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Autore: Sonia Alcione
Titolo: Al di là della finestra
Genere Thriller
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Al di là della finestra
Lo squillo del telefono fece sobbalzare Elisa. Erano le due del mattino. Terrorizzata si sporse verso il comodino e rispose con un filo di voce. Dall'altra parte il solito sottofondo musicale di un famoso pezzo classico, Notturno di Chopin opera 9, e quel respiro che già altre volte aveva accompagnato la fine della chiamata con la frase “presto sarai mia”.
Era la quarta telefonata che riceveva in meno di tre mesi. E ancora una volta era sola. Suo marito Franco era tornato a Londra e non sarebbe rientrato prima di quattro giorni.
Elisa restò per circa un'ora nel letto, immobile. Sentiva il tremito pervaderle tutto il corpo, si era rannicchiata sotto la coperta di cotone e le sembrava che facesse un gran freddo. Ad ogni minimo scricchiolio si raggomitolava ancora di più cercando di capire da dove arrivasse.
Si rese conto che era sudata, il cuore che batteva quasi volesse uscire, alla fine si fece coraggio e si alzò, andò in bagno a rinfrescarsi il viso, poi, al buio a piedi scalzi, scese , si avviò verso la grande vetrata del soggiorno e guardò fuori. Una lieve brezza muoveva gli alberi creando una scenografia che somigliava a una danza sotto la luce argentata della luna che brillava in quella notte così limpida. Pareva la scenografia di un film thriller, pensò, dove un pazzo omicida sbucava all'improvviso davanti a quel grande vetro per poi irrompere in casa e compiere il suo atroce rito. Arretrò di colpo all'idea di quel pensiero, con le mani che le tremavano ancora di più e le gambe che le pareva stessero per cedere.
Tornò a letto e cercò invano di riprendere sonno, così scese di nuovo e trascorse il resto della nottata sul divano.
La mattina, dopo una bella doccia, uscì. Ringraziò il cielo di aver lasciato l'auto nel piazzale davanti casa la sera precedente anziché in garage, anche se si rese conto che non avrebbe potuto passare i giorni seguenti con quello stato d'animo. Pensò di recarsi di nuovo al comando dei carabinieri per sporgere denuncia e chiedere ancora una volta che il telefono fosse messo sotto controllo. Poi, consapevole che tale richiesta necessitava di una procedura piuttosto complicata, si chiese se non avrebbe ricevuto la stessa risposta del giorno precedente e decise di soprassedere.
Verso le 11 ricevette la chiamata del marito che subito si accorse della sua agitazione. Inizialmente Elisa cercò di rassicurarlo, mentre le chiedeva se tutto andasse bene. Poi, dopo un breve silenzio, lui le chiese se avesse ricevuto un'altra di quelle telefonate. Lei rispose di sì. Franco le consigliò di andare qualche giorno dai genitori, ma gli rispose che preferiva restare a casa.
Elisa e Franco si erano conosciuti all'università sette anni prima. Lei, all'epoca ventitreenne, era iscritta alla facoltà di biologia generale e applicata. Aveva deciso di lasciare il lavoro di cameriera part-time presso una birreria della città dove abitava, per terminare gli studi nell'anno accademico e non perdere ulteriore tempo, visto che era già fuori corso. Quando si era iscritta in facoltà i suoi genitori si erano opposti al fatto che la figlia lavorasse. Lei però non aveva voluto gravare sul bilancio familiare. Alla sua nascita la madre aveva lasciato il lavoro e si era dedicata completamente a lei, suo padre, un operaio specializzato presso un'azienda metal meccanica, nonostante non navigasse nell'oro, riusciva ogni mese a mettere via qualcosa. Mantenere la figlia agli studi avrebbe significato non solo smettere di risparmiare qualche soldo, ma anche intaccare il piccolo patrimonio accantonato fino a quel momento. Elisa era quindi stata irremovibile. Ma ora, visto che con il guadagno dal suo lavoro, oltre a essersi tolta le sue soddisfazioni, era anche riuscita a mettere via un piccolo gruzzolo, aveva deciso di impiegare quei risparmi per l'ultimo anno di studi.
Franco aveva fatto ingresso nell'aula di chimica organica rendendosi subito conto di aver ottenuto l'immediata attenzione di gran parte delle studentesse. Aveva 38 anni ed era un gran bell'uomo.
