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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Elide Ceragioli
Titolo: Tempus fugit, amico mio
Genere Giallo Mistero
Lettori 561 11 8
Tempus fugit, amico mio
Oltre la rete.

Mio padre ha aperto la porta di scatto. Spera che mi volti, ma non lo faccio: con me questi trucchi non funzionano.
Sento il suo sguardo sulle mie spalle e percepisco la tensione delle sue braccia e dei pugni stretti. Sorrido, ancora una volta sono io a batterlo.
“È morta” dice, e la sua voce attraversa l'aria come un proiettile e mi raggiunge, eppure non mi ferisce.
“Tua nonna ci ha lasciato. Se vuoi puoi venire a vederla...”
Mia nonna era da anni in un ricovero per vecchi e ricordo poco di lei. Non mi interessa e non rispondo. Lui resta ancora qualche istante fermo ed io sento il suo respiro un po' affannato, da uomo obeso, e il suo odore: un misto di sudore e deodorante nauseabondo. Se ne va.
Vorrei alzarmi e chiudere la porta a chiave per impedire altre visite, altre intrusioni nel mio mondo perfetto, ma so che non posso. Mia sorella sta soffrendo questa perdita e verrà per piangere accanto a me, ed allora mi concentro sul video.
Internet è il mio mondo. Chatto con gli amici, leggo cose di psicologia sui siti e ogni tanto faccio i test. Ho fatto quello dell'autostima, della testardaggine, della permalosità, dell'ansia, della depressione, della fobia sociale, della dipendenza da internet. Sono testardo, permaloso, ansioso e depresso, ho poca autostima, ho paura delle persone: è il mio profilo, ma non ce la faccio a cambiare.
Pigio con forza sulla tastiera, un po' a caso. Scrivo parole senza senso, ad occhi chiusi XHCBGROJSA, e aspetto. Talvolta qualcuno risponde interpretando a modo suo, con fantasia. Apro gli occhi e batto di nuovo furiosamente un messaggio profetico che prima o poi si avvererà: - Ti annuncio che il mondo è putrefatto e la terra si sta disgregando! -
Blocco tutti quelli che fanno commenti negativi.
Poi lei scrive: - Ciao Oliver. -
Provo un brivido di piacere e digito: - Ciao Greta. È morta mia nonna. -
Silenzio e schermo bianco. Mando la stessa mail alla psichiatra, ma aggiungo: - Perché si muore? -
Lei risponde subito, quasi fosse stata ad attendermi: - Perché si nasce. Ti spiace che tua nonna sia morta? -
È irritante, fa le domande e non mi dà le risposte che voglio.
Greta invece mi manda - . . . - , forse vorrebbe che le dicessi di più.
Entra mia madre, ha un odore stantio che mi infastidisce.
“Non hai mangiato! Ti ammalerai!”
La sentenza è inappellabile. “Sono già malato, ricordi? Fobia sociale, sindrome Hikikomori, è scritto sul foglio col quale ritiri la pensione da cinque anni. Ricordi come è cominciata? Non volevo andare a scuola, non uscivo e a te faceva comodo che stessi a casa, lontano dai pericoli. Cosa hai fatto per aiutarmi, a parte farmi sentire un incapace?” Penso tutto questo, ma non dico nulla e le mie dita continuano a battere sulla tastiera.
- Cos'è la psicosi? - domando, ma la dottoressa tace, il nostro dialogo è fatto di poche parole: sono io che inizio e termino. Lei, la sputadiagnosi, la ricettara, non conta nulla.
Greta mi ha mandato un grande cuore. Sono nel suo cuore?
Mia madre è uscita portandosi via il vassoio e fino a domani non tornerà. Riuscissi a dormire tutto il giorno e a rimanere sveglio la notte eviterei anche quel contatto.
Lo schermo si illumina. La dottoressa ha scritto: - Lo sai - .
Ho trovato la risposta su Google e ho letto la composizione delle medicine, sostanze dai nomi assurdi: aripripazolo, risperidone, alprazolam. Diminuiscono l'ansia, le ossessioni ed eliminano le paranoie, ma non le prendo da un pezzo. Sono in fondo ad un pozzo dalle pareti lisce e quello che mi serve è una scala e il desiderio di salirla, non quelle pillole schifose. Ho guardato il video fino a quando le parole hanno perso i contorni e mi sono addormentato.
