Writer Officina Blog
Ultime Interviste
Divier Nelli è uno scrittore, editor, insegnante di narrazione e consulente editoriale. È nato a Viareggio nel 1974 e vive nel Chianti. Scoperto da Raffaele Crovi alla fine degli anni Novanta, ha esordito nel 2002 col romanzo La contessa, cui sono seguiti Falso Binario, Amore dispari, Coma, Il giorno degli orchi e la riscrittura del classico ottocentesco Il mio cadavere di Francesco Mastriani. Il suo ultimo libro tratta il tema scottante del bullismo infantile, affidato al racconto della giovane protagonista della storia. Il titolo è Posso cambiarti la vita, edito da Vallecchi-Firenze.
Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020, racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è un’affascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla carta al piccolo schermo. In quell’anno iniziano infatti le riprese per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto, prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà invece l’attrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri.
Grazia Verasani si diploma all'Accademia dell'arte drammatica all'età di vent'anni. Le sue prime esperienze avvengono col Teatro Stabile dell’Aquila e col Teatro Stabile di Torino. Dopo l'incontro con Tonino Guerra, che la incita a scrivere, nel 1987 pubblica alcuni dei suoi primi racconti grazie a Roberto Roversi, che definisce la sua scrittura "immaginifica". Il suo romanzo più conosciuto è "Quo vadis baby?" da cui è stato tratto il film omonimo, con la regia di Gabriele Salvadores. Nella sua ultima opera "Come la pioggia sul cellofan" continua a raccontare la storia di Giorgia Cantini.
Altre interviste su Writer Officina Magazine
Ultimi Articoli
Dialoghi e Menzogne. Il passaggio dal cinema muto al sonoro ha cambiato la percezione di una scena. Se vi soffermate su questo antico concetto, vi ritroverete a paragonare un libro alla stessa forma determinante di comunicazione, ma vi renderete conto che non ha alcun senso imbavagliare i nostri personaggi. E ora vi domando: cosa sarebbe "Il Piccolo Principe" senza i dialoghi con la volpe?
"I have a dream", ripeteva Martin Luther King Jr. il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington. "Io ho un sogno" è parte integrante della speranza di ognuno di noi, perché senza sogni resteremmo schiavi delle convenzioni. E non importa quanto sia piccolo o grande un sogno, la questione basilare è non arrendersi mai.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Home
Blog
Autori
Biblioteca Top
Biblioteca All
Servizi
Inserim. Dati
Writer School
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Elide Ceragioli
Titolo: Non sai mai chi puoi incontrare
Genere Giallo Poliziesco
Lettori 445
Non sai mai chi puoi incontrare
“Com'è corto!”
“Ehi! Guardate come ce l'ha piccolo!”
“Piccolo! Piccolo! Piccolo!”
I bambini gli giravano intorno sbeffeggiandolo, mentre la madre in piedi, altera e fredda come sempre, assisteva indifferente. Chinò la testa e guardò il suo pene rimpicciolirsi fino a scomparire, inghiottito dalle pieghe dello scroto. Lo squillo della sveglia gli riempì le orecchie e lo strappò dal sonno. Aprì gli occhi tremante e in un bagno di sudore. Se ogni albero ha le sue radici, forse le sue erano in quel sogno che si ripeteva, notte dopo notte, impedendogli il riposo. Si alzò e cercò nell'acqua tiepida della doccia un poco di ristoro.
Filippo, il suo cameriere, gli aveva preparato l'abito blu di lana leggera. Lo indossò con la camicia a righe e la cravatta azzurra di seta. Si specchiò compiaciuto e irritato allo stesso tempo per quello che vedeva: sembrava un giovane manager pronto per un noiosissimo consiglio di amministrazione. Si passò le dita fra i capelli, aggiustandosi i riccioli umidi, poi si carezzò le guance che avevano bisogno di una rasatura, ma ci avrebbe pensato Attilio, il barbiere, nel pomeriggio. Ora non aveva tempo. Doveva fare una cosa molto importante, anzi indispensabile. Prese il telefonino e le chiavi della BMW e uscì.