Elisa, non solo era rimasta affascinata dalla materia molto interessante, ma aveva trovato quel professore piuttosto attraente, non staccandogli gli occhi di dosso per tutta la lezione. Era proprio il suo tipo, almeno fisicamente. Alto circa un metro e ottantacinque, aveva capelli neri riccioli con qualche filo bianco in qua e la che contribuiva a renderlo ancora più interessante, due grandi occhi neri con sopracciglia non molto sottili e uno sguardo particolarmente intenso. Il fisico slanciato era messo in risalto dall'abbigliamento elegante ma allo stesso tempo sobrio e giovanile. Al momento di andarsene lui le aveva rivolto un intenso sorriso e lei si era augurata che non si fosse accorto del suo atteggiamento.
Anche Elisa era una bellissima ragazza, bionda, occhi verdi, un bel fisico curato. Dai tempi del primo flirt, intorno ai quattordici anni, era uscita con parecchi ragazzi; erano relazioni che però non riusciva a portare avanti oltre i due mesi, ritrovandosi accollata la nomea di ragazza facile. In realtà le sue storie finivano perché trovava stupido e immaturo ogni ragazzo con cui si interfacciava. Era giovane e ovviamente le piaceva divertirsi, ma era molto più matura delle ragazze della sua età e le piaceva anche parlare e confrontarsi su argomenti seri che, fino a quel momento, erano sembrati “alieni” per tutti i coetanei che aveva frequentato.
Erano trascorse alcune settimane e Elisa si era resa conto che Franco le piaceva ed anche molto. Finché un giorno, all'ingresso della mensa universitaria, lui l'aveva avvicinata chiedendole se, al posto del solito panino o la solita pasta scotta, le andava di accompagnarlo alla trattoria poco distante dove facevano un ottimo spaghetto allo scoglio. Lei aveva risposto positivamente all'invito senza esitare e non appena si erano avviati, seguiti da sguardi invidiosi e maligni e accompagnati da bisbigli mal celati, si era pentita di aver accettato così velocemente.
Durante il breve tragitto che li separava dal ristorante, si era chiesta il perché di quell'invito e cosa lui pensasse sul fatto che lei avesse acconsentito. Poi era tornata coi piedi per terra. Che diamine, era il suo professore. Probabilmente aveva da dirle qualcosa su un progetto al quale stava lavorando, ritenendo di dover tenere a bada qualsiasi fantasia.
Gli spaghetti erano davvero ottimi e, poco prima di ordinare il caffè per tornare in facoltà, lui le aveva detto che gli avrebbe fatto piacere rivederla il sabato sera per una cena come si deve. Lei aveva esitato un attimo, lasciando in Franco il dubbio di essere stato un po' frettoloso nel suo invito. Le aveva quindi esternato il suo pensiero, aggiungendo che non doveva sentirsi obbligata nell'accettare. Dopo essersi di nuovo scusato per essere stato sfacciato, aveva aggiunto che non era solito invitare le sue allieve, però lei gli piaceva. Poi aveva sorseggiato il caffè che nel frattempo era stato servito. Lei non aveva ancora parlato e nella sua testa erano passate mille idee. Non sapeva cosa rispondere, anzi, come rispondere. Certo che voleva uscire con lui. Doveva fare qualche storia? Doveva farsi corteggiare un po'? Sarebbe stata una delle tante? Non lo conosceva e lui poteva averle raccontato un sacco di sciocchezze. Alla fine era arrivata alla conclusione di non farsi troppi problemi, chiedendogli a che ora sarebbe passato a prenderla. Lui era apparso molto felice e sollevato e avevano fissato per il sabato successivo alle 19.30.
La serata era stata molto piacevole, alle 20.00 erano entrarti in un bel ristorante per uscirne dopo le 22.30 proseguendo la serata a passeggio per le vie del centro. Nonostante fosse solo il 15 marzo la temperatura era gradevole. Quelle ore erano volate, finalmente qualcuno con cui poter ridere e scherzare ma anche instaurare una conversazione degna di essere chiamata tale, aveva pensato Elisa.
Franco si divertiva a guardarla fermarsi davanti a ogni vetrina di scarpe. Era fissata con le scarpe. Fino a quando, inciampando nel gradino mal illuminato di un negozio, lui l'aveva ripresa al volo salvandola da una brutta caduta. Era fra le sue braccia, bella, con i suoi lunghi capelli biondi che le coprivano parzialmente il viso in seguito allo scivolone. Senza dire niente, le aveva spostato una ciocca e l'aveva baciata.
