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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Lara D'amore
Titolo: Io, Omega
Genere MM Omegaverse
Lettori 657 10 7
Io, Omega
Fatti vivo, cazzo di idiota! Dove sei finito?
Nessuna risposta. Il display si spegne e David sospira: sono le 23:00 e si sta preparando all'idea che anche quel giorno, il giorno in cui avrebbe davvero apprezzato una parola di conforto da parte di Roma, a seguito del licenziamento e dell'incontro con Adrian, non la otterrà.
Sbadigliando, stiracchia le gambe che non ha usato per tutto il tempo in cui è stato seduto in salotto, con la testa china sui giornali a segnare, studiare e rispondere ad annunci di lavoro. Non pago del gesto si alza in piedi e cammina avanti e indietro per la stanza, fingendo interesse per le tante, troppe lodi sul cantante in voga del momento che lo speaker, alla radio, sta tessendo da un po'.
La musica del presunto artista ha il solito, trito ritmo melodico, accompagnato da un canto distorto dal mixer di un disk jockey. Orrenda, non ha dubbi, e intanto le mani scivolano sul volto sfatto, dagli occhi che bruciano alle labbra torturate dai denti. Vanno giù, desolate, fino al collo, sollevano la canottiera incollata alla pelle dal sudore e la sventolano per darsi sollievo.
Pensare gli costa una fatica immane e di certo una canzone simile non lo aiuta a trarre, dallo sforzo, delle riflessioni che non risultino disfattiste. Pochi gli annunci di assunzione diretti anche agli omega che David ha potuto valutare e, tra questi, quasi tutti gli hanno comunicato di avere già assunto la persona ricercata. Come se non bastasse gli è toccato bloccare il numero di telefono, perché un pervertito ansimante ha cercato di masturbarsi ascoltando la sua voce.
Non è facile cercare un nuovo lavoro, alla sua età. Non è facile mai se sei un omega. Questo David lo sa, ma non può certo permettersi di demordere.
Gli serve un lavoro e no, non intende risolvere i propri guai con la chiamata al numero indicato nel bigliettino accanto ai vari giornali. No, non è tanto disperato: accettare la proposta dell'inquietante Adrian Loy è fuori discussione.
Perciò, si dice, pausa finita. Deve proprio ritornare a quello che da ore, ormai, è il suo personale campo di battaglia. Ma prima pone fine ai presunti gorgoglii artistici spegnendo la radio.
Clack. Silenzio. Si sente già meglio. Decisamente meglio.
A riguardare il tavolo dopo la breve interruzione, gli sale su un magone. In effetti è proprio avvilente quel ripiano incasinato: riviste, fogli di appunti, cartine stropicciate di snack e bottiglie vuote di birra. Diverse bottiglie vuote.
Oh, ecco perché sto sudando tanto da farmi schifo! Ma quanto cazzo ho bevuto?
Imbarazzato dall'essersi lasciato andare, fa in modo che le prove spariscano nella raccolta del vetro in tutta fretta. Giusto in tempo per l'entrata di Zack.
La sorpresa gela entrambi.
- Ancora in piedi? - domanda il figlio, in marcia verso il cucinino.
- Ho il mio da fare - borbotta lui, sbattendo l'antina in cui ha nascosto il misfatto. - E tu? -
- Qualche minuto e vado in camera mia. -
Senza scomporsi David soppesa Zack in ogni suo gesto. Riprende posto al tavolo e intanto osserva di sottecchi il ragazzo soddisfare la sete con la bottiglia del latte che recupera dal frigo. Alterna un'occhiata agli annunci a quella verso di lui, crollato a peso morto sul divano.
In apparenza calmo, David non ci mette molto a smascherare la farsa del figlio. Il primo segnale è il tremore della mano che afferra il telecomando, gli scatti robotici con cui accende la televisione e vaga per i vari canali, senza sosta, senza pace. Sommando a questi il modo in cui ha sistemato il bottiglione del latte in mezzo alle gambe, una morsa che rischia di far zampillare il poco liquido rimasto da un secondo all'altro, e in ultimo il rossore che gli accende le guance una volta che si accorge di essere fissato, beh, il trucco è presto svelato.
