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Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
Cinzia Tani è giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva. Dopo la maturità classica consegue la laurea in Lettere Moderne e il diploma come interprete e traduttrice di lingua inglese, francese e spagnola. Debutta nel 1987 come scrittrice con il libro “Sognando California” con cui vince il Premio Scanno. Notata dalla RAI, entra nella tv di stato come inviata di Mixer. In seguito debutta come autrice e conduttrice di alcuni programmi tv: “Chi è di scena”, “L’occhio sul cinema”, “Il caffè”, “Italia mia benché” e “Delitti“. Il suo ultimo romanzo è "L'ultimo boia". .
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Autore: Daria Giuffra
Titolo: Vite Rubate
Genere Romanzo Storico
Lettori 565 8 5
Vite Rubate
Storia di un rapimento avvenuto all'Isola d'Elba nel '500.

Queste righe narrano una parte dell'incredibile storia realmente accaduta a una ragazza nata all'Isola d'Elba, nell' antica terra di Rio, durante la prima metà del 1500.
L'idea di sviluppare tale racconto ha preso forma dopo la lettura di alcune pagine della pubblicazione “Tra il rigore della legge e il vento della storia - La condizione delle donne all'Isola d'Elba tra il XVI e il XVIII secolo”, in cui viene riportata una supplica rivolta dalla stessa Emilia d'Hercole a Cosimo I de' Medici*.
La ragazza fu rapita durante il terribile attacco dei pirati saraceni guidati da Khayr ed Din, nel 1534. Portata con la forza a Tunisi, partorì il figlio di Sinan Pascià, un famoso capitano della flotta barbaresca. Fu liberata nell'epica impresa organizzata dall'imperatore Carlo V nel giugno del 1535 e portò il figlio con sè, per poi consegnarlo a Jacopo V, Signore di Piombino.
Fin dove possibile ho riportato i fatti così come sono avvenuti nella realtà, invece là dove non ci sono dati certi ho cercato di immaginare come avessero potuto svilupparsi gli eventi, il materiale storico rappresenta quindi l'impalcatura per la costruzione romanzesca.
La protagonista si rivela sin da subito una ragazza dal forte temperamento. Nonostante la società del 1500 non lasci molto spazio alle donne, Emilia dimostra di avere un carattere tenace, peculiarità che esce fuori anche nella supplica precedentemente citata. In questa testimonianza chiede a Cosimo I, anni dopo il rapimento, che le vengano mantenute delle esenzioni già concesse in passato da Jacopo V, ma ciò non le basta e cerca di ottenere altri favori che verranno respinti. In questa determinata ricerca di aiuti si nota la necessità morale di essere ripagata per tutte le pene subite.
Sullo sfondo della vicenda troviamo il tema tristemente attuale dello scontro tra civiltà. Questo conflitto diventa (ora da una parte, ora da un'altra) la giustificazione apparente per compiere atti di una violenza inaudita, al fine di conseguire obiettivi politici ed economici. Le vittime ignare di questo gioco perverso sono persone comuni, spesso donne e bambini costretti a sopportare atrocità di ogni genere.

*Ill.mo et ecc.mo Principe
Supplicha V.Ecc.a Emilia d'Hercole da Rio sua serva indegna già rapita da quel famoso pirrata detto il Giudeo del quale ne fece un figliuolo, qual poi Barbarossa rivolse dalla Felice memoria del Sig.r Jacomo Quinto Sig.r di Piombino per il che ne successe la liberatione di tutto questo stato come è noto e ditto signore volendola ristorare in qualche cosa li concesse una ampia patente e faceva esenti di ogni gravezza reale e personale lei, e suo marito, e suoi heredi in perpetuo, che V.Ecc.zia si voglia degnare di renovarlj ditta patente e concederlli la medesima gratia.
