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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Elide Ceragioli
Titolo: La libertà delle foglie morte
Genere Romanzo Storico
Lettori 385 4 1
La libertà delle foglie morte
Berlino 1935.

La luce ancora incerta del giorno filtrava dalle persiane. La tavoletta lasciata negligentemente sul tavolo luccicava nei punti dove aveva cominciato a stendere il sottile strato di doratura. Rimase a guardarla senza sollevare la testa dal cuscino, godendo, in quello spazio di silenzio, dell'immagine che sapientemente aveva saputo tracciare.
Il volto della Vergine era appena inclinato così che la testa del Bambino quasi la sfiorava. Madre e Figlio ieratici, avvolti, contornati da un'aura d'oro che ne accentuava la regalità e la maestà. Gli occhi di Maria avevano uno sguardo dolce e fermo, il viso del bimbo era incompiuto. Avrebbe cercato un modello, a mente non gli riusciva.
Il chiarore si faceva più intenso e cominciavano a sentirsi i rumori del giorno. Stese pigramente le gambe sotto le coperte. Il caldo del letto era un invito troppo suadente per i suoi pigri, insicuri, giovani diciassette anni. Il tic tac della grossa sveglia scandiva inesorabile i secondi. Ascoltava e aspettava il secondo giusto, l'attimo perfetto. Il tic o il tac in cui le sue energie si fossero accumulate alla base del cervello e da lì partissero, fluendo veloci attraverso le arterie fino alla punta delle dita. Il momento, quello e non un altro.
Storse la bocca quel tanto che bastava a disegnare una smorfia di disgusto. Allontanò il panno di lana e si alzò di scatto. Il pavimento era gelido e rabbrividì. Oltre i vetri la città si svegliava. Aprì la finestra e lasciò che l'aria fredda gli sferzasse il viso. Il calore della notte svaporava dal suo corpo magro. Guardava i tetti e le case con un vago senso di possesso. Era la sua città a svegliarsi e quello era il momento giusto, l'attimo segnato nel grembo del tempo perché lui fosse lì a guardarla. Con una certa solennità stese le mani: il suo Benedicite al mondo e al nuovo giorno. Respirava allargando e abbassando il torace ritmicamente e osservando il proprio movimento. Oltre i tetti, oltre gli alberi del parco, oltre le sagome dagli incerti contorni, c'era un altro respiro sincrono col suo, ne era certo.
Il grido di sua madre lo riscosse: “Jacob! È tardi”
Infilò velocemente la maglia e i pantaloni e uscì con le calze e le scarpe in mano. Il freddo dell'impiantito non lo disturbava, anzi sembrava infondergli nuovo vigore ed energia. Entrando nella cucina l'odore del latte bruciato sul fornello gli colpì dolorosamente le narici. La sciatteria di sua madre lo stupiva ogni mattina con fatti nuovi. Guardandola provò una sorta di disappunto misto a piacere, aveva la camicia da notte scucita, le ciabatte consumate e la collana di perle ingiallite ad adornarle il collo, stretta come una sorta di cappio elegante. Girava intorno al tavolo col passo strascicato di chi si alza già stanco, incurante del latte che continuava a sfrigolare, spostando gli oggetti senza vederli, ne era sicuro, concentrata solamente sulla sigaretta che le ciondolava all'angolo delle labbra.
Eppure negli occhi vacui brillò una piccola luce quando lui si sedette davanti alla tazza vuota. Sembrò riscuotersi e rianimarsi, si accorse del latte e ripulì in fretta la stufa, guardandolo di sbieco, quasi a scusarsi.
“Jacob, tornerai a cena?” La timida domanda era carica di speranza, lei avrebbe vissuto il lento trascorrere del tempo in attesa. Cercò, nelle pieghe della pietà, un sorriso che, increspandogli le labbra, rendesse più lieve la risposta.
“Non posso, devo servire alla trattoria del signor Lang. Mangerò qualcosa da lui.”
Si alzò, si mise le pesanti calze di lana e le scarpe, chiuse la cartella coi libri e gli spartiti e uscì. Sapeva, senza voltarsi, che lei sarebbe stata alla finestra a guardarlo mentre si allontanava in bicicletta. Per quanto tempo certo non lo poteva immaginare, magari un'ora, o forse tutta la mattina. Jacob München aveva la spiacevole sensazione che lei gli fosse attaccata, come una ventosa, o meglio, una specie di sanguisuga che gli succhiava energia ed emozioni. Viveva bevendo la vita attraverso di lui.
