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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Rafael Estrada
Titolo: Un gigante molto invadente
Genere Per Bambini
Lettori 487 11 19
Un gigante molto invadente
Erano le nove di sera e Daniele era stanco morto, la testa appoggiata al vetro della finestra. Lo sguardo perso volava lontano, molto lontano... oltre le nuvole, in direzione della luna.
– Ufff... – sospirò.
Il pavimento era ricoperto di regali. Daniele non li aveva certo degnati di grande attenzione; giusto il tempo di strappare le belle carte da regalo, togliere il cellophane tenendo i nervi sotto controllo e lasciare che la sorpresa gli illuminasse gli occhi. Subito dopo erano già finiti sulla moquette, facendosi largo tra patatine fritte smangiucchiate, palline di mais calpestate e lecca-lecca appiccicosi fino a trovare a poco a poco la loro collocazione definitiva: in mezzo ai giocattoli vecchi.
– Daniele! – lo chiamò sua madre, che stava servendo la cena nel soggiorno da dove proveniva il rumore della televisione. – Hai già finito di riordinare?
Il bambino saltò su come una molla e bruscamente riportato alla realtà della sua cameretta andò a sbattere contro lo spigolo della scrivania. Sopportando il dolore rispose:
– No, mamma, non ho ancora finito! – ma la verità era che non aveva neanche iniziato.
Un pupazzo con la barba, simile ad uno gnomo di cattivo umore, dichiarò a voce alta:
– Il bambino sciocco si sta annoiando.
– È un po' sssstupidino: non ha fantasia – disse il microscopio.
Daniele fece l'indifferente, come se la cosa non lo riguardasse e nel frattempo aprì il libro che Silvia gli aveva regalato proprio quel pomeriggio.
– BAMBINO, COSA DIAVOLO GUARDI!!! – gridò con evidente fastidio un gigante disegnato sulla prima pagina – CHIUDI SUBITO, CHE C'È CORRENTE!
Colto di sorpresa, Daniele chiuse il libro e lo posò su una mensola, per leggerlo magari un altro giorno. Insieme a molti altri, il libro sarebbe rimasto lì dimenticato, in attesa che gli venisse concessa un po' d'attenzione.
Fece scorrere lo sguardo tutt'intorno in camera sua, senza sapere bene cosa cercasse. I poster e i giocattoli sugli scaffali più che rallegrare i muri sembravano minacciarlo, rimproverandogli la sua svogliatezza: la graffettatrice che era sulla scrivania cercò di morderlo, la biro grossa, quella a dodici colori, cercò di scarabocchiarlo ma nessuno dei dodici colori ci riuscì, un volpacchiotto di peluche gli fece la linguaccia da sopra l'armadio: ptu-ptu-ptu... e il pallone da basket cominciò a dondolare pericolosamente, come se volesse saltargli sulla testa.
– Ma cosa volete da me? – si lamentò, tirando su col naso. –Sembra quasi che io vi tratti male.
– Gne, gne, gne... – cominciò a prenderlo in giro lo gnomo, scuotendo la barba. – Il bambino sciocco non sa cosa vogliamo.
Una sveglia a forma di gallina rise chiocciando e la consolle dei videogiochi si accese emettendo un fischio acuto.
– Bi-Bi-Biiiiiiiiiiiiiiip...!
– Daniele!! Non starai mica giocando, eh? – gridò sua madre, imboccando il corridoio in direzione della cameretta.
– Sta arrivando, sta arrivando! – ridacchiavano i giocattoli. –Corri, Danielino, metti in ordine... – lo schernivano, assumendo posizioni ridicole e con gli occhi fissi su di lui.
Daniele si mise la mano sulla bocca sperando che non gli tremasse il mento, ma quando sua madre irruppe nella stanza non riuscì a trattenere le lacrime.
– Cosa c'è, tesoro mio? Ti senti male?
