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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Writer Officina
Autore: Patrizia Poli
Titolo: L'ultima luna
Genere Romance
Lettori 643 15 9
L'ultima luna
Vivere sull'orlo del Masai Mara, nei primi anni ottanta, comportava una certa quantità di problemi, vista la presenza di leoni, serpenti, scorpioni, ragni giganteschi. Tali ostacoli non spaventavano Jeff Connelly, che di proposito aveva scelto quella vita e in cuor suo non l'avrebbe cambiata con nessun'altra, ma acquistavano proporzioni minacciose agli occhi di sua moglie Violet, la quale da vent'anni ormai rigirava due volte il materasso prima d'infilarsi sospirando nel letto.
Violet era arrivata lì sposa novella incinta, sebbene non giovanissima. Non stava più nella pelle dalla gioia di mettere al mondo un figlio inglese. Il ragazzo si sarebbe chiamato David, come il padre di Jeff, e avrebbe frequentato un prestigioso college in Inghilterra. Con un pizzico di fortuna e con un figlio maschio da tirare su, Jeff avrebbe finalmente lasciato perdere questa protratta follia di vivere nella savana, e loro tre sarebbero saliti su un aereo che li avrebbe condotti in Europa. Così, l'angloindiana Violet Aziz avrebbe visto con i propri occhi irrequieti il progresso e la civiltà di cui tanto sua madre le aveva parlato.
Una radio collegava la Mara Connelly Estate con Nairobi, e tre volte la settimana i rangers venivano a informarsi che la famiglia stesse bene e a portare le medicine necessarie e i rifornimenti - soprattutto il tabacco e i liquori preferiti di Jeff e i romanzi d'amore inglesi per Violet. I Connelly erano proprietari di una piccola industria alimentare a sud di Nairobi e attendevano di ereditare anche tutto il commercio di Mombasa e Malindi del padre indiano di Violet. Si recavano in città di persona solo poche volte l'anno e negli ultimi tempi quelle visite si erano ridotte a due o tre soltanto. Violet amava passeggiare per le grandi strade alberate, sbirciando dentro i cortili delle ville coloniali, ma evitava come la peste i mercati affollati e puzzolenti. Rimpiangeva di non essere nata tutta inglese, di avere quella pelle color miele bruciato, e detestava sia le proprie origini paterne sia il luogo in cui era cresciuta.
Per il resto, la famiglia viveva al Masai Mara, nella strana casa a forma di “manyatta”, provvista d'impianto idrico e generatore di corrente. Gli indigeni la chiamavano "Manyatta Connelly" e ci vivevano e lavoravano una quindicina fra cuochi, camerieri, giardinieri, quasi tutti di etnia Kikuyu.
Jomo Justus era l'unico masai al servizio della famiglia Connelly. Violet lo aveva ribattezzato Albert perché Jomo Justus non le pareva abbastanza sbrigativo per un servitore. Albert-Jomo Justus era ormai al servizio della famiglia da molto tempo quando la loro unica figlia aveva da poco compiuto vent'anni.
Violet l'aveva partorita con dolore, rischiando la vita per una emorragia. Quando si era ripresa, semplicemente non le riusciva di credere di aver prodotto una femmina. Le pareva impossibile non essere stata capace di mettere al mondo un maschio. Il suo desiderio era così forte che sarebbe dovuto bastare. Lei voleva David, lo voleva con tutta se stessa. Sarebbe cresciuto bello e potente, sicuro di sé, avrebbe affidato le redini dell'industria paterna a persone competenti e sarebbe tornato in Inghilterra, quel luogo magico, elegante e nebbioso che Violet non aveva mai visto ma considerava casa sua.
Per i successivi vent'anni il suo corpo si era appesantito e la sua pelle aveva perso tono senza volerne più sapere di fare figli, né maschi né femmine. Una manciata di anni prima l'ultima mestruazione si era portata via il sogno di David, il giovane e compito gentleman inglese che avrebbe convinto la famiglia a trasferirsi nella sognata, e ahimè sempre più lontana, madrepatria.