Ecco cos'era: una sanguisuga. Se un giorno avesse dipinto sua madre, l'avrebbe fatto col rosso cupo dei parassiti che popolavano i fossati e che, solo a fatica si staccavano dalle gambe.
Infastidito da quei pensieri, accelerò la pedalata. Intorno a lui la città, la sua città si stava svegliando. Oltre il ponte, dopo la curva tutta in discesa, si fermò un poco ansante davanti alla bottega di Ernst, il vecchio, prezioso amico sempre disposto a vendergli a credito colori e pennelli. I pesanti sportelli delle vetrine erano ancora chiusi e si mise in paziente attesa.
Certo di Jacob non si sarebbe potuto dire che fosse uno studente modello, ma la pittura, quella sì, quella era una specie di ossessione. Karl, un suo compagno di scuola, gli passò accanto, lo riconobbe e si fermò.
“Di nuovo a corto di colori, eh? Cosa hai imbrattato stavolta?”
Suo malgrado si sentiva orgoglioso per l'interesse che l'altro dimostrava.
“Sto facendo una ‘Maria col Bambino'.”
Karl considerò con stupore quest'affermazione. “Da quando bazzichi le chiese e i preti?”
“Non è come pensi. Mi piaceva il soggetto della maternità, ecco tutto.”
Si sentì di nuovo irritato, incupito, come fosse stato contagiato dalla nebbia di quella mattinata quasi invernale.
“Mi mostrerai il tuo capolavoro o lo tieni in serbo per la gara? Tanto sai che io non posso competere con te.”
Il sorriso aperto di Karl lo rasserenò. Gli scarabocchi del compagno erano famosi in tutta la classe, ma il giovane reagiva sempre con indifferenza alle risate dei compagni.
“Te lo mostrerò appena ho finito, ma mi serve un modello...”
Di nuovo Karl scoppiò a ridere.
“Non chiedermi di farmi crescere i capelli e il seno, non lo farei neppure in nome della nostra vecchia amicizia.”
“No, mi serve il modello per fare il bambino, per la donna ho trovato.”
“Davvero? E chi è? Dai, dimmelo?”
“Lo vedrai, ora andiamo, faremo tardi, tornerò stasera a fare compere. Evidentemente Ernst ha troppo sonno per gli affari stamani.”
Facendo spallucce, anche se a malincuore, inforcò la bicicletta e, dopo un'ultima occhiata alla porta chiusa del negozio, Jacob si avviò a scuola.
Si rassegnò all'assenza di Judith solo alla seconda ora, quando il professore di filosofia iniziò a spiegare le ultime teorie sulla morte di Socrate, quasi che le ceneri del - grande uomo - , come lo chiamava ironicamente, potessero far anche solo starnutire qualcuno in quei tempi bui.
Judith di solito sedeva ad uno dei banchi della prima fila, e profumava di viola. Un profumo sottile e pregnante di violette, quasi palpabile al tatto oltre che alle narici. In certi momenti Jacob si incantava a seguire il profilo deciso della compagna. I lunghi capelli neri le ricadevano, massa ricciuta ma ordinata, sulle spalle magre.
In segreto si era ispirato a lei nel disegnare la sua Madonna, ma non aveva osato dipingerla proprio uguale. Judith era la più intelligente e ricca ragazza della scuola e gli sembrava bellissima, ma inaccessibile. Adesso si chiedeva cosa poteva averla fatta mancare proprio il giorno del compito di latino, certo non un banale raffreddore.
A tratti la voce del professore gli arrivava acuta e stridula. Quella mattina era davvero iniziata male. La lezione sembrava aver elettrizzato i suoi compagni che nell'intervallo si erano riuniti per discutere e commentarla. Evitò l'invito di Karl a unirsi a loro e se ne andò in cortile per sgranchirsi le gambe. Aveva una voglia matta di correre fino al negozio di Ernst per scoprire se il colore che aveva in testa esisteva veramente o se era, come a volte gli succedeva, il miraggio di un sogno o della sua sfrenata fantasia.
Vide Corinne che usciva dai bagni tossendo e rise pensando che forse era stata a fumare di nascosto. Si avvicinò e le chiese di Judith e lei lo guardò un poco stranita, come se la domanda la stupisse e meravigliasse. Era così sorpresa che dimenticò di nascondere la cicca che ancora teneva in mano.