– IL RAGAZZO SI ANNOIA, SIGNORA, POSSIBILE CHE NON SE NE SIA ACCORTA?! – ruggì il gigante da dentro il libro, ma solo Daniele riuscì a sentirlo.
– Dimmi, cosa ti succede? – chiese lei, asciugandogli affettuosamente le lacrime.
– M-mi annoio, mamma.
I giocattoli festeggiarono la dichiarazione di Daniele con frizzi, lazzi e sonore risate. Guardandolo in faccia, nessuno avrebbe mai detto che avesse festeggiato il suo compleanno proprio quel pomeriggio.
La madre lo baciò sulla fronte e lo fece sedere a tavola. Più tardi, quando il figlio si fosse ormai addormentato, lei stessa avrebbe raccolto i giocattoli e spazzato il pavimento. Non voleva mettergli pressione in caso avesse trascorso una brutta giornata.
Durante la cena, papà e mamma risero di buona voglia. Quella sera il quiz alla televisione era particolarmente divertente, perché il presentatore, davvero simpatico, scherzava con i concorrenti facendoli disperare. Durante la pubblicità, il padre di Daniele allungò il collo come se volesse uscire dalla camicia, tanto era orgoglioso:
– Guardate che bello, guardate...
Ed eccolo lì, l'ultimo lavoro di papà per la televisione: uno dei primi annunci pubblicitari di giocattoli della stagione, tutto un sorrisi di bambini bellissimi, effetti luminosi ed esplosioni scintillanti.
– Vero che è venuto bene? – domandò orgoglioso papà, ipnotizzato dallo schermo.
Ma Daniele non gli stava prestando molta attenzione. Essere preso in giro dai suoi stessi giocattoli gli aveva fatto molto male e non riusciva a smettere di pensarci. Non era mai successo prima che fossero così insolenti ridendo apertamente di lui e prendendolo in giro.
Com'era possibile che il suo vecchio peluche gli avesse fatto la linguaccia? Fino all'anno scorso il volpacchiotto gli aveva dormito accanto, salvandolo dalla paura con il suo corpicino caldo e soffice. Non riusciva a capire il suo comportamento.
In quanto allo gnomo, era stato davvero insopportabile: con tutte le volte che avevano giocato insieme! Era stato lui ad iniziare con gli insulti, chiamandolo sciocco e chissà cos'altro senza alcun motivo. Dicono che i grandi diventino brontoloni con l'età e lo gnomo sembrava avere almeno duecento anni: Daniele ignorava che la cosa potesse riguardare anche i pupazzi.
Dopo cena recuperò dall'armadio il peluche dimenticato, si accoccolò a letto tenendolo vicino vicino e infine si addormentò.
La cosa brutta fu il sogno.
Non è che fosse un incubo. No, non lo era. Ma non aveva mai fatto prima un sogno come quello: era talmente reale che gli sembrava di essere sveglio. Poteva addirittura sentire l'odore di sapone e di lenzuola pulite.
Daniele si trovava al centro di una stanza enorme, circondato da giocattoli che saltavano, correvano e si muovevano così in fretta che a malapena riusciva a seguirli con lo sguardo. Erano i suoi giocattoli, non c'era il minimo dubbio, e sembrava che si stessero divertendo da matti. Riconobbe l'elicottero, la bisarca, il carro armato che sparava freccette con la ventosa sulla punta e il pallone da basket; vide anche la lucertola di raso e altri pupazzi che ricordava di aver riposto in certe borse, perché erano da bambino piccolo e non lo divertivano più.
In lontananza scorse una finestra; i raggi del sole passavano attraverso le tende, giocherellando con il pulviscolo sospeso nell'aria. Proprio allora si accorse che le tende erano di colori vivaci, simili a quelle della sua cameretta ma ingrandite cento volte, o forse duecento, al punto che il bastone che le reggeva al muro non si vedeva neanche, tanto era in alto. Guardò verso il soffitto per vedere se anche la lampada era uguale a quella della sua stanza, ma era nascosta tra le nuvole e riuscì a vederne solo l'ombra.
