Writer Officina Blog
Ultime Interviste
Riccardo Bruni, da un piccolo sito web negli anni 90, su cui pubblicava i primi racconti, fino ad arrivare alla presentazione del suo romanzo "La notte delle Falene" al Premio Strega. Ha partecipato a vari progetti collettivi, tra cui YouCrime di Rizzoli, in collaborazione con il Corriere della Sera. Scrive sul quotidiano La Nazione, su Giallorama.it, di cui è uno dei fondatori, e collabora con varie realtà del web, tra cui Toscanalibri.it. In questa intervista racconta la sua storia a Writer Officina.
Oriana Fallaci, l'intervista impossibile a una scrittrice mai morta. Prima di approdare al romanzo e al libro, Oriana Fallaci si dedicò prevalentemente alla scrittura giornalistica, quella che di fatto le ha poi regalato la fama internazionale. Una fama ben meritata, perché a lei si devono memorabili reportages e interviste, indispensabili analisi di alcuni eventi di momenti di storia contemporanea. La raccolta delle sue grandi interviste con i potenti della Terra venne poi inglobata nel libro "Intervista con la storia".
Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
Altre interviste su Writer Officina Magazine
Ultimi Articoli
Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
Home
Blog
Autori
Biblioteca Top
Biblioteca All
Servizi
Inserim. Dati
Conc. Letterario
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Sabina Camani
Titolo: L'uomo nero e i fiorellini profumati
Genere Fantasy Horror
Lettori 2803 370 30
L'uomo nero e i fiorellini profumati
Trentasei anni or sono, in una classe quinta elementare, conobbi un ragazzino di nome Giovanni. Era allegro e curioso, studiava volentieri e otteneva sempre ottimi risultati. Proprio per questo mi stupii e poi mi preoccupai quando cominciò a trovare delle scuse per non essere interrogato o quando invece di partecipare alla lezione, si distraeva e sbadigliava. Gli chiesi più volte cosa stesse accadendo e, dopo qualche ritrosia, mi spiegò che negli ultimi tempi spesso aveva un incubo, sempre uguale: appena lui si addormentava, l'uomo nero compariva e lo inseguiva per portarlo via con sé. Giovanni era spaventato perché quell'uomo nero gli sembrava molto pericoloso. La sera cercava di rimane-re sveglio il più a lungo possibile leggendo i suoi adora-ti racconti di mare e di corsari fino a che il sonno lo vinceva. Ed ecco che allora ricompariva l'uomo nero. Giovanni era visibilmente stanco e cercai di alleggerire e condividere la sua paura raccontandogli della mia stessa esperienza, con lo stesso sogno ricorrente che mi aveva non poco spaventata quando anch'io frequentavo la quinta elementare. A venirmi in aiuto in quel frangente era stata mia nonna materna che, dopo avermi ascoltata con attenzione, mi consigliò un modo per fronteggiare l'ansia che questo sogno mi procurava. Chiesi a Giovanni di provare a usare anche lui quel consiglio. Qualche giorno più tardi il bambino entrò in classe sorridendo tranquillo e mi raccontò che la notte precedente aveva messo in pratica il mio suggerimento e che l'uomo nero, invece di inseguirlo, si era fermato e poco dopo, se n'era andato. Con la semplicità delicata e fantasiosa propria dei bambini, Giovanni aggiunse: “Sai maestra, penso che abbia anche lui i suoi problemi... quando se n'è andato era un pochino triste!” Giovanni tornò il bambino sereno e allegro di sempre e tutto si risolse. Scrissi qualche appunto sull'accaduto nel mio quaderno delle “Storie di scuola” perché ne ero rimasta colpita e volevo farne un racconto ma ogni volta che provavo a riprendere in mano quell'avventura, una domanda, sempre la stessa, mi fermava: che cosa era accaduto all'uomo nero? E perché Giovanni lo aveva visto andare via con un'aria malinconica? Fu mio nipote a suggerirmi la risposta. Un pomeriggio mi chiese di raccontargli una storia e come sempre scelse un titolo nel “Quaderno”. Voleva la storia di Giovanni. Quando gli dissi che il racconto non era completo poiché non sapevo perché l'uomo nero si fosse comportato così né dove fosse andato, mio nipote, con poche parole molto efficaci, mi diede la sua personale, accorata, scura, emozionata interpretazione dei fatti e mentre lo ascoltavo, capii da dove tutto avesse avuto inizio.
