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Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
Cinzia Tani è giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva. Dopo la maturità classica consegue la laurea in Lettere Moderne e il diploma come interprete e traduttrice di lingua inglese, francese e spagnola. Debutta nel 1987 come scrittrice con il libro “Sognando California” con cui vince il Premio Scanno. Notata dalla RAI, entra nella tv di stato come inviata di Mixer. In seguito debutta come autrice e conduttrice di alcuni programmi tv: “Chi è di scena”, “L’occhio sul cinema”, “Il caffè”, “Italia mia benché” e “Delitti“. Il suo ultimo romanzo è "L'ultimo boia". .
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Costantino Francesco Colosimo
Titolo: Te Lo Prometto!
Genere Thriller psicologico
Lettori 488 2 3
Te Lo Prometto!
Contea di Allen, Kansas, America del Nord, 15 ottobre 2017.

Il vento autunnale scalfiva quelle ultime foglie giallastre attaccate ai rami, ormai per lo più morte ma ancora abbastanza forti da non essere spazzate via. Le ruote dell'auto di Alexandra giravano a gran velocità sull'asfalto umido e bagnato, e il suo piede non esitava ad alleggerire la presa sull'acceleratore. La segreteria scolastica l'aveva appena convocata a scuola per discutere dei suoi figli. Non le avevano spiegato il motivo di quella chiamata, ma solo di recarsi lì il più presto possibile. Gocce di sudore le attraversavano le tempie ceree e le viscere duellavano tra loro, affamate di sangue e comandate dalla paranoia. - Chissà quale sarà il motivo di questa chiamata... Avranno sicuramente combinato qualcosa. Se si fossero sentiti male, me lo avrebbero detto all'istante, no? - Cominciò a battere l'indice sullo sterzo a ritmo d'orologio. - Che strano, però, che non abbiano lasciato trapelare nulla. Quando convocano Jason gli dicono sempre il perché, - continuava a dire a voce alta, come se ci fosse qualcuno lì ad ascoltarla. - È se fosse colpa mia? Forse non ce la facevano più a sopportarmi e hanno deciso di sfogarsi! Dubito. Non sono messa così male. Sono una buona madre, in fondo. - Sgranò ad un tratto gli occhi verdi e strinse con forza lo sterzo. - E se me li dovessero portare via? No, non è possibile. Il dottor Evans ha detto espressamente che sono abbastanza lucida per prendermi cura dei miei bambini! - Il tempo pareva farle un dispetto e si ostinava a procedere lentamente, nonostante gli innumerevoli sforzi di Alexandra per aumentare l'andatura del veicolo. Non appena poggiò la suola delle scarpe sul marciapiede, s'incamminò in fretta e furia verso l'entrata dell'istituto. Non si curò neppure di inserire la sicura nell'auto. Non le importava se le avrebbero rubato la macchina o preso tutti i suoi averi: la priorità rimanevano Carlos e Sophie, i suoi bambini. Sempre! Il tacco basso della donna creava una piccola eco al contatto con le scalinate fredde e bagnate, che si disperdeva nei meandri di quella giornata grigia e ventilata. Nelle gambe, per quanto moderatamente in carne, avvertiva un senso di leggerezza: ogni gradino era un passo in meno verso il cielo. Si sentiva come una lepre a primavera, pronta a correre per non farsi uccidere dal lupo. Non appena Alexandra aprì la porta d'ingresso della scuola, un'aria secca e calda travolse entrambe. Percepivo la gola diventarle secca e il calore strangolarle il collo. Eppure lei continuava a camminare e io, come sempre, rimanevo ad essere