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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Orazio Massimiliano Riggio
Titolo: Ànemos - Entelechìa
Genere Noir per adulti
Lettori 491 24 27
Ànemos - Entelechìa
Un romanzo noir dei nostri tempi.

Mio caro, dandoti il benvenuto, ti informo che ciò a cui starai presto dando lettura non è il chiaro frutto di un'immaginazione descritta dall'inventiva del suo autore, ma è un succoso resoconto narrativo della storia più atroce che si possa presentare al cospetto del più semplice intelletto umano. Se tu caro lettore, mi rivolgo a te nuovamente con il più alto intento altruistico, non sei di robusta tempra logica, ti invito a desistere dal proseguire a leggere questa vicenda che ha dell'incredibile nel suo narrarla. Mi sono sempre chiesto più e più volte se la mente umana sia capace di tanta estrema labilità e quando in me si scatena una qualsiasi forma emotiva che non rientri nel mio essere naturale, allora è lì che cedo ad ogni possibile risposta di causa-effetto e dò perfetta solidarietà al protagonista di cui presto inizierò a parlarti. Ci si aspetta da ognuno di noi il meglio quando ci confrontiamo con il prossimo ma, per parossismo, c'è sempre un qualcosa che nell'altro non ci piace. Specchio riflesso direbbero gli spiritualisti, cioè a significare che i difetti che negli altri non ci piacciono sono in fondo gli stessi di cui noi soffriamo. Raramente troviamo il nostro pari, però dopo una più assidua frequentazione salta fuori ciò che non ci appartiene più, noi, con fare grottesco che non possiamo negare, finiamo a pretendere che l'altro si debba comportare secondo il nostro volere...come pena la cancellazione affettiva se non addirittura mentale del soggetto oramai divenuto nostro nemico.
Mi sono sempre chiesto quale potesse essere il vero significato di acerrimo nemico. Nessuno di noi credo abbia conosciuto individui del genere, neanche il soggetto più famoso del mondo, però erroneamente ci volgiamo a raccontare male di un nemico aggiungendo acerrimo. Sapete qual è la vera spiegazione di questo aggettivo? Fiero! Accanito! Ora, la questione è: se l'altro individuo è fiero delle sue teorie, è accanito dal voler far valere la sua forma di pensiero, non è la stessa cosa che vuoi tu facendo prevaricazioni su colui o colei che non rispecchia più le tue esigenze? Non sei anche tu fiero, accanito delle tue decisioni o pensieri e faresti di tutto per farti apparire migliore degli altri? Bella stronzata! Ci sentiamo di essere individui unici nel nostro genere, perché nel profondo del nostro io ognuno di noi crede di essere tale, ma l'unicità del genere umano è solo quella di amare sottomettere il prossimo. Torniamo al nostro racconto. Ero combattuto dal capire, sin da quando si parava alla mia vista il foglio bianco su cui ho iniziato a mettere giù le righe appena da te lette, se esistesse un motivo per cui mi trovavo tra il volere e non volere narrare la storia di questo ragazzo. Il voglio sarebbe egoisticamente da te percepito come il trarne lucro dal pubblicare questo mio testo...non è affatto così, il non voglio riguarda proprio il protagonista che presto ti presenterò, caro lettore. Ti chiedo solo di non apparire come un soggetto giudicante ma altresì dovrai smuovere la tua coscienza nel dargli il titolo che solo il tuo intelletto riterrà veritiero e opportuno. E' facile poter sentenziare al giorno d'oggi, tutti siamo diventati improvvisamente tuttologi sempre lì a fare da giudici e giustizieri alla Dredd, ma il ragazzo...lui, beh lasciamo perdere il mio giudizio. Ho sempre provato tanta tenerezza in lui che più e più volte mi sono pronunciato solo col pensiero nei suoi riguardi e dire tra me e me: “Come vorrei anche solo per un giorno potergli regalare il vestire i mie panni, togliendogli così il pesante fardello che si è scelto”. Ecco ritornare il pensiero sopra citato di fierezza e accanimento.
