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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Alessandra Leonardi
Titolo: Oracoli
Genere Fantasy storico
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Oracoli
Il mare, così profondo e mutevole nelle molteplici sfumature di colore e nelle forme originate dalle correnti, esercitava ai miei occhi di bambino un fascino magnetico a cui ero impossibilitato a resistere.
Durante il nostro viaggio sull'imbarcazione che ci avrebbe condotto a una nuova casa e a una nuova vita, trascorrevo ore a prua, a osservare gli spruzzi di schiuma e il movimento dell'acqua che sembrava spostarsi al nostro passaggio, remissiva e ossequiosa; lo sciabordio aveva su di me un effetto ipnotico, e la mia mente volava lontano, immaginando le terre meravigliose che avrei scoperto prima di arrivare all'isola chiamata Shardan.
In realtà, in quei guizzi, in quei repentini cambi di colore e direzione, cercavo altro: squarci sul futuro.
Mia madre era, come tutti noi, originaria dell'isola di Alashiya, ma anziché provenire da Kition come mio padre era nata a Pafo, ed era una discendente del sacerdote Tamiras, il veggente del mitico re Kyniras. Se non avesse conosciuto mio padre, e se non si fossero innamorati e poi sposati, sarebbe diventata una sacerdotessa del tempio di Ashtarth: era in grado di prevedere gli eventi osservando l'acqua, oppure interrogava la Dea tramite i betili. A volte le rispondeva subito, altre in sogno.
Mio padre era un mercante, e anche proprietario della nave su cui viaggiavamo: aveva deciso che ci saremmo trasferiti in una delle nuove città fondate dal mio popolo a Shardan, isola ricca di murici e minerali preziosi; qui ci attendeva suo fratello e altri conoscenti, partiti mesi addietro. Durante il viaggio avremmo fatto tappa in altre città, per vendere la mercanzia nei vari mercati: ci saremmo fermati a Melath, a Mothya, a Qart-Hadash e infine saremmo giunti a destinazione.
Un'altra attività che amavo era dondolarmi sull'asta del timone posto a poppa, lasciare che il vento mi scompigliasse i capelli, osservando il rigonfiarsi della grande vela colorata che campeggiava sull'albero maestro. Mio padre mi richiamava spesso all'ordine:
- Akebr! Lascia in pace il timoniere, e vai in coperta a controllare le merci. -
Mi sentivo importante mentre svolgevo il compito assegnatomi. Mi piacevano le soffici stoffe dipinte di quella tonalità di rosso così apprezzata da tutti i popoli del Mediterraneo, e anche quei piccoli portafortuna di vetro rotondi, su cui venivano dipinti grandi occhi, capelli riccioluti e espressione sorridente: mi assomigliavano.
Mia madre stava sempre sottocoperta col mio fratellino nato da pochi mesi, Arish; di rado usciva ad ammirare il panorama. Restava sulla nave anche nei giorni in cui approdavamo nelle città per il mercato. Ero io che aiutavo mio padre con le merci.
Il mercato però non mi piaceva molto, c'era troppa confusione: tutto quel vocio in diverse lingue mi intontiva, e mi annoiavano le trattative coi compratori. Amavo invece il lungo procedimento per estrarre dai murici quel colore che ha fatto la fortuna del nostro popolo: la pesca dei molluschi nei fondali bassi, frantumare le conchiglie nella vasca, pressare la polpa e farla bollire per giorni nei contenitori insieme a acqua salata, infine tingere le stoffe mi divertiva molto di più. Quando poi si univano all'acqua altri ingredienti, come miele o licheni, per creare le tante sfumature di colore, non stavo nella pelle nell'attesa di scoprire la tonalità che ne sarebbe venuta fuori.
Nei grandi occhi neri di mia madre c'era un velo di paura e tristezza.
- Madre, perché sei così taciturna? Ti dispiace avere lasciato la nostra casa per trasferirci altrove? - le chiesi, e lei mi rispose scuotendo la testa, facendo tintinnare i monili d'oro e pietre preziose con cui si adornava.
- Domani ci fermeremo a Qart-Hadash, non puoi restare a bordo. Dicono tutti che è magnifica - provai a convincerla. Anche mio padre desiderava che scendesse dalla nave.
- Ummiashtart, non ti fa bene stare sempre sotto coperta: vorrei che tu e Arish prendeste un po' d'aria e di sole. Inoltre, Qart-Hadash è un luogo da vedere assolutamente: ha delle costruzioni bellissime, mura fortificate e torri, molti templi e un approdo per le imbarcazioni unico nel suo genere. C'è anche un tempio di Ashtarth. -
- Va bene, Baalyaton, verrò - cedette mia madre.