ancorata alla sua anima da una catena che né io e né lei percepivamo. Era talmente sovrappensiero che non si accorse neppure degli addetti all'ingresso, spiazzati dal non aver ricevuto neppure un accenno di saluto. - Signora, mi scusi! - disse uno di loro, un uomo, alzatosi dalla sua postazione. La voce rauca di lui le pareva così distante, a malapena udibile. - Buongiorno, innanzitutto! - Alexandra si voltò, intontita. - Buongiorno, - sussurrò, scacciata bruscamente dai suoi pensieri. - Possiamo esserle d'aiuto, in qualche modo? - - Sono stata convocata dal preside Robinson poco fa. Sono Alexandra Cox, la madre di Carlos e Sophie Cox. Frequentano il primo anno in quest'istituto. - L'inserviente la squadrò dalla testa ai piedi, scrupoloso nel non mancare neppure un dettaglio. - Ha un documento di riconoscimento? - Alexandra esitò per qualche istante, a bocca semiaperta. - Vede, signora Cox, - continuò l'uomo, - lavoro qui da un bel po' e conosco, almeno di vista, tutti i tutori dei nostri studenti. Lei però mi è nuova. Cosa mi assicura che lei stia dicendo la verità? - Non aveva tutti i torti, in effetti. Jason era quello che si presentava sempre alle riunioni, parlava con i docenti e sbrigava tutte le commissioni scolastiche. Alexandra aprì così la piccola borsa beige che teneva in mano. - Tenga, - si limitò a dire, porgendogli la patente. Il collaboratore scolastico osservò il documento scrupolosamente per una decina di secondo, in seguito affermò: - Continui su questo corridoio e poi vada verso destra. Troverà l'ufficio sulla terza porta a sinistra. - - Grazie... - L'uomo si limitò a fare un cenno con il capo e, sotto il suo baffo biancastro, le dedicò un sorriso forzato, rendendole infine il documento. Il tempo era ancora contro di lei e quel calore non finiva di tormentarla. “Devo farcela. È per i miei bambini, cazzo!” pensò, mentre percorreva a passo svelto il corridoio giallastro. Arrivò alla porta indicatale e bussò per due volte consecutive, attendendo con fremito una risposta. Tutte e dieci le dita, nel frattempo, giocavano a fare Beethoven in procinto di suonare una delle sue infinite sinfonie, con tanto di energia e passione. Nelle orecchie le rimbombava un suono sgradevole, simile all'unione tra il rumore di un tornado e quello di un fischietto. Il mondo cominciò a ruotare intorno ad Alexandra come se avesse avuto intenzione di giocare a “Giro, giro, tondo...”, solo nella versione medievale, dove il fuoco bruciava donne e bambini, le ceneri di chi non c'era più fluttuavano in cerca di pace e la morte falciava con la sua ascia chiunque le stava troppo vicino. - Avanti! - urlò una voce maschile da dentro l'ufficio, tuttavia Alexandra non sentì nulla. “Non avrei dovuto mandarli a scuola. Avrei dovuto farli studiare a casa e non mandarli in quest'istituto dove sono sottoposti a ogni tipo di pericolo. Avrei persino lasciato il lavoro per impartirgli una formazione sicura; se solo non avessi assecondato Jason...” rimuginava, con gli occhi fissi sulla porta in legno. - Avanti! - si udì ancora. Il rumore di una sedia oltrepassò le barriere di cemento. L'iniziale cigolio della porta si lasciò prendere il posto da un modesto bagliore e un vento algido, causato dalla corrente creatasi in quel momento, ridiede ad Alexandra tutte le forze perse. Un sole tiepido era riuscito a scalfire quei nuvoloni grigi, donando a quella stanza un pizzico della sua luminosità. - Sì? - chiese l'uomo, sistemandosi