Non eravamo amici anzi, per dirla tutta, non ci siamo mai conosciuti; il mio volergli bene è nato dall'aver saputo della sua esistenza dai fatti di cronaca riportati sui notiziari e sui giornali. Di poco conto diresti tu perché, parliamoci chiaro, di quanti soggetti nel mondo si conosce la storia se non prima averla sentita raccontata, ma...addirittura arrivare a volergli bene, ma smettiamola! Stai pensando questo, vero? Io ti auguro solo di non fare la sua stessa fine. Ora, seguimi per un momento, per amor di logica mettiamo il caso che tu sia vittima totalmente non colpevole di un atto giuridico nei tuoi riguardi. Stai comprendendo, caro lettore? Bene! Tutti quelli che ti conoscono compresi familiari e parenti ti difenderebbero a spada tratta e inizierebbero a giustificarti dagli attacchi di eventuali mass media o persecutori e quindi tu, animo buono di cui mai si possa immaginare il benché minimo atto di colpevolezza, verrai osannato come soggetto impensabilmente capace di fare del male persino ad una mosca. Povero! Che tenero, mi fai tanto venir voglia di prendere i fazzoletti e iniziare a commuovermi per te. Stolto! Potrai combattere mani e piedi, unghie e denti per cercare di salvarti, ma sappi che il giudizio del popolo...vox populi vox Dei...sarà il suo responso e farti temere, soffrire e infine perire! Accanimento, fierezza! Unica soluzione, sì perché c'è una soluzione ed è quella che ho amato nel ragazzo: sparire...in se stesso! Dalle mie parti si dice che fuggire è vergogna ma ti salva la vita, il ragazzo fece così e sinceramente di questa logica di vita ne sarei stato un fervido sostenitore. Avrei approvato in pieno e prego, dal giorno in cui sono venuto a conoscenza della sua storia, di poter avere anche io la sua stessa fortuna. Pensate anche voi quanto sarebbe bello poter far fronte alle iniquità della vita sociale semplicemente sparendo senza fare neanche un passo più in là del tuo naso.
Essere al di sopra di ognuno senza però sentirti additato, mostrarsi presente in luogo ma assente in spirito. Anche adesso mentre mi accingo ancora a scrivere, sono scosso da brividi di emozioni positive e vorrei tantissimo divenire simile al ragazzo. Non colpevolezza, direbbero anche di me; semplici fattori scatenanti derivati da traumi del passato, obbiettivi mai raggiunti e veicolati che sfociano in sentieri e percorsi latenti che la mente umana ha nel suo subconscio, ma sempre attenti a poter trovare l'attimo per presentarsi. Brindo a te, splendido Principe! Vi presento il ragazzo, vi parlerò di Alberto. Ometterò ovviamente il cognome perché non voglio dare altri dispiaceri a chi lo conosceva, anche se chi leggerà questa mia narrazione dei fatti, capirà senza ombra di smentita che parla di lui. Ho iniziato ad indagare, quasi con fare professionale, su ciò che di lui potevo raccogliere e immettere tra le mie pagine, diciamo che un buon novanta per cento è del tutto veritiero e nella restante percentuale vi ammetto che ho aggiunto di mio, ma sono pur certo che ci sono andato vicino di come ormai, io e Alberto, eravamo divenuti un tutt'uno. Iniziai dapprima tramite la registrazione di tutte le notizie televisive e programmi che avessero trattato il suo caso, ovviamente lì avevo saputo il suo cognome e mi fu facile poter reperire documenti anagrafici grazie a un amico che lavora al Comune; dapprima certificato di nascita e infine quello dell'ultima residenza nota, seppi successivamente che aveva il domicilio presso un appartamento per studenti nel quale viveva da solo. Praticamente Alberto, grazie all'aiuto dei genitori, aveva pagato per il resto dei letti e viveva in totale solitudine. Ci sarebbero stati altri tre studenti a convivere con lui se non avesse fatto questa scelta. Ovviamente i suoi genitori pensarono solo che fosse un affitto abbastanza oneroso e non vennero mai a conoscenza di questa sua tattica, neanche dopo. Tramite altre mie indagini e ringrazio il cielo di essere tenace e testardo, ho iniziato a conoscere anche nomi e cognomi dei suoi amici.