***
Le strade erano deserte e silenziose già da qualche ora e la luce incerta dei lampioni filtrava appena attraverso la nebbia. Una figura alta, avvolta in un ampio mantello si fermò un istante davanti alla vetrina di un negozio chiuso e la usò come specchio. Si aggiustò il cappellaccio fradicio di pioggia e rialzò il bavero intorno al viso poi, soddisfatto del suo aspetto, l'uomo nero si incamminò di nuovo dentro la notte.

GIOVANNI

“Giovanni, è tardi. Vai a letto! Ci sono ancora i tuoi giocattoli in giro! Hai preparato la cartella?”
“Vado papà, un attimo!”
Giovanni stava leggendo un racconto di pirati. Le sue storie preferite. Era difficile chiudere il libro e andare a dormire ma lui aveva imparato che quando pensi a qualche cosa prima di addormentarti, a volte ti segue anche dentro ai sogni. Così, riordinò la sua cameretta, preparò lo zaino e dopo aver lavato i denti si stese e tirò le coperte fino agli occhi. Ripensò all'ultima frase che aveva letto nel suo libro: “La nave corsara lanciata all'arrembaggio fendeva le bianche creste delle onde; le numerose vele rigonfie di vento”. Gli sembrava quasi di sentirlo il profumo del mare, e si addormentò.
Intanto l'uomo nero, zuppo di pioggia, infangato e buio, si stava avvicinando alla casa del suo bambino da spaventare per quella notte. La trovò, aprì l'uscio e un sibilo di vento gelido entrò assieme a lui. Prese a salire le scale.
Il buio e il silenzio a tratti erano squarciati dal rombo di un tuono e dall'improvviso bagliore di una folgore che stagliava sulla parete la sua ombra sinistra, ingigantendola.
Entrò nella cameretta e, inatteso, si intrufolò nel sonno del bambino ma quali furono il suo stupore e il suo disappunto quando, al posto di un luogo buio e angusto con un bimbo da far tremare di paura, trovò invece il ponte, inondato di sole, di un veliero corsaro in mezzo all'oceano!
Doveva andarsene subito! Tutto quel sole, quel vento, tutto quello spazio! Uscì all'istante dal sonno di Giovanni il quale non si accorse di nulla e continuò a dormire, cullato dalle onde.
L'uomo nero non riusciva a darsi pace. Come era potuto accadere? A lui poi? Che quando se ne andava dal sonno dei bambini li lasciava sempre urlanti e spaventati. Ah no, non era finita lì! Sarebbe tornato da Giovanni e avrebbe portato a termine la sua missione! Con questi pensieri si allontanò, scomparendo nelle tenebre dalle quali era venuto.
Iniziarono per Giovanni dei giorni un po' difficili.
A scuola, la mattina, era sempre più stanco. Quando c'era un'interrogazione chiedeva alla maestra di poter essere chiamato la volta successiva. La maestra sapeva che a Giovanni piaceva studiare. Era un bambino curioso e attento. Aveva buoni voti in tutte le materie. Come mai, si domandava, era così cambiato negli ulti-mi giorni? Quando glielo chiedeva, lui le rispondeva: “Sono un po' stanco maestra, non riesco a dormire.” La notte, appena si addormentava, Giovanni sentiva qualcosa avvicinarsi al suo letto. Cercava di svegliarsi, di alzarsi, di scappare perché quella cosa buia, enorme, emetteva un suono cupo e feroce ma il suo corpo restava pesante come un macigno mentre quell'essere lo sovrastava per prenderlo e farlo scomparire dentro la tenebra che portava con sé.
Finiva sempre allo stesso modo: Giovanni cominciava a gridare con la sensazione che nessun suono uscisse dalla sua gola e con uno sforzo grandissimo emergeva dal sonno, urlava finalmente sveglio, un istante prima che il buio figuro potesse ghermirlo.
La sera successiva dunque, il bambino iniziò le opera-zioni di difesa. Se l'uomo nero fosse tornato, non lo avrebbe colto alla sprovvista! Per prima cosa cosparse il pavimento tutt'intorno al suo letto di gusci di arachide vuoti. Li aveva messi da parte per molti giorni poi si stese ripensando all'ultima maratona cui avevano partecipato lui e il papà. Non avevano vinto ma si erano piazzati molto bene; e quella volta che era rimasto sveglio fino a tardi a vedere le Olimpiadi? Ah, la gara dei 100 metri piani. Appassionante! Da grande voleva diventare così: potente e veloce come quell'atleta che sembrava avere un motore nelle gambe.