meglio gli occhiali da sopra il naso. - Buongiorno, preside Robinson. Sono la signora Cox, la madre di Carlos e Sophie Cox. - La voce le risultava innaturale, straziata da quelle circostanze. - Mi avete convocata per discutere dei miei figli. - - Oh, ma certo! - esclamò sorpreso. Fece cenno col braccio per accoglierla. Mi deve scusare, ma ero certo che avrei trovato suo marito come tutte le volte. - - Si figuri. Mi deve scusare lei per non aver aperto subito, ma stavo rispondendo a un messaggio! - mentì. - Non si preoccupi, entri! - Alexandra ubbidì. - Prego, si accomodi. - Il preside le indicò le sedie di fronte alla sua scrivania. - Le ripeto, - continuò, - pensavo che si sarebbe venuto suo marito. Solitamente è lui che si presenta per quanto riguarda le questioni scolastiche. - L'uomo prese posto dietro la scrivania, aggiustandosi il colletto della camicia a quadri. Quell'ufficio risultava molto più fresco rispetto al corridoio e Alexandra poté finalmente tornare a respirare. Si accomodò davanti a lui e scrutò con la coda dell'occhio tutto ciò che la circondava: alcune piante sparse mettevano in risalto le pareti arancioni e i fascicoli degli allievi erano disposti dalla A alla Z nello scaffale alla sua destra. Alcuni disegni infantili sparpagliati sulla scrivania, però, rovinavano quell'insieme così curato e ordinato. - Dopo che mi avete chiamata ho provato a rintracciarlo, ma il suo cellulare squillava a vuoto. Così ho deciso di venire io, - spiegò Alexandra. - È successo qualcosa ai miei bambini? - Deglutì un groppo amaro e sperò con tutta se stessa che si trattasse solo di una bellissima banalità. - I suoi figli stanno bene e sono in classe, ma... - Il preside si bloccò, notando il palese pallore della donna. Alexandra avvertì il suo corpo sciogliersi su quella sedia all'udire della risposta. Le lacrime non si trattennero più e le scivolarono sulle guance paffute. Si sentì a tal punto leggera che aveva l'impressione di poter spiccare il volo e andare ovunque volesse. - ... Si sente bene? - continuò. - Sì... sì... - singhiozzò, in preda a un'autentica crisi di pianto. - Mi scusi... Mi deve scusare, davvero... - - Vuole che le porti dell'acqua? - chiese l'uomo, alzandosi e andando vicino a lei. - Sì, grazie... - Deglutì della saliva. - Gliene sarei grata. - Uscì subito dal suo ufficio e rientrò dopo mezzo minuto con un bicchiere colmo d'acqua tra le mani. - Grazie ancora, preside Robinson, - sussurrò rauca Alexandra, prendendo il bicchiere e portandoselo cauta verso le labbra secche e screpolate. - Vuole provare a chiamare suo marito? - chiese l'uomo, non allontanandosi da lei nemmeno per un istante. - Oppure può provare a tornare più tardi. Non ci sono problemi! - Alexandra non poteva fingere di stare bene. Non sarebbe stato credibile e, inoltre, sarebbe stato uno spettacolo alquanto penoso. “Forse dovrei chiamare Jason, sì. I miei bambini sono al sicuro e questa è la cosa più importante. Qualunque cosa voglia dirmi ora il preside, sarà sicuramente una sciocchezza,” rimuginò tra sé e sé. Bevve un altro po' d'acqua e poggiò il bicchiere sulla scrivania. - Sì, meglio che lo chiami, - rispose. Prese il cellulare dalla tasca destra e cominciò a digitare, in maniera quasi tremante, il numero di suo marito. Uno squillo, due, tre... - Pronto, Alex? - rispose Jason. Il rumore dei clacson delle automobili arrivava fino a me. Il suo tono di voce risultava seccato, impaziente ed esasperato. Aveva l'impressione