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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Curtis Beaver
Titolo: Tenebrae
Genere Fantascienza
Lettori 3023 12 7
Tenebrae
Vennero caricati sul carro bestiame del treno come animali.
Dopo un viaggio di diversi giorni, raggiunsero la stazione ferroviaria di Mauthausen, la mattina del 29 aprile 1945.
Ad attenderli, c'erano le guardie del campo, armate e guidate dallo Zugskommandant. Intorno, decine di cani pastori tedeschi a far loro da guardia.
Si incamminarono per la strada, circondati dalle guardie, in un silenzio spettrale, rotto solo dalle urla e dai pianti dei bambini.
Lui aveva sei anni e mezzo. Da giorni non toccava cibo ed era stremato per il viaggio e la fatica.
Per contrasto, la giornata era bellissima. Il sole splendeva alto nel cielo. Ogni tanto un prigioniero cadeva a terra, sfinito, ed i cani si azzuffavano immediatamente sul malcapitato, obbligandolo a riprendere la marcia.
Mentre camminavano, il ragazzo cercava di non pensare a nulla.
Aveva perso entrambi i genitori e la sorellina.
Non sapeva dove si trovassero ora, e se fossero ancora vivi.
Aveva resistito per mesi, nell'altro campo di concentramento, aggrappandosi con tenacia alla vita, che era l'ultima cosa che gli era rimasta. Lungo il percorso, per non pensare alla fatica, osservava il bordo della strada, soffermandosi a guardare i fiori, l'erba. Ad un tratto vide un gigantesco quadrifoglio stagliarsi fra i trifogli. Si abbassò repentinamente, ne strappò il gambo e se lo mise rapidamente in tasca senza farsi scorgere dalle guardie, che per sua fortuna in quel momento stavano scherzando fra di loro e non videro il suo gesto.
Pensò che a volte nella vita basta un po' di fortuna per cambiare la giornata. Quel piccolo quadrifoglio in fondo non era niente di che, ma per lui rappresentava un piccolo raggio di luce nella tenebra del suo mondo senza speranza.
Sorrise, rivolto verso il sole, e continuò la marcia forzata fino all'ingresso del campo di prigionia.
All'ingresso del campo di concentramento di Mauthausen-Gusen, c'era ad attenderli il comandante del campo, il Colonnello Franz Ziereis. Il plotone fece fermare i prigionieri. Il comandante, si aggirò intorno ai prigionieri, guardandoli dall'alto in basso con fare sprezzante, poi disse:
- Siete venuti qui per morire...qui non esiste l'uscita ma solo l'entrata. L'unica uscita è dal camino del forno crematorio. - Dopodiché indicò con un gesto i camini sul tetto.
Dopo questa splendida accoglienza, i prigionieri vennero inquadrati e immediatamente spediti a lavorare nella cava di pietra di Gusen.
Per alcuni giorni, il ragazzo resistette al lavoro massacrante.
Purtroppo, una mattina cadde a terra in ginocchio, stremato e con le mani giunte, nella posizione che le guardie del campo chiamavano scherzosamente "Muselmann", perché il prigioniero assumeva la tipica posizione dei musulmani quando pregano.
Lo Zugskommandant fece immediatamente chiamare il medico del campo, il dottor Kiesewetter.
Questi, guardò il ragazzo steso a terra, poi disse sorridendo:
" Sei fortunato, piccolo bastardo. Normalmente in questo periodo per farvi fuori uso l'iniezione al cuore con la benzina. Ma per te voglio fare un'eccezione. Stiamo sperimentando una variante dello Zyclon-B, lo Zyclon-B9, a cui è stato aggiunto qualche piccolo ingrediente segreto di tipo batteriologico, e tu avrai l'onore di essere il primo fortunato a provarlo sulla pelle!"
Il ragazzo era terrorizzato. Aveva capito che per lui era finita, e sperò almeno di poter morire in modo non troppo doloroso.
Lo fecero rialzare a fatica, e lo condussero in una stanza, sorvegliato da due guardie.
Poi lo spinsero dentro un'altra stanza buia.
Si guardò intorno, con la morte negli occhi.
Era completamente solo, nella stanza non c'era nessuno. In cuor suo si accese un barlume di speranza. Aveva sentito dire che quando usavano il gas, venivano uccise decine di persone per volta.
Lui era da solo, ed il dottore aveva detto che si trattava di un esperimento. Con la forza della disperazione, iniziò a pregare. Il gas iniziò a fare effetto. Si sentì soffocare, non riusciva più a respirare. Gli occhi gli bruciavano, vedeva tutto annebbiato. Pensò: - È finita. - Si accasciò a terra, svenuto. Dopo circa 10 minuti, dopo aver aerato la stanza, il dottore si avvicinò al ragazzo.
Prese il polso, stette per un momento in silenzio poi urlò:
- Maledizione! È ancora vivo! Questo è impossibile, dannazione! Nessun essere umano può sopravvivere allo Zyclon-B, seppure modificato. - Rimase assorto per un po', poi diede ordine alle guardie:
- Portate questo bastardo nel mio laboratorio. Devo approfondire questa cosa. Naturalmente prima lavatelo, vestitelo e nutritelo a dovere. -
E fu così che il ragazzo non morì, e nessuno si azzardò a ucciderlo, da lì in poi. Tutti quanti lo guardavano con grande soggezione, ad iniziare dal dottor Kiesewetter, che non riuscì a spiegarsi come avesse fatto a sopravvivere.