La finestra è chiusa da una pesante coperta che non lascia passare nessuna scheggia o lama o raggio di luce che possa entrare a ferirmi, e quando mi sveglio ho l'illusione che sia ancora notte.
Greta mi ha mandato tre messaggi: - Ci sei? Non dovevi dirmi che tua nonna è morta, mi fa pensare alla FINE - . - Ora sto malissimo - . - Devi aiutarmi, sei il mio unico amico - .
Greta è stata compagna di classe di mia sorella e abita qui vicino. Dove non m'importa, tanto ogni distanza è superabile con internet e insuperabile per il mio corpo, ancorato alla mia camera come fosse una barca al sicuro nel porto. Ci scriviamo continuamente da anni ormai, anche lei è un'asociale, non esce mai di casa, soffre di molte fobie e odia i farmaci come me. Avevo anche altri amici, ma pian piano hanno smesso di scrivermi. Dicono che sono irritante, perché voglio sempre ragione. IO HO SEMPRE RAGIONE! Se mi contraddicono li blocco! Greta è diversa. Ha bisogno di me. Per lei io sono un punto di riferimento, mi chiede le cose e io gliele spiego. È fragile e sento che devo proteggerla. Mi spiace averle parlato della morte, non credevo si sarebbe spaventata. Dovrò rassicurarla, dirle che la morte non esiste, è solo un pezzetto di un cammino infinito. Come quando dormi e poi ti svegli.
Vado al gabinetto, ma evito di guardarmi allo specchio. Ho l'acne seborroica. La psichiatra mi ha detto che si cura con un farmaco roxi-qualcosa-micina. È un nome complicato, ‘micina', come ci fosse un gatto dentro. Immagino i batteri che scappano inseguiti da una micia affamata e mi viene da ridere. Lo scrivo a Greta anche se so che ora dorme e dovrò aspettare che si svegli perché mi risponda.
La casa è silenziosa e si sente solo il tic-tac della pendola in salotto. È fastidioso, ma si ostinano a caricarla ogni giorno. Eppure il tempo che passa irrita anche mio padre e mia madre, me lo hanno detto più volte. Soprattutto mia madre si lamenta di invecchiare e ha paura della morte.
Sono andati al funerale e per un po' potrò fingere di essere in una nave deserta e viaggiare indisturbato sul mare di internet.
Navigo esplorando arcipelaghi, spiagge, insenature e provo l'euforia dei grandi capitani o pirati, perché rubo informazioni, sensazioni, vita. La vita degli altri, così diversa dalla mia.
Il rumore del tuono mi fa sobbalzare, poi una luce accecante vince lo spessore della coperta e per un istante illumina la stanza e mi fa sbattere gli occhi. Mi vedo come fossi fuori da me stesso, un altro Oliver staccato dal corpo ad osservare quello che faccio. Il computer si spegne e pigio inutilmente sul pulsante di accensione e sulla tastiera. Non c'è corrente ed è irritante. La stanza è tornata completamente buia, sembra che fuori imperversi una vera burrasca. Sento l'acqua scrosciare sul tetto e la finestra della stanza di Anna sbattere. Mia sorella l'ha dimenticata aperta e mia madre si arrabbierà molto. Urlerà e dirà che nessuno ha cura delle cose, che Anna non riesce a trovare un ragazzo perché è troppo sciocca e io sono troppo vigliacco per affrontare la vita. Somiglio a mio padre e non valgo nulla. Poi singhiozzerà disperatamente fino al momento della serie televisiva.
Io non risponderò e neanche Anna, il nostro fallimento in fondo è anche il suo e viceversa. Ferirci a vicenda non serve. L'abbiamo fatto tante volte e siamo sempre allo stesso punto.
