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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Writer Officina
Autore: Matteo Gentili
Titolo: Perdersi nel mondo degli oggetti
Genere Fantasy Racconti Fiabe
Lettori 530 5 3
Perdersi nel mondo degli oggetti
Un giorno come tanti (Matteo).

Era un giorno come gli altri.
Fuori un sole cocente scaldava i sorrisi e i pensieri, le persone passeggiavano come spesso fanno tenendosi la mano, chi invece non aveva nessuno teneva per sé i pensieri e quel sole per loro non era altro che una grande scocciatura.
Io dal canto mio rientravo in questa seconda categoria, odiavo quel sole che faceva cadere nei miei occhi il sudore, bruciore costante per le mie povere pupille.
Ero dovuto uscire di casa per fare due passi.
Quello che stava succedendo era al limite dell'impossibile e la paura attanagliava le mie viscere, stringendole e provocandomi dolore.
Ero in casa come sempre: in fondo un ragazzo di 17 anni, considerato stupido dalla maggior parte dei suoi coetanei, non ha molti altri divertimenti.
Così mi ero messo davanti allo schermo del PC, avevo messo le cuffie e mi ero sparato tutto l'album di Fabri Fibra, Tradimento, a palla.
La musica scorreva libera, io ero anestetizzato e nel mentre giocavo ad un gioco meraviglioso: Age of empire. La giornata scorreva tranquilla e nelle cuffie la musica pompava, sotto il pezzo “idee stupide”.
Iniziai a canticchiare:“Io non voglio idee stupide, io non voglio idee stupide, ed ogni tentativo è inutile, ma io non voglio idee stupide... a parte il rap, io sono un fallito... [...]”.
La musica continuava a scorrere, la canzone la conoscevo a memoria ed era una delle mie preferite dell'intero album.
Con la musica nelle orecchie e gli occhi fissi nello schermo non mi accorsi di cosa stesse accadendo dietro di me.
Il letto aveva iniziato a muoversi, quasi a ballare, come potesse effettivamente sentire ciò che stavo cantando.
Lì vicino a pochi passi il carillon di mia sorella era partito da solo, senza nessuno che avesse girato la rotella per azionarlo.
Come già detto io non mi ero accorto di nulla, ma poi lo schermo del PC iniziò ad accendersi e spegnersi come avesse vita propria.
Mi prese un'ansia improvvisa, non capivo cosa stesse accadendo.
Mi alzai di scatto dalla sedia, tolsi velocemente le cuffie e scappai facendo in tempo a sentire dietro di me qualcosa gridare:
“Matteo, abbiamo molto di cui parlare”.

Ed ora eccomi qui, uscito a fare due passi: con la testa che gira ed il sudore che continua a gocciolarmi sulla fronte.
Ho una paura fottuta di rientrare in casa.
A chi è mai capitato di sentire e vedere oggetti animarsi? Ve lo dico io: a nessuno.
Passarono circa un paio d'ore, fuori si era fatto buio ed io non avevo né torce né altro per vedere, meglio così mi affrettai a tornare. L'ansia non se n'era andata ma la consapevolezza che probabilmente avrei trovato i miei genitori in casa, smorzava un po' di timore.
Aprii la porta, casa era vuota. Un silenzio quasi spettrale attraversava le pareti.
Misi il primo piede dentro, un freddo pungente pervase le mie ossa seguito da una paura folle: “Cosa diavolo sta succedendo?”
Pensai di star impazzendo, volevo scappare di nuovo, ma tutti quei pensieri furono inutili perché una strana forza mi attirava verso l'interno, quasi una spinta da dietro le spalle che mi obbligava ad entrare. Non so se fu un gesto giusto o sbagliato, ma entrai e mi diressi di filato in camera mia.
Lo schermo del PC era ancora acceso, la musica in pausa, le cuffie a terra, il letto al suo solito posto. Il carillon era spento:
“Me lo sarò immaginato” pensai. Il freddo era riconducibile alla finestra rimasta aperta in camera dei miei genitori:
“Si, sicuramente mi sarò sbagliato, fammi riascoltare un po' di musica”.
Presi dai CD il mio preferito in assoluto, “Nessuno” degli Articolo 31.
Saltai tutte le canzoni fino ad arrivare alla titletrack. Mi rimisi le cuffie, iniziai a cantare di nuovo.
“io sono nessuno, e rappresento tutti quei nessuno che mi stanno intorno...”
Ci fu un lampo, mi girai di scatto ma era troppo tardi, il letto mi si era avvicinato di soppiatto, si era aperto e mi aveva inghiottito.
Sentii tanto freddo. Brividi lungo la schiena, poi iniziai a cadere sempre più in giù.
Atterrai sbattendo la testa, dolore accecante, poi più nulla.