Se fosse arrivato, l'uomo nero avrebbe calpestato i gusci vuoti, svegliando così Giovanni e lui, veloce come un centometrista e resistente come un maratoneta, gli sarebbe sfuggito fino all'arrivo della luce.

IL MARATONETA

Non si sa come ci riuscì ma l'uomo nero arrivò senza far rumore. Inatteso come sempre, si avvicinò a Giovanni annunciandosi con quel suono cupo che ormai il bambino conosceva bene ma questa volta dovette cominciare a correre.
Giovanni sembrava avere le ali ai piedi. Appena si accorse che l'uomo nero era dietro di lui, concentrò tutti i suoi pensieri su quello che desiderava di più: diventa-re un corridore, il Migliore dei corridori.
Ogni volta che sentiva avvicinarsi il suo inseguitore metteva nelle gambe tutta la forza che aveva e lo di-stanziò. Lo distanziò così tanto che il suono cupo e feroce alle sue spalle divenne appena un fastidioso bisbiglio mentre davanti a lui, la luce del primo sole accarezzava il cielo.
Giovanni si svegliò e prese una decisione. Voleva par-lare alla sua maestra di quello che gli stava accadendo.
Aveva provato a parlarne con il papà e con la mamma e loro avevano provato ad ascoltarlo ma erano sempre pieni di lavoro, di fatica, di pensieri grandi. Forse, pensava Giovanni, i loro pensieri erano più grandi anche del suo uomo nero.
A scuola si poteva fare “Il tempo del cerchio”. Ci si se-deva a terra tutti vicini l'uno all'altro assieme alla maestra e ognuno poteva parlare dei suoi problemi e con-dividerli.
Sì, avrebbe fatto così! Lei sapeva molte cose interessanti e, se un bambino aveva un problema, conosceva anche le canzoni per fare passare la tristezza.
Voleva domandarle: “Maestra, tu cosa faresti, se succedesse a te?”
Quella mattina, durante la ricreazione, Giovanni le spiegò il suo problema e le fece quella domanda. Lei lo ascoltò con attenzione, sorrise tranquilla e chiamò i suoi compagni per rientrare in classe.
Giovanni si sentiva un po' triste e un pochino arrabbia-to: avrà pensato che sono un bambino piccolo e pauroso! si ripeteva. Anche lei ha pensieri più importanti di questo: deve fare lezione, interrogare, correggere i compiti. Ma appena furono di nuovo seduti in classe, la maestra chiese ai bambini se qualcuno di loro avesse mai sognato l'uomo nero.
Due mani si sollevarono, e una apparteneva a lei.
Giovanni e i suoi compagni la guardarono con gli occhi grandi di sorpresa.
I bambini, con tutte le voci insieme, fecero domande su domande. Anche lei aveva avuto molta paura? Co-me era riuscita a convincerlo a non spaventarla più? E soprattutto: lei aveva mai visto il suo viso?
Jamie, il compagno di Giovanni che aveva alzato la mano insieme alla maestra, non lo chiamava uomo nero, lo chiamava Boogey man ma da come entrambi si comportavano, quei due dovevano essere parenti stretti!
Nel pomeriggio, dopo la mensa, il cielo si rabbuiò preannunciando un temporale. In questi casi non si usciva in giardino; ci si sedeva vicini a raccontare le storie e quel pomeriggio i bimbi chiesero alla maestra di raccontare la sua.

NINA E GLI ELFI MUSICISTI

Da piccola la maestra Nina viveva con la nonna. Si stava bene lì! Era tutto molto bello. Il grande giardino misterioso e la serra dove la nonna soccorreva le piante malate e le guariva.
Nina era felice. Di giorno si nascondeva nel fitto degli alberi e immaginava di essere un esploratore in mezzo alla giungla tropicale.
La sera si addormentava ascoltando i fruscii e i suoni di tutti gli abitanti del giardino, compresi gli elfi e i folletti. Si diceva che di notte quegli esserini organizzassero feste danzanti tra i rami degli alberi e nelle corolle dei fiori. Fu una di quelle notti che qualcosa accadde. Chissà come sarà la musica alle feste dei folletti! pensò Nina e senza accorgersene, scivolò nel sonno.