***

Nello stesso momento, a pochi chilometri di distanza, Ester e Luigi avevano appena finito di far colazione nel bar accanto all'albergo semicentrale, nel quale avevano passato la notte. Erano emozionati, soprattutto Luigi, che avrebbe, per la prima volta, relazionato al Congresso Nazionale sugli importanti studi di economia aziendale che stavano conducendo alla Bocconi. Il professore aveva fatto capire chiaramente ai due giovani assistenti che quello, oltre ad essere un banco di prova, era la rampa di lancio verso nuovi finanziamenti e prospettive future di sicuro interesse.
La competenza di Luigi in materia di elaborazione dati, unita all'estrosità di Ester nell'inventare modelli teorici, aveva fatto fare un balzo in avanti alla ricerca. Godevano della reciproca presenza, forti di un sodalizio basato sull'affinità culturale, sulla bellezza e sulla giovinezza. Forse non era vero amore, ma il rifugiarsi uno nell'altra e il dolce appagamento dei sensi. Alla loro giovane età poteva bastare.
“Dovresti bere una camomilla invece del caffè!” scherzò lei, che percepiva l'ansia del compagno. Fu in quel momento che il telefono squillò. Era il professore che li avvertiva del cambiamento del programma, per cui i lavori erano slittati al pomeriggio e potevano profittare della mattina, per visitare Firenze, se lo volevano.
“Ci siamo alzati presto per nulla” borbottò Luigi prendendo la cartelletta e non nascondendo il proprio disappunto.
“Non innervosirti” gli disse Ester. “Cerchiamo un autobus e andiamo a Fiesole, vediamo la città dalla collina, ci baciamo negli scavi archeologici e poi scendiamo per il pranzo. Ti va il programmino?”
La ragazza riusciva sempre a trasformare in positivo ogni inconveniente e Luigi, subito convinto, annuì e pagò il conto della colazione. In fondo non gli dispiaceva dilazionare il momento in cui avrebbe dovuto esporre la relazione; ripetersela nella mente ancora per un po' lo faceva sentire più preparato e lo rassicurava. Con l'animo leggero e un sorriso allegro stampato sui bei visi, si diressero alla fermata dell'autobus.

***

Ottavio della Lambertesca era notoriamente gay ed esibiva con ostentazione esagerata la sua omosessualità. Alcuni dei suoi avi avevano avuto la sua stessa inclinazione e il giovane se ne vantava, quasi fosse parte del blasone di famiglia; del resto, avendo sperperato col gioco e mille frivolezze il patrimonio, era tutto quanto gli rimaneva, a parte il nome, dell'eredità. Solitamente era benvoluto e che avesse smarchettato ogni tanto, in cambio di piccoli prestiti o di inviti a pranzo e a feste, lo sapevano tutti, ma non ci badavano.
Ottavio era spiritoso e le sue origini e i suoi modi lo rendevano una compagnia piacevole. Condiva la conversazione con una vena di autoironia, che faceva dimenticare il suo passato non proprio limpido. Aveva pagato in una boutique d'alta moda, con un assegno non coperto, una giacca di pura seta firmata Valentino, ovviamente, ma il proprietario aveva ritirato la denuncia e il reato era stato archiviato.
Qualche anno prima aveva anche provato a convincere una zia novantenne molto devota, di essere la reincarnazione di Giovanna d'Arco e si era fatto dare un centinaio di milioni di lire, per iniziare una crociata contro gli infedeli. I soldi erano stati immediatamente inghiottiti nel vortice dei suoi debiti e gli altri nipoti lo avevano denunciato per circonvenzione d'incapace. Non avevano ricavato nulla, perché l'ottuagenaria zia si era ostinatamente rifiutata di passare per insana di mente e aveva dimostrato, con un discorso ben argomentato, di essere in grado di intendere bene le loro macchinazioni. Alla fine aveva nominato Ottavio suo unico erede, col pretesto che lo trovava spiritoso e che era stato l'unico, nel corso degli anni, ad interessarsi a lei. L'eredità rimasta dopo la sua incursione nel patrimonio era poca cosa, ma bastevole a fargli ricordare con gratitudine la vecchia signora. Ogni anno, nell'anniversario della sua morte, le faceva dire una santa messa di suffragio.