Penso alla nonna morta, adagiata nella bara, immobile per sempre in un sonno senza risveglio. La morte è questo? Di questo Greta ha paura? O forse è la vita che io e lei temiamo! Quel doverci cimentare in prove continue, sottoporre a sguardi indagatori e critici ai quali non sappiamo opporre alcuna resistenza. Immagino che ora la mia amica si sia svegliata e mi stia scrivendo. Io però non posso risponderle.
Tremo, ma non è il freddo, è il senso di impotenza che scuote braccia e gambe. L'altro essere, quello al di fuori di me, è tornato ad impossessarsi del corpo, ma non lo controlla e mi muovo senza ritegno, come un burattino che ha perso i fili e sul quale il vento giocherella.
Chiudo gli occhi e penso alla psichiatra. Vorrei che fosse qui, sento che la sua presenza mi darebbe sicurezza, ma quel cazzo di dottori non ci sono mai quando servono e forse è meglio così, perché mi farebbe un'iniezione o mi obbligherebbe a prendere risperidone o altri veleni.
Ho la bocca secca e bevo a lungo, poi mi infilo sotto le coperte e mi copro anche la testa. Spero che mio padre e mia madre tornino presto, perché mi sembra di essere chiuso nella bara insieme a mia nonna e ho la gola troppo riarsa per riuscire a gridare.
Non so quanto tempo è passato. Fuori la pioggia canta una nenia monotona e in casa si sentono passi attutiti dai tappeti coi quali mia madre ha ricoperto quasi tutti i pavimenti. Vado al computer e provo ad accenderlo, ma non succede nulla. Lo schermo rimane nero, spaventosamente nero, ed ho paura che, se continuo a guardarlo, ci sprofondo dentro e non esco più.
Mio padre si affaccia alla porta e stavolta mi giro.
“Oliver, c'è stato un guasto alla centrale e non abbiamo elettricità. Non funziona nulla, ma presto sistemeranno tutto.”
Lo guardo con occhi cattivi.
“Se avessi messo un generatore, adesso non avremmo problemi.”
Lui alza le spalle ed è l'icona del fallimento. Vorrei dirgli: “Sei grasso ed inutile”, ma sto zitto perché ferirlo è ferirmi.
Anna arriva correndo.
“Internet non funziona più, c'è un blackout in tutto il mondo. Una specie di virus ha infettato la rete distruggendo gli snodi principali.”
Non ho capito. Le sue parole sono rimbalzate nella mia testa come le palline elastiche che sembra non debbano mai smettere. Il tremito di qualche ora prima riprende a scuotermi le membra, qualcosa mi smuove la pancia e devo correre in bagno.
Il tempo che è trascorso è impossibile da valutare per me. La casa adesso è di nuovo silenziosa, a parte il russare di mio padre che somiglia al verso di un maiale asfittico. Mangia troppo, fuma continuamente e prima o poi gli verrà un infarto o un ictus, non so cosa sia peggio.
Vado al computer con l'idea di cercare informazioni. Adesso la corrente elettrica c'è, perché dalla camera di Anna filtra la luce che tiene accesa di notte per paura del buio. Non ho mangiato e il vassoio con la pasta è ancora sulla scrivania ingombra di fogli. Metto in bocca tre maccheroni e mastico lentamente attendendo che sullo schermo compaia la familiare e rassicurante icona. Invece non succede nulla, così mi riprende il panico al punto che la gola mi si serra e devo correre a sputare.
Tossisco in preda ad un accesso convulso di rabbia disorientata e impotente.
“Vuoi vedere che si è bruciato qualcosa? Valvole, transistor, circuiti o cosa c'è dentro questa preziosa macchina che mi tiene in vita?!”
Urlo così forte che mio padre e mia madre corrono da me.
Anna arriva dopo un po', piagnucolosa e con lo sguardo vuoto.
“Vi prego ditemi perché non si accende”, supplico accoratamente.
Mio padre alza le spalle e mia madre cerca di confortarmi.
“Te l'abbiamo detto prima. C'è un blackout mondiale. Non si sa quando finirà. Non lo sa nessuno. Non funziona neppure Whatsapp sul cellulare. Anna ha provato tutta la sera e la linea del telefono è disturbata. Ha chiamato la tua psichiatra per chiedere come stai. È preoccupata per te, ma le abbiamo detto che dormivi. Voleva che prendessi degli ansiolitici per sopportare il trauma, l'angoscia, lo stress...”