Zack è nervoso, palesemente a disagio per quell'incontro col genitore che arriva a seguito di giorni vissuti come due separati in casa. Non gli dà certo torto, David. Lui per primo inscena un interesse per una lista di nomi e numeri, piuttosto che mostrarsi colpito dal recente scambio di battute col figlio adolescente con cui non parla da giorni.
Proprio così. Ammette, e anche con una certa vergogna, che dovrebbe spettare all'adulto il compito di sbrogliare il diverbio che si trascina anche da troppo tempo, non certo al ragazzino. E si dà il caso che, tra i due, l'adulto sia lui.
Andiamo, non fare il coglione! Non puoi continuare a ignorare tuo figlio per l'eternità.
Ma nonostante si biasimi, David non è certo di sapere come scalare il muro di diffidenza che lui stesso ha voluto ergere. Il risultato, difatti, è il buttarsi nella conversazione all'unisono, con effetti disastrosi.
- Papà, c'è una cosa che vorrei dirti... -
- Sono stato licenziato al ristorante. -
- C-cosa? -
Scioccato dalla notizia, Zack sbianca di colpo e arriccia la bocca in una smorfia di dolore. L'istinto paterno sussurra a David che il ragazzo sia sul punto di scoppiare in una crisi di pianto isterico e temendola, tenta di calmarlo.
- Non è colpa tua, eh. È tutta mia, questa volta. Sono stato un deficiente a non contattare da subito il gestore del ristorante e adesso ne paghiamo le conseguenze. -
Il sospiro affranto di Zack soppesa il suo discorso, indeciso se crederci o meno. Scandisce una brezza che segna, nella coscienza di entrambi, l'inizio della tempesta perfetta.
- Non mi perdonerò mai per averti incasinato la vita, papà. -
Abbassa il capo, mentre confessa.
- Da che io ricordi ti ho visto sempre forte, combattivo, un omega che sa vivere da alpha. Credevo fossi invincibile perché per me, per il mio bene, ti sei sempre sbattuto come una bestia, affinché non mi mancasse niente. Hai fatto di tutto per darmi una vita semplice. A un figlio indesiderato, che invece di esserti grato per non averlo gettato via, ti ha ferito e deluso. -
Un'ondata di panico impedisce a David di mantenere l'apparenza; non ce la fa più a restare lì, seduto com'è rimasto finora su quella sedia, armato di quel sorriso finto che adesso vorrebbe strapparsi via col coltello, da quanto lo inorridisce.
Che cosa? Cosa ha detto, che cazzo ha detto Zack? Io, io non ho capito! Io non... No. No!
- No! -
Grida, David. In piedi, col respiro mozzo in una gola fatta di spilli e gli occhi fuori dalle orbite torreggia sul ragazzo che, terrorizzato dal suo scatto felino, a malapena osa fiatare. Un no arrabbiato è la sola parola che gli riesce di dire sul momento, l'unica arma a disposizione per combattere un pensiero distorto che, chissà da quanto, Zack sta alimentando nella testa. E soprattutto perché.
Perché mai, si chiede David, suo figlio è arrivato a credere a simili oscenità, quando è stato amato da sempre ed è stato cresciuto con convinzione e orgoglio, senza il bisogno di nessuno che non sia stato il padre, senza il bisogno di niente oltre al cuore del devoto genitore?
Perché ha dovuto ascoltare dalla sua bocca una menzogna tanto deleteria, se la verità sull'amore che li unisce gli è sempre stata messa davanti agli occhi, ogni giorno?
Più ci pensa e più il batticuore gli infuria nel petto. Sarebbe esploso, se non fosse arrivato un miagolio da quella stessa bocca al veleno.
- Mi dispiace averti incasinato la vita - dice. E David, stremato, per poco non crolla in ginocchio.
- Non dirlo mai più - sibila. - Per favore, fa troppo male. -
Abbassa il capo, implorante. Non vuole che Zack creda sia semplicemente arrabbiato, o amareggiato. No, sbaglierebbe ancora. Perché per David il non essere compreso da chi ha messo al mondo è il dolore più grande che possa provare, un dolore che singhiozza in una dichiarazione d'amore, disperata quanto reale.