Il giovane era una testa calda e pareva fosse incapace di calmare i suoi bollenti spiriti; invece, alla soglia dei quaranta, finalmente aveva trovato il grande amore. Inaspettatamente si era innamorato di un maturo antiquario svizzero, del quale gestiva un negozio nel centro di Firenze. Un amore ricambiato anche se forzatamente clandestino. Si vedevano nei fine settimana nel pied a terre a Milano o in Versilia, perché Albert era vedovo e la relazione omosessuale non avrebbe giovato alla posizione dei suoi figli nella puritana Losanna. Questo concedeva ad Ottavio la libertà necessaria per brevi flirt, spesso più fantasticati che concretizzati, ma che lo aiutavano a colmare egregiamente i lunghi periodi di solitudine e di attesa.
Quel mattino aveva un appuntamento alle 9:30 con un collezionista francese, ospite di amici in una villa a Fiesole. Intendeva vendergli due croste di fine ottocento, spacciandole per pezzi rari e di valore. La speranza di un sostanzioso guadagno si univa alla possibilità di un petit divertissement, un piccolo flirt, come alcune allusioni, nei brevi scambi telefonici, gli avevano fatto credere.
Guidava distrattamente la sua Fiat 500 d'epoca, immerso in piacevoli fantasie quando vide i due giovani che correvano mano nella mano per evitare la pioggia marzolina, improvvisa e fastidiosa. Notò il ragazzo, piuttosto bello, anche se forse con la tendenza a tenere le spalle curve, come chi passa troppe ore sui libri. Reggeva una borsa verde e cercava di ripararla, con magri risultati. Li superò, ma continuò a guardarli nello specchietto retrovisore, incerto se fermarsi, poi, impulsivamente, azionò la freccia e accostò al lato della strada.
“Salite ragazzi, vi do un passaggio!” urlò dal finestrino aperto.
I due si guardarono titubanti, ma il rombo di un tuono li fece decidere. Come aveva sperato, la ragazza si accomodò nel sedile posteriore e il giovane davanti, dopo aver preso con gentilezza la sua ventiquattrore sulle ginocchia. Si presentarono. Luigi disse che stavano andando a Fiesole per vedere il teatro romano, ma che forse sarebbe stato meglio tornare indietro. Ester protestò, dicendo che avevano fatto troppa strada e che la pioggia sarebbe cessata sicuramente. Ottavio approvò, da esperto meteorologo, mostrando col dito il cielo, che stava in effetti schiarendo. Squarci di azzurro e il verde della vegetazione invitavano in effetti a proseguire. Luigi cedette alzando le spalle, rassegnato ad accontentare la compagna e Ottavio, che godeva appieno della sua presenza, cominciò a sciorinargli la storia degli expertise che teneva nella valigetta e altri mille inutili particolari che, però, gli consentivano di voltare frequentemente la testa verso di lui, per scrutarne il bel profilo. La ragazza non parlò quasi mai e gli sembrò scialba a tal punto da dimenticarne in breve i tratti del volto. Che era bionda e coi capelli lunghi fu poi quasi una scoperta per lui. Inutile dire che la strada gli sembrò breve; li fece scendere in piazza, seguendoli con lo sguardo carico di nostalgia e di invidia per la loro fresca giovinezza e per quell'evidente amore carico di promesse. Per anni si sarebbe pentito dei suoi pensieri.
Il suo ospite lo accolse calorosamente e per tutto il giorno, preso dagli affari, si dimenticò di loro.