che tutti volessero andare piano di proposito, quasi a fargli un dispetto. - Sono nell'ufficio del preside, Jason. Dovresti venire il più presto possibile qui. - Si tirò dietro l'orecchio una ciocca rossa e accavallò le gambe. - Ho ricevuto il messaggio della chiamata ora. Sono sulla strada e dovrei arrivare a breve! - Ci fu una breve pausa, giusto il tempo di due rintocchi d'orologio. - È successo qualcosa? - - Niente di apparentemente grave. - Si poggiò sullo schienale della sedia, esausta. “O almeno credo...” - Sto arrivando! - concluse Jason. Alexandra chiuse la telefonata, rimise il cellulare in tasca e indirizzò lo sguardo verso il preside. - Sta arrivando. - Gli rivolse un sorriso pessimo e falso, uno di quelli che si usano per fornire agli altri un'impressione non vera di sé. Le tende violacee fluttuavano in balia del vento gelido. Quello spicchio di sole si era celato dietro le nubi, travolto da quell'imminente temporale. - Signora Cox, - cominciò a dire l'uomo, mentre si accingeva a chiudere entrambe le ante della finestra, - è sicura di voler restare? Non per essere sgarbato, ma non la vedo affatto in forma. - - Sto bene, - rispose secca la donna. - Peggiorerei solo la situazione se me ne andassi ora. - L'uomo si limitò ad annuire e, da quel momento, l'unico suono che animava la stanza era il tic tac dell'orologio in legno appeso alla parete. Quella situazione le ricordava tanto quand'era piccola; quando rimaneva a casa da sola a fare i compiti, con la sola compagnia e conforto del ticchettio dell'orologio...

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Contea di Riley, Kansas, America del Nord, 16 marzo 1991

Le quattro del pomeriggio erano scoccate da un pezzo e suo zio non era ancora rincasato. Alexandra pensava che avesse avuto qualche contrattempo in chiesa e che molto presto sarebbe tornato a casa, purtroppo. La piccola scriveva incessante sul quaderno dei compiti, con i gomiti poggiati sul tavolo da pranzo e illuminata dalla luce solare che filtrava dalla finestra, accanto al divano marroncino. Il ticchettio dell'orologio sopra il camino spento le teneva un'assidua compagnia. Alexandra era talmente abituata a sentire quel suono che neanche ci faceva più caso, eppure era diventato parte integrante di quell'abitazione. Uno schiocco si udì dalla porta principale, poi un altro e poi un altro ancora: John era arrivato. - Dovrei restare o dovrei andarmene? - delirava a voce bassa, non appena chiusa la porta. - Non l'ho ancora trovato. Non posso deluderlo. Se dovessi rimanere, dovrò riuscire a trovarlo per forza. Queste spoglie mortali sono un'immensa tortura, cazzo! Mi lacerano. Se riuscissi a trovarlo, però, mio padre mi ricompenserà a dovere! - La scala di marmo rendeva l'eco del suo passo pesante ancora più espansiva, così come il piccolo cuore di Alexandra. - Se dovessi andare via, invece, vorrà la mia testa su un piatto d'argento, sempre se riuscirà a trovarmi... - Arrivò all'entrata del salotto e indirizzò lo sguardo verso sua nipote. - Quindi... Dovrei restare o dovrei andarmene? - Si grattò la cicatrice a tre eliche che aveva impressa sul collo, senza distogliere la vista da Alexandra. La sua barba rossa era più lunga rispetto a quella mattina e i suoi occhi verdi erano reduci da un pianto. Infine, con una voce rauca e sottile, pronunciò le seguenti parole: - Temo che dovremo riprovare, mia cara nipote... - Dopodiché si slacciò la cintura nera e nulla ebbe più senso.