- Non è vero che non ti ho voluto, ti sei convinto di una gigantesca cazzata! Io ti ho desiderato da sempre! Per averti con me ho lottato contro tutto il mondo ed è successo che quel bastardo mi ha voltato le spalle! Ma sai che me ne fregava? Che me ne facevo di un mondo di merda, se tanto poi lo avresti sostituito al meglio tu? -
La voce si incrina, per cui deve fermarsi. Ma un lungo respiro dopo si sente così pronto da sollevare la testa e cercare suo figlio occhi negli occhi perché capisca davvero, perché solo così non è possibile mentirsi.
- Farti nascere non è stato affatto un errore! Come potrebbe essere uno sbaglio mio figlio, il mio tutto? Non devi pensarlo mai, chiaro? Anche se ci urliamo addosso, anche se non ci parliamo per mesi, non hai il permesso di sentirti un errore! Perché tu sei tutto quello che ho, sei tutto ciò di cui ho bisogno per andare avanti e non accetto che pensi il contrario! -
- Scusa, papà! Scusami! Ti voglio bene! -
Lacrime di pace bagnano il viso di Zack, confessandogli sincero affetto.
La stanza si veste del suo pianto e si ovatta dentro a un abbraccio che li unisce fin nello spirito. Chi è ad essersi gettato per primo sull'altro, nessuno dei due ha la certezza di saperlo. Forse le braccia le hanno aperte insieme, come un volo in perfetta sintonia.
Mai più distanziati da muri di parole dette o non dette. Mai più silenzi lunghi giorni che seppelliscono il cuore sotto il peso del rancore. David se lo ripromette dal profondo del cuore, stretto forte a suo figlio.
- Pa', ho bisogno di parlarti di me. -
David annuisce scompigliandogli la chioma rossa, lieto che Zack si voglia aprire con lui.
- Negli ultimi giorni, sono successe delle cose che... -
- Aspetta! -
A malincuore David deve interromperlo: la suoneria del proprio cellulare lo avvisa di una chiamata di Roma.
Una spiacevole coincidenza, pensa, lasciando Zack orfano del suo abbraccio. Si dice però che è solo un rimandare, che avranno presto altre occasioni per parlarsi col cuore in mano.
Ora che Roma ha deciso di farsi vivo, freme dal sapere il motivo di quella sparizione. Potrebbe essere a pezzi per problemi familiari, magari ha bisogno di lui. O al contrario potrebbe essere incazzato, perché ci sarebbe quella minima quanto tremenda possibilità che David lo abbia aggredito e che in seguito abbia rimosso la violenza.
In pochi balzi felini è già nella sua camera; il telefono continua a cantare e David suda freddo, paralizzato dalla paura; il cuore pompa adrenalina alla velocità della luce per il timore che, parlando con Roma al telefono, venga a galla un'amara verità.
Il panico lo assale: sarebbe tentato di non rispondere, ma lasciare cadere la chiamata gli peserebbe comunque sulla coscienza.
Hai solo un modo per chiarire con Roma ed è parlandogli! Perciò vedi di non gettare il telefono nel cesso e accetta con coraggio la chiamata!
- E va bene! -
Il tempo di convincersi che però si è già pentito.
Musica. Terribile, insopportabile, un frastuono di tastiere e vocalizzi che gli assorda i timpani, costringendolo ad allontanare il cellulare per qualche secondo tra imprecazioni e gemiti. Tuttavia non si arrende, decide di chiudersi in camera e passare alla funzione vivavoce.
Oltre la musica gli arriva alle orecchie la voce rauca e arrabbiata di una donna. Grida qualcosa in una lingua slava, che ipotizza essere croato per via delle origini dell'amico, e sembrerebbe insultare o comunque minacciare qualcuno. David si augura di non essere lui, quel qualcuno.
Chi cazzo è quest'esaurita?
Oh, vorrebbe tanto saperlo! Ma da come la donna ha esordito al telefono, non crede di poterne ricavare una simile informazione. Meglio un approccio diretto e semplice, si dice.