Il francese era davvero un uomo interessante, i dipinti gli piacquero e si dimostrò disposto a visionarne altri. Pranzarono al ristorante e Ottavio civettò simpaticamente e senza esagerare. Quando si congedò, si scambiarono un lungo sguardo complice, che prometteva futuri e piacevoli incontri.
Tornò a Firenze nel primo pomeriggio, passò un momento in negozio, sbrigò alcune incombenze burocratiche e telefonò ad Albert. Lo faceva sempre, quando la coscienza lo rimordeva e si sentiva in colpa. Chiacchierarono di tutto e di nulla come fanno le coppie che stanno insieme da lungo tempo, affiatate dalla costante abitudine, poi alle sei uscì e si diresse verso il bar dove, tutte le sere, prendeva l'aperitivo. Dopo la pioggia del mattino, l'aria aveva quella luce particolare che sembra dare una maggior corposità alle cose. Ottavio camminava sereno, tranquillo. Aveva raccontato ad Albert del buon esito dell'affare e stabilito l'orario in cui sarebbe arrivato alla stazione.
Il bar era affollato come al solito e salutò gli amici, prima di sedersi al tavolo. La televisione era accesa e trasmetteva il notiziario, ma ascoltò distrattamente la voce concitata del giornalista, senza badare a quanto diceva. Il cameriere gli portò il Bellini e si intrattenne con lui. Talvolta Ottavio provava l'impulso di fare il pigmalione con i neofiti e quanti erano alle prese con la scoperta della propria identità sessuale. Il cameriere era uno di questi, ancora incapace di rivelare la sua omosessualità ai genitori e per questo cercava conforto e consiglio nel nobile antiquario. Gli confidò a bassa voce, per sfuggire alla curiosità degli altri clienti, di una sua recentissima simpatia per il buttafuori e Ottavio approvò con energia, mentre sorseggiava il suo aperitivo. L'inizio di una relazione poteva dare la spinta giusta al cameriere per dire la verità ai suoi genitori.
La televisione continuava a trasmettere, fra l'indifferenza generale, le notizie, fino al momento in cui sullo schermo apparve un uomo, dall'aspetto colto ed elegante, ma col volto stravolto dall'ira. Era un professore universitario che chiedeva, con impeto manageriale, che gli fosse riconsegnata immediatamente una borsa verde, che conteneva il portatile con il risultato di un anno di ricerca e che la polizia invece tratteneva fra i reperti. Uno dei suoi vecchi amici commentò che era davvero un peccato che un così bel giovane fosse stato evirato, ma Ottavio si limitò a storcere la bocca disgustato. Non aveva compreso bene di cosa stessero parlando, immerso com'era ad ascoltare le confidenze del ragazzo. Si sentiva soddisfatto per quella giornata trascorsa in modo fruttuoso e ricordava piacevolmente il pranzo con il nobile parigino, che aveva promesso nuove visite e nuovi acquisti e quel commento gli scivolò addosso, lasciandogli solo un vago senso di inquietudine.
Era venerdì e doveva affrettarsi all'appuntamento col massaggiatore. Ad Albert piaceva che si mantenesse in forma. Dopo una cena frugalissima, se ne andò a letto, avvolto nel pigiama di seta, spense il televisore sul notiziario della notte, che ripeteva lo stesso appello. Passò una notte agitata, al mattino prese il Freccia Rossa per Milano, pronto a farsi perdonare in modo concreto dal suo compagno la fantasticata avventuretta.
Come succedeva sempre, passarono la maggior parte del tempo in camera, isolandosi dal mondo intero. La domenica pomeriggio visitarono un mercatino dell'usato, dove comprarono deliziosi oggettini di poco prezzo, ma facilmente rivendibili e progettarono le vacanze. Albert era solito andare in montagna coi nipotini, ma era certo di poter trascorrere anche qualche giorno da solo. Ottavio lo avrebbe raggiunto, con buona pace di tutti.