- Ne sono felice. Io sarò impegnato nella vendita delle stoffe agli strateghi e a altre importanti personalità, ma voi tre potrete girare per la città. -

Mio padre non esagerava nel descrivere la bellezza di Qart-Hadash: le case erano bianche e avevano tutte un bel terrazzo; i templi erano numerosi, grandi, sorretti da robuste colonne; gli abitanti vestiti e adornati in maniera raffinata. Tutti si voltavano ad ammirare la bellezza e l'eleganza di mia madre, fasciata in un morbido abito purpureo ricamato in oro, e adornata dei suoi monili più preziosi: sembrava una divinità incarnata.
Il tempio di Ashtarth si trovava in un punto alto della città, da cui si poteva ammirare un panorama splendido. Il mare si congiungeva col cielo, e il sole dardeggiava le lievi onde che rilucevano in un movimento continuo. Mia madre fissava un punto lontano e indefinito; aveva in braccio Arish, e avevo paura che potesse caderle da quanto sembrava assente e lontana.
- Madre, cosa ti succede? Sei stanca? -
- Sarà distrutta. Tutto sarà raso al suolo - disse, con lo sguardo perso oltre l'orizzonte.
- Ma cosa dici, madre? Hai avuto una delle tue visioni? - le chiesi, scuotendole le vesti per farla riprendere.
Riuscii nel mio intento.
- Questo è ciò che ho visto: navi, sangue, fuoco, distruzione, cenere e sale. E un esercito oro e porpora. Ma non è questo a preoccuparmi, caro figlio mio: succederà tra centinaia di anni. -
- Allora cos'è che ti turba? -
- Non ne ho alcuna certezza, ed è inutile parlarne se rimane solo un timore scaturito dalla mia ansia e dal mio affetto per voi, i miei figli. -
Mia madre aveva avuto anche una bambina, qualche anno dopo la mia nascita, ma purtroppo la mia sorellina morì a causa di una malattia che nessuno era riuscito a curare; la nascita di Arish le ridiede il sorriso, ma ora era di nuovo triste. Decidemmo di tornare al mercato, dove mio padre stava concludendo un grosso affare coi notabili della città.

Il giorno dello sbarco non stavo nella pelle per l'emozione di conoscere la mia futura casa. I commerci erano stati fruttuosi: mio padre era soddisfatto dalle vendite, e stava a prua a scrutare il porto che si avvicinava sempre di più, con la brezza che gli rinfrescava il volto dorato dal sole e gli accarezzava i lunghi capelli scuri.
Mia madre, invece, non era ancora salita sul ponte dell'imbarcazione. Negli ultimi giorni era più taciturna del solito.
Venimmo accolti da mio zio Abdeshmun e da un folto gruppo di persone. Ci condussero alla nostra dimora, spiegandoci che era solo un alloggio momentaneo: in seguito avremmo potuto trasferirci in un palazzo più adeguato al nostro rango. Una schiava si offrì di prendere in braccio Arish per accudirlo, ma mia madre glielo impedì, spostandosi di scatto. La servitrice non disse nulla, ma io rimasi perplesso.
Quella sera Abdeshmun organizzò una festa in nostro onore, ma mia madre non presenziò. Dopo aver mangiato pesce, selvaggina aromatizzata e frutti di vari tipi, il tutto irrorato da vino in gran quantità, un gruppo di suonatrici di oboi, timpani e lire iniziò a deliziare i convitati con la loro musica: le note avvolgevano tutti i presenti, blandendoli come carezze. A dire il vero erano tutti un po' brilli, compreso mio padre che beveva vino solo durante i festeggiamenti e alle cerimonie, quindi non era abituato.
Ne approfittai per andar via. Ero molto stanco e preoccupato per mia madre, però sentivo il bisogno di passeggiare prima di coricarmi, perché avevo mangiato troppo. Mi diressi verso un sentiero che passava in un boschetto, rinfrescato dall'aria notturna che profumava di pini e di sale marino. La luna piena illuminava il mare e la costa e mi permise di scorgere in una radura una figura china davanti a un'alta pietra a forma di cono. Mi nascosi dietro un pino per osservare meglio: riconobbi subito mia madre. Stava dialogando con il betilo. Non comprendevo le parole sussurrate, ma mi accorsi che aveva portato con sé anche il mio fratellino: era sdraiato vicino a lei su una stoffa adagiata sul terreno.
La pietra nera sembrò brillare e pulsare: mi strofinai gli occhi, pensando che fosse un baluginio della luce lunare. Sobbalzai quando udii la voce di mia madre.
Alessandra Leonardi
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