- Roma? -
Centro! Il suo tentativo di comunicare in qualche modo convince l'altra a zittirsi. Rincuorato, David riprova con maggiore sicurezza nel tono.
- Scusami, c'è Roma lì con te? -
- Sì, io passo. -
In effetti la tizia ha un forte accento slavo, non ha più dubbi ora che sia originaria della Croazia. Ora gli resta solo da capire il perché lo abbia chiamato col telefono di Roma in tarda sera. E soprattutto perché una donna è in casa di Roma a quell'orario.
Intanto che aspetta l'amico dall'altra parte della linea, gli tocca sorbirsi quella donna cantare a squarciagola.
Non che siano cazzi miei, eh! Buon per Roma, se in questi giorni è stato in buona compagnia.
Lo pensa davvero, David. Per due lunghi secondi.
Ma sì, che sono cazzi miei! Io sto di merda e quello scopa felice e spensierato! Ma che razza di amico se la spassa quando sa che stai di merda? Brutto animale da monta, rispondi al telefono che te lo faccio pure io il culo!
- Bel Faccino! Sei tu? -
Esordisce così, Roma. Ad alta voce per sovrastare il frastuono, urla subito dopo qualcosa alla donna di prima e la zittisce all'istante. La musica, finalmente, sfuma in un volume accettabile.
- Certo che sono io, che cazzo di domande fai? - sbotta David, marciando per tutta la stanza infuriato. - Forse hai cancellato il mio numero sul cellulare per non ingelosire la tua ragazza? O magari te l'ha cancellato lei? -
- Oh, oh, oh! Ragazza? Ma di chi parli? Non ho nessuna ragazza, ora. -
La replica di Roma ha un effetto in David più devastante di quanto a mente lucida avrebbe dovuto, ma in balìa delle sensazioni aggressive che pretendono di esternarsi, non bada affatto alle conseguenze di ciò che dichiara.
- Della donna che ti stai sbattendo in questi giorni! Quella pazza sclerotica che mi ha insultato al telefono poco fa e che dopo che butto giù questa chiamata seguirai a letto! -
- Che accidenti stai dicendo? -
Il tono sconvolto di Roma lo irrita anche di più, al punto che scruta il cellulare come a volerselo ingoiare.
- Senti, non me ne frega un cazzo di voi due perciò mettiamo giù, che tanto mi è abbastanza chiaro che non volevi chiamarmi tu. Ci sentiamo! -
Avrebbe chiuso, David. Non fosse che la risata fragorosa di Roma gli blocca le dita all'ultimo.
- Ma quale noi? Non c'è un nessun noi! -
- Vaffanculo, Roma! - ribatte David, sentendosi umiliato. E in una certa, inconfessabile, maniera, persino tradito.
- No, fanculo tu - protesta lui, d'un tratto serio. - Non ho nessuna da scoparmi, quella che hai sentito al telefono è solo Tania! -
- Solo Tania? -
Quel nome mette David sull'attenti.
Tania, Tania... Questo nome mi ricorda qualcosa. Tania, solo Tania? -
Gli ci vuole qualche attimo per realizzare di chi si tratta.
- Cazzo, è tua sorella! -
David ha una voglia matta di ridere, mentre il cuore si alleggerisce di una rabbia mista a una pena che non è abituato a gestire.
- Già, lei - sbuffa Roma. 
- Come sta? -  
- Oh, alla grandissima, ora che si è trasferita a casa mia con tutta la sua roba senza un minimo preavviso. -  
David incassa la notizia buttandosi sulla vecchia poltrona in tela verde che tiene in camera sua. - Accidenti, che le è successo? -  
- Il tizio con cui conviveva se l'è filata. E adesso lei è qui, fino a nuovo domicilio. -  
- Uhm, che cazzo di casino! -  
- Non ci voleva. -  
- No, non ci voleva, amico. Mi spiace. -
Gli dispiace davvero per Roma, non è affatto contento di saperlo nei casini. Ma un po' ci ha sperato, egoista, che si fosse assentato per questioni simili, ci ha sperato e si sente anche in colpa per il sollievo che sta regolarizzando il battito del suo cuore.