Una melodia deliziosa riempì l'aria profumata della sera e la bimba si addentrò nel bosco seguendo le piccole luci che danzavano davanti a lei.
Ce l'aveva fatta, stava per partecipare a una festa delle creature del bosco!
Forse mi insegneranno a cantare come loro... questo pensiero le diede una gioia così grande che le sembrò di camminare senza toccar terra.
All'inizio non fece caso a quel rumore. Il bosco di notte ne era pieno ma fermandosi e ascoltando con attenzione, udì uno scricchiolio leggero leggero che si zittiva quando lei si fermava, riprendeva quando lei si muoveva.
Lo scricchiolio divenne un trapestio, dapprima ancora leggero poi sempre più pesante, di rami secchi, schiacciati. Nina capì all'improvviso e la paura le bloccò le gambe. Quel suono: l'uomo nero era lì! Doveva muoversi e scappare. Riuscì solamente a gettarsi in avanti verso le lucine, verso la musica. Diede un grido e si svegliò.
Anche nelle notti successive Nina si trovò nella stessa situazione e ogni volta si svegliava più spaventata sen-za sapere come o che cosa fare per ritrovare i suoi sogni sereni. Così, chiese aiuto alla nonna.
Lei la ascoltò attenta e sorrise per nulla stupita, come se già sapesse ciò che Nina stava per raccontarle poi le fece cenno di seguirla e insieme entrarono nella serra. La nonna prese diversi fiori e unendoli creò una nuova piantina dal profumo dolce e inebriante, piena di colori.
La consegnò a Nina: “Da questa sera, prima di dormi-re, mettila sempre vicino a te. Se l'uomo nero ritorna, girati verso di lui e soffiagli questi fiori sul viso continuando a ripetere i nomi delle cose che ti fanno felice. Saranno le tue parole magiche!”
“Ma nonna io ho paura, se mi fermo lui mi prende!” “No!” garantì la nonna “Non ti prenderà! Tutti quei co-lori e quei profumi lo confonderanno e lo sorprende-ranno. Se avrai il cuore saldo e farai ciò che ti ho insegnato, lui perderà il potere di spaventarti e tu ritroverai i tuoi sogni sereni!”
***
Driiiiin... Driiiiin! La campanella trillò e i bimbi si fecero promettere dalla maestra che, appena possibile, avrebbe raccontato loro anche il resto della sua avventura.
Giovanni salutò i suoi compagni e salì nell'auto della mamma. Era emozionato.
Prima di arrivare a casa voleva raccontarle tutto quello che era accaduto quella mattina. I fiorellini profumati, le parole magiche... Una volta entrati, la mamma avrebbe dovuto occuparsi di mille cose e lui non sapeva dove trovare i fiori che gli servivano. Dopo aver ascoltato Giovanni, lei si fermò sul limitare di un gran-de prato e insieme riempirono un cestino di fiorellini profumatissimi facendo attenzione a raccoglierli insieme a un po' di terra. Quella sera Giovanni ebbe la sua piantina. La mamma gliela sistemò accanto al letto e, baciandolo per la buona notte, gli chiese quali fossero le sue parole magiche ma lui stava già dormendo. Quella era stata una giornata piena di emozioni.

IL MANTELLO DI TENEBRA

Appena lo sentì arrivare, Giovanni scappò di corsa. L'uomo nero lo aveva quasi raggiunto quando lui si re-se conto di aver scordato la piantina ma inciampando e rialzandosi si accorse di avere le tasche del pigiama piene di fiorellini. Avrebbe pensato più tardi a come ci fossero arrivati. Ora doveva trovare il suo coraggio, fermarsi, voltarsi indietro e... PFFFFFFFFF! Soffiò forte tutti i fiorellini di cui si era riempito le mani verso la sagoma buia che ora gli stava davanti.
Presto! Le parole magiche, si disse, ma... non le ricordava! Si era addormentato prima di fissarle nella memoria e ora la fretta, la paura e quel bisbiglio continuo, così vicino, gli avevano confuso le idee. Non gli rimase altro da fare che ricominciare a correre. E fece così ma una strana sensazione entrava di continuo nei suoi pensieri. Gli sembrava di aver sentito o visto qualcosa di molto importante anche se non riusciva a ricordare cosa fosse.
