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Autore: Andrea Guido Silvi
Titolo: Rodi, il sorriso del Colosso
Genere Weird Fantasy Storico
Lettori 587 6 3
Rodi, il sorriso del Colosso
Era impossibile non riconoscere il suo sangue punico in mezzo alla folla dei rodioti dalla pelle chiara: la carnagione era bronzea e gli occhi castani e stretti; il volto allungato era curato secondo la moda cartaginese, coi baffi rasati ma contornato da barba e capelli lunghi, ricci e neri, appena macchiati di grigio. Immune all'energia che sentiva crescere nella stretta strada, Annone guardava con un misto di curiosità e distacco alla torma di chitoni e pepli bianchi danzanti ed esultanti che circondavano lui e Gisgo, suo compatriota e socio. Giù nei quartieri del mercato, dove s'incontravano genti provenienti da ogni porto del Mediterraneo, il suo viso straniero e le vesti di porpora s'erano mescolati a visi e colori di tanti altri, tutti diversi, ma lì, tra i rodioti in festa per le vie che circondavano l'acropoli, lui e Gisgo spiccavano come papaveri tra le spighe. Un tempo erano stati soldati di Cartagine, poi pirati e saccheggiatori, infine erano diventati due mercanti che sfoggiavano ricche tuniche di lino tenute sul petto da fasce multicolori. Entrambi mettevano bene in mostra sia gli anelli e le collane d'oro che le loro falcate, le spade curve che portavano in vita, ed un occhio esperto, avvezzo alla guerra, mai avrebbe dubitato della loro capacità nell'utilizzarle.
Venivano da Lebda per vendere schiavi ed acquistare vino e spezie, volendo tentare la fortuna sulla rotta orientale, per loro una delle più promettenti dopo che Cartagine aveva dovuto rinunciare alla Sicilia, conquistata dalle legioni di Roma. Prima non s'erano neppure mai avvicinati all'isola di Rodi. Di Rodi la lussureggiante, Rodi l'Isola delle Rose, gloriosa e grandiosa, sapevano quello che avevano sentito da altri mercanti, navigatori e pirati: che offriva uno dei porti più ricchi del Mediterraneo, dove si poteva vendere e comprare ogni cosa, e che le ciclopiche mura della sua capitale, che avevano sostenuto l'assedio di Demetrio Poliorcete, erano solo una delle sue difese, la più evidente.
Era l'alba quando la bireme dei cartaginesi aveva raggiunto l'isola, e tutti a bordo avevano guardato con timore ed ammirazione quelle stesse mura, tanto massicce e lisce da sembrare scolpite in un unico blocco, rese dorate e invincibili dalla magia degli stregoni al soldo dei potenti della capitale. Più alto dei bastioni, posto quasi al centro delle case e dei bassi palazzi che salivano verso i templi lucenti dell'acropoli, v'era il Colosso, di cui potevano vedere le spalle bronzee e il capo riccio volto ad ovest: non posto a salutare chi arrivava, ma a benedire la città stessa con lo sguardo che accompagnava il Sole. Guardando alla meravigliosa città, non s'erano stupiti del fatto che Demetrio non fosse riuscito ad espugnarla.
Il sovrano macedone aveva schierato quarantamila soldati, tra cui gli opliti a metà tra uomini e macchine concepiti dal mago e filosofo Aristotele, di cui anche Rodi era dotata, nonché catapulte e baliste a ripetizione, ma nonostante simili truppe e armamenti, nonostante gli ornitotteri lanciati contro le difese da piloti suicidi, nonostante infine l'imponente elepoli di bronzo costruita su suolo rodiota, era stato respinto: Annone immaginò lo scontro titanico che doveva aver sconvolto i giorni ed illuminato le notti della città; le cariche e le mischie tra i guerrieri meccanizzati d'entrambi gli schieramenti; il lancio incrociato di proiettili infuocati; i fulmini e le maledizioni degli stregoni che si confrontavano. Si diceva che i fuochi della battaglia fossero stati visibili dalle coste dell'Asia. Infine Demetrio s'era ritirato, e così le mille e più navi al suo seguito, quelle che erano state ritenute necessarie per il fallito saccheggio.