Io sono di famiglia benestante e potendo dare una giusta oliata a qualche animo bisognoso, sono riuscito a storcere tantissime notizie. Quello che di lui mi è rimasto più impresso lo metterò alla tua conoscenza, caro lettore, più avanti nel corso del mio narrare... non vorrei svelarti tutto adesso, che piacere c'è altrimenti ?!? Inizio solo a dirti che di lui si potevano osannare le fattezze che madre natura gli aveva donato. La sua corporatura era ben curata e del tutto naturale datosi che lui non amava fare alcuna attività fisica, alto un metro e ottanta aveva dei bellissimi capelli castano chiaro, occhi verdi, un bel viso e poi... madre natura ha fatto del suo organo riproduttivo un bell'esempio da esporre al museo. Seppi da fonti certe che lui amava paragonarsi a John Holmes - beato lui! - e raggiunto il suo apice di bellezza adolescenziale non aveva nessuna remora di pavoneggiarsi del suo attrezzo, il che lo rese una preda appetibile. Cazzo come lo invidio, ma torniamo a raccontare partendo dalla sua nascita. Nacque con problemi di parto podalico. Spiego per i neofiti. Alberto, durante la nascita, era con i piedi verso il fondo dell'utero e a causa di ciò dovettero eseguire un cesareo d'urgenza alla madre. Suo padre si chiama Enzo, la madre Marta. Iniziai le mie indagini venendo a sapere che Enzo aveva un grande amico e che, da notizie trapelate qua e là nel corso del mio investigare, non fu chiaro il motivo per la quale i due ruppero definitivamente ogni rapporto di frequentazione. Conobbi tramite un contatto questo ex amico ma per un motivo abbastanza delicato che scoprirai più avanti nel leggere, caro lettore, non ho ritenuto necessario divulgare le sue generalità. Lo incontrai per volontà sua in un locale. Mi anticipò all'appuntamento e lo trovai già seduto ad aspettarmi. Mi sedetti stringendogli la mano e gli passai una busta con l'unguento che avevamo concordato prima di vederci, capii dal suo aspetto il perché mi chiese quella gran cifra. Ma sorvoliamo su questo, quello che ha passato nella vita è ben peggio di ciò che l'attuale sua situazione lo ha costretto a prendere questa strada; chiesi ovviamente notizie su tutta la famiglia prima della nascita del mio Principe. Dopo molti racconti per niente interessanti che non ritengo opportuno trascriverti evitando di farti annoiare, chiesi di raccontarmi ciò che accadde quando Alberto venne al mondo. Mi raccontò tutto dettagliatamente quasi come se fosse l'unico ricordo della sua vita: “Congratulazioni, è un bel maschietto” disse tutta sorridente l'infermiera dell'ospedale. Mascherina, camice e cuffia com'è d'obbligo, l'infermiera era andata a dare la notizia della nascita a Enzo che se ne stava seduto assieme a genitori, parenti e noi amici, lì nel corridoio della sala parto. Il primo impulso del neo papà fu di balzare in piedi sbattere le mani e stringerle gridando “è un maschio!”. Tutti ci rallegrammo iniziando a fare auguri ed applausi per la nascita del suo primogenito. Enzo non sapeva se ridere o piangere, nervosismo misto a gioia lo costrinsero a riaccomodarsi sulla sedia della sala d'aspetto; iniziò a strofinare le mani sulle cosce. “Dai, non fare così, non vai a vederlo?” gli disse suo padre che per l'emozione aveva gli occhi umidi e il moccio al naso per la gioia di essere appena diventato nonno. “Si certo, ora vado, mi tremano le gambe Eh! Eh! Eh!” sorrise e tutti assieme iniziammo a gridare “Babbo! Babbo! Babbo!” Enzo ci guardò dalla sua posizione bassa e sorridendo e piangendo allo stesso momento, iniziò ad annuire in sincrono col nostro grido. “Basta dai, non disturbiamo i degenti. Vado!” Si alzò e si diresse verso la sala dove Marta aveva appena dato alla luce il loro maschietto. Lo seguii a debita distanza. Enzo, quasi con aria goffa, stentò ad entrare quasi a temere di ricevere rimproveri. “Ma che fa? Non abbia timore, entri!” era l'infermiera di prima, stava iniziando a togliersi cuffia e mascherina.