- risposta a lato: l'esentione se li confermerà -
E di qui supplicha la medesima Emilia che si voglia degnare sgravalla d'un obbligo qual tiene con quella di scudi quattro d'una casa che lei gode in Ferraio e ne pagha per pigione li detti scudi quattro. Appresso supplica la medesima Emilia come bisognosa e povera che 'l suo marito possa cavar di stato qualche barchata di legna o almeno qualche gondolata per sostentamento de suoi figliuoli, e lei sempre pregherà idio per suo felice stato e umilmente a V.Ecc.tia si raccomanda. - risposta a lato: non altro -
Al Commissario dell'Elba che informi sua eccellenza sopra spesa
Lelio Tamagni 18 aprile 56

L'ETA' DELLA SPENSIERATEZZA

Era una bambina distratta, non poteva farci niente. Inutile che le persone si ostinassero a farle pesare questa cosa, come se fosse la più meschina delle colpe. Per lei non aveva importanza che ora del giorno fosse o quali impegni avesse, l'unica cosa veramente in grado di rapirla era la bellezza.
Un tramonto mozzafiato, una farfalla che si posa su un fiore, il mare in burrasca: queste erano il genere di cose che le piacevano, il genere di cose per le quali, secondo lei, valeva la pena perdere del tempo. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, consisteva nel fatto che la bambina aveva avuto la fortuna di nascere in un luogo meraviglioso chiamato Isola d'Elba, in questo posto la bellezza era di casa. Le stagioni si manifestavano in un susseguirsi di colori e profumi e sebbene l'inverno fosse il periodo dell'anno che le piaceva meno, aveva finito per amare anche quello perché era il preludio alla sua stagione preferita: la primavera. A marzo la natura cominciava lentamente a risvegliarsi, i germogli facevano capolino dal terreno e il vento portava in giro odori che ridestavano i sensi.
Ad aprile sulle porte e sulle finestre delle casette di Rio, il villaggio dove la bambina viveva, comparivano piante e fiori colorati che scacciavano definitivamente la malinconia dell'inverno appena passato.
Il paese era grazioso, sorgeva sulle pendici meridionali di due monti e sovrastava i giacimenti di ferro che si estendevano lungo la costa orientale dell'isola. L'estrazione dell'ematite rappresentava da tempo la principale fonte di reddito per gli abitanti della zona, ma non per i familiari della bambina che venivano da generazioni e generazioni di abili pescatori.
Emilia, era così che i suoi genitori l'avevano chiamata, abitava con la famiglia in una casetta arroccata sul colle. Si trattava di una dimora modesta per cinque persone, due stanze disadorne e poco più, ma bastava a dare loro riparo e sicurezza.
Nei giorni più spensierati Emilia trascorreva interi pomeriggi a giocare con i fiori trovati nei campi dietro casa, inventandosi sempre una storia diversa. Una volta si era costruita una splendida corona di margherite e se ne andava in giro brandendo un ramo come se fosse uno scettro, dando ordini agli altri bambini.
Un anno, arrivata la bella stagione, la ragazzina perse due dei più amati compagni di gioco. I suoi fratelli, ormai adolescenti, avevano cominciato a seguire il padre a lavoro. Pescavano tutti i giorni, dal mattino alla sera, tranne quando il mare era infuriato. Non avevano più tempo per dedicarsi a voli di fantasia.
All'inizio fu un duro colpo per lei, ma dopo poco Luisa, sua madre, riuscì a farle capire che non l'avevano abbandonata, stavano semplicemente crescendo e dovevano trovare il loro posto nel mondo. Emilia iniziò a sua volta ad aiutare la mamma e la zia nei lavori quotidiani. Quando le giornate di pesca risultavano particolarmente proficue e avanzava della merce invenduta, le donne tentavano comunque di trovare degli acquirenti nei villaggi vicini, in modo da non sprecare niente. Nell'entroterra vivevano alcune famiglie di contadini con i quali barattare il pesce avanzato con qualche frutto di stagione o un po' di ortaggi. Emilia adorava seguirle, aveva un animo avventuroso. Superavano una serie di colli per poi arrampicarsi su un monte più alto, sulla cima trovavano sempre un gregge di capre selvatiche che la ragazzina ogni volta inseguiva a perdifiato sino in fondo alla valle. Il panorama era incredibile, chilometri di pendii coperti inizialmente da una macchia bassa, diventavano mano a mano più verdi e lussureggianti. Laggiù alcuni gruppi di pini marittimi regalavano un po' d'ombra, particolarmente gradita nelle giornate assolate di primavera e d'estate.