– Mi sa che mi sono ristretto – disse Daniele dentro il sogno, e la sua voce rimbombò come se avesse urlato.
All'improvviso, i giocattoli si bloccarono. Più nessuno giocava o si muoveva; anche le luccicanti particelle di pulviscolo rimasero immobili. Daniele si accorse che tutti i giocattoli lo stavano guardando molto seriamente e si fece ancora più piccolo per l'imbarazzo. Lo gnomo, quel vecchio brontolone che la sera precedente l'aveva trattato così male, allungò il collo come un enorme serpente, finché la sua testa fu ad una spanna da quella di Daniele:
– Sai dove ti trovi, piccolo?
– Credo di essere nella mia cameretta. – La sua voce tuonò di nuovo, e di nuovo i giocattoli lo guardarono dispiaciuti.
– Be', ecco, non è esatto – disse il vecchio gnomo, che sembrava più grosso del bambino.
– Invece a me sembra di sì – si azzardò a dire Daniele, contraddicendo il vecchietto. – So di essere addormentato sul mio letto e che in questo momento sto sognando.
– Eh eh... – rise lo gnomo, grattandosi la barba. – Questo è solo uno dei modi in cui si può descrivere la tua situazione: se adesso la tua mamma entrasse nella stanza, in effetti, ti troverebbe addormentato.
– Sì, sì, addormentato... – si burlò il microscopio dalla sua mensola, e tutti i giocattoli risero della battuta.
– Quindi vuol dire che ho ragione – rispose Daniele sbadigliando.
Allora il sorriso dello gnomo diventò così largo che gli arrivò fino alle orecchie:
– Tuttavia – continuò – possiamo anche dire che ti trovi qui, in una stanza enorme, circondato da giocattoli che se la spassano mentre tu ti annoi, non è così?
– È così, è così! – urlavano i giocattoli, e intanto saltavano e ridevano.
– È solo un sogno – insistette Daniele.
– Vorresti dire che i sogni non sono reali, bimbo?
– Sono reali, ma solo dentro di noi – affermò lui convinto.
Lo gnomo per un attimo sembrò esitare, come se non trovasse le parole per controbattere. Si diede una grattatina alla nuca e corse in un angolo della stanza a raggiungere gli altri giocattoli. Rimasero lì per un bel pezzo stretti in cerchio, a discutere tra loro in cerca della risposta adeguata. Daniele sentiva solo dei bisbigli e qualche voce più alta delle altre, quando non riuscivano a mettersi d'accordo. Allora il barattolo della colla, che non si era mai mosso dalla sua scrivania, uscì dal cerchio e fece un salto mirabolante che lo portò a cadere proprio accanto al bambino. Si svitò il tappo fischiettando, come chi è intento ad un compito molto piacevole, e gli sparò un bello spruzzo di colla bianca sul pigiama.
– Cosa mi hai fatto, stupido!? – si lamentò Daniele guardando la macchia di colla e accorgendosi allo stesso tempo di essere scalzo. – Guarda come mi hai conciato!
– Non ti preoccupare, amico... – disse il barattolo di colla. – Non hai detto che è solo un sogno?
Gli altri, rimasti tutti in attesa a guardare, scoppiarono a ridere mentre il barattolo cercava di spruzzargli in faccia altra colla bianca. Daniele cercò di scappare via, ma piangeva mentre correva: piangeva di rabbia perché pur essendo molto veloce non era riuscito a schivare lo spruzzo. I giocattoli ridevano a più non posso, vedendo tutti gli sforzi che faceva per togliersi la colla che gli era finita nelle orecchie...
E così passarono tutta la notte a ridere, ridere e poi ancora ridere, finché la madre di Daniele lo svegliò il mattino dopo per andare a scuola...
Rafael Estrada
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