Mia madre parla e ripete più volte la stessa parola, quasi volesse essere sicura che io la comprenda. La sua voce è fredda, atona, eppure mi brucia la pelle e mi vien voglia di agitare le mani per proteggermi. NON VOGLIO SENTIRLA!
Urlo che voglio morire e loro se ne vanno incapaci di aiutarmi. AIUTO!
Improvviso e terribile mi assale il pensiero di Greta. Lei è sola nella sua camera. Lo so. So che ha paura e boccheggia come un pesce nella boccia senza emettere suoni. Vado alla finestra. Fuori il silenzio mi dice che non piove più e solo qualche rauco grido di uccello notturno conferma che il mondo esiste oltre le mura della mia stanza.
Tremo di nuovo, sfiorando con la punta delle dita la coperta pesante che ho inchiodato per ripararmi dalla luce, ma ora è notte e il sole, il mio nemico, non può farmi male.
Tiro con forza e il tessuto vecchio di anni si strappa in più punti liberando vetri sudici che incorniciano la cima di un albero e il muro di un palazzo. Greta abita là.
Terzo piano, seconda finestra. Scruto aguzzando la vista, pulendo il vetro incrostato con la mano e infine avvicinando il viso fino a toccarlo. Vedo un barlume di luce e un'ombra muoversi. So che è Greta, ha paura, e ha bisogno di me.
Il tremito si fa più violento e devo reggermi all'intelaiatura della finestra per timore che il buio mi inghiotta. Resto lì, coi muscoli tesi e lo sguardo spasmodicamente fisso sul rettangolo scuro del palazzo. È un occhio che mi scruta dentro mentre io scruto lui.
“Greta guardami, io sono qui per aiutarti. Non devi temere. Ti proteggerò come nessuno ha saputo fare.”
Le lancio messaggi telepatici e spero che lei li intercetti. Deve farlo, perché abbiamo un canale di comunicazione aperto. Lei e io, solo noi.
Quando l'aurora ridona contorni definiti alle cose mi ritraggo. Vedo, quasi fosse la prima volta, le mie mani nervosamente aperte ad afferrare sensazioni o a cacciarle. La mia stanza è grigia, io stesso sono grigio e il disordine che è fuori è anche dentro di me.
Greta è lontana, irraggiungibile e il terribile pensiero mi fa torcere le budella e piegare per il dolore.
Mi infilo sotto le lenzuola e mi addormento col desiderio che sia tutto un brutto sogno.
Mi sveglia un bussare concitato. La psichiatra ha un profumo di fiori così forte che riesce a raggiungermi le narici nonostante la porta sia chiusa.
“Come stai? Posso aprire?”
Ha una voce dolce e forte insieme. Fa le domande, ma poi non aspetta le risposte e meno male che ho spinto una sedia così da bloccare la maniglia. Non voglio che mi veda per quello che sono diventato. Magro, con i capelli spioventi sul viso, tagliati alla meglio e la barba lunga di una settimana. Oggi lo specchio mi ha mostrato qualcuno che non conoscevo.
“Quando ricomincerà a funzionare internet?” urlo rabbiosamente e lei invece risponde pacata: “Presto, speriamo, ma non c'è certezza. Potrebbe essere anche fra un mese o un anno. Dipende dai danni che i virus hanno creato nella rete. Sembra siano molto ingenti. Ti ho portato un ansiolitico, ti farà bene.”
So che dice la verità. È sempre stato così, ma non voglio le sue pasticche. Voglio parlare con Greta, rassicurarla, dirle che può contare su di me.
Giro per la stanza evitando di avvicinarmi al computer, che ora mi sembra il cadavere di un cetaceo spiaggiato. Il video è l'occhio vacuo nel quale mi rifletto. La dottoressa è andata via portandosi dietro il suo fresco profumo e mi spiace un po', anche se non le avrei chiesto aiuto per la mia amica: mi avrebbe dato medicine anche per lei.
