese: adesso qualche luce vi si accende e la strada, intanto, diventa sempre più ripida e faticosa; comincio a respirare più veloce.
Allora prendo la coda e mi attacco, avvolgendone la punta intorno alla mano, mi lascio tirare.
Il sole, nel frattempo, è tramontato dietro una collina; c'è ancora abbastanza luce: non siamo al crepuscolo.
In lontananza, si sente il suono di una campana: l'ora dei Vespri.
Nonna, da una tasca della lunga gonna, prende la coroncina e comincia a recitare il Santo Rosario.
Io, sempre attaccato alla coda, continuo a guardare il paese; molte più luci, si sono accese: da lontano, adesso, sembra un presepe.
Stiamo per abbandonare la strada sterrata quando, d'un tratto, sento che l'asina tira su con forza la coda e spernacchia.
Mi giro e vedo che, questa, sta defecando; rapido mi sposto di lato per non essere investito dai suoi escrementi: un fetore mi investe, istintivamente, giro la testa e, con l'altra mano, mi turo il naso.
Cerasella continua a camminare, flemmatica e costante, col suo passo; siamo, adesso, sulla provinciale: è asfaltata di recente, bella, larga e quasi pianeggiante.
Poco prima nonna mi ha fatto salire, davanti a lei, sul garrese.
Adesso, sono più in alto; non sono mai salito, prima d'ora, a cavallo sia pure di un'asina: le gambe scoperte per via dei pantaloncini corti, a contatto diretto col corpo dell'animale, mi permettono di sentire i movimenti della sua muscolatura.
Non so perché ma ad un certo punto, e mi prende alla sprovvista, l'asina abbassa velocemente il collo fino, quasi, a toccare l'asfalto col muso.

Starnutisce fortemente, il suo corpo vibra tutto, ed io le sto scivolando giù sulla testa; nonna rapidamente mi trattiene, cingendomi alla vita.
Ho avuto paura, d'un tratto davanti a me, ho visto il vuoto.
Entriamo in paese e, già dalle prime case, vedo la gente seduta sull'uscio: nonna saluta tutti, e tutti rispondono al saluto, mentre alcuni fanno seguire un loro commento, a me indirizzato, vedendomi in quella posizione, alquanto precaria.
A questi nonna, fa seguire diplomaticamente, secchi rimproveri e un diverso saluto.

A nonna non si potevano fare battute e commenti a lei poco gradevoli, non li accettava mai; ti mandava a quel paese senza pensarci due volte e, valeva per tutti.
Ovviamente, solo in stretto dialetto rocchettano: la sua lingua.
Il bello di un piccolo paese, tra l'altro, è proprio questo: tutti si conoscono e tutti si salutano perché, spesso, sono anche lontani parenti.
Qui, cugini di quarto o quinto grado si considerano ancora parenti; difatti, ho notato che, specie gli uomini, si salutano, apostrofandosi confidenzialmente con, “uè parè!”: oh... parente!
Le giovani donne, tra loro, si chiamano per nome; quando, invece, si rivolgono a donne anziane, e così come tra anziane, usano sempre, confidenzialmente, il sostantivo “zà”: zia.
Da noi a Corato, tra uomini, si usa il sostantivo “cumpà”: compare; come detto prima, tra donne, il sostantivo “cummà”: commara.
Tutto quanto detto, io lo considero un vivere più a misura d'uomo, ed ecco perché, specie oggi, sono convinto che questi piccoli paesi, disseminati lungo tutto l'Appennino italiano, dovrebbero essere visitati e valorizzati: qui, nonostante tutto, si vive ancora come una volta a misura d'uomo.

Sono paesi antichi e pieni di storia, arte e monumenti di tutte le epoche.
Le loro chiese, ed i loro piccoli castelli baronali, sono veri gioielli architettonici.
Nelle belle stagioni i loro centri storici si riempiono di balconi fioriti, e quelle viuzze strette e lastricate di sampietrini o di enormi e pesanti basole, spesso in pietra lavica, hanno un potere magico: quello di rilassarti il corpo e rasserenarti la mente; per non parlare poi, del cibo genuino, e dell'aria pura che vi si respira.
Avremmo tanto, oggi, da imparare per vivere meglio: conosciamoli.