Mancava qualcosa! Questa volta, mancava qualcosa. Rallentò la sua corsa, respirò lentamente e... certo! L'uomo nero non stava emettendo quel lamento. Quando il profumo dei fiorellini lo aveva investito, Giovanni aveva udito solo un bisbiglio, confuso, flebile e anche ora lo udiva dietro di sé. Un suono stanco, sempre più lontano. L'uomo nero si era fermato!
Si fermò anche Giovanni. Questa volta la paura che gli chiudeva la gola, non c'era. Era solo molto stanco. La sensazione di prima stava diventando più chiara. Il suono che udiva somigliava sempre di più a una paro-la. L'uomo nero, con molta fatica, stava cercando di dire qualcosa.
“Come fai? Bambino... come si fa?”
Giovanni aveva due possibilità: ignorarlo e sfuggirgli ancora chissà per quanto tempo oppure andare verso di lui e capire cosa stesse cercando di chiedergli.
La decisione non era semplice e, non sapendo cosa fa-re, decise di non fare nulla! Si sedette a terra e mentre ridava il giusto ritmo al suo respiro, si accorse che l'uomo nero non si era più mosso e che anche lui pareva stanco.
Questo gli fece avvertire molto meno la paura e molto di più la curiosità. Decise di restare ancora fermo dov'era senza avvicinarsi troppo. Da lì riusciva comunque a udire quelle parole. Gli sembrava che l'uomo nero facesse attenzione a non spaventarlo e che gli interessasse molto di più ottenere risposta.
“Come si fa bambino? Come fai?”
Con un filo di voce Giovanni chiese: “Come si fa... che cosa? Cosa vuoi sapere?”
Un istante, un sibilo freddo e l'enorme mantello nero fu accanto al bambino senza che lui avesse potuto accorgersi di alcun movimento.
“Aiuto, aiuto! Non farmi male! Lasciami!”
Giovanni era immobilizzato e prima di farsi prendere dalla paura, soffiò, nel buio che lo avvolgeva, i suoi ultimi fiorellini. Quando rialzò lo sguardo, l'uomo nero lo stava fissando... ma era parecchio giovane e non un vecchio come lui aveva sempre immaginato. Non ave-va gli occhi piccoli e rossi e nemmeno cattivi. Cupi forse e malinconici. Questo sì, ma non cattivi. Davanti a lui non c'era alcun mostro. Solo un ragazzo alto, palli-do e serio che ripeteva la sua domanda: “Bambino... come si fa?”
“Ok! Allora se vuoi che parliamo” propose Giovanni “Smetti di muoverti come un fantasma! Pronuncia lentamente le parole e cerca di spiegarti perché non capisco quello che dici!”
L'uomo nero si tolse, con molta lentezza, il mantello di tenebra, lo posò poi si sedette. Giovanni gli si mise di fronte, anche lui seduto a terra e ascoltò una storia che non aveva mai trovato nei suoi libri.

FOSCO DELLA STIRPE BUIA

“Fosco della stirpe Buia” era l'ultimo erede di un'antica dinastia di uomini neri. Nei tempi lontani, i suoi avi conoscevano i poteri delle “Arti interne”. Potevano vedere nel buio, potevano scomparire all'improvviso e ricomparire l'istante successivo molti metri più in là. Sapevano muoversi così veloci da far credere, a chi li guardava, di essere in più punti contemporaneamente. Essi erano “I Maestri dell'Invisibile”! E grazie al mantello di tenebra potevano trasportare l'energia dei loro pensieri anche dentro ai sogni.
Nessuno sapeva perché ma molto tempo prima la sua gente, all'improvviso, aveva abbandonato i villaggi sul-le montagne per andare a vivere in luoghi oscuri e sotterranei: negli scavi delle città antiche, sotto alle metropoli o nelle grotte profonde. Essi salivano in superficie solo nel buio della notte e mai, per nessun motivo, si esponevano alla luce. Gli abitanti delle terre esposte non riuscivano a immaginare quale fosse il motivo per cui “gli uomini neri” avessero tanta paura della luce del giorno e questa cosa misteriosa e insolita li rendeva, ai loro occhi, creature incomprensibili e per questo moti-vo molto temibili; al punto che alcuni raccontavano ai bambini che se avessero disubbidito alle regole, un uomo nero sarebbe venuto a prenderli per portarli con sé nelle tenebre. Gli uomini neri, dispiaciuti e amareggiati di essere considerati in questo modo, si avvolgevano nel mantello, entravano nei sogni delle perso-ne e le spaventavano davvero. Poi se ne andavano! Ma non tutti fra loro usavano così i poteri dell'Invisibile. Alcuni, come Fosco, si erano accorti che la gente delle terre esposte, in particolare i bimbi, sognava a colori; cosa completamente nuova per la gente delle terre buie! E poiché trovavano alquanto noioso e per nulla istruttivo passare le notti a far paura a perfetti sconosciuti, usavano il Potere per andare a vedere, almeno in sogno, luoghi aperti, colorati e pieni di suoni ma sempre fingendo di andare in missione “spaventatoria”, per non far adirare gli Antichi!