Mentre la bireme entrava nel porto Mandraki, superandone le fortificazioni armate di baliste a ripetizione, lo sguardo di chi era a bordo aveva potuto scorgere il profilo del favoloso Colosso, dal volto imberbe. A quell'ora, l'enorme fiaccola che la statua teneva alta nella mano destra, faro nella notte, era ancora più luminosa del giorno che nasceva. Da quella posizione Elio-Apollo, al centro della città sul suo piedistallo squadrato ornato di marmi e balaustre dorate, era sembrato ad Annone un Dio freddo e indifferente.
Eppure quello era l'ultimo giorno delle Alièe, le principali feste in onore del patrono, durante le quali tutti gli isolani erano presi dalla febbre dei giochi e non facevano altro che levare lodi al Dio. Durante le celebrazioni in onore del Sole Divino, la ricchissima e avida Rodi non pensava troppo al denaro, come Annone e Gisgo avevano avuto modo di scoprire, e per i mercati si muovevano perlopiù forestieri come loro. Dopo aver compreso che v'era la possibilità di perdere buone occasioni a non trattare coi rodioti, i cartaginesi avevano quindi deciso di muoversi verso l'acropoli per assistere a competizioni e spettacoli. Le Alièe attiravano atleti da tutta la Grecia, dando la possibilità di piazzare buone scommesse. Così, s'erano inoltrati per le vie affollate della città, diretti all'acropoli.

Muovendosi al tempo della calca, i cartaginesi percorsero strade e vicoli fino a passare per la piazza di fronte al piedistallo del Colosso. Già il solo piedistallo, orlato in cima da una balaustra dorata, era alto poco più delle case e dei palazzi a due piani che lo circondavano, di modo che anche le suole dei sandali del Dio, su un'ulteriore pedana squadrata, stessero sopra i mortali tutto intorno: Elio-Apollo guardava all'orizzonte e pareva ignorarli come essi stessi avrebbero fatto con le formiche che avessero trovato sulla strada. Nonostante il Dio gli sembrasse indifferente, o forse proprio per questo, Annone e Gisgo furono impressionati e intimoriti.
- Parrebbe davvero poter sollevare una bireme come la nostra con facilità - , commentò Gisgo. - Se dovessi immaginare un titano, avrebbe queste dimensioni. -
Quasi del tutto identiche al Colosso ma ben più piccole, v'erano statue alte due volte un uomo a tutti gli incroci delle strade principali. Rispetto al Colosso, le uniche differenze oltre alle dimensioni erano che nella destra, al posto della fiaccola del faro, tenevano una spada sguainata e, per lo più, erano realizzate in marmo e non in bronzo. Il loro volto era lo stesso, freddo e ieratico, con tratti che sembravano voler fondere quelli di tutti i popoli che s'affacciavano sul Mediterraneo.

Giunsero finalmente oltre l'abitato, fino ai templi. Il tempio di Zeus ed Atena era il primo che videro, e il più grande, giusto tributo al padre degli Dèi e alla figlia prediletta, che anche Annone e Gisgo sapevano essere nata già adulta, armata di lancia e scudo, partorita direttamente dalla testa di Zeus. Ma era il tempio di Elio-Apollo poco oltre, interamente circondato da colonne, quello che più attirava l'attenzione nella spianata: su ogni pilastro s'arrampicavano rose rosse, e le metope e i bassorilievi che lo decoravano erano d'oro intarsiato di malachite e diaspro, così come parte del tetto, abbagliante nella luce del giorno.
Svoltando oltre il teatro raggiunsero lo stadio, dove videro con rammarico che in quel momento non si stavano svolgendo giochi. Gli spalti venivano abbandonati in fretta dai pochi che ancora vi si muovevano. Gisgo, ben più abile di Annone con il greco, ebbe conferma da uno dei passanti che nelle ore più calde le competizioni venivano interrotte, e questo anche per far sì che riti e sacrifici fossero svolti quando lo sguardo di Elio era più forte. Per questo gli spettatori lasciavano i seggi dello stadio, e loro li seguirono.