Si erano rivisti il sabato dopo, trascorrendo l'intero fine settimana insieme nell'appartamento di lui, e quello successivo, per poi non separarsi più. Avevano trascorso insieme le vacanze estive, lui le aveva regalato un bellissimo viaggio di tre settimane negli Stati Uniti e a settembre si era trasferita a casa sua. I mesi a seguire erano stati piuttosto intensi per Elisa, impegnata a preparare la tesi di laurea. Lui ovviamente le aveva dato un enorme aiuto e alla fine di aprile riuscì a coronare il suo sogno laureandosi con il massimo dei voti e la lode. Era felice, come non era mai stata in vita sua, ritenendosi una persona molto fortunata.
Finché un sabato mattina di metà maggio, svegliandosi, e non trovando il fidanzato al suo fianco, si era alzata assonnata e diretta verso il bagno, da dove aveva sentito arrivare la voce di Franco che parlava piano al cellulare. Erano le 7.10, con chi poteva essere al telefono a quell'ora? Le sue parole l'avevano fatta rabbrividire, stava chiedendo a qualcuno di avere ancora un po' di pazienza, di non aver ancora parlato con la sua fidanzata per non turbarla negli ultimi giorni prima della laurea, avvenuta due settimane prima, e non aver ancora avuto l'occasione, a causa della sua ultima trasferta a Londra che lo aveva tenuto lontano per diversi giorni. Aveva poi terminato la chiamata dicendo che il martedì successivo “si sarebbero visti” e nel fine settimana avrebbe parlato con Elisa.
Dopo che lui aveva riattaccato era tornata a letto. Cosa doveva dirle? La voleva lasciare? Lui si era coricato nuovamente, cercando di non fare rumore, poi, sentendola rigirarsi nel letto, le aveva chiesto se era sveglia. Era una bellissima giornata e lui aveva suggerito una gita al mare, proponendo di pranzare in un ristorantino panoramico a picco sul mare che lei tanto adorava. Durante il tragitto Elisa non aveva quasi aperto bocca. Alla richiesta di Franco su quale fosse il motivo del suo silenzio, lei, che era sempre allegra e loquace in ogni occasione, si era limitata a rispondergli di essere un po' stanca, forse iniziava a risentire del grosso impegno degli ultimi mesi.
Arrivati alla loro meta, mentre si recavano al tavolo che Franco aveva prenotato nel punto più bello della terrazza, aveva notato che lui aveva con sé una cartelletta. Dopo aver ordinato, Franco aveva alzato i calici, rinnovando il brindisi alla sua “biologa preferita”. Elisa non capiva. Aveva trascorso quell'ora che li separava dal mare immaginando i peggiori scenari e lui voleva fare un brindisi.
Poi lui si era fatto serio, chiedendole di ascoltarlo attentamente. Aveva iniziato dicendole che due mesi prima aveva incontrato una persona che aveva messo in discussione tutta la sua vita e le sue scelte e che il viaggio appena fatto in Inghilterra non era solo per un corso di aggiornamento ma per valutare bene quanto le stava per dire. Si scusò come prima cosa di non avergliene parlato prima ma, vista l'importanza della decisione che doveva prendere, non voleva influenzarla in alcun modo, né agitarla, visto il grande impegno che lei stava mettendo per la tesi di laurea. Elisa si era sentita crollare il mondo addosso, facendo uno sforzo enorme per non piangere. Però, aveva poi aggiunto, adesso era arrivato il momento di decidere insieme, perché l'opinione di lei avrebbe influito molto sulla sua decisione. A quel punto lei lo aveva fissato senza più capire. Franco aveva continuato il suo discorso dicendo che gli era stata sottoposta un'occasione di lavoro irripetibile, di quelle che capitano una volta nella vita. Un'importante azienda farmaceutica, famosa non solo in Italia, ma a livello internazionale, lo aveva contattato un paio di mesi prima, proponendogli di aprire un laboratorio di ricerca a Londra del quale lui sarebbe stato a capo.
Lo stipendio era oltre ogni aspettativa, avrebbe potuto godere di un bellissimo appartamento nella zona di Notting Hill, oltre a una bella auto e cellulare. Il contratto era di due anni e lui sarebbe stato onorato di poter condividere questa esperienza con lei. Elisa gli aveva buttato le braccia al collo, raccontandogli della sua paura che lui non volesse più stare insieme a lei. Lui, dopo aver sorriso su quel presentimento che lei aveva avuto, aveva terminato il discorso dicendo che non solo non aveva la minima idea di lasciarla, ma, estraendo dalla cartellina un piccolo pacchettino, le aveva chiesto se voleva diventare sua moglie.