“Dove vivi? Judith è partita con tutta la sua famiglia.”
“Come partita!? Dov'è andata?”
C'era un tono così sincero nella domanda che Corinne lo guardò stupefatta e rispose: “Jacob, le nuove leggi... Non le hai sentite? Hanno sequestrato la fabbrica di suo padre dieci giorni fa e la sua famiglia è partita per l'America, dove hanno dei parenti. Non mi dire che non hai ascoltato la lezione del professore... l'etica... la supremazia della razza? Hanno avuto paura, come tanti altri del resto.”
Più che domandare la ragazza affermava cose che Jacob ricordava di aver udito, ma che aveva cercato di dimenticare perché riacutizzavano traumi del passato, togliendogli ogni certezza e facendolo vacillare.
In certi giorni la luce del sole riflessa dall'atmosfera rarefatta diventa lama che ferisce e i muri bianchi, troppo bianchi. Aveva camminato quasi saltellando per correre a casa, in un giorno di luglio e i palazzi gli erano sembrati giganti minacciosi pronti a schiacciarlo. Correva per sfuggire all'oppressione di tutto quel biancore accecante che feriva le sue pupille miopi e quando finalmente era arrivato aveva visto l'ombra, tragica, stagliarsi orribilmente. Un uomo, suo padre, si era impiccato e pendeva, ondeggiando, dal ballatoio.
Jacob si era rifugiato nella buia e fredda cantina. Lì, abbracciato alle proprie ginocchia, respirando l'odore d'umido e di muffa, cacciava i pensieri di morte e ritrovava il colore. Non c'erano risposte ai suoi perché, né sua madre aveva provato a consolarlo: a modo suo era morta anche lei, e ogni giorno si vedeva di più. “C'è un tempo per vivere e un tempo per morire”, aveva recitato il pastore e suo padre aveva trovato il suo momento, niente altro.
Poi Jacob aveva iniziato a costruire muri che arginassero le sue paure. Viveva affacciandosi, ma solo ogni tanto, alla vita reale. Così ora guardava dalla finestra in quel mondo che gli era sembrato vivibile e piacevole fino alla sera prima. Corinne gli stava raccontando qualcosa che comprendeva solo a tratti. Ebbe, come in un lampo la visione di Ernst, il vecchio venditore, l'amico che gli aveva spiegato la differenza fra i pennelli di tasso e quelli di castoro e che gli aveva, con perizia, mostrato la tecnica di sciogliere con l'olio di lino appena scaldato il pigmento turchese... Ernst l'ebreo.
Dimenticò il profilo leggiadro di Judith e uscì, senza il permesso del responsabile e corse fino alla bottega. I pesanti scuri erano sprangati e un cartello avvisava gli acquirenti che il negozio era chiuso. Sapeva che c'era un momento per ogni cosa e sperava che ci sarebbe stato un momento per capire.
Due giorni dopo arrivò dalla scuola una lettera di ammonimento indirizzata alla madre, ma lei era così inebetita per i farmaci che, anche se l'aveva letta, non lo rimproverò.

Alla trattoria del signor Lang la clientela era sempre numerosa, perché il cibo era di primordine e accompagnato dalla musica e l'ambiente alla moda. Tutti i tavoli erano occupati e quelli liberi avevano il cartello - prenotato - .
Arrivò presto, ma mai quanto il padrone avrebbe voluto. Corse per tutta la sera portando piatti di crauti e salsicce o pesce di fiume arrostito con contorno di patate dolci. Il vino veniva servito in calici larghi, ma era privilegio di pochi, la stragrande maggioranza chiedeva birra chiara o rossa.
“Giovane München, sei sordo? Non senti che i clienti di quel tavolo ti chiamano?” Lang ad un certo punto lo rimproverò.
Il rumore delle stoviglie e delle chiacchiere, il vociare allegro o incupito degli ubriachi appena addolcito dalla musica, avevano coperto il richiamo, impedendogli di udirlo. Il tavolo che il padrone gli indicava era occupato da due soldati in divisa e da due ragazze, piuttosto vistose nel trucco cittadino. Avvicinandosi colse frammenti di conversazione.
“Non c'è guerra che il nostro esercito non possa vincere, né nemico che non possa essere sconfitto!”
“Quello che dobbiamo temere sono i serpenti che si nascondono in mezzo a noi.”
“A quelli ci penserà la legge... li cacceremo o li schiacceremo!”