Solamente al ritorno a Firenze, il lunedì mattina, vide i giornali e lesse della giovane coppia trucidata sul sentiero degli innamorati a Fiesole, ma non riconobbe nella foto sfuocata, che era quella di un diciottenne neopatentato, il giovane al quale aveva dato un passaggio. Continuava a provare una vaga inquietudine, senza sapere a cosa imputarla.
Nel tardo pomeriggio la commessa, che lo aveva preceduto in negozio, disse arrabbiata: “Che stronzo quel professore! Gli ammazzano i suoi studenti migliori e lui pensa solo alla borsa verde e al computer sequestrato dalla polizia!” La frase, buttata lì in modo banale lo colpì come un fulmine, facendolo vacillare. Si fece portare i giornali e lesse avidamente come i due ragazzi erano stati uccisi, probabilmente solo poche ore dopo che li aveva incontrati. Due colpi secchi alla testa e, particolare che lo fece quasi vomitare, il ragazzo era stato evirato. Sconvolto, quasi sotto shock, si chiuse nello studio, per telefonare ad Albert.
Parlarono a lungo e concordarono cosa dire senza compromettere la privacy dell'amico svizzero e poi, verso le sei, Ottavio si presentò alla più vicina stazione di polizia, dove lo conoscevano bene, per i suoi trascorsi. Raccontò spontaneamente tutto quello che ricordava, ma gli fecero ugualmente domande su domande, minacciando e alternativamente promettendo, poi finalmente, quasi a mezzanotte, lo rimandarono a casa. Per un mese i giornalisti si sbizzarrirono in titoli quali - Nuovo mostro a Firenze! - – - L'assassino colpirà ancora? - – - Gli inquirenti brancolano nel buio! -
In effetti le analogie col “mostro delle coppiette”, che molti anni prima aveva imperversato nelle campagne intorno alla città, c'erano, o comunque ai giornalisti faceva comodo che ci fossero e per un po' i quotidiani andarono a ruba. Poi il silenzio della polizia, che non lasciava filtrare nulla, fece declassare la notizia, fino a ridurla ad un esile trafiletto di cronaca locale.
Ottavio della Lambertesca fu elogiato per il senso civico dimostrato e per lo spirito di collaborazione, che - aveva consentito di far luce sui momenti immediatamente precedenti la morte dei due giovani - , come disse, pomposamente, il capo della polizia, mentre sollecitava i cittadini a dimostrare altrettanto senso civico.
Uno stuolo di tecnici della scientifica aveva ispezionato accuratamente la sua auto e trovato un lungo capello biondo sul sedile posteriore. L'avevano identificato facilmente come appartenente ad Ester, mentre sull'incarto di una gomma da masticare appallottolata nel posacenere, c'erano le impronte di Luigi e tracce dei suoi polpastrelli e del palmo della mano sinistra erano anche sulla ventiquattrore. Ottavio si commosse nel ricordare con quanta gentilezza il ragazzo l'aveva tenuta fra le mani. Tutto concordava col suo racconto e testimoniava che non aveva mentito. Del resto, se gli inquirenti avessero anche sospettato lontanamente una sua qualche implicazione, c'era la testimonianza dei camerieri del miglior ristorante di Fiesole, che avevano servito un pasto luculliano a lui ed ai suoi importanti ospiti, proprio mentre avveniva il delitto. Ottavio non aveva mai posseduto un'arma e, francamente, aveva orrore per la violenza, come confermarono tutti quelli che lo conoscevano.
Fu felice della notorietà marginale che questo gli portava, anche perché la curiosità fece aumentare l'affluenza al negozio e gli affari. Il motivo più recondito e che non aveva confessato neppure ad Albert, era che avrebbe voluto contribuire alla caccia all'assassino, per questo accettò di partecipare alla trasmissione televisiva in cui si cercava, con l'aiuto di esperti del settore, di tracciare la personalità del colpevole. Albert lo criticò, tacciandolo di esibizionismo, e litigarono anche. Al loro mondo e alle loro vite giovava maggiormente l'ombra rispetto al pieno sole.