All'orizzonte l'unico segnale di civiltà era dato dalle poche casette di contadini e dalle vigne coltivate. Se si spingeva lo sguardo verso il mare, si potevano osservare nella zona di Longone alcune barche di pescatori e le capanne dove dormivano la notte.
La domenica era il solo giorno di riposo per i membri della famiglia. Si svegliavano, facevano colazione, indossavano il vestito migliore che avevano disponibile e uscivano per andare a messa. Nei giorni di festa la chiesina rappresentava il punto di ritrovo di tutti i paesani, sia poveri che ricchi.
Nonostante sua madre le intimasse di ascoltare attentamente le parole del prete, Emilia non riusciva proprio a mantenere la concentrazione. Si metteva a fissare i bei vestiti delle ragazze benestanti, i gioielli delle loro madri o delle loro sorelle. Quando Luisa se ne accorgeva le diceva all'orecchio:
“Da grande avrai anche tu degli abiti eleganti come quelli!”
“Ma cosa dici mamma!” rispondeva la ragazzina, “Noi non siamo abbastanza ricchi per poterci permettere abiti del genere.”
“È vero! Noi non possiamo... ma bella come sei non avrai problemi a trovarti un marito che ne possa comprare uno a te e alle tue figlie!”
“Marito? Figlie? Io non voglio nulla di tutto questo... si vede che non mi conosci per niente!” sbuffava Emilia.
“Ah sì?” controbatteva la madre divertita, “E posso sapere cosa vorresti fare da grande?”
Allora il viso della ragazzina si illuminava:
“Voglio fare il pescatore! Comprerò una barca grande e robusta. Mi spingerò sempre più lontano finché scoprirò nuovi posti e pescherò ogni giorno... anche se mi dispiacerà uccidere tutti quei pesci...”
“Bisogna pur mangiare Emilia!” le rispondeva Luisa, che la lasciava libera di sognare questo futuro improbabile.
A preoccuparsi più degli altri per il carattere indomito e irrazionale della ragazzina era sua zia Lucrezia. Sosteneva che se non fosse stata educata velocemente a diventare una “signorina” sarebbe finita male: nessun uomo avrebbe voluto tenerla con sé se si comportava come un gatto selvatico.
Per risolvere tale problema, Lucrezia si era offerta di tenerle delle lezioni di ricamo e Luisa aveva accettato con entusiasmo di mandarla tutti i giorni da sua sorella. Per Emilia era iniziato un vero e proprio calvario. Il ricamo costituiva la cosa che più si allontanava dal suo modo di essere. Ci volevano pazienza, concentrazione e precisione, tutte doti delle quali risultava sprovvista. Decise di mettere in atto un piano di sopravvivenza. Capì che l'unico modo per uscire velocemente da quella sgradita situazione consisteva nello sbagliare di continuo e così fece.
Sembrava un piano estremamente semplice all'apparenza, ma difficilissimo da portare avanti, anche perché a ogni errore corrispondeva una dolorosa vergata sulle mani.
Ci vollero tre settimane di ostinazione per liberare Emilia da quell'agonia. Un pomeriggio, esasperata dall'ennesimo pasticcio della nipote, Lucrezia si arrese e la trascinò fuori tirandola per un orecchio. La lasciò a Luisa urlando:
“È un caso disperato! Io mi tiro fuori... con lei non c'è bisogno di un'educatrice, c'è bisogno di un miracolo!”