Arriviamo a casa che è quasi buio, Cerasella si è fermata proprio davanti alla scala; osservo così ancora una volta come gli animali, tutti, sappiano abituarsi al consueto sia nei confronti dell'uomo che delle cose.
Senza che nonna mi aiuti, per smontare, sollevo la gamba destra e la passo oltre il collo dell'animale; torco appena il busto e, tenendomi con la destra al basto mi faccio scivolare e, piano, tocco terra.
Anche nonna è smontata e corre ad aprire la stalla mentre io sposto l'asina per legarla all'anello in ferro, messo apposta, lì vicino alla porta della stalla.
La bestia non si muove sa, che deve aspettare, che venga scaricata del suo carico.
Nell'attesa, mentre gli sto grattando la fronte, lei, improvvisamente, cogliendomi di sorpresa, struscia il suo muso contro il mio petto; ha voluto grattarsi, per il prurito provocatole dai finimenti e così, la mia camicia pulita è andata.
Tolto il basto, io gli metto il capezzone, la faccio entrare e la lego alla mangiatoia; nonna gli avvicina un secchio pieno d'acqua e lei si disseta, bevendolo quasi tutto.
La governiamo mettendole, in un angolo per terra del fieno e, biada mista a paglia nella mangiatoia; l'asina si mette a mangiare con avidità la biada affondando il muso nella paglia.
Mentre mangia, resto a guardarla; la biada si mischia con la paglia, e la bocca le si riempie sempre di più: mastica rumorosamente e mi guarda, abbassando leggermente le grandi orecchie.
Prendiamo le nostre cose, spengo la luce, e chiudiamo la stalla: per Cerasella la giornata, è finita.
Scendiamo in casa dal retro, una volta giù nonna apre, dall'interno, il grande portone che dà sulla strada principale del paese, corso Umberto, e chiude la vetrina.
Io intanto riapro e mi affaccio sull'uscio, il barbiere è ancora aperto; non sta facendo barbe o tagliando capelli, ha invece la fisarmonica poggiata sulle gambe e, ogni tanto, strimpella: con i suoi avventori, lo sento, parlano ancora una volta di politica.
Esco, attraverso il corso, e mi avvicino: devo prendere la mia valigia.
Il salone è illuminato da due lampadine, una al centro del soffitto e l'altra sullo specchio; sulla destra, allineate, le sedie per i clienti in attesa e sulla sinistra, la poltrona da lavoro tipica del barbiere, rivolta verso il lavandino e lo specchio sovrastante attaccato al muro.
Argomento sul quale, questa volta, li sento discutere è l'amministrazione comunale; il sindaco è il soggetto principale ma non mancano critiche o apprezzamenti verso il vice e gli assessori.
Uno sguardo d'intesa e, là da dove l'ho lasciata, prendo la valigia; ringrazio mastro Paolo e uscendo, saluto tutti: tutti, all'unisono, rispondono.
Al mio “buonasera”, tutti, fanno seguire, in dialetto il loro:” buona sér lu bàres!”(Buonasera barese).
Rientro in casa mentre nonna è intenta a preparare la cena.
Sta facendo sciogliere, in una padella, della sugna di maiale per il sugo; nonna, prevalentemente, usa la sugna.

Mentre la pasta è già in pentola, sul fuoco, io apparecchio la tavola.
Seguendo le sue istruzioni, stendo la tovaglia e vi metto sopra le posate, i bicchieri, l'acqua, il vino e una magnifica pagnotta di pane,
presa da dentro la “matrella”, insieme ad un profumatissimo caciocavallo, già tagliato, e ad un'invitante piatto pieno di prosciutto crudo tagliato a mano in spesse fette irregolari.
Nell'attesa che fosse pronto in tavola giro per casa alla ricerca dei ricordi dell'estate precedente.
Mi affaccio dietro la vetrina, e scosto le tendine bianche, di seta, ricavate da uno dei paracadute dell'aereo americano caduto.
Guardo la strada: comincia il passeggio o lo “struscio” come dicono qui; stanno passeggiando uomini e donne di mezza età, prevalentemente insegnanti e dipendenti pubblici.
Anche l'unico vigile urbano del paese, passeggia.
Pochi i giovani maschi, per lo più universitari, alcuni dei quali, notoriamente fuori corso, ancora meno le ragazze.
Nonna mi chiama:“la cena è pronta, vieni a sederti!!”, è la seconda volta che, oggi, mi rivolge la parola; mentre mi siedo lei mi mette davanti un bel piattone di pasta, trafilata a forma di lumaca, con sugo di pomodoro e basilico e con tanto formaggio pecorino sopra.
Il piatto fuma, annuso e mangio avidamente: che profumo e che sapore quel pecorino!
Il gatto, certamente attratto da quel delizioso profumo, comincia a miagolare strusciandosi contro le mie gambe, non contro quelle di nonna.
Lei, mentre mangia, con l'altra mano prende la scopa, che preventivamente aveva messa al suo fianco, per cacciarlo.
L'animale, evidentemente, sa già delle intenzioni di nonna ed è scappato, anticipandola; forse per commuoverci, continua a miagolare.
Domando:”è perché ha fame, che il gatto miagola?”; senza guardarmi nonna mi risponde soltanto dicendo che:”lui deve mangiare i topi e, comunque, deve mangiare, sempre, dopo di noi!”
Chiedo:”nonna, gli zii dove sono?”.
Gli zii: Paola, insegnante elementare; Ferdinando, studente universitario della facoltà di veterinaria a Napoli; Lina, (diminuitivo di Angela) casalinga e Armando, il più piccolo, agricoltore e trattorista.
Ancora non sposati vivono in casa con lei e, specie le due femmine, soggette alle sue ferree regole.
Beve un po' di vino, si passa il tovagliolo sulla bocca, e mi risponde: “Ferdinando è a Napoli, Armando ha iniziato a lavorare con la trebbia, Paola e Lina sono da dei parenti”.
“Quelle due dovrebbero essere già rincasate!” continua agitandosi da far tremare la sua sedia che pure è robusta.
Segno di un crescente nervosismo, per il ritardo delle figlie, nonna si slaccia e riannoda più volte, non prima di essersi aggiustata i capelli ed in particolare quel ciuffo ribelle che le cade sempre sull'occhio destro, il suo fazzolettone copricapo.
Noi due abbiamo finito di cenare e nonna sembra si sia calmata; si alza togliendo solo i piatti sporchi e lasciando, ancora, la tavola apparecchiata.
Con la coda dell'occhio, mi sembra, vede il gatto accucciato su di una sedia; prende velocemente la scopa per colpirlo ma questo è più veloce di lei e, con un balzo, scappa via.
“Sorridendomi mi dice:”anche questa volta mi ha fottuto”.
Sorrido anch'io, contento di essermi guadagnato un sorriso.
Ancora seduto al tavolo la guardo sbrigare le sue faccende: è piccola, minuta e piena di energia, ha una sessantina di anni, un carattere fermo ed autoritario.
Guai a contraddirla ma, tutto sommato, fondamentalmente buona anche se scarsamente affettiva.
Franco Arbore
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