UN CARILLON

Premi il pulsante parte la musica
la ragazza danzante Volteggia, non giudica i passi studiati
creati per gioco alla lunga lo sai
mi stufano un poco
ma ho le gambe bloccate su un piedistallo
solo il corpo si muove creando un piccolo ballo e i visi
di chi mi guarda sognante fanno sì
che il mio sforzo sia meno pesante

Volteggio Volteggio Premi un pulsante questo l'aggeggio
che mi ha reso importante volteggio volteggio
non mi posso fermare finché la musica
non vuole finire

Eppure pagherei
per muovermi veramente per vedere i fianchi miei

muoversi senza catene senza le braccia legate verso l'alto in croce
senza le gambe incrociate, senza avere voce
ma resta solo un sogno ancorato alla mia mente
nel giorno in cui una fabbrica mi ha portato al presente bloccata in un carillon
senza poter decidere i passi da fare
le scelte da prendere resto una ballerina piccola dolce
non posso invecchiare eppure delle rughe sulla mia bianca pelle vorrei poterle vedere


UN LETTO

Dormi e confidi sogni e desideri

Dormi e scopri sentimenti e passioni
Dormi su di me
che avvolgo la tua anima

E sarò riparo e sarò rifugio

Sarò il tuo punto fisso in una giornata stanca

Sprofonda su di me muoviti in tutti i modi

Noi letti sappiamo accogliere ossa stanche e sfinite

Sprofonda su di me dormi e riposa

Noi letti sappiamo amare chi ha povertà di espressioni

Sprofonda su di me accoglierò ciò che vuoi
Sono un letto in fondo
nato e fatto, solo per i sogni tuoi...

Il paese degli oggetti (Matteo)
Mi risvegliai di colpo, la speranza che tutto fosse un sogno e di svegliarmi nel mio letto la accantonai subito, ero disteso sulla dura pietra di un pavimento fatto in gres porcellanato, piuttosto duro.
La stanza in cui ero finito era buia, ma mentirei se dicessi che era umida.
L'aria che entrava era secca: impediva di sentire sia caldo che freddo, la sensazione era di piacevole tepore.
Adattai i miei occhi all'oscurità dopo qualche secondo e subito mi accorsi di una cosa particolarmente strana.
C'era la forma per una porta, ma la stessa non era presente, al suo posto un buco rettangolare che indicava l'uscita.
Mi alzai, ma ebbi un capogiro così mi fermai ancora qualche secondo.
Giusto in tempo per sentire delle voci provenire da poco distante:

“Sei sicuro sia quello giusto? Non abbiamo molto tempo, non possiamo sbagliare”.
Era una voce profonda ma gentile allo stesso tempo, esprimeva una certa sicurezza.
“Si non posso sbagliarmi, è tanto tempo che lo tengo d'occhio. Lui è quello giusto”.
Questa sembrava la voce che avevo sentito in casa l'altra volta, quella che aveva detto che avremmo dovuto parlare.
“Speriamo. Sai che dobbiamo sbrigarci, Malus ha già radunato il suo esercito; se non ci sbrighiamo per Oggettilandia non ci sarà più scampo.”
La voce che prima era calma si fece un po' più ansiosa: sembrava sottolineare la gravità della situazione che descriveva.
“Caro vedrai che andrà tutto bene, Letto ha sicuramente trovato la persona giusta. Ne sono certa”.
Una voce femminile dolcissima era intervenuta nella conversazione, la sua voce avrebbe calmato chiunque, era musica e dolcezza allo stato puro.

Incuriosito da quel dialogo mi feci avanti. Il capogiro era svanito, avevo ritrovato il controllo del mio corpo.
Varcai il punto dove, normalmente, ci sarebbe stata una porta e con passo più o meno sicuro mi diressi alla fonte delle voci.
Mi accorsi che il posto doveva essere enorme, attraversai infatti un corridoio piuttosto lungo, prima di arrivare a sentire le voci in maniera perfetta.
La cosa che più mi colpì fu che il corridoio era sì lungo, ma anche molto largo ed era completamente spoglio. Non c'era nulla: candele, finestre,nulla di nulla. Solo pareti a delimitare un tratto di strada.
Feci qualche metro in maniera piuttosto nervosa: i passi mi sembrarono molti di più, di quelli fatti realmente.
Il corridoio era giunto ad un bivio: da un lato una porta, la prima che incontravo in quel posto, gigantesca ed all'apparenza chiusa. Mentre dall'altro lato una stanza, lievemente illuminata da quella che sembrava una candela e dalla quale sembravano provenire le voci.
Matteo Gentili
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