La folla proseguiva più a sud. Non v'erano solo nobili o benestanti, ma anche i più poveri, ripuliti alla bene e meglio e mescolati agli altri in vesti bianche, con l'illusione di potersi dire tutti uguali in quel giorno di festa. Annone conosceva la Grecia e le sue colonie, eppure si convinse presto che v'era qualcosa di diverso rispetto a quanto aveva visto ad Atene, Megara e Corinto, o ad Erice prima della conquista romana: v'era un che di febbrile e forsennato oltre l'espressione gioiosa di uomini e donne, ragazzi e ragazze dell'isola.
- Per Tanit Mirionima - , sbottò d'un tratto Gisgo. - Ho visto facce simili solo tra i fanatici di Baal-Ammon. -
Annone annuì, con un fastidioso brivido che gli salì lungo la colonna vertebrale:
- Per un anno dopo la pace di Amilcare ripresero i sacrifici sulla Collina delle Due Corna... Prima che il popolo tornasse alla saggezza di Tanit, onorando la bellezza della Luna... -
Ricordava l'energia estatica che esalava da quelle celebrazioni in onore di Baal-Ammon: gli occhi di quelli che si preparavano ad onorare un Dio con un sacrificio di sangue brillavano tutti della stessa luce.
- Sai - , gli confessò Gisgo sorridendo. - Credo che Lebda sia un posto migliore dove mettere su una nuova famiglia. -
- Ma Cartagine è nelle mie vene, Gisgo - rispose lui, e lo disse con pari orgoglio ed amarezza.
Incuriositi, volendo assistere ai riti, accelerarono il passo.
Oltre lo stadio v'erano i palazzi dei sacerdoti dei diversi templi, strutture squadrate di due piani circondate da ulivi secolari e prati curati, che proseguivano sino alle massicce mura meridionali. Sapevano che ancora oltre, senza difese, v'erano interi quartieri di baracche, dove vivevano i disgraziati che servivano i mercanti e i nobili della ricchissima città. Erano poco più che schiavi guardati con disgusto, ma necessari alla comodità e al benessere dei cittadini, che solo durante le Alièe gli consentivano di muoversi al loro fianco, perché si prostrassero al Dio come tutti gli altri.

Si lasciarono trasportare dalla calca fino ad una via lastricata di basalto, che partiva da un piccolo spiazzo circondato da colonne vicino ai palazzi dei sacerdoti, e da lì tagliava l'altura, diritta ad ovest tra gli ulivi, in una discesa sempre più ripida verso la scarpata sul mare. I due cartaginesi, fermatisi a circa metà del pendio, non riuscivano a vederne la fine: se v'era qualcosa non sapevano dirlo, perché a loro sembrava che terminasse sul vuoto. Ai lati della strada la gente s'ammassava per poter esser certa di vedere quanto doveva accadere.
Annone e Gisgo, più alti degli isolani, poterono osservare nello spiazzo circondato da colonne un carro dorato, pronto per la parata, con un tiro di quattro stupendi cavalli bianchi con le criniere ornate da rose. Alle redini della quadriga v'era un giovane con un elmo dorato, un ragazzo di forse quindici o sedici anni, e molti dalla folla lo salutavano ammirati. Videro una grassa matrona avvicinarlo per offrirgli del vino, che lui bevve avidamente, poi il cerchio di persone che s'accalcava all'ombra del colonnato s'aprì e, annunciate dal suono dei loro crotali, giunsero delle danzatrici dalla pelle lattea, con pepli corti d'un tessuto che pareva trasparente. Erano una dozzina, ragazze probabilmente della stessa età dell'auriga, e i due cartaginesi le guardavano quasi attoniti, tanta era la loro bellezza.
- Se tanta eccitazione è per quelle belle ragazze, - disse Gisgo, - devo dire che la condivido. -
- Devono essere le vergini votate al Dio Apollo... La loro rinuncia deve sembrare insopportabile a molti uomini qui. -
Le forme candide e sode delle giovani si muovevano con grazia conturbante, i loro capelli castani ondeggiavano nell'aria immota, mentre i crotali battevano un ritmo incalzante a cui s'aggiunse il suono acuto d'alcune siringhe, che non si capiva da dove provenisse, quasi che fossero suonate da musici invisibili. La danza durò pochi istanti ancora, poi le ragazze in cerchio s'inchinarono all'auriga e una figura alta e dorata comparve per salire sulla quadriga al fianco del giovane.