Sua madre la mise in punizione per una settimana intera, fortunatamente dopo qualche giorno tutti sembrarono aver dimenticato l'accaduto e la vita tornò a trascorrere serena anche per la piccola di casa.
Emilia avrebbe voluto rimanere bambina per sempre, ma non esisteva una ricetta magica in grado di fermare il tempo. I mesi passavano, le stagioni si alternavano e non ci si poteva fare nulla. Fu così che, in un battito d'ali, si ritrovò a vivere il periodo che avrebbe segnato per sempre il corso della sua esistenza.

IL MATRIMONIO

Il sole splendeva nel cielo offrendo una giornata mite di primavera, uno di quei giorni in cui le persone sono spinte più a oziare che a lavorare. Emilia aveva tentato di opporsi con tutte le forze agli ordini di sua madre, ma non era riuscita a sottrarsi ai propri doveri. La mattina era scesa al lavatoio e aveva strofinato stracci per ben due ore, fino a che non le avevano fatto male le mani, poi si era avviata a casa carica di panni bagnati e li aveva stesi ad asciugare. Dopo aver preparato un paniere con del cibo si era diretta in campagna, dove l'aspettava Luisa per il pranzo. Suo padre e i suoi fratelli si trovavano in mezzo al mare a pescare e sarebbero rientrati soltanto per l'ora di cena. In seguito madre e figlia si erano concesse qualche minuto di riposo, poi avevano curato l'orto e la vigna. Nel pomeriggio Emilia fu spedita a fare delle consegne. Di tutti i lavoretti che le venivano rifilati questo risultava in assoluto il più gradito, dato che le permetteva di andarsene un po' in giro da sola. Come prima tappa passò dalla zia, doveva portarle del pesce sotto sale e in cambio ricevette delle uova fresche. Poi si diresse verso un sentiero tortuoso. Sua madre le aveva preparato un cestino di pane e formaggio da consegnare alla vecchia Rosa. L'anziana signora era rimasta sola e data l'età (in paese si diceva che avesse superato i cento anni già da un pezzo) non riusciva più a provvedere a sé stessa, così gli abitanti di Rio facevano a turno per portarle tutti i giorni qualcosa da mangiare. Questo comportamento caritatevole però non era mosso soltanto da pietà cristiana, bensì dal timore che molti avevano della donna. C'era chi sosteneva che fosse una strega (addirittura alcuni contadini giuravano di averla vista trasformarsi in un gatto nero nelle notti di luna piena), mentre altri affermavano con convinzione che fosse una pia donna, che il Signore le fosse particolarmente vicino e che ascoltasse con benevolenza le richieste e le suppliche che venivano fatte da lei. Così tutti cercavano di tenersela buona offrendole cibo e regali, ricevendo in cambio preghiere e benedizioni.
Emilia non aveva mai avuto paura della vecchia, la conosceva sin da quando era piccola e pur essendo una persona strana non la temeva, ma la considerava quasi come una nonna.
La casa di Rosa si trovava sulla cima di un colle, il modo più rapido per arrivarci consisteva nel percorrere una stradina che si snodava fiancheggiando la costa. Una leggera brezza rinfrescava l'aria ed Emilia ogni tanto si metteva con la faccia rivolta verso il mare, a osservare le onde che si infrangevano sugli scogli scuri creando una spuma densa. Il suo sguardo si perdeva poi all'orizzonte dove scorgeva la sagoma irregolare della costa dell' “altra parte”. Gli uomini di casa c'erano arrivati qualche volta con la barca per pescare, anche lei da piccola aveva chiesto al padre di portarcela, ma come risposta aveva ricevuto una risata in faccia: “Tu devi restare in casa ad aiutare tua madre con le faccende...” e così l'aveva liquidata. Proprio mentre era presa da questi pensieri vide con la coda dell'occhio due ombre, si trattava di Tonino ed Enrico, i figli di un contadino della zona. I due la fissavano con insistenza mettendola a disagio. A quel punto Emilia, senza dire una parola, si mise a correre per lasciarseli alle spalle. Odiava ricevere attenzioni, era tendenzialmente socievole ma quando si scontrava con personaggi rozzi e vili faceva fatica a trattenersi. Avrebbe voluto dirgli ciò che pensava di loro in faccia, magari tirargli anche un pugno, ma un comportamento del genere risultava sconveniente per una “signorina”. L'avrebbero picchiata e poi avrebbero raccontato tutto ai suoi genitori, i quali non si sarebbero fatti scrupoli a punirla severamente. Era meglio per lei riuscire a mantenere la calma.