La sua vera prole, nel frattempo, una ragazzina non particolarmente bella ma con la pelle chiara e gli occhi azzurri del padre, le era cresciuta accanto come un'estranea. Si chiamava Mary. Violet non l'amava semplicemente perché era in tutto e per tutto diversa da come l'avrebbe desiderata. Mary Connelly, infatti, aveva subito fatto lega con Jeff in un inconcepibile e vergognoso attaccamento per l'Africa e non si sognava neppure di chiedere al padre di tornare in Inghilterra. Studiava letteratura e lingue con un precettore che veniva alla villa quattro volte alla settimana ma la sua vera passione erano gli animali. A dire il vero, nemmeno Violet poteva negare che sua figlia fosse una ragazza molto dotata e intelligente. Jeff le aveva insegnato a cavalcare fin da piccolissima, l'aveva portata nella savana sui fuoristrada dei rangers - evitando le torme di turisti che in quegli anni si aggiravano a caccia di brividi e fotografie -, aveva nuotato con lei nella piscina di casa.
Senza possedere la bellezza esotica e sensuale della madre, era un tipino inglese come il padre, con un corpo piccolo e sottile, un viso scialbo, una pelle che non si abbronzava nemmeno sotto il sole dell'equatore e due occhi d'un azzurro cupo e profondo. Anche i capelli, lisci e biondissimi, quasi trasparenti in controluce, risaltavano solo grazie alla pazienza della Mama Reghina che la sera li avvolgeva in straccetti di cotone finché non si arricciavano. Poi la mattina la svegliava inondandola col suo odore forte e caldo e con un bacio umido di saliva.
Se la ragazzina, così sola in mezzo alla natura che pur adorava, e con una madre che si dimenticava che lei esistesse, aveva pochi motivi per sorridere, ne avrebbe avuti ancor meno negli anni a venire.

1.
- Oh, thank's God! - saltò su Violet. In realtà avrebbe dovuto ringraziare il suo Visnù, o chi per lui, ma non perdeva occasione per esprimersi come se fuori della finestra non ci fossero acacie spinose e la vetta appiattita del Kilimangiaro ma i salici piangenti, i cigni e le umide pianure della vecchia Albione.
- Papà! - si stupì invece Mary, che non sapeva ancora della richiesta – no, dell'imposizione! - di sua madre di avere almeno il conforto della medicina inglese in quella terra di selvaggi.
- Sì, tesoro, - rispose Jeff strizzandole l'occhio - la mamma ha ragione - .
- La mamma ha sempre ragione, solo che qui nessuno la ascolta! - si piccò Violet.
Mary inghiottì un boccone di carota stufata che quasi le andò di traverso per il nervoso, prima di esclamare: - Ah, è lei che lo vuole, volevo ben dire! Non mi sembra da te, papà, metterti in casa un estraneo - .
Jeff versò il vino nei calici della moglie e della figlia, riflettendo a bassa voce: - In effetti, abbiamo sempre fatto tutto da soli, anche quando è nata la piccola - . I suoi occhi azzurri erano bonari e nostalgici. Mary osservò con tenerezza le rughe precoci nel viso perennemente abbronzato del padre. Sapeva che lui stava ricordando i primi tempi pionieristici, quando avevano costruito la casa con l'aiuto degli indigeni, i quali l'avevano chiamata col nome sacro di uno dei loro villaggi.
- Il che risale a più di venti anni fa. Vero, Mary, quanti anni hai adesso? - chiese la madre.
- Venti e quattro mesi, ma' - rispose Mary con la forchetta in bocca. Dal fondo dello stomaco le salì quel piccolo dolore acido che provava quando si rendeva conto del disinteresse materno. Lo inghiottì e lo ricacciò indietro con una alzata di spalle.
- Ecco, appunto - ribatté sua madre, venti e quattro mesi. Vedi, Jeff? In vent'anni le cose possono anche essere cambiate, non siamo più ragazzi e l'età ti dovrebbe far rinsavire. Basta con i grandi ideali e l'avventura. E poi dimentichi che ho rischiato la vita per mettere al mondo tua figlia, ho perso litri e litri di sangue! - Violet abbassò gli occhiali per scrutare le reazioni del marito ma non ve ne furono.