L'aereo era atterrato a Londra in un piovoso lunedì del 22 giugno. Avrebbero avuto qualche giorno per finire di sistemare lo splendido attico che l'azienda aveva messo a loro disposizione per poi iniziare con il nuovo incarico a luglio. Elisa era affascinata da quella città così colorata e piena di vita. Le strade londinesi, con i loro villini tipici, i grandi store alternati a piccoli negozietti multietnici, erano proprio come se le era sempre immaginate. Il lavoro al laboratorio era risultato fin da subito molto impegnativo, avendo ottenuto in poco tempo maggior successo di quanto previsto. A novembre anche Elisa era entrata a far parte del team, coronando il suo sogno di lavorare come biologa. Erano talmente assorbiti dal lavoro e dalle soddisfazioni che questo dava a entrambi, che il loro matrimonio era avvenuto solo tre anni dopo, dopo che il contratto a Londra, alla fine dei primi due anni, era stato rinnovato per altri due.
Si erano sposati il 14 luglio in Italia, dove erano rimasti fino alla fine di agosto per poi tornare a Londra e riprendere il lavoro. I loro rientri al paese d'origine, fino a quel momento, non erano mai stati superiori ai quattro giorni, giusto per far visita alle rispettive famiglie. E dopo un mese e mezzo lasciare il cielo azzurro italiano per quello grigio londinese era risultato meno facile del previsto.
Il lasso di tempo fra quella lunga trasferta e la successiva era stato molto breve. All'inizio di novembre una telefonata li aveva obbligati a rientrare con il primo volo disponibile. Una giovane donna non aveva rispettato uno stop andando a schiantarsi contro l'auto dei genitori di Elisa. La ragazza, incinta di sette mesi, era morta poche ore dopo il suo ricovero in ospedale, Alberto, il padre di Elisa se l'era cavata con alcune contusioni, mentre Silvana, la madre, aveva subìto diverse fratture, fra cui una vertebra, ed un trauma cranico con una emorragia cerebrale.
Elisa e Franco non avevano certo problemi economici ed erano riusciti a riservare loro le migliori cure. Elisa aveva però deciso di non ripartire subito, per assistere i genitori, rientrando a Londra solo alla fine di gennaio, e da quel momento aveva incrementato le sue trasferte per stare vicino alla madre, la cui convalescenza si prospettava molto lunga.
A giugno, allo scadere del quarto anno di contratto, l'azienda farmaceutica aveva loro proposto di trasformare la collaborazione da determinata a indeterminata, con una proposta economica molto allettante. La lontananza da casa, che dopo la lunga permanenza per il matrimonio aveva iniziato a farsi sentire, e la salute della madre di Elisa, che ancora non si era rimessa totalmente, insinuando nella ragazza la voglia di tornare in Italia, avevano portato la coppia alla decisione di non accettare.
Alla fine di lunghe contrattazioni, era stato proposto a Franco di lavorare presso la casa madre in Italia, a patto che restasse a Londra fino alla fine dell'anno per consentire una riorganizzazione interna. Successivamente avrebbe poi dovuto recarvisi una settimana al mese per supervisionare l'operato del laboratorio. Proposta che era andata in porto. Elisa aveva invece deciso di rassegnare le dimissioni ed era tornata immediatamente in Italia, mentre Franco sarebbe rientrato a dicembre.
Si era così trasferita presso i genitori e si era messa alla ricerca di una nuova casa. L'azienda farmaceutica si trovava a una sessantina di chilometri dall'abitazione dei suoi genitori, che abitavano a Firenze, quindi avevano deciso di concentrare le loro ricerche a metà strada. Non volevano però abitare in città, il caos di Londra aveva lasciato in Franco e Elisa la voglia di tranquillità, così aveva iniziato a visitare case in piccoli paesi.
Si era innamorata della villetta in cui sarebbero poi andati ad abitare nel momento in cui l'aveva vista per la prima volta. Era isolata, bellissima, con un panorama da cartolina e completamente ristrutturata. Vi si arrivava percorrendo una strada di due chilometri che partiva direttamente dalla piazza principale di un paese di circa duemila abitanti. Aveva un grande giardino circostante e un garage con tre posti auto. Si entrava in un bellissimo salone con una grande parete completamente in vetro; Elisa era stata subito rassicurata che si trattava di un vetro antisfondamento. In fondo al salone una grande cucina ed una sala da pranzo, un bagno ed un vano piuttosto grande, cui si accedeva scendendo tre gradini, attrezzato a lavanderia. Dalle scale si accedeva al piano superiore che contava tre camere, una delle quali con bagno privato, e un ulteriore bagno a disposizione delle altre stanze. All'ultimo piano una soffitta con tetto a travi a vista, che copriva quasi tutta la superficie della casa, la cui porta finestra dava accesso a una terrazza con un vista mozzafiato.