Ormai rimpiangeva sempre più spesso il periodo della propria infanzia, quando nessuno la degnava di uno sguardo e poteva fare quello che le pareva. Da un anno a questa parte invece i ragazzi e anche gli uomini più vecchi si erano accorti di lei. Nel giro di pochi mesi il suo corpo aveva cambiato aspetto e la ragazzina era diventata una bellissima donna in miniatura, piccola ma ben proporzionata. Gli occhi grandi, i fianchi larghi, il viso armonico incorniciato da folti capelli castani... tutto contribuiva a non farla passare inosservata. Era un fiore appena sbocciato, inconsapevole della propria grazia.
Emilia proseguì correndo fino in cima alla collina, arrivò così davanti alla casetta. Bussò energicamente sul portone di legno malandato, ma dovette aspettare qualche minuto prima che la signora riuscisse a raggiungere l'uscio.
Una volta dentro continuava ad avere il fiato corto per la corsa fuori programma.
“Figlia mia, che fiatone... siediti un attimo e riprenditi, non dovresti correre con questo sole, rischi di svenire...” le disse la vecchia.
Emilia accettò volentieri l'invito a sedersi, si sentiva mancare le forze. Bevve con avidità un mestolo d'acqua che le offrì Rosa. Ricordò soltanto allora che sarebbe dovuta tornare velocemente a casa a preparare la cena per tutta la famiglia. Suo padre e i suoi fratelli dopo una giornata in barca avrebbero avuto una gran fame. Si alzò di scatto, consegnò il contenuto del panierino e si congedò. Passato qualche istante però sentì la voce della vecchia che la richiamava:
“Ho una cosa per te, aspetta un momento...”
L'anziana donna si mise a cercare qualcosa in una grande cassapanca in fondo alla stanza. Alla fine estrasse un piccolo oggetto e lo porse alla ragazza. Si trattava di una statuina in legno che rappresentava la Madonna con il Bambino.
“Tienila sempre con te...” le disse con tono serio, “Non separartene mai, tienila vicino al cuore e ti proteggerà nei momenti brutti, quando tutto sembrerà andare storto.”
Emilia ringraziò e baciò Rosa, dopo un minuto stava già correndo come una matta giù per la collina.
Arrivò in casa sperando di essere la prima, al contrario sua madre era già entrata e aveva cominciato a cucinare una zuppa. Quando vide la figlia scarmigliata e sporca di terra perse la pazienza:
“Dove sei stata per conciarti in questo modo? Dovevi fare solo due consegne... sono ore che sei in giro! Vatti subito a lavare e mettiti qualcosa di pulito. Dovresti aiutare nei lavori di casa, invece non fai altro che combinare guai!”
Emilia avrebbe voluto risponderle urlando, ma se non voleva peggiorare la situazione, l'unica cosa che poteva fare era rimanere in silenzio e ubbidire. Si cambiò velocemente, si pettinò e cinque minuti dopo era già in cucina a dare una mano.