Enzo tossì e quasi paonazzo sorrise abbassando poi lo sguardo “Mia... mia moglie?” “E' lì, vada fino in fondo” disse l'infermiera accompagnando la frase col gesto della mano. Il ragazzo si incamminò per raggiungerla. Io rimasi all'ingresso del corridoio e lo lasciai da solo. Vedevo vibrarlo tutto, emozioni e gioia, un turbine di sensazioni. “Enzo!” si sentì chiamare ma la voce non veniva dal fondo del corridoio; nell'essere avvolto nei suoi pensieri non si accorse di aver passato una porta. “Sono qui” ripeté la voce della moglie. “Marta?” indietreggiando poté vederla lì distesa sulla barella. Vidi l'azione del suo tornare indietro e subito quella di entrare nella stanza, avvicinandomi rimasi all'ingresso e vidi Marta distesa mentre lui si avvicinava. Non mi vide neanche lei e osservai in silenzio. Si avvicinò a lei con fare lento; i suoi occhi erano pieni d'amore... e di lacrime. “Te l'hanno già detto cos'è?” disse Marta. “Si cucciola, è un maschio” la raggiunse e iniziarono a darsi lievi baci sulle labbra. Appoggiò la fronte a quelle di lei e i due si guardarono intensamente negli occhi. Con la mano iniziò ad accarezzarle i capelli “Stai bene?” le chiese. “Si, grazie. Sono solo stanca, non posso muovermi... uff... che dolore.” “Mi hanno detto che ti hanno fatto il cesareo. Sai, mio padre di là penso si sia cagato sotto dalla gioia.” risero entrambi. “Ma come mai ancora non posso vederlo?” continuò Enzo “A te lo hanno mostrato sicuramente?!” Marta si mosse sulla barella, come a cercare una posizione migliore e rispose: “Si, appena è nato dopo averlo fatto piangere me lo hanno messo sul petto. Sai che ha fatto appena la sua testa si è appoggiata sul di me? Si è zittito”.
Strabuzzando gli occhi “No, davvero?” mentre continuava ad accarezzarle i capelli ancora umidi di sudore. “Comunque penso che adesso sarà nel nido, sai, la stanza con gli altri nati.” disse Marta. Enzo alzò la testa come se la stanza appena nominata fosse visibile a distanza. “Ma che guardi? Mica è qui, sarà in un altro piano” lo rimproverò sorridente lei. Voltandosi stupito, Enzo rispose: “Ma come un altro piano, quando possiamo vederlo?” sembrò spingersi mentre ancora teneva la mano di Marta, quasi a sperare che qualcuno passasse di lì a poco per poter chiedere informazioni. Il suo desiderio sembrò esaudito datosi che infermieri e medico entrarono nella sala. “Dottore, proprio lei cercavo” disse Enzo con aria rincuorante. “Me? Ah, il papà. Congratulazioni, un bell'erede maschio di tre chili e sette.” rispose il medico, mentre teneva in mano una cartella clinica. “Grazie infinite, ma il merito è di mia moglie. Noi maschietti come sa del nostro ci mettiamo poco.” disse Enzo e guardando l'infermiera mise la punta della lingua tra i denti a voler rafforzare con malizia la frase maschilista appena pronunciata. “E va beh, è la natura,” sottolineò il medico “comunque se vuole può andare al piano superiore, dalla vetrata vedrà il bambino. Per adesso così, poi più tardi lo portiamo nella stanza dove sua moglie è ricoverata. Il cesareo è stato abbastanza, deve riposare.” concluse il medico mentre volgeva uno sguardo sorridente a Marta. Marta strinse la mano di Enzo e lui voltò lo sguardo verso di lei: “Vai! Anzi andate a vedere che poi ci vediamo nuovamente all'orario di visite.” “Sì” disse Enzo come destato da un sogno, la baciò “a dopo.” Vedendolo in procinto di uscire, corsi subito per tornare nel gruppo ma arrivando al corridoio notai che erano già spariti.
Enzo uscì dalla stanza ringraziando più e più volte medico e infermiere. Arrivato al corridoio trovò solo me ad aspettarlo. “E gli altri?” esclamò Enzo. “Sono già saliti su, ho voluto aspettarti così ti avrei informato.” gli risposi. Enzo accennò un'espressione di dissenso per la scelta di amici e parenti. “Dai andiamo” disse Enzo prendendomi per un braccio e incamminandoci insieme verso le scale. Arrivati, vedemmo che un inserviente era intento a lavare i gradini e preferimmo cercare l'ascensore. Pochi passi ed ecco le porte, Enzo spinse il pulsante di chiamata e si volse verso me. Aveva le mani in tasca e nell'attesa mi guardò, sorridendo fece un'espressione buffa stringendosi nelle spalle ma notai che con una mano stava grattandosi i paesi bassi. Guardai mentre compiva l'azione, alzai lo sguardo e vidi che sorrideva. Iniziammo a ridere. Le porte si aprirono, l'ascensore vuoto sembrò aspettare il nostro ingresso. “Che piano siamo?” disse Enzo. “Questo è il secondo quindi pigiamo il terzo.” dissi mentre corrisposi con l'azione. Le porte si chiusero talmente lente che ci parve quasi di vedere un film a rallentatore. Spontaneamente me ne uscii con una battuta: “Stai un po' a vedere che oggi ci finisce chiusi qui dentro a chiamare i pompieri!” Enzo prontamente uscì le mani dalla tasca e prendendo i genitali con fare scaramantico, mi rispose quasi inacidito dalla mia battuta malaugurante: “Ahó... tiè uccello del malaugurio. Mi tengo stretti i miei gioielli antisfiga”. Sorrisi e alzai lo sguardo come ad osservare qualcosa, ma si vedeva chiaramente che mi aveva messo in imbarazzo.