Il giardino era ampio e piuttosto riservato grazie a una fila di grandi alberi su tutto il perimetro.
Di fronte vi era un piccolo villino, degli stessi proprietari, che avevano spiegato a Elisa di aver ristrutturato entrambe le case da pochissimi mesi; nella grande avrebbe dovuto abitarci la figlia, in procinto di sposarsi, mentre il villino più piccolo era destinato a loro. Il matrimonio però era andato a monte ed avevano deciso di vendere tutto.
Questo aveva dato un'idea a Elisa che aveva chiesto di poterlo vedere. Aveva un bel salone d'ingresso che dava sul giardino, con tre deliziose finestre all'inglese in colore bianco sulla parete rotondeggiante. Dal lato opposto si accedeva ad un cucinotto completo di mobilia e elettrodomestici, tutto completamente nuovo, e di una sala da pranzo piuttosto ampia. In fondo una bella camera, sempre con vista sul giardino ed il bagno. Vi era inoltre una torretta, al piano superiore, con una stanza piuttosto grande, e un altro bagno, piccolo ma completo. Elisa rimase a bocca aperta dalla sua bellezza. Il soffitto era spiovente sui quattro lati, ed ogni facciata aveva la sua finestra, sempre in stile inglese. Il giardino si estendeva su tre lati, e vicino al cancello d'entrata c'era un ulteriore portoncino per l'accesso pedonale al garage, abbastanza spazioso da contenere un auto di grandi dimensioni. La parte sul retro della casa era libera e poteva essere utilizzata come ulteriore parcheggio visto che in quella zona vi erano solo quelle due case. In fondo vi era anche un piccolo vano, molto utile come rimessaggio attrezzi, collegato alla casa da un portoncino blindato.
Era tornata a casa eccitatissima. Due giorni dopo Franco sarebbe rientrato per qualche giorno e aveva già fissato con i proprietari per un nuovo sopralluogo il sabato insieme al marito e ai genitori ai quali avrebbe mostrato anche il villino.
Franco si era dimostrato entusiasta di quella casa. Era bellissima ed era davvero quello che stavano cercando. Il suo lavoro distava meno di trenta chilometri e sarebbe stata perfetta. La delusione invece era arrivata dai genitori che, pur restando colpiti dal villino davvero delizioso, avevano detto alla figlia che preferivano non allontanarsi dalla città. Li avevano però spronati, ovviamente se fossero stati convinti, a non lasciarsi sottrarre quella bella villetta, la distanza dalla città e quindi da loro era minima, e difficilmente avrebbero trovato una valida alternativa.
Così il 5 gennaio Franco e Elisa avevano trascorso la prima notte nella loro nuova bellissima casa. Lei non aveva ripreso il lavoro e si stava dedicando molto alla madre. Inoltre stavano pensando di mettere su famiglia, e lei voleva riservare al loro bambino, convinta che sarebbe stato un maschietto, la cura e l'amore che a sua volta aveva ricevuto. Il marito era pienamente d'accordo, aveva un ottimo stipendio e gli anni trascorsi a Londra avevano fatto si che mettessero via una bella somma.
Inizialmente Elisa si divertiva ad ascoltare le lamentele dei vecchi proprietari della casa, ogni volta che un potenziale acquirente se ne andava ringraziando ma dicendo che trovava il villino di fronte troppo costoso. Anche lei glielo aveva fatto notare in più di un'occasione ed ogni volta loro le davano le solite risposte. Poi le loro visite si erano fatte troppo frequenti, chiedendo, sempre con maggior insistenza, che convincesse i genitori a comprare l'immobile. Così aveva iniziato a parcheggiare in garage e non aprire ogni volta che suonavano. Nel giro di poche settimane era riuscita a toglierseli di torno.
Alla metà di marzo era arrivata un' inquietante telefonata. Era circa mezzanotte quando il telefono aveva squillato. Il primo pensiero era andato ai suoi genitori ed appena aveva risposto, quella musica le aveva fatto staccare la cornetta dall'orecchio. Pochi secondi, fino alle parole dell'uomo che, con voce roca ed un sospiro, le aveva detto “presto sarai mia”. Elisa aveva dato immediatamente il telefono al marito e non appena l'uomo si era fatto sentire, l'altro aveva riattaccato.