- Un sacerdote di Apollo? - chiese Gisgo.
L'uomo, totalmente glabro e d'un età indecifrabile, indossava una tunica e una clamide d'un tessuto che non avevano mai visto, che rifletteva la luce con lampi dorati, cangiante in modo tanto innaturale da non poterne dire il colore. La sua stessa pelle era lucida e dorata, come quella dei sacerdoti egizi di Amon-Ra, nei templi sul grande delta del Nilo. Annone scosse il capo incerto:
- È il primo sacerdote di Apollo che io veda truccarsi coprendosi d'oro... -
Eppure la folla esultante lo acclamò come tale, Gran Sacerdote di Elio-Apollo, e i suoi gesti e il portamento confermavano il suo potere e prestigio. Tutti gli occhi furono su di lui, che sul carro aprì le braccia coi palmi delle mani volti al cielo, come a voler accogliere su di sé tutta la forza del credo dei presenti. Poi abbracciò l'auriga, dandogli la sua benedizione, quindi scese dal carro.
Le vergini ripresero a danzare, aprendosi per consentire la partenza ai cavalli. Gli animali presero subito velocità sotto gli impetuosi colpi di frusta del giovane, lasciandosi alle spalle il Gran Sacerdote che, al centro dello spiazzo, di nuovo allargava le braccia con i palmi al cielo. I cartaginesi si guardarono l'un l'altro non capendo mentre la quadriga accelerava lungo la discesa. Quando passò dinanzi a loro, videro l'espressione del giovane, i cui polsi erano legati alle redini: un largo ghigno avrebbe voluto farlo sembrare coraggioso e spavaldo, ma s'apriva sotto due occhi sbarrati dal terrore, carichi di lacrime. La folla esultava vedendolo passare, sempre più veloce, diretto verso il mare, e Annone e Gisgo non ebbero più dubbi sul fatto che la strada terminasse nel vuoto. Quando il carro scomparve, un boato di gioia coprì il nitrito dei cavalli spaventati.
Alle orecchie di Annone parve di sentire il suono del legno che si spaccava contro le rocce, più e più volte rotolando fino all'acqua. I due cartaginesi furono presto tra gli altri che correvano per affacciarsi sul dirupo. La scarpata al termine della discesa, scoprirono, era ripida, ma non a sufficienza da consentire al carro di raggiungere direttamente il mare. Questo, assieme ai cavalli, era ruzzolato lungo le rocce, lasciando pezzi di legno dorato, rose e vistosi schizzi di sangue a testimoniare il suo passaggio. La coppia fissò per lunghi istanti il mare spumeggiante che aveva inghiottito il tributo a Elio-Apollo, poi il suo sguardo fu attratto dalla figura del Gran Sacerdote, giunto anch'egli al bordo della scarpata. I due lo osservarono un'altra volta compiere il gesto d'allargare le braccia con i palmi rivolti verso l'alto, quindi in quella posa diede prova a tutti della forza della sua magia, avanzando nel vuoto passo dopo passo come se i suoi coturni poggiassero su solida roccia, per poi voltarsi, levitando, tra le grida estasiate dei fedeli.
Annone impiegò un istante ad accorgersi che lui e Gisgo non erano i soli senza un'espressione rapita o festante sul volto: al suo fianco, mescolatasi alla ressa, v'era una delle bellissime danzatrici, inequivocabilmente triste. Mentre tutti gli altri erano affascinati dall'esibizione del sacerdote-stregone, Annone restava ammaliato guardando quel viso così da vicino, gli occhi castano chiaro e i capelli quasi biondi, l'incarnato candido che lasciava trasparire vene celesti e le labbra sottili e rosee. Annone riconobbe il dolore che le gonfiava gli occhi e poté vedere le lacrime scendere a rigarle le guance. Non occorse molto prima che lei notasse il suo sguardo insistente, voltandosi. Stette a guardarlo per un battito di ciglia, tradendo stupore e timore, forse vergogna, quindi fuggì su per la via lastricata. Pochi istanti più tardi anche il Gran Sacerdote rimetteva piede a terra, e la folla non riuscì a trattenere un sospiro triste per la fine dello spettacolo.
Andrea Guido Silvi
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