Solo Mary scambiò un rapido sguardo d'intesa col padre. Jeff alzò il sopracciglio come a dirle “sai com'è fatta tua madre”. La rabbia di Mary si bloccò. L'amore che provava per suo padre era tale da farle perdonare anche le cattiverie di sua madre. - Uno di voi due è forse malato? - chiese con un tono che non esprimeva la minima preoccupazione.
Per avere la risposta, dovette attendere che il cameriere cambiasse i piatti e richiudesse la porta della sala dietro di sé. Dalla finestra aperta giungevano folate d'aria tiepida e tutti i rumori e gli odori in cui era cresciuta: il profumo dolce e denso della terra, il ruggito dei leoni in lontananza.
- Nessuno è malato adesso, ma ciò non significa che non possa accadere in futuro - l'apostrofò sua madre. - C'è bisogno di un medico a portata di mano ora che tuo padre ed io stiamo invecchiando. -
- Parla per te! - rise Jeff, strizzando ancora una volta l'occhio alla figlia. - Comunque, - aggiunse ridiventando serio - forse tua madre non ha tutti i torti. Le tisane della Mama Reghina non possono curare ogni male - . Guardò Mary come per chiederle sostegno e lei si strinse nelle spalle. - Per me... - disse a bassa voce - fai quello che ritieni opportuno, papà. Anche se non mi piace avere gente fra i piedi qui alla manyatta - .
- Mary! - L'interruppe sua madre - Sai benissimo che non mi va che tu chiami manyatta la nostra casa e soprattutto di fronte alla servitù - . Evocato, il cameriere entrò con i gelati. - Questa casa è una villa, tuo padre l'ha costruita col suo sudore, non è un buco puzzolente fatto di sterco, dove gironzolano animali pidocchiosi. Questa è una casa per bene, una vera casa inglese! - .
Padre e figlia si guardarono di nuovo, Jeff sorridendo a labbra strette e la figlia dura. Quando sua madre si esprimeva a quel modo davanti alla servitù – no, davanti a quelli che lei considerava i suoi amici – lei aveva voglia di picchiarla. Quegli erano gli anni ottanta del millenovecento, l'era coloniale era finita da un pezzo, ma sua madre sembrava essere rimasta al secolo precedente.
Mary cincischiò una pallina di vaniglia col cucchiaino. - Non capisco cosa ci trovi di sbagliato. Forse, non riesci ancora ad accettare di dormire sotto lo stesso tetto con un negro? - .
Violet aprì la bocca per rispondere ma la richiuse, stizzita e furiosa. I suoi occhi, due bellissimi fanali viola, erano spiritati dalla rabbia. Mary si chiese che cosa avesse reso la madre quella che era ma non riuscì a rispondersi. Cercò un ricordo positivo, qualcosa che le legasse l'una all'altra, un sentimento dolce e spontaneo come quello che la univa a Jeff, ma non trovò niente, nemmeno nella sua infanzia più remota.
Jeff si schiarì la gola, cercando di alleggerire i toni: - L'agenzia ha trovato un ottimo medico, il dottor Lawson, che partirà non appena saranno pronti tutti i documenti - . Sorrise: - Adesso che ne dite di prendere un Kenya coffee sulla veranda, ragazze mie? -
La veranda era tutta un fuoco rosso come sangue, mentre il sole sprofondava languido oltre la conca delle colline. Alla pozza, giù in basso, stavano cominciando ad arrivare gli animali. Mentre Jeff parlava della fabbrica, e del suo amico Calbert - ex colonnello dell'esercito britannico in pensione - e Violet si lamentava delle malefatte di Albert e della Mama Reghina, Mary guardava un gruppo di gnu e qualche gazzella di Grant mimetizzata fra i cespugli. Era il primo di marzo e la savana moriva di sete. Scrutò il cielo limpidissimo e sperò che le piogge arrivassero prima possibile.
Patrizia Poli
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