L'antiquario si trovò un po' a disagio nello studio della tv locale, anche perché il giornalista lo trattava con un certo sussiego, preferendo dare la parola agli esperti. Un tenente del RIS si impelagò in un discorso farraginoso ed incomprensibile, tentando di spiegare la tecnica innovativa che permetteva di rilevare anche la più piccola macchia di sangue sugli indumenti dell'assassino, qualora, ovviamente, lo avessero trovato; la qual cosa non era per niente scontata.
Quest'ultima affermazione scatenò i commenti ironici dei presenti. Il criminologo, ospite d'onore, aveva ascoltato distrattamente. Si capiva che riteneva di essere indispensabile alle indagini ed esplicitò, con dovizia di particolari, una sua teoria, secondo la quale la personalità dell'omicida era quella di un frustrato nella sua mascolinità, probabilmente un omosessuale, che lottava contro le sue tendenze.
“Ha castrato” disse brutalmente, facendo inorridire le signore fra il pubblico, “per l'angoscia di non possedere un pene funzionante. Del resto” continuò, preso dalla foga inarrestabile di mostrare le sue conoscenze storiche, “Firenze era nota fin dal tempo del sommo poeta per la diffusione dell'omosessualità. Nel Rinascimento era considerata la capitale del mondo gay, al punto che gli omosessuali venivano chiamati - florenzen - ... e quindi non ci dobbiamo stupire che questo genere di delitti avvengano proprio qui.”
Guardava in modo accusatorio Ottavio, forse per lui prototipo di tutti i gay del mondo e l'uomo, a torto o a ragione, si risentì per quelle asserzioni, che viveva come un attacco alla propria identità. Senza essere interpellato e con disappunto per il giornalista, che faticava a controllare il rumoreggiare del pubblico in sala, si alzò in piedi, prese il microfono e sbottò che, pur essendo gay, non aveva mai avuto problemi a reperire membri maschili di varie misure e forme, senza dovere per questo evirare nessuno. Ovviamente le sue parole suscitarono l'ilarità generale e il conduttore interruppe la trasmissione. Dopo la lunga pausa pubblicitaria che consentì di ritrovare un po' di calma, le telecamere mostrarono la panoramica della città, della piazza di Fiesole e infine della scena del crimine.
A quel punto ci fu la testimonianza accorata di Ottavio, che raccontò con molti particolari il suo incontro coi due giovani. Si commosse nel rievocare la loro bellezza e simpatia e molte signore si asciugarono gli occhi, non riuscendo a trattenere le lacrime. Uno dei tecnici ipotizzò che l'omicida fosse una donna, desiderosa di vendicarsi dei maltrattamenti o di vecchie violenze subite e molti si trovarono d'accordo con lui.
Alla fine le ipotesi più accreditate, e rimbalzate dal presentatore al pubblico in sala e a casa, furono quelle che identificavano il colpevole in un omosessuale o in una donna, anche se Ottavio non le trovava assolutamente plausibili.
Come era ovvio, i giornali riportarono una vivace polemica, alimentata dalle più disparate associazioni LGTB che videro in questa inaspettata pubblicità una buona occasione per difendere i propri diritti.
Per qualche giorno si occuparono quasi esclusivamente della questione, anche intervistando opinion-leader, e questo servì a far passare in second'ordine l'omicidio dei due giovani, che fu relegato nelle pagine interne. Il caso ritrovò notorietà circa un mese dopo, quando spuntò un possibile indagato.