“Franz non ti agitare, rovesci la birra e questo bel ragazzino sarà costretto a correre più veloce per soddisfare questa tua insaziabile sete...”
La ragazza gli sorrise, voltandosi a guardarlo maliziosa. Aveva una piccola macchia rossa sul labbro superiore, come una fragolina di bosco. Pensò che era un vezzo grazioso che avrebbe prolungato il piacere del bacio.
“Porta dell'altra birra, ragazzo, prima che i discorsi diventino troppo seri!” e così dicendo passò la mano grassoccia sulla guancia ispida di uno degli uomini.
Jacob corse ad eseguire l'ordine, sempre distratto e solo vagamente turbato dai discorsi che sentiva, ma non comprendeva.
Tornando a casa, troppo stanco per pedalare, trascinava a fatica la bicicletta per la salita che lo avrebbe portato al meritato riposo. Faceva tintinnare le monete guadagnate e cercava di allontanare l'inquietudine che dal mattino lo aveva accompagnato per tutto il giorno.
Sua madre lo aspettava nella piccola cucina stagnante di fumo e di odori stantii, pallida e preoccupata.
“Finalmente sei arrivato Jacob. È venuto un uomo, l'ebreo che ha il negozio dopo il ponte. Ha lasciato questo per te. Non possiamo permettercelo... gliel'ho detto. Gli ho detto che non possiamo permetterci niente di valore, ma lui ha risposto che doveva partire e che ti servivano.”
Le parole fluivano concitate, come un fiume in piena, perché per ore ed ore le aveva trattenute a stento in attesa di quel momento. Ora la diga si era rotta e ansia e timore trovavano voce. Jacob guardava la scatola di colori ad olio aperta sul tavolo con desiderio e incredulità. Poi si decise e prese il biglietto accuratamente piegato. Conteneva solo poche frasi: - Oltre l'orizzonte vive l'Eterno e in mezzo agli uomini cammina, sua ancella, la bellezza. Tu hai un dono, non sprecarlo. Ernst. -
Lo sguardo di sua madre incrociò il suo quel tanto che bastava perché si accorgesse, una volta di più, del baratro terrifico che, voragine inespressa, la vita aveva scavato in lei.
“Che significa? Jacob, dimmi cosa sta succedendo?
“Non lo so, non lo so. Non capisco. Oggi ho scoperto che una mia compagna di scuola, un'ebrea, è partita con tutta la sua famiglia dopo che hanno sequestrato la fabbrica di suo padre.”
“Tuo padre diceva sempre che i topi scappano quando la nave affonda... forse sta per succedere qualcosa di brutto...”
L'angoscia che aveva animato per un poco il viso della donna svanì e lei sembrò smarrirsi di nuovo. La luce si spense come se lo sforzo di quel pensiero le avesse rubato l'ultima energia vitale.
Jacob assistette impotente all'improvvisa metamorfosi della madre che tornava inerte, ritraendosi tutta nella pelle rugosa e giallognola, mettendo tra sé e il mondo il ceruleo colore di occhi acquosi.
“Forse non voglio saperlo” mormorò più a se stesso che a lei, ormai tornata nelle vaste praterie dell'illusorio e incapace di sentirlo.
Quella sera non aveva voglia di lavorare, ma aprì ognuno dei tubetti, annusò il profumo acidulo, spalmò un pizzico di colore sulla punta delle dita e, golosamente, lasciò che il pigmento gli penetrasse nella pelle. Ad occhi chiusi, nudo per terra, passandosi le mani morbide di olio sul viso, cercò l'attimo perfetto, il momento in cui la sua mente avrebbe trovato un motivo per l'esistenza, una ragione di vita.
Dondolandosi sul ritmo di una nenia infantile, pianse a lungo prima di addormentarsi. Sognò la voce di Dio che gli diceva: - ti appenderò sette volte perché tutti possano vederti e perdonare settanta volte sette... - e gli sembrò che togliesse, con mani abili l'arcobaleno dal cielo e appendesse il suo corpo multicolore, un corpo senz'ombra, ciondolante alla fresca brezza invernale. Poi comparve un bambino. I raggi primaverili del sole gli indoravano i capelli. Correva festoso fra mamma e papà, sul vialetto davanti alla chiesa, le campane suonavano e la voce di Dio tuonava: - Dovrai contare fino a sette e perdonare settanta volte sette e la bellezza sarà tua... -
Jacob si struggeva per capire senza riuscirci, poi si svegliò e l'alba gli apparve come una liberazione: sentì di amare la vita in modo tenace. L'angoscia opprimente del giorno prima era svanita. La luce illuminava il volto della Donna che chiamavano Madre di Dio. La bocca dolcemente piegata in un sorriso sereno, dal quale, suo malgrado, si sentiva contagiato. Sua madre sonnecchiava, con la testa appoggiata al tavolo. Il fumo maleodorante della stufa riempiva la stanza di nebbiolina acre. Senza dire nulla Jacob aprì la finestra e lei sembrò scuotersi, lo guardò.