Il giorno avanza rapidamente, me ne accorgo perché i rumori che entrano non sono più schermati dal computer. Il cielo si è colorato e nella stanza la danza del pulviscolo mi incanta e mi affascina per ore. Chissà se Greta prova quello che sento io, se anche lei scopre di avere sensi dimenticati? Mi passo le mani sul viso, carezzo la barba e poi mi annuso la pelle. Odoro di sudore e muschio, mi domando quale odore ha la pelle di Greta, se anche sul suo corpo si è posata la polvere e se adesso danza alla luce.
Piccole gocce mi cadono dalla fronte e scivolano sulle guance. L'unica ragazza al mondo alla quale tengo veramente sta soffrendo, lo so, e vorrei avere le ali per poterla raggiungere.
Anna entra nella stanza e strabuzza gli occhi. Da cinque anni non mi vedeva alla luce del sole e scoprirmi brutto e sudicio le fa un certo effetto.
“Potresti lavarti. Puzzi un po'!” mi dice. E so che è vero.
“Lo faccio, ma devi aiutarmi, Greta è sola e ha paura. Vorrei poterle dire che la proteggerò.”
Mia sorella mi guarda sempre più stupita, forse non si aspettava che parlassi della sua amica.
“Greta ha smesso di venire a scuola da molto tempo e non vuole vedere nessuno. Non parla con nessuno di noi. Con te invece lo fa?”
Annuisco con la testa e la sorpresa la blocca per un momento, ma poi si riscuote.
“Il funerale di nonna è stato terribile. Vedere tutti quei vecchi all'ospizio, la messa, le preghiere e poi andare al cimitero... Scoprire che anche internet è morto è stato un colpo per tutti. Tu e Greta comunicavate? A me non ha mai scritto.”
Mi guarda un poco astiosa, forse è gelosa. Vado in bagno e mi lavo accuratamente. Non sono sicuro di sapere perché lo faccio, ma so che devo. È per Greta che controllo l'ansia e la paura, è per lei che il tremore delle mie mani è cessato.
“Forse potresti portarle una lettera”, dico a mia sorella, ma lei non mi ascolta: sta guardando fuori dalla finestra e agita le mani. Le vado vicino e mi accorgo che ha un buon odore di vaniglia. Il cielo è animato dal volo di piccoli uccelli scuri, sembrano parole scritte da ignoti angeli in una lingua indecifrabile. Del resto volano così rapidi che leggerle è impossibile.
“Abita laggiù” dice Anna, “forse adesso ci sta guardando.”
Mi concentro, ma non vedo nessun segno della sua presenza.
La luce del sole mi fa sbattere più volte le palpebre, è come una strada luminosa percorsa dal pulviscolo multicolore e non se ne vede la fine. La guardo e mi sento leggero, come se il mio corpo non avesse peso.
Il tempo trascorre scivolandomi addosso e portandosi via scorie del mio passato senza che io opponga resistenza. Ho un unico pensiero ossessivo: aiutare Greta, riuscire a comunicare con lei. Sono agitato e i pensieri cozzano uno contro l'altro disordinatamente. Prendo le gocce che la dottoressa ha lasciato per me e mi sembra di stare meglio.
Quando cala la notte Anna mi porta una torcia accesa e improvvisamente capisco. La luce, che è stata la mia nemica, mi aiuterà.
Accesa/Accesa/Accesa/ ... S
Accesa a lungo (linea) T
Accesa/Accesa lungo A
Con l'alfabeto morse imparato a scuola mando alla mia amica una frase: - Sta tranquilla, io sono qui - .
Aspetto. Poi ricomincio: Accesa/Accesa/Accesa: S
Ripeto il messaggio dirigendo la luce sulla finestra di Greta e poi aspetto.
Ho le mani sudate, il respiro affannato e gli occhi ridotti a fessure nello spasimo di intercettare il più piccolo barlume di risposta.
Sto per ripetere - Stai tranquilla - , quando la luce di una torcia attraversa lo spazio e illumina la stanza. È il segnale. Greta sa che io la proteggerò e io so che, prima o poi, uscirò per raggiungerla. La dottoressa mi aiuterà, ora lo voglio.
Elide Ceragioli
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