Il custode del cimitero di Fiesole, conosciuto dagli inquirenti e dalle numerose coppie in cerca di intimità, che si appartavano nei boschetti dei dintorni, come accanito guardone, fu ripetutamente interrogato. Suo malgrado e malgrado quanto avrebbe desiderato la polizia, finì in prima pagina e vi rimase per tutto il tempo che ci volle perché si appurasse che non aveva mai posseduto una pistola e che il suo voyeurismo era fastidioso, ma assolutamente innocuo. La notorietà gli fece bene, gli procurò una specie di patente, per cui le coppie, prima di appartarsi, quando lo notavano, lo salutavano, come fosse un conoscente o addirittura un amico, del quale si aspettavano una gradita visita e che garantiva, con la sua presenza, la loro incolumità. A poche settimane dalle elezioni, fare il “colpaccio” avrebbe valso la vittoria per la lista al governo, ma la situazione si arenò. Se l'autopsia dei giovani, i vari sopralluoghi e gli interrogatori avessero o meno dato qualche risultato, nessuno lo rivelava e i giornali cominciarono ad interessarsi ad altre storie.

***

Si spogliò ed entrò nella doccia. Aveva fatto di nuovo quel sogno orribile e si era svegliato sudato e tremante a metà della notte. Il tremore gli impediva quasi di aprire le manopole. Si costrinse a fare dei respiri profondi, a pensare a qualcosa di diverso, ma la cantilena ossessiva dei bambini gli torturava le orecchie come se fossero lì, nella sua stessa stanza. Finalmente il getto bollente gli colpì il dorso con tanta violenza, da fargli male. Il dolore era necessario, il dolore avrebbe cancellato la sua vergogna, annientato l'onta che infangava il suo nome e faceva tornare puntualmente, ogni notte, lo stesso orribile sogno.
Doveva uscire da quella stanza. Doveva andare a caccia. Ridacchiò guardandosi finalmente i genitali, ma senza toccarli. “Troverò quello che mi serve.” La luce della follia gli animò lo sguardo, rendendolo più acuto, capace di trapassare i muri, di indovinare quello che succedeva nelle altre stanza della casa. Sua madre dormiva a bocca aperta, russando rumorosamente. Il corpo magro sollevava appena le lenzuola. Uno scheletro decrepito, tenuto insieme dall'ostinato desiderio di vivere. Non si sarebbe accorta che lui usciva. La servitù poi era abituata al suo via vai irrequieto. Si asciugò con cura e si vestì con gli abiti comprati appositamente in un grande magazzino. Roba dozzinale fatta in Cina, il cui contatto lo disgustava, ma era necessario per non lasciare tracce.
Prima di uscire prese il rasoio, regalo del nonno, dalla preziosa scatola in ebano e infilò la pistola già carica nella tasca della tuta.

***

Alle 13:30 del 17 aprile la signora Paragoni telefonò al 112, per denunciare la scomparsa del figlio. “Si chiama Giacomo” disse, “anni 28, professione ballerino, in arte Lulù.” Al frastornato centralinista, che cercava di spiegare che un giovane che non telefona da 24 ore non può definirsi - scomparso - , la signora Valeria raccontò, piangendo, che da quando era andato a vivere da solo, dodici anni prima, mai e poi mai aveva saltato quell'appuntamento. Alle 13:00 di ogni giorno telefonava: “Mamma stai bene? Anch'io sto bene. Baci... ci sentiamo domani!” L'angoscia era così palese che, alla fine, l'appuntato promise di fare la segnalazione.
Un po' più tardi, alle 15:35, Carmelita Josefa uscì dal portoncino blindato di via del Prato, trascinando Azzurra, la recalcitrante cagnetta dei suoi datori di lavoro. Portarla a fare la consueta passeggiata pomeridiana al Parco delle Cascine, era uno dei compiti che odiava di più. D'altronde erano poche le cose che le piacevano della città dove la povertà di Santo Domingo l'aveva costretta ad emigrare. Firenze le sembrava troppo soffocante, sudicia e priva della luce e dei colori della sua terra. Era piovuto e non voleva sciuparsi le scarpe, così rimase sulla strada, lasciando ad Azzurra l'illusoria libertà, concessa dal lungo guinzaglio.