Ci fu una piccola pausa di silenzio durante quella salita che parve interminabile. Colto da un'azione voluta, con la mano mi diressi verso i genitali di lui e tenendoli esclamai: “Eh sì, questo bel pistolone ha fatto un figlio.” Enzo si divincolò, mi spinse verso un angolo dell'ascensore e mi gridò: “Che cazzo fai, sei frocio? Non ti azzardare più a rifarlo.” Rimasi a bocca aperta e stavo iniziando a chiedere scusa ma Enzo continuò a inveire: “Odio i froci, se lo hai fatto per scherzare sappi che non dovrai mai più azzardarti. Se invece è come penso, non rivolgermi mai più la parola.” Non sapevo più cosa dire in mia discolpa, abbassai lo sguardo e osservando il vuoto annuii. “Ecco,” rispose prontamente Enzo “come pensavo, grazie di essermi stato amico, grazie di essere venuto a vedere mio figlio ma, dopo oggi, non cercarmi più. Tranquillo che non dirò nulla e farò l'indifferente. Semmai un giorno ci chiederanno del perché non siamo più amici, diremo che ti ho prestato dei soldi e che non me li hai mai restituiti rovinando così i nostri rapporti. Chiaro?” Con sguardo basso annuii nuovamente. “Ho detto, chiaro?! Non sei una femminuccia, sei un uomo, rispondimi.” si inalberò Enzo avvicinandosi con fare estremo. “Si... si, chiaro.” risposi non riuscendo più a guardarlo in faccia. Finalmente le porte dell'ascensore si aprirono “Era ora, quest'odore di mare mi stava innervosendo.” disse Enzo. Rimasi per pochi secondi nell'ascensore dando un po' di vantaggio a Enzo che già si era diretto velocemente verso i parenti. Enzo non si rigirò affatto a cercarmi, oramai riteneva la nostra vecchia amicizia un capitolo chiuso. “Oh, ecco il papà,” disse suo padre “guarda che bello mio nipote. E' lì in quella culla.” “Ma papà, ci sono a occhio e croce una ventina di bambini.” osservando e ridendosela con gli altri.
“E c'è bisogno di capire chi di loro è tuo figlio? Il sangue, quello ti chiama. Io ti riconobbi subito, diglielo cara.” rispose suo padre. “Sì tesoro.” rispose scocciata la madre e guardando suo figlio Enzo fece un'espressione come per chiedergli di assecondare suo padre rincoglionito. “Ma finalmente qual è mio figlio?” disse Enzo che con le mani sul vetro scrutava la stanza. “E' il secondo da destra della prima fila.” rispose la madre. “Ah... non dovevi dirglielo.” interruppe il padre. “Sì caro, come dici tu caro!” sbuffò la moglie. “Quello lì. Quello è mio figlio, Alberto!” Enzo ammirò la scena e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Dietro di lui nell'ultima fila c'ero io, lo guardai dalla nuca poi mi girai indietro e andai via.” Finito il racconto non ti nego caro lettore, che piansi per la prima volta in vita mia in maniera totalmente genuina. Bene, ecco ciò che quest'uomo, testimone oculare della scena e povera vittima dell'omofobia di Enzo, ci ha raccontato della venuta al mondo di Alberto. Ma il bello dovrà ancora essere trascritto caro lettore, non pensare che sarà una storiella di baci e carezze e moine familiari, dammi modo di poter ancora raccontare ciò che poi porterà Alberto a fuggire!
Orazio Massimiliano Riggio
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