L'ora della cena era la migliore dell'intera giornata. La famiglia si radunava intorno al tavolo e ciascuno poteva mangiare con calma, gustandosi il cibo. Suo padre le permetteva di bere mezza coppa di vino rosso, la prima volta fu lei a insistere e le venne concesso di berne un dito. Lo trangugiò tutto di un fiato, però non si aspettava quel sapore così forte e acidulo in bocca. Cercò di resistere ma non ce la fece e sputò l'intero sorso sulla tavola imbandita, davanti ai genitori, ai fratelli e alla nonna che all'epoca viveva con loro. Si offesero tutti mortalmente, dato che il vino era stato fatto con il sudore della fronte di ognuno di loro: sputarlo rappresentava un insulto vero e proprio. Fu messa in punizione per una giornata intera.
Quella sera tuttavia Emilia aveva percepito qualcosa di strano nell'aria. La tavola era stata apparecchiata con cura, come avveniva nelle occasioni speciali. Inoltre sua madre aveva cucinato la zuppa di pesce e altre prelibatezze in grandi quantità.
“Per caso abbiamo ospiti e vi siete scordati di dirmelo?” chiese intingendo un pezzo di pane nella salsa che cuoceva lenta.
“È così tesoro.” le rispose Luisa in tono serio, “Siediti un attimo che dobbiamo parlare.”
Emilia si sedette, adesso non sembrava più divertita da quella situazione. Conosceva bene sua madre e sapeva che quando usava quel tono non c'era da aspettarsi niente di buono.
“Sai che abbiamo sempre fatto grandi sacrifici per tirare avanti, ma nonostante ciò spesso non riusciamo a provvedere ai bisogni di tutti. Tu adesso sei diventata grande. È arrivato il momento che cominci a pensare al tuo futuro!”
“Non capisco dove vuoi arrivare mamma...”
“Si è presentata un'occasione, una di quelle da non lasciarsi scappare. L'altro giorno Antonio ha cercato tuo padre. Gli ha detto che suo figlio, Francesco, ha un debole per te e vorrebbe chiederti in sposa. La famiglia di Antonio ha ereditato una piccola fortuna da un lontano parente. Francesco possiede già una casa che misura il doppio della nostra, inoltre lavora da anni in miniera e prende una bella paga rispetto agli altri ragazzi della sua età. Stasera verranno Antonio e Clotilde per discutere del fidanzamento...”
Emilia era rimasta impietrita, le tremavano le gambe e non riusciva a parlare.
Proprio in quel momento entrò in casa Ercole, suo padre, seguito dai due figli. Quando la ragazza lo vide scoppiò in lacrime e iniziò a urlare che non voleva sposarsi. Ercole, stanco dopo una giornata in mare, perse subito la pazienza e cominciò a inveire contro la figlia dando calci al tavolo e lanciando oggetti. Solo l'intervento di Luisa riuscì a placare gli animi.
Nel frattempo gli ospiti arrivarono e la cena trascorse veloce. Gli adulti discussero molto tra loro, ma la serata finì senza che Emilia avesse compreso quale sarebbe stato il proprio destino. Dentro di sé sperava che il suo atteggiamento ostile fosse bastato per screditarla agli occhi dei futuri suoceri. In realtà questo comportamento innervosì principalmente Ercole, che prima di andarsene a letto le rifilò due schiaffi.
La ragazza trascorse l'intera nottata senza chiudere occhio. Non accettava che i genitori stessero cercando di venderla in quel modo, come si farebbe con una bestia. Conosceva Francesco solo di vista, sembrava un bravo ragazzo, gentile, ma il problema non era lui. Il problema consisteva nel fatto che lei non aveva la minima intenzione di andare in sposa a qualcuno. Se fosse stata più coraggiosa, avrebbe rubato la barca dei suoi e sarebbe salpata per vivere l'avventura che sognava sin da piccola, ma quella notte non aveva la forza fuggire, riusciva solo a piangere. Era giunto inesorabilmente il momento di chiudere in un cassetto i folli sogni dell'infanzia e guardare in faccia la cruda realtà. Mise la mano nel grembiule e ritrovò la Madonnina che le aveva donato la vecchia Rosa. Pensò a quanto è strana la vita. Quel pomeriggio, nonostante tutti i lavori da portare a termine, si era sentita leggera e spensierata. Adesso invece avvertiva il peso del mondo sulle proprie spalle.