Quel giorno la bestiola sembrava possedere un'energia maggiore del solito e si lanciò dove l'erba era piuttosto alta, sfuggendole di mano. Sorda ai suoi richiami, aveva immerso il grazioso musetto in qualcosa che sembrava di suo gradimento e solo i forti strattoni al guinzaglio la costrinsero a ritornare zampettando verso la cameriera.
Carmelita era molto arrabbiata quando prese in braccio la bestiola, che guaiva infastidita, per essere stata interrotta. Brontolò nella sua lingua bella e musicale, imprecando contro la sorte e contro la sporcizia nella quale la cagnetta era finita, prima di accorgersi con orrore di avere le mani sporche di sangue. Spingendo istintivamente lo sguardo oltre l'erba scorse la massa bianca di un corpo: si mise a gridare e continuò, finché un vigile non si avvicinò per calmarla. La cameriera, tremando, indicò all'uomo quello che l'aveva spaventata e poi cominciò a vomitare.
La scena era di quelle da film horror e il vigile stentò parecchio a calmare la ragazza ed a tener lontani i passanti, incuriositi dalle grida.
Il corpo nudo aveva il biancore del marmo, le belle tette sembravano una coppa di panna montata sulla quale fosse stata posata una ciliegina. Puntavano al cielo, quasi a sfidarlo. O almeno questo scrisse un giornalista, sfoderando una dubbia vena poetica. Le foto mostravano un'immagine più prosaica e crudele. I capelli biondi incorniciavano una ferita tondeggiante sulla fronte, ma la cosa più orribile era il pube. Nello scroto pendevano inerti due piccoli testicoli, mentre il pene era stato magistralmente asportato. Il sangue, sgorgato copiosamente, era schizzato all'intorno e sulle cosce e aveva macchiato di gocce purpuree i piccoli fiori azzurri.
Per i giornalisti il nuovo delitto, dai risvolti sadici e perversi, fu una vera e propria manna. Il lettore distratto e superficiale si accontentava dei titoloni: - Mostro a Firenze! - – - Il serial killer colpisce ancora - – - Stesse modalità per un nuovo efferato delitto - . Il lettore più attento si perdeva nei meandri di ipotesi e congetture, che però, col tempo, resero chiaro quanto gli indizi di questo nuovo crimine fossero veramente scarsi e quanto si fosse lontani dall'individuare l'assassino.
Giacomo, meglio conosciuto nel suo ambiente come Lulù, apparentemente non aveva nemici e, a modo suo, era “pulito”. Non aveva conti in sospeso con la giustizia, era sempre gentile e carino con tutti. Viveva una storia d'amore con un macho che sfruttava la sua prostituzione, però lo adorava. Nel tempo libero viaggiavano, si divertivano, si amavano profondamente, come confermavano tutti i conoscenti. Josè, il macho peruviano, durante l'interrogatorio d'obbligo, aveva sparso lacrime a più non posso, esibendo una disperazione esagerata, ma in fondo profondamente reale. Con Lulù aveva perso quanto di più caro avesse mai avuto.
Il mondo dei trans era notoriamente omertoso e, se qualcuno aveva visto o sapeva qualcosa, difficilmente lo avrebbe rivelato. Il risultato, ben lontano da quello sperato dalle forze di polizia, fu il riaccendersi delle polemiche sulle presunte o reali discriminazioni nei confronti dei gay e sui lati oscuri del loro mondo.
Dalla prima pagina dei giornali, gradualmente ed inevitabilmente, anche quel fatto passò in second'ordine.
La primavera finì ed arrivò l'estate. L'aria diventò rovente e la città si spopolò. Per le strade semivuote si aggiravano quasi solo turisti, incantati dai monumenti e dalle vestigia della storia scritta sulle pietre, assolutamente ignari e disinteressati ai fatti di cronaca. Le polemiche si quietarono e i delitti, apparentemente, furono dimenticati, anche se le indagini continuavano, discrete e incessanti, come si conveniva a casi simili.
Elide Ceragioli
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Contatto