Il primo incarico di Fosco era stato quello di spaventa-re una bambina piuttosto vivace che viveva con la nonna in una casa circondata da un bellissimo parco. Fu mandato ad abitare per un po' nella cantina della casa.
A lui non interessava molto né vivere al buio né spa-ventare quella bambina ma cosa ci poteva fare? I suoi parenti gli avevano ben raccontato le cose terribili che succedevano agli uomini della Stirpe Buia quando si esponevano alla luce! E poi, gli uomini neri non potevano MAI dimostrare paura. Un vero uomo nero doveva provare L'ORGOGLIO di essere spaventoso!
Fosco non sentiva molto neppure quell'orgoglio. Di sera ascoltava la bambina cantare delle dolcissime can-zoni e lui che amava quelle melodie, riusciva solo a emettere dei suoni rauchi e gutturali.
Fu allora che decise di disobbedire a tutte le regole della Stirpe. Nessuno lo avrebbe saputo! Solo per una vol-a, almeno per una volta, si sarebbe avvicinato alla bimba e, invece di spaventarla, le avrebbe chiesto di poterla accompagnare alle feste nel bosco. Di poter ballare con lei le danze dei folletti e di imparare a can-tare le melodie magiche degli elfi. Desiderava così tan-to imparare quelle cose! Ma quando raggiunse la bimba nel bosco e cercò di parlarle, dalla gola gli uscì solamente un suono cupo e rauco, che lasciò sgomento anche lui. La bambina si svegliò spaventata e lui provò e riprovò nelle sere successive ma la sua voce produceva solo quel suono.
“Tu conosci Nina, la mia maestra! Era lei la bambina che dovevi spaventare?” Giovanni era stupito, emozionato.
Era già un'avventura alquanto insolita chiacchierare con un uomo nero ma non riusciva a credere di essere lì a parlare con lo stesso uomo nero di cui gli aveva narrato la sua maestra. Eppure tutti i particolari del racconto coincidevano. “Come hai fatto poi a impara-re a parlare? Come mai con me ci riesci?”
“Sono andato a chiedere aiuto alla nonna di Nina, poco prima che ci andasse lei” rispose Fosco “Conosceva l'arte di costruire giardini di rara bellezza e sapeva tutti i segreti dei fiori e delle piante! Capì ciò che si doveva fare e insegnò a Nina a usare i fiorellini profumati, così potei parlarle e riuscimmo a comprenderci. Purtroppo l'azione dei fiorellini non dura per sempre e quando sono tornato dalle mie parti, il loro effetto è sparito e ho ripreso ad avere la mia voce di prima.
Da allora, ogni volta che mi assegnano un bambino, faccio finta di partire in missione ma quando gli sono vicino cerco sempre di chiedergli quello che volevo sa-pere da te. Puoi mostrarmi come si fa a entrare nei luoghi che sogni? Come sei arrivato su quel veliero in mezzo al mare la prima sera che ti ho incontrato? Come fai a correre così veloce e leggero? Ti andrebbe di insegnarmi?”
“Sì, volentieri!” rispose Giovanni “Qual è la cosa che desideri più di tutte?” “Più di tutto desidero salire a vivere sulle terre esposte! Smettere di stare nel buio e studiare tutte le cose che stanno nel sole. Le montagne, i boschi, i fiori... ma questo è impossibile!” Fosco abbassò lo sguardo, chinò il capo e smise di parlare.
“Perché impossibile?” chiese Giovanni “Hai già provato?”
“Non sono mica matto” sbottò Fosco “Se un uomo nero si espone alla luce, si scioglie e svanisce, tutti lo san-no!” Giovanni non riusciva a capire e chiese chi gli avesse insegnato questa cosa e come potesse essere certo che fosse vera. Fosco si strinse nelle spalle e rispose serio: “I nostri Antichi ce lo insegnano da piccoli!”
Sabina Camani
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Contatto