“Walter sei tornato! Ti ho aspettato tanto, dove sei stato?”
“No mamma, sono Jacob. Papà è morto, non tornerà.”
Uscì in fretta, felice di allontanarsi dall'ombra minacciosa che la pazzia di sua madre proiettava nella sua vita. Doveva parlare col dottore perché procurasse le medicine. Adesso aveva i soldi per pagarle, forse sua madre sarebbe guarita. Si attaccò a questo pensiero come un ragno al filo che tesseva.
A scuola sembrava tutto uguale eppure paradossalmente diverso. Si mormorava che il professore di chimica fosse stato sospeso per idee sovversive, addirittura qualcuno diceva che era stato arrestato, ma erano frasi dette sotto voce e Jacob preferiva ignorarle. Karl, dall'ultimo banco lo fissava con uno sguardo strano; se ne accorse ad un certo punto e si sentì a disagio. Gli sembrava che l'amico volesse comunicargli qualcosa che non capiva.
Quella mattina mancavano sei alunni, tutti ebrei che, come imponevano le leggi razziali, non potevano più frequentare scuole pubbliche e Jacob guardava quei posti vuoti, incerto sul reale significato di quelle assenze. Oltre ai vetri delle alte finestre intravedeva il cielo sereno di un giorno che si annunciava luminoso. Il vento leggero trasportava nuvole chiare.
Il colore degli occhi del bambino avrebbero dovuto essere così: celesti, pensò. Avrebbe mischiato il bianco all'azzurro fino ad ottenere la tonalità giusta e poi avrebbe aggiunto una goccia di giallo, ma doveva fare delle prove.
Intanto il professore di disegno aveva attaccato alla lavagna la riproduzione a matita di una natura morta e sollecitava i ragazzi al lavoro. Jacob sorrise: copiare era un gioco per lui. Strinse gli occhi miopi per mettere meglio a fuoco i tratti. I tratti di matita andavano da destra a sinistra, come se a farli fosse stato un mancino. Erano posati lievemente sulla carta e non ne incidevano la superficie. Forse il pittore si stava annoiando ed eseguiva quel lavoro di malavoglia, forzatamente. Jacob ne contò trenta, dopo i quali uno spazio vuoto indicava dove la luce colpiva il frutto. La stessa schematica sequenza si ripeteva più volte. Trenta sottili righe e poi il lampo bianco di luce riflessa. E dove l'ombra si faceva più scura anche i tratti si infittivano e diventavano settanta e qualche volta ottanta, ma sempre il gesto era leggero, come indifferente. Jacob immaginò l'artista che sbadigliava, guardava la frutta e le bottiglie da riprodurre, distrattamente, con la mente altrove.
“Magari sta pensando come me ad una Madonna e al suo Bambino e questa è solo un'opera di ripiego, che gli serve per guadagnare qualcosa.”
Con la matita stretta fra le dita sottili Jacob chiuse gli occhi e cercò nella mente l'immagine che poco prima aveva visto sulla carta. Lentamente, dal buio emersero i segni leggeri e i contorni. Era l'attimo giusto si disse e, come sempre inevitabilmente gli accadeva, le sue mani non furono più le sue, ma altre. Attraverso le sue dita passò l'energia e la creatività dell'autore sconosciuto. Per un processo che non sapeva spiegarsi, e in qualche modo neppure gli apparteneva, il tempo presente si spostò nel passato e in quel momento lontano, ma imperscrutabilmente ed inspiegabilmente fuso col presente, in quel preciso istante, con gli occhi miopi semichiusi, lasciò libere le mani. I segni si susseguirono rapidi sulla carta e molto prima del tempo concesso, finì la riproduzione.
Quando riaprì gli occhi si accorse che il professore gli era accanto e lo osservava stupito: “Ecco qualcosa di veramente buono” disse, prendendo il lavoro del ragazzo e sintetizzando in quelle poche parole il proprio ammirato giudizio.