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Un'eco di passi svelti si udì da fuori, sempre più forte ogni istante che passava. Qualcuno bussò frettolosamente, tuttavia il preside non riuscì a pronunciare neppure una parola che la porta venne spalancata. Jason era lì, sull'uscio, tremante e con il naso arrossato. - Ho fatto, - disse ansimante, cercando di prendere più aria possibile, - più in fretta che ho potuto... - Il preside si alzò dalla sedia e andò nella sua direzione, porgendogli la mano. - Salve, signor Cox. Non si preoccupi. Si sieda pure. - Jason ricambiò la stretta e si accomodò accanto ad Alexandra. I due si scambiarono solo un'occhiata, niente di più. Si tolse poi il cappello di lana, mettendo in mostra i capelli scompigliati. Prima che solo uno di loro potesse dire qualcosa qualcuno bussò, per l'ennesima volta, alla porta. - Avanti! - disse a voce alta l'uomo. - Buongiorno! - salutò la maestra Louise, una delle insegnanti di Carlos e Sophie, entrando nell'ufficio. Lunghi capelli ricci le ricadevano sulle spalle strette, contornando un volto sorridente. - Buongiorno, - risposero entrambi i coniugi. L'insegnante avanzò verso la scrivania del preside, posizionandosi alla sua sinistra. - Sono arrivata giusto in tempo, vedo. - - Direi che ci siamo tutti, - enunciò il preside prendendo nuovamente posto. - Ebbene, - iniziò, - vi abbiamo convocati perché abbiamo notato dei comportamenti inusuali nei vostri figli. - Jason si mise a braccia conserte e cominciò a battere con ripetizione la punta del piede destro sul pavimento a scacchi, non proferendo parola alcuna. - Carlos è diventato aggressivo e prepotente, sia con noi che con i suoi compagni. - La maestra Louise prese la parola. - A volte sembra essere un'altra persona. È come se avesse perso la sensibilità, la dolcezza e l'altruismo che lo contraddistinguono. Per quanto riguarda Sophie, invece... - - Mi sta dicendo che mio figlio attua atti di bullismo verso i suoi compagni? Impossibile, - la interruppe di botto Alexandra. - Mi creda, se fossi stata al suo posto neanche io ci avrei creduto. È sempre stato un bambino a modo con chiunque, sia con i suoi compagni che con noi docenti. - - I bambini non cambiano dall'oggi al domani! - - Alexandra, lasciala finire! - esclamò d'impeto Jason, alzando il braccio in aria. Con un'aria disinvolta si girò di nuovo verso la maestra. - Cosa stava per dire di Sophie? - Le budella di Alexandra crearono un nodo strettissimo. Il sangue scorse più velocemente all'interno delle sue arterie e vene e un tremolio di rabbia prese possesso delle sue mani. “Come puoi acconsentire a queste oscenità su nostro figlio? Sembra che tu non lo conosca affatto. Il figlio che abbiamo educato farebbe mai una cosa del genere? NO!” pensò dentro di sé. - Beh, Sophie è diventata timida, forse troppo. Non parla, non ride e non scherza più con nessuno. Vive in un mondo di solitudine, dove i suoi unici amici sono i libri. Quando le chiediamo qualcosa si limita a rispondere a gesti e l'unica attività che svolge durante la ricreazione è leggere sotto la cattedra... - Alexandra sgranò improvvisamente gli occhi. Leggere sotto la cattedra, aveva appena detto la maestra Louise. Per un istante si sentì mancare. I ricordi la travolsero in pieno come uno tsunami. “È colpa mia...” rimuginò. “I miei figli mi osservano, prendono esempio da me...”

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Contea di Riley, Kansas, America del Nord, 13 febbraio 1991

In quel momento apparve la volpe. "Buon giorno", disse la volpe. "Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. "Sono qui", disse la voce, "sotto al melo..."
“Io sono sotto la cattedra, invece...” pensò la piccola Alexandra. Sfogliava le pagine del libro con estrema cura e, con gli occhi puntati sulle parole, si concentrava a non perdere il senso di ciò che leggeva.
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino..." "Sono una volpe", disse la volpe. "Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, “sono così triste..." "Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomestica". "Ah! scusa", fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: "Che cosa vuol dire ?" "Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?" "Cerco gli uomini", disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire ?" "Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?" "No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "?" "È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ..."