- Ora capisco perché non ti sei fatto sentire in questi giorni. -
Da parte di Roma gli arrivano poco più di pietosi mugugni, dietro ai quali la sorella ha da ridire in tono piuttosto seccato. Segue quella che a David parrebbe un'accesa discussione nella loro lingua d'origine, dopodiché Roma torna a rivolgersi a lui.
- Non proprio - confessa, in un filo di voce. - Ho preferito lasciarti in pace, perché non sapevo se tu, ecco io non sono sicuro che tu... -
- Io, cosa? - David si incupisce; il tergiversare dell'amico gli spegne la pazienza. - Proprio non riesco a capire il tuo silenzio, spiegati bene! Mi hai riportato a casa ridotto come una merda e nella merda in effetti sto ancora sguazzando. Ma tu sei sparito... -
- È solo che immaginavo.... -  
- Ma pensa, sei anche perspicace! - lo incalza, allora, sarcastico. - Ti ho anche mandato più di un messaggio, qualche ora fa, e non ti ho certo scritto una cazzata da ignorare. Ma l'hai fatto. -  
- Lo so, e mi dispiace da morire, ma... -
Tania li interrompe di nuovo, ma questa volta Roma le urla contro con il tono di chi non ha più intenzione di subire oltre.
- Senti, Dave: possiamo rimandare il discorso al tuo rientro al lavoro? - gli propone, tornando a lui.
- Domani posso essere già in magazzino - dichiara David.
- Se è già domani tanto meglio. Ho bisogno di parlarti di persona. -
- Che cazzo ti cambia? - gli chiede, percependo in quella proposta un campanello di allarme. 
- Cambia tantissimo. Capiremo diverse cose solo se ci guarderemo bene in faccia. -
Detto questo Roma chiude la chiamata, un gelido finale che David si porta dietro in sogni inquieti.
La routine del mattino porta via anche il tempo per riprendere il filo del discorso con Zack; il ragazzo, tuttavia, è sereno e gli augura una buona giornata col sorriso. Il buon umore del figlio è un velo di ottimismo sopra la tensione accumulata nella nottata e un buon caffè in compagnia del bel barista Ricky completa l'armatura che gli serve per affrontare la quotidianità.
Forte, almeno fino a quando i suoi problemi non si presentano per distruggerla, davanti alla cancellata dei magazzini. Lì, dove Roma lo saluta con un ghigno storto.
- Ciao, coglionazzo. -
Quel saluto gli instilla un certo nervosismo. Non che si sia offeso della sua accoglienza, non è certo nuovo a certi atteggiamenti di Roma, ma c'è qualcosa che non gli torna in lui, solo che non saprebbe bene definirlo.
Forse è dietro a quel sorriso che a malapena si regge in un angolo, o forse è lo sguardo sfuggente, ora a sinistra e ora a destra, a non dargli la solita atmosfera confidenziale di sempre. Sa però che non gli piace affatto il modo in cui l'amico si sta approcciando e vorrebbe tanto scavare a fondo per scoprire il motivo di questa ambiguità.
- Mi fai compagnia per una sigaretta? - gli domanda.
- Certo. -
La sua proposta deve essere suonata a Roma come un ordine, David lo intuisce dalla foga con cui si gratta la nuca. Fruga nei tasconi della giacca verde alla ricerca di un accendino, lo trova e glielo porge. Si sfiorano le mani e lo fanno cadere.
Cosa sta succedendo, che cazzo ci sta succedendo?
Brividi intensi lo scuotono mentre raccoglie da terra il piccolo oggetto. Brividi che accendono un film, nella sua mente. Un film che ha già visto, che ha già vissuto, in cui l'attore principale è il suo spettro che ondeggia, godendo, su un corpo virile che profuma di sole, che non avrebbe dovuto assaporare e che, invece, bugiardo, sta divorando con ingordigia.
Quella scena è la risposta che David ha tanto cercato e dallo sguardo di Roma ha la conferma che non sia parte di un sogno. Che lo spettro è reale e per tutto questo tempo non l'ha voluto incontrare per paura della verità.
Dura e semplice verità, che adesso risale a galla dal mare di bugie del suo inconscio.
Lara D'amore
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