La chiamata l'aveva un po' agitata ma poi aveva pensato a uno stupido scherzo di qualcuno, addirittura menzionando i vecchi proprietari che un paio di volte si erano mostrati irritati dalla sua fermezza nel non voler convincere i genitori a quell'acquisto.
La seconda chiamata risaliva alla fine di aprile. Anche in quell'occasione il telefono aveva squillato in piena notte. L'apparecchio era posizionato sul comodino dalla parte di Elisa, in modo che fosse a portata di mano durante le assenze di Franco. Di nuovo quella musica, quel respiro e quella frase. Poi aveva riattaccato di colpo. Solo che quella volta era sola, e quella chiamata le aveva dato un po' di angoscia. Alle prime luci del mattino era uscita e si era recata dai genitori per rimanervi tutto il giorno. Quella stessa sera Franco sarebbe rientrato e gliene avrebbe parlato.
Avevano fatto mille congetture. Era trascorso oltre un mese dalla prima chiamata ed era presto per ipotizzare che si trattasse di uno stalker. Inoltre la prima chiamata era avvenuta mentre Franco era a casa, il che faceva pensare che le telefonate fossero casuali. Elisa aveva concordato con lui, giungendo nuovamente alla conclusione di non dare troppa importanza alla cosa.
I vecchi proprietari non si erano più fatti vivi, con grande sollievo di Elisa, e da un po' di tempo non si vedevano neppure possibili nuovi acquirenti. Fu una mattina di inizio maggio che, sentendo un po' di trambusto, si era affacciata a vedere cosa stesse succedendo. Aveva visto due furgoni che trasportavano impalcature, sacchi di cemento e materiale edilizio dentro il villino. Si era chiesta cosa dovessero fare, quell'ambiente era perfetto. Si ricordava che, come la sua casa, era stato ristrutturato di sana pianta, compreso tubature e impianti elettrici, finestre e porte erano nuove e di gran qualità e ogni ambiente era dotato di aria condizionata. I lavori erano andati avanti per tre giorni ed un pomeriggio, al rientro da una visita ai genitori, aveva notato, parcheggiato nel piazzale antistante, un grande furgone con il proprio logo aziendale che pubblicizzava il loro prodotto: isolamento acustico. Le era venuto quasi da ridere. In quel posto, così magico e silenzioso, l'unico rumore che si percepiva era il cinguettio degli uccellini. Rientrò in casa con non poca curiosità di sapere cosa stesse succedendo.
Dopo un paio di giorni la sua attenzione era stata attirata dal compimento di uno scempio. Una ditta specializzata stava rimuovendo le splendide finestre di tutto il villino per sostituirle con degli orrendi vetri moderni specchiati. Chi stava deturpando quell'edificio così bello e elegante? Anche il marito, che fino a quel momento non aveva dato troppa importanza ai lavori non necessari che erano evidentemente stati effettuati, era rabbrividito quando, la sera al rientro, aveva visto quelle orribili finestre contro le quali si rifletteva il sole. Si erano chiesti, ridendo, se non avessero fatto meglio a comprare loro quel villino, domandandosi chi potesse avere avuto la bella idea di rovinare quel gioiello.
La risposta non aveva tardato a arrivare. La mattina del 16 maggio si era fermata una BMW station wagon nera dalla quale era sceso un giovane uomo, il quale, dopo aver tirato fuori dall'auto una valigia e un borsone, era entrato in casa. Una mezz'ora più tardi Elisa e Franco erano usciti per recarsi al mare, dove sarebbero rimasti per il fine settimana.
Il giorno successivo, al rientro, avevano notato che l'auto del vicino era parcheggiata esattamente dove l'aveva lasciata il giorno prima. Erano circa le 22 e le luci della piccola casa erano spente.
Elisa lo aveva fatto notare al marito che non vi aveva dato peso, l'uomo poteva essere uscito con qualcuno che era passato a prenderlo. Lei aveva passato la giornata di lunedì guardando continuamente dalla finestra al piano superiore, da dove la visibilità era maggiore. L'auto era sempre li, nella stessa posizione, e dell'uomo misterioso nessuna notizia. Le era sembrato un po' strano che non fosse uscito, non aveva un lavoro? Intorno alle 17.00, uscendo per raccogliere degli aromi in giardino per preparare la cena, aveva notato che l'auto del vicino era sparita.