Un secondo dopo letta l'ultima parola, la vibrazione della campanella si espanse in ogni angolo della scuola e il suo suono prolungato riuscì a cogliere persino l'udito dell'alunno più distante. Era il momento di uscire dal proprio nido e tornare in mezzo agli altri. Alexandra chiuse così il libro usando come segnalibro un pezzo di carta straccia preso da un quaderno, e si ripulì con cura il didietro dei pantaloni neri. Passò in mezzo ai banchi vuoti dei suoi compagni e si sedette al suo posto, mentre il vociferare dei bambini aumentava mano a mano che si avvicinavano all'aula. “Addomesticare...” pensava Alexandra dentro di sé, “... Creare dei legami...” La sua piccola mente viaggiava tra le stelle e le galassie, un po' come il Piccolo Principe in cerca degli uomini. “Ma le persone si possono addomesticare? Io lo sono? Ho dei legami? Con zio John, forse. Lui con le sue parole riesce ad addomesticare tutti.” La lezione di matematica trascorreva lenta e noiosa per tutti: le divisioni non piacevano a nessuno. La voce della sua maestra era distante anni luce dalla concentrazione di Alexandra, ancora alla ricerca di una risposta ai suoi quesiti. “Per un cane è più facile essere addomesticato, no? Esistono i croccantini, gli avanzi... Per una persona cosa serve?” A mio parere, per alcuni basta veramente poco e niente, per altri bisogna mettere maggiore impegno. Alexandra, tuttavia, era ancora troppo innocente per trovare una risposta, troppo bambina. - Pssss... - udì all'improvviso Alexandra alle sue spalle. - Pssss... Alexandra... - La bambina girò il collo alla sua destra, in direzione del sussurro. - Hai un temperino? - chiese Jason, con in mano una matita spezzata: stava scarabocchiando qualcosa su un foglio di carta. Alexandra riuscì solo a intravedere quel che sembrava una margherita, nient'altro. - Certo! - rispose sussurrando, lanciando il temperino verso di lui. - Grazie. - Jason lo afferrò al volo, dopodiché si sistemò come meglio poté la frangetta nera e schiacciò gli occhiali al naso, riprendendo assiduo il suo lavoro. “Sicuramente starà scrivendo una lettera di San Valentino a qualche ragazza. Chissà a chi...” si chiese con curiosità Alexandra. Il tiepido sole di febbraio illuminava l'aula risaltando tutti quei cartelloni appesi alle pareti, costruiti dai bambini nel corso degli anni: verbi e numeri, autunno e inverno. Davano calore e colore a quella stanza; emanavano felicità e voglia di sognare: tutte cose che ad Alexandra erano negate.

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- Inizialmente non riuscivamo a capire il motivo di questo cambiamento drastico e improvviso, - continuò la maestra Louise. - Poi abbiamo trovato qualcosa. Dei disegni. - Avvicinò infine ad entrambi quei disegni sparsi sulla scrivania. Alexandra afferrò il primo che le capitò sott'occhio: era di Sophie. Su quel foglio vi era ritratta l'intera famiglia. Niente di strano, apparentemente, se non per una piccola peculiarità. Tutti i soggetti ritratti erano tristi, distanti l'uno dall'altro: estranei con qualcosa in comune, ecco cosa sembrava quel disegno. Persino quel sole bianco emanava una freddezza immane, così come l'erba innevata su cui erano poggiati. Jason ne prese un altro ancora. Vi era raffigurata la medesima cosa e il grigio calcato della matita tendeva, su quel foglio candido, a evidenziare ogni sfaccettatura del loro stato d'animo. Li osservarono uno ad uno con un'estrema attenzione, sebbene fossero tutti pressoché uguali. Eccetto l'ultimo, che capitò nelle mani di Alexandra. Non era un vero e proprio disegno, anzi non lo era affatto. Si trattava di una semplice domanda: Dovrei Restare o Dovrei Andarmene?
Costantino Francesco Colosimo
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