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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Marcella Nardi
Titolo: Virus - Nemico Invisibile
Genere Giallo Thriller Spionaggio
Lettori 539 10 6
Virus - Nemico Invisibile
2030 - Thailandia, 1° gennaio - Isola di Ko Tarutao.
Non avrei mai immaginato di poter onorare la promessa fatta a me stessa in quel lontano 31 dicembre del 2020.
Quello fu un anno che segnò l'umanità intera, e che confermò ai seguaci delle teorie sulla cospirazione quanto un anno bisestile possa essere foriero di sventure.
L'epidemia è la forza della natura che più di tutte ci costringe a interrogarci sul senso e sul valore della vita. Brindiamo alla fine di un incubo e a un mondo migliore, fu l'augurio del mio compagno, mentre salutavamo la fine del 2020 e davamo il benvenuto al nuovo anno.
Avevamo deciso di festeggiare la sera di San Silvestro insieme ad alcuni amici nel salone del mio appartamento, dalle cui finestre si godeva il magnifico spettacolo della Torre Eiffel e dei fuochi d'artificio.
Allo scoccare della mezzanotte, quando tutti alzammo i flûte per brindare all'anno appena iniziato, mentre il mio compagno pronunciava il suo augurio ad alta voce, io feci una promessa a me stessa: sarei tornata lì, dove tutto era iniziato, in occasione del mio quarantesimo compleanno. Esattamente dieci anni dopo.
A gennaio del 2020, il mondo era già ammalato.
Nei mesi seguenti, un'altra sventura si abbatté sugli Stati Uniti d'America, per poi diffondersi a macchia d'olio in tutto il pianeta, causando gravi conseguenze.
Le grandi testate giornalistiche evidenziarono, con titoli a caratteri cubitali, che quanto stava succedendo era dovuto alla presenza non di uno, ma di due potenti virus: l'HYdN1 e il razzismo.
Il primo aveva effettuato la sua comparsa sulla Terra già nel 2019, come un mostro pronto ad aggredire al momento propizio; il secondo è presente fin dagli albori della civiltà.
Verso la fine del 2019, una forma influenzale, dall'alta carica virale, iniziò a espandersi fuori dai confini del primo focolaio, e nel gennaio 2020 sembrò annunciare una pandemia dalle conseguenze catastrofiche.
Ad aggravare la già critica situazione, nel maggio dello stesso anno, un poliziotto di Minneapolis, negli Stati Uniti d'America, uccise brutalmente un ragazzo di colore. Questo scatenò, nel bel mezzo di una crisi sanitaria mondiale, una serie di violente rivolte contro il razzismo. E come sovente avviene nelle rivoluzioni, si passò dalla ragione al torto: negozi distrutti e saccheggiati; auto date alle fiamme; lanci dinamitardi sui poliziotti e migliaia di rivoltosi arrestati.

Mi chiamo Christine Colbert e sono nata a Mont Saint-Michel, ma ho sempre vissuto a Parigi. Come mia madre, sono biologa e virologa con due grandi passioni: la fotografia naturalistica e la storia della medicina. La mia biblioteca personale vanta alcuni costosi manoscritti miniati di medicina araba medievale.
Se qualcuno mi domandasse quali furono le peggiori sensazioni che provai durante quel terribile anno bisestile, risponderei che mi sentii come se la situazione mi stesse costantemente sfuggendo di mano, e che nulla avrebbe fermato quella catastrofe dagli iniziali connotati apocalittici.

Ed eccomi qui, dieci anni dopo, sotto un magnifico cielo blu, accarezzata dal mio compagno, dalla brezza marina e dal cocente sole della Thailandia.
Quale migliore occasione per festeggiare i miei primi quarant'anni! Anche se fu qui che tutto ebbe inizio; in questo paradiso terrestre, dove la natura la fa da padrona.
Il Parco Nazionale marino di Ko Tarutao era, ed è tuttora, una destinazione irrinunciabile per la sua bellezza, e meta ambita per gli appassionati di escursioni subacquee e di snorkeling. Nell'entroterra, tra una natura rigogliosa e selvaggia, i macachi sono ancora la maggior attrazione.
Lo splendore delle sfumature del mare cristallino e la sabbia bianca, soffice come borotalco, la rendono, anche per chi non fa sport acquatici, una delle mete turistiche più desiderate al mondo. Altre isole fanno parte dell'arcipelago, ma sono quasi tutte disabitate.