Non c'erano stati movimenti per i due giorni seguenti e solo il giovedì intorno all'ora di pranzo aveva sentito il motore di un auto. Era salita velocemente al piano superiore, ma quando si era affacciata non aveva visto nessuno. Mentre si accingeva a uscire per vedere se ci fosse qualcuno, le erano tornate in mente quelle strane telefonate. Non ne avevano più parlato perché non ce ne erano state altre, aveva deciso di lasciar stare, in casa era al sicuro, avendo i migliori dispositivi di sicurezza.
Dopo pranzo aveva un appuntamento e, passando dal piccolo spiazzo che portava alla strada, aveva notato l'auto dello sconosciuto parcheggiata dietro casa. Aveva quindi pensato che il rumore del motore che aveva sentito poco prima potesse essere il suo e si era tranquillizzata. Non doveva correre con la fantasia, si era trattato di un paio di chiamate, probabilmente fatte da qualche stupido che si divertiva.
Al rientro l'auto era sempre li. Franco era arrivato piuttosto tardi quella sera, avevano cenato e poi erano scesi a piedi in paese per prendere un gelato e fare una bella passeggiata. L'auto del nuovo arrivato era parcheggiata allo stesso modo e, nel villino, il buio più assoluto. Elisa lo aveva di nuovo fatto notare al marito.
Il fine settimana erano rimasti a casa. Lunedì Franco aveva il volo per Londra molto presto, voleva arrivare in tempo al laboratorio per un appuntamento piuttosto importante, senza incorrere nel rischio di ritardi causati da eventuali disguidi. Elisa aveva tenuto sott'occhio il vicino riportando al marito ogni sua mossa. Il sabato era uscito a metà mattinata per fare rientro dopo poco con un paio di buste della spesa. Era poi uscito di nuovo nel pomeriggio ed era tornato quasi all'ora di cena. Lo aveva visto rientrare ed era sicura che fosse in casa, ma dalle finestre non si vedeva alcuna luce. In nessuna stanza. Iniziava a farsi buio ed era necessario accendere la luce. L'unica ipotesi che Franco aveva potuto fare era che, probabilmente, avesse fatto montare delle finestre con vetri riflettenti e una pellicola molto potente che non permettesse di vedere all'interno, comprese eventuali luci accese. La moglie aveva chiesto che motivo potesse avere una persona per fare una cosa del genere e Franco aveva risposto di saperne quanto lei, l'unica cosa che gli veniva in mente era che avesse dei problemi agli occhi. Lei non era sembrata molto convinta, lo aveva visto uscire in più di un'occasione in pieno giorno senza occhiali da sole, se avesse avuto un qualsiasi tipo di disturbo li avrebbe sicuramente indossati.
Aveva quindi chiesto a Franco se non fosse il caso di andare a presentarsi ma il marito le aveva risposto che forse dovevano lasciarlo ambientare. Non aveva mai alzato lo sguardo verso la loro casa, si era, fino a quel momento, dimostrato molto casalingo e solitario, e loro non potevano sapere quale storia potesse avere alle spalle. Dietro insistenza di Elisa le aveva promesso che lo avrebbero avvicinato al suo rientro.
La terza chiamata era arrivato proprio la sera della domenica, intorno alla mezzanotte. Si erano coricati da poco, Elisa aveva acceso la luce e guardato il marito, decidendo di non rispondere. Il telefono però continuava a suonare. Poi il pensiero era andato ai suoi genitori. Se fossero stati loro? Se fosse successo qualcosa? Non se lo sarebbe mai perdonata. Franco si era alzato e stava per rispondere ma lei lo aveva fermato, alzando la cornetta con un “pronto” dal tono piuttosto deciso. Dal suo sguardo e dall'affermazione di Elisa, che se avesse insistito avrebbe fatto mettere il telefono sotto controllo, il marito aveva compreso che la terza telefonata era appena arrivata.
La mattina successiva si era recata al comando di carabinieri. Il brigadiere che aveva preso la denuncia l'aveva informata che mettere un telefono sotto controllo non era cosa facile. Bisognava innanzitutto passare da un pubblico ministero, doveva essere valutata la gravità di tali telefonate, la cadenza e in ogni caso il controllo sarebbe avvenuto per un periodo inferiore all'intervallo di tempo fra una chiamata e l'altra e probabilmente la questione sarebbe finita con l'archiviazione.
Elisa aveva lasciato il comando con un po' di delusione, trascorrendo il resto della giornata a pensare a quelle strane telefonate. Franco l'aveva chiamata appena arrivato a Londra per sapere come stesse e se era andata dai carabinieri. Non gli era piaciuto lasciarla sola ma non aveva alternative. Lei lo aveva tranquillizzato, seppur con un po' di preoccupazione, giungendo ancora una volta alla conclusione che si trattasse di qualcuno che li aveva presi di mira e si divertiva in modo piuttosto sciocco.