E non ebbe più il tempo per scoprirlo, poiché dopo pochi giorni, il 5 maggio del 1945, Le truppe della terza armata americana fecero il loro ingresso nel campo attraverso la cosiddetta porta mongola, la porta principale del campo.
Le SS avevano già eliminato i Kapò, il SonderKommando ed i cosiddetti "portatori di segreti", dopodiché si erano dati alla fuga.
Gli americani, si presero immediatamente cura dei prigionieri superstiti, anche se molti di loro morirono ugualmente per gli stenti nei giorni seguenti al loro arrivo.
Il ragazzo venne subito interrogato, mediante l'aiuto di un traduttore.
- Come ti chiami? -
- il mio nome è Rudolph Lekner. - - Quanti anni hai, figliolo? -
- Quasi sette, signore. -
- Come mai non ti trovi insieme con gli altri prigionieri del campo? - Il ragazzo spiegò al traduttore quello che era successo.
Gli americani vollero conoscere tutti i dettagli, si recarono più volte nella camera a gas, raccogliendo i contenitori vuoti utilizzati per l'esperimento per analizzarli.
Sequestrarono anche tutte le carte del dottor Kiesewetter.
Dopo un paio di giorni, il ragazzo venne convocato dal responsabile in campo della terza armata.
- Come stai ragazzo? Ti senti bene? Fra un giorno, partiremo. Verrai con noi, negli Stati Uniti! Sei contento? -
- Ma veramente signore, io vorrei prima sapere se i miei genitori e la mia sorellina sono ancora vivi! -
- Stai tranquillo, ragazzo. Faremo tutto cosa è in nostro potere per scoprirlo, e se per caso qualcuno di loro fosse riuscito a sopravvivere, te li faremo rivedere presto. -
Ricevuta questa rassicurazione, il ragazzo si convinse a seguirli.
Il giorno seguente partirono su una camionetta, in direzione dell'America. Il ragazzo non sapeva ancora che non avrebbe mai più rivisto nessuno della sua famiglia, né che il conflitto mondiale sarebbe terminato di lì a breve.
In tasca, aveva ancora il suo quadrifoglio magico, ormai quasi completamente essiccato.

Ci siamo congedati, poi io e Dana ci siamo incamminati piano piano verso la valle, mano nella mano. Tutto intorno a noi, i segni della recente battaglia. Ovunque c'erano velivoli semi distrutti, crateri provocati dalle esplosioni. - Lo sai, Ernest? Non so come spiegarti. Io per Johnny provavo un
sentimento che andava aldilà della semplice amicizia. -
- Si, lo so, Dana. Me ne sono reso conto sin dal nostro primo incontro a Rockville. Da come vi guardavate, da come lui si prendeva cura di te. - - Non devi fraintendere queste mie parole, Ernest. Ho voluto bene fin da subito anche a te, già dal nostro primo contatto radio, ricordi? Per te provo un sentimento strano, una forma di empatia. Riesco a comprendere i tuoi stati d'animo, anche senza vederti, a volte. Forse questa cosa è dovuta al fatto che sei l'ultimo essere umano oltre me, per carità. Ma è una cosa strana. Per Johnny non era così, per lui era diverso. Quando l'ho visto per la prima volta, a Miami, ho sentito dentro di me che non era la prima volta che ci incontravamo. Non so nemmeno bene come fare a spiegarti. Il mio istinto mi diceva che io e quella persona ci eravamo già incontrati prima, non era la prima volta. -
- Si Dana, posso capire. Forse in una vita precedente. - - Sei spiritualista anche tu? È molto bella questa cosa. -
- Si, diciamo che in qualche modo lo sono. Io non ho provato quella sensazione, quando hai fatto irruzione nella mia vita, leggendo il rapporto della C.I.A., no. Ma in qualche modo, non so come spiegartelo e spiegarmelo, ho sentito una vocina dentro che diceva: Ecco Ernest. Questo è proprio il tipo di donna che fa al caso tuo. Sai quelle sensazioni che ti vengono dentro, senza che tu possa fare nulla se non assecondarle? Bene, per me è stato esattamente così. Più leggevo quel benedetto rapporto, più ti osservavo in foto, e più pensavo: Ecco, questo è esattamente il tipo di donna che mi sarebbe sempre piaciuto trovare!
Poi per carità, per contrastare questa vocina, o meglio per metterla a tacere, mi dicevo: Tranquillo, Ernest. Vedrai che sarà la solita stronza senza un briciolo di sentimento, piena di sé ed al centro dell'universo. E con il culo che ti ritrovi, non ti darà nemmeno il tempo di dirle tutto quel che hai veramente dentro per lei. Ti liquiderà con un sorriso, e proseguirà la sua corsa, lasciandoti come un beccafico nonostante tu sia l'ultima risorsa umana disponibile nell'intero universo! -
A queste parole, Dana si è messa a ridere. Io ho riso a mia volta, e non riuscivamo più a smettere. Avete presente? Quelle volte che inizi a ridere con qualcuno? All'inizio ridi senza sosta, poi sempre più piano, e alla fine ti scappa una risata magari dopo un minuto che sei serio? Dio quant'è bella quando ride! Non c'è nessuna foto, spiegazione, insomma nulla che renda giustizia a quel sorriso.
Abbiamo camminato tutta la notte, parlando di noi. Ogni tanto ci siamo seduti, qualche volta lei mi
Curtis Beaver
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