Quando vi misi piede per la prima volta, ne rimasi incantata. Era il 2015, ed ero a capo di una spedizione di monitoraggio ambientale.
Ricordo ancora lo stupore che lessi negli occhi di tutti i membri della mia squadra, me compresa, durante l'atterraggio. La società per cui lavoravamo, aveva noleggiato un aereo privato che da Bangkok ci avrebbe portato sull'isola. Durante il volo, molte facce erano incollate ai finestrini, e gli scatti delle macchine fotografiche si susseguivano come il suono veloce e ripetitivo di tante piccole mitragliatrici.
Visto dall'alto, il panorama del Mare delle Andamane era uno spettacolo mozzafiato: tutte le gradazioni del blu e del verde brillavano sotto i nostri occhi. La limpidezza dell'acqua era tale da sembrare quasi inesistente. Solo delle lievi increspature sulla superficie, a uno sguardo attento, ne rivelavano la presenza.
Con noi viaggiava un americano che stava conducendo, in qualità di freelance per la nostra compagnia, degli studi di cui non conoscevamo la natura, né sapemmo mai nulla. Forse si trattava di una delle tante ricerche top secret che la nostra azienda conduceva in giro per il mondo. Ne rimasi colpita. Portava al polso destro uno strano orologio, simile a quelli per bambini. Credo che, al posto delle lancette, ci fosse un Bugs Bunny; le braccia, di cui una con una carota in una mano, segnavano le ore e i minuti. Lo considerai un elemento in netto contrasto col resto dell'abbigliamento e con la sua intera figura. Era molto alto, forse superava il metro e novanta. Un paio di penetranti occhi azzurri erano il centro catalizzatore di un volto con una lieve barba bionda, come il colore dei suoi cortissimi capelli. Per un istante, mi sentii in imbarazzo nell'osservare quel bel volto virile: oltre al magnetismo dei suoi occhi, aveva una mascella volitiva e le labbra da baciare. Così le avrebbe definite Marcy, una mia cara amica dei tempi dell'università.
Per giorni interi, mi ritrovai spesso a pensare a quell'uomo che, dopo l'atterraggio, prese il suo bagaglio e sparì. Non lo rividi più.

Come nei migliori romanzi di avventura e di suspense, scoprii che il paradiso di Ko Tarutao aveva una storia piuttosto intrigante.
La più antica descrizione dell'isola risaliva alla fine del 1606, grazie a Cornelis Matelief de Jonge, l'ammiraglio della Compagnia olandese delle Indie Orientali. La sua flotta, ufficialmente in missione commerciale, intraprese un lungo viaggio nel sud-est asiatico con l'intento di distruggere il potere portoghese in quell'area.
Giunto in prossimità di Ko Tarutao, decise di sostare nell'isola per alcuni mesi.
Nel suo diario di bordo, l'ammiraglio olandese la descrisse abitata da tribù di stampo matriarcale, con tanto di sciamano, capo tribù e consiglio degli anziani. Tra le tante annotazioni, de Jonge parlò della massiccia presenza di macachi, venerati come animali sacri.
Lo scopo di abbattere il dominio portoghese fallì miseramente, e la flotta dovette abbandonare l'arcipelago.
Nelle ultime pagine del diario di bordo, de Jonge descrisse una cerimonia in suo onore con relativo scambio di doni tra lui e uno sciamano. Che fosse una sua invenzione, lo pensarono in molti: quelle tribù non avevano mai gradito l'arrivo degli europei.
La storia dell'isola si fece più interessante nel 1936, quando il capo di una delle tribù di Ko Tarutao venne a sapere che a breve sarebbero stati cacciati e costretti a vivere su un'altra isola dell'arcipelago.
La notizia sconvolse letteralmente gli abitanti: da intere generazioni, erano i protettori dei sacri macachi.
Per tre giorni e tre notti consecutivi, gli sciamani dell'isola si riunirono in danze propiziatorie lanciando anatemi verso l'uomo bianco per i secoli a venire.
Ovviamente, non servì a nulla: il governo thailandese vi costruì uno dei più grandi penitenziari di massima sicurezza di tutta la Thailandia, con lo scopo di isolare i prigionieri politici.

Non sono mai stata superstiziosa, ma considerando ciò che accadde nei secoli a venire, si potrebbe affermare che le maledizioni lanciate dagli sciamani, colpirono davvero l'isola: una si manifestò sul finire degli anni ‘30, nel ventesimo secolo; l'altra nel 2019, quattro anni dopo quel mio viaggio di lavoro.
Infatti, regno dei macachi e di inestimabili bellezze naturali, questo luogo nasconde un passato macchiato di sangue.
Dopo la costruzione del penitenziario, nel 1938 i detenuti sull'isola aumentarono: ben tremila criminali, troppi per la capienza di quella struttura. Con l'incalzare della Seconda guerra mondiale, la fornitura di cibo all'isola cessò, e i detenuti si trasformarono in veri e propri pirati. Il carcere fu abbandonato, e tutte le navi che transitarono tra le isole di quell'arcipelago furono attaccate e saccheggiate, proprio come nei film. A interrompere questo stato di anarchia, fu l'invio di una flotta di navi inglesi. Al termine della guerra, il carcere fu chiuso, i criminali arrestati e deportati sulla terraferma, e l'isola venne ripopolata da agricoltori e pescatori.
In seguito, il governo Thailandese decise di trasformare l'area in un Parco Nazionale, permettendo a solo diciassette famiglie di viverci.

Nel 2019, per i pochi residenti dell'isola, e per alcuni turisti, la seconda maledizione di quegli sciamani si profilò all'orizzonte.
Ai primi di novembre, in quel posto paradisiaco iniziò l'inferno.
Marcella Nardi
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