Nonostante quanto detto al marito, non era tranquilla per niente. Era li, sola, in quella casa isolata con un vicino col quale non aveva ancora scambiato una parola. Aveva ripensato alla reazione che aveva avuto al telefono la notte prima e si era augurata che quel pazzo non l'avesse considerata come una sfida. Dubbio che, quella notte stessa, era divenuto realtà. La quarta chiamata era arrivata, procurandole, questa volta, una grande angoscia.
La settimana trascorse e le sembrò eterna. Non riusciva a togliersi dalla mente quella musica che, al solo pensiero, la faceva rabbrividire. Cercò di tenere la mente impegnata senza riuscirci. Finalmente arrivò il venerdì e Franco fece ritorno a casa. Lo accolse non potendo frenare quel pianto che aveva represso nei giorni precedenti e lui le disse che il mese successivo l'avrebbe portata con lui. Lei fu molto felice e questa proposta la mise di buon umore, facendole dimenticare per un po' Chopin e le sensazioni che le procurava.
Franco era molto provato da quell'ultima settimana di lavoro. Durante la cena le raccontò di aver ricevuto la visita da un grande laboratorio di ricerca di Sydney che proponeva un'interessante collaborazione. Ciò però comportava rimettere in gioco la tranquillità che avevano riacquistato in quegli ultimi mesi. Avrebbe infatti dovuto recarsi in Australia per l'intero mese di luglio e rendersi disponibile a tre trasferte l'anno di un paio di settimane ciascuna. Elisa sgranò gli occhi quando lui le mostrò la proposta economica. Era davvero irrifiutabile. Le disse che quella cifra era stata rivista per ben due volte, dopo che lui si era dichiarato non interessato. Alla fine aveva risposto che si sarebbe preso del tempo per pensarci, ma non era intenzionato ad accettare, non voleva sottoporre sua moglie a tale sacrificio, conducevano già una vita molto agiata.
Elisa, abbracciando il marito, gli disse che apprezzava molto il suo gesto, lui la strinse a sé dicendole che lei veniva prima di tutto. Terminarono la cena e si accoccolarono sul divano. Fu lei a tornare sul discorso il mattino seguente. Aveva dormito poco la notte, ripensando all'offerta di lavoro ricevuta dal marito. Si era chiesta più volte se fosse davvero ciò che lui voleva. Conosceva bene quell'uomo, aveva un cuore d'oro ma era anche molto ambizioso. Era convinta che Franco fosse preso tra due fuochi, non tanto per la questione economica, ma per l'enorme successo personale che avrebbe ottenuto. Aveva ricevuto diverse offerte da vari concorrenti negli ultimi periodi, che non aveva accettato. In questo caso però la situazione era diversa. Non avrebbe dovuto lasciare quell'azienda nella quale si trovava molto bene e che gli aveva dato tanto successo, ma mettere a disposizione la propria esperienza, portando benefici, sia in termini economici che di fama, a sé stesso e alla casa madre, che fin dall'inizio aveva accolto con grande interesse la possibilità di collaborare con il laboratorio di Sidney. Non gli aveva mai fatto alcuna pressione, lasciandogli carta bianca in ogni sua decisione, ma questa volta ritenne di dover tornare sull'argomento.
Così gli chiese se la sua incertezza non dipendesse dal fatto di doverla lasciare sola più di quanto stesse facendo. Lui esitò e rispose di no. Ma ormai le bastava guardarlo per capire se stesse dicendo la verità e alla fine riuscì a fargli esprimere il suo reale pensiero. Franco non le negò che era una proposta molto allettante, ma ciò significava aumentare le trasferte, che già erano frequenti. Elisa lo abbracciò, sorridendo, e gli disse che, a parte la prima lunga assenza di un mese, stavano parlando di tre trasferte di 15 giorni che non avrebbero certo minato il loro rapporto. Lei voleva accanto a sé un uomo felice e se lui se la sentiva, lei non lo avrebbe ostacolato. Si rese conto di avergli tolto un gran peso dallo stomaco. Lui la strinse a sé, conscio della fortuna che aveva avuto ad incontrare una donna come Elisa. Poi le chiese di farsi bella per uscire a festeggiare l'imminente promozione che questo trasferimento gli avrebbe dato.
Sonia Alcione
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