La campanella della ricreazione e la confusione che seguì impedirono a Jacob di chiedere qualche spiegazione. Scese con gli altri nel cortile dove di solito bighellonavano in attesa di riprendere le lezioni. C'era un piccolo assembramento intorno ad un giovane vestito in divisa scura, evidentemente un simpatizzante delle emergenti idee politiche, che stava spiegando agli amici le ragioni della priorità ariana su tutte le razze.
Jacob si tenne lontano, provava un'istintiva repulsione per quei discorsi. Il suo amico Karl lo raggiunse nell'angolo nel quale si era rifugiato.
“Vuoi fumare?” gli propose, ma Jacob rifiutò.
Odiava l'odore del tabacco e odiava ancor di più dover procurare le sigarette per sua madre, soprattutto ora che cominciavano a scarseggiare. Karl ne accese una e aspirò il fumo con la stessa famelica intensità che vedeva negli occhi di sua madre al mattino.
“Che ci trovi nel tabacco?” non poté far a meno di chiedere.
Karl lo guardò come valutando la serietà della domanda.
“Un piacere che si diffonde in tutto il corpo, passando dal cervello... Non hai mai provato?”
“No, non credo mi farebbe lo stesso effetto. Io mi sento veramente bene solo quando dipingo o disegno.”
“Oddio come siamo diversi!” motteggiò Karl. “A me dipingere fa venire il mal di testa.”
Risero, ma poi l'amico si fece serio e continuò: “Mio fratello mi ha detto che all'università alcuni studenti sono stati arrestati come sovversivi. E pensare che Berlino era famosa per la qualità e la liberalità culturale. Sono tempi difficili, non so cosa credere o pensare.”
“Io sono disperato. Ho un pensiero solo che mi ossessiona: Judith! L'amo e mi manca terribilmente. È irraggiungibile, ma non posso far a meno di desiderarla. La mia Madonna ha il suo volto” confessò Jacob abbassando gli occhi.
Karl aprì la bocca e la richiuse, deglutendo il fumo e la saliva insieme che gli provocarono un accesso di tosse dal quale uscì paonazzo.
“È ebrea!?” riuscì finalmente a dire.
“Una volta non ci importava la razza, cosa è cambiato?” replicò, e c'era nella voce una specie di angosciata stanchezza.
“Mio fratello dice che è cambiato il vento e la gente si lascia portare. Anche mio padre è troppo vecchio per resistere e segue la corrente. Si è iscritto al partito e frequenta le riunioni. A volte i genitori non sono come li vorremmo.”
Jacob scosse la testa, per la prima volta nella sua breve vita fu contento di non avere un padre da giudicare, da imitare o da sopportare.
“Hai ragione. Vorrei che mia madre stesse bene, ma ho paura di non riuscire a pagare le medicine e, se non le prende con regolarità, piomba in una specie di limbo e non ne esce più. A volte mi sembra che contagi anche me con la sua malattia. Ho ricevuto in regalo una scatola con i colori più belli che esistano e non ho la forza di usarli.”
L'ineluttabile futuro aveva tinte scure nella fantasia dei due giovani e ad un certo punto non trovarono più le parole per consolarsi a vicenda. Rientrarono in classe consapevoli di essere vivi in un mondo che si stava popolando sempre più di ombre. Come potevano contrastare la valanga che stava travolgendo quello che avevano di più vero e di più caro e si stava portando via la loro giovinezza e i loro sogni?
Il gruppo si era disperso fra le grida dei partecipanti, esaltati dalla prospettiva farneticante di conquista. Jacob e Karl sentirono su di loro lo sguardo malevolo di alcuni compagni che li avevano notati confabulare.
Poi i giorni presero a rotolare come le biglie di vetro lanciate dai ragazzi sul selciato, troppo veloci per mostrare la loro anima e troppo insignificanti perché meritassero attenzione o fossero trattenuti dalla memoria. La ragione profonda era che la paura stava crescendo dentro ed intorno a loro e così Jacob tornava a vivere solo la notte, chino sulla tavoletta dove il volto di Maria aveva gli occhi giudei e il bambino i riccioli scuri.
Ogni pennellata era l'attimo, il respiro della sua anima e ad essa attaccava la sua ragione di vita. Le notizie che arrivavano si fecero via via più dolorose, tanto terribili da fargli desiderare di chiudersi ancora di più nel guscio di un'apparente, ossessiva normalità.
Elide Ceragioli
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