Intuì il giorno dopo che gli accordi erano stati presi. Gli sposi e le loro famiglie avrebbero dovuto incontrarsi per tre domeniche consecutive in chiesa. Durante l'ultimo incontro sarebbe avvenuto lo scambio degli anelli, seguito dalla messa. A partire da quel momento i due ragazzi sarebbero stati ufficialmente marito e moglie, non avrebbero potuto frequentarsi precedentemente, pena una multa e l'anticipazione del matrimonio.1
Arrivò la domenica del primo incontro. Superfluo dire quanto Emilia fosse arrabbiata e impaurita, ma dopo aver a lungo parlato con i genitori aveva capito che non esisteva una seconda strada da poter percorrere. Il suo futuro era segnato sin dal giorno del proprio concepimento, giorno in cui Dio l'aveva creata femmina, destinata a un mondo fatto per i maschi. Inutile che Luisa continuasse a ripeterle che le donne avevano un ruolo fondamentale nella società, inutile che continuasse a raccontarle quanto era bello essere le vere custodi della famiglia. Emilia avrebbe barattato volentieri la propria femminilità con l'indipendenza di un uomo.
Quel giorno in chiesa Francesco arrivò puntuale all'appuntamento. Il ragazzo, un po' più grande di lei, aveva da poco compiuto sedici anni. Appariva impeccabile nel suo vestito scuro, ma nonostante volesse mostrare sicurezza per fare colpo sull'amata, ogni tanto lasciava trapelare qualche segnale di disagio. Quando il sacerdote iniziò a officiare si avviò in fretta verso l'altare, inciampò su uno scalino ed Emilia non riuscì a trattenersi dal ridere, la prima risata dopo tanti giorni.
Il secondo incontro andò decisamente meglio, erano tutti più rilassati e sebbene la futura sposa continuasse a non essere entusiasta di quella situazione, aveva cominciato ad accettare il proprio destino.
L'ultima domenica di maggio era la data fissata per le nozze. Quella mattina Emilia fu svegliata da un gran baccano, Lucrezia non stava nella pelle ed era arrivata di buon'ora per aiutarla a vestirsi. La ragazza avrebbe indossato il vecchio abito della madre, un vestito che combinava diverse gradazioni di blu e si intonava perfettamente con il suo incarnato. La zia, abile sarta, aveva rimodellato alcune parti e lo aveva adattato al fisico della nipote. Luisa l'aiutò a sistemare i capelli, li raccolse in una lunga treccia e li ornò con delle margherite appena colte.
Emilia uscì di casa accompagnata dal padre. La chiesa era gremita di parenti e curiosi, nel momento in cui la ragazza si palesò scese un silenzio totale, rimasero tutti ammutoliti ad ammirare la sua grazia e la sua bellezza, ma il più colpito fu sicuramente Francesco che ebbe la conferma di aver fatto la scelta giusta.
La cerimonia si concluse e dopo un lauto pranzo offerto dalla famiglia dello sposo ai parenti più stretti, tutti tornarono a casa ed Emilia si trovò così a dover affrontare la tanto temuta “prima notte di nozze”. A questo pensiero scoppiò in lacrime. Per fortuna Francesco comprese lo stato d'animo della moglie e la tranquillizzò dicendole che avevano tutta una vita davanti per stare insieme: non c'era nessuna fretta.
Queste parole aiutarono Emilia a deporre definitivamente l'ascia di guerra e dare una possibilità a quel ragazzo che l'aveva voluta con sé.
Daria Giuffra
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