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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Ercole De Angelis
Titolo: il sacro fuoco della regina
Genere Storico
Lettori 2068 19 19
il sacro fuoco della regina
L'incursione dei bruzi.

Avanzavano guardinghi nel bosco, a ventaglio, nascosti dalla nebbia mattutina che avvolgeva ogni cosa, silenziosi come fantasmi.
Una numerosa banda di Bruzi, in cerca di bottino e schiavi lontano dai loro insediamenti, si era spinta fin lì per i morsi della fame e il miraggio di facili prede. Durante la notte appena trascorsa, con un'abile incursione avevano colto di sorpresa il manipolo di guerrieri volsci stanziati di guardia su Montenero, trucidandoli. La valle ormai indifesa era nelle loro mani. Dopo aver fatto strage degli inermi contadini, violentando le donne e uccidendo gli uomini validi, avrebbero lasciato vivi solo i fanciulli più robusti e le donne più giovani, portandoli via come schiavi. Vestiti di pelli di capra, con la barba e i capelli incolti e il volto imbrattato di fango, avanzavano guardinghi con le armi in pugno. Non tutti avevano una spada. Portavano picche, lance, asce e clave di legno, alcune delle quali rinforzate col bronzo. Gli esploratori che li precedevano avevano segnalato loro il villaggio e ora, come lupi famelici, si avvicinavano in silenzio alla preda.
Antonius, uscito di casa prima dell'alba per cercare un agnellino scomparso la sera prima, se li trovò davanti all'improvviso, sagome scure nella nebbia. Memore del suo passato da guerriero, capì immediatamente la situazione e con rapidità e prontezza d'animo si sdraiò in un avvallamento del terreno ricoprendosi di foglie e rami. Fece appena in tempo. I Bruzi lo oltrepassarono quasi sfiorandolo, ma non si accorsero di lui. Restò immobile ancora qualche minuto, poi si alzò guardingo e si allontanò in silenzio per circa un altro stadio verso il piccolo pozzo. Arrivato a distanza di sicurezza iniziò a correre verso la collina, diretto all'accampamento di Camilla. Arrivò trafelato e, con la testa che gli girava ancora per lo sforzo, riuscì a dire:
- Presto, figlia mia, i Bruzi! Hanno ucciso tutti i guerrieri a Montenero e ora vogliono il villaggio. Salva la nostra povera gente, forse siamo ancora in tempo!
Camilla gli rispose concitata:
- Ho combattuto quei selvaggi. Sono come bestie feroci, non hanno pietà di niente e di nessuno. Distruggono e incendiano ovunque passano, ma questa volta la pagheranno cara: non uno solo dovrà sfuggirci. Dobbiamo fare in fretta.
Pronunciate queste parole, corse alla piazza d'armi urlando.
- Presto, guerriere, a me!
Camilla mostrò al padre l'efficienza del suo piccolo esercito. In pochi attimi circa quaranta guerriere erano pronte in assetto di battaglia.
- Elinai, prendi sette guerriere con te, le più esperte, e vai a Montenero. Sicuramente i predoni hanno lasciato lì i prigionieri e il loro bottino. Ci saranno poche guardie: uccidile e libera i prigionieri. Tu, Lucilla, con le arciere passa per piccolo pozzo; sistemati a una cinquantina di piedi entro la boscaglia, lungo il sentiero che porta a meridione. Noi cercheremo di spingere là i Bruzi. Appostatevi sugli alberi: dovrete impedire loro la fuga. Il resto delle guerriere con me a cavallo! Tutto chiaro?
Le guerriere annuirono. Anche Antonius, memore del suo passato, aveva impugnato la spada, pronto a seguire il gruppo di arciere nel bosco. Un'arma in più, nel corpo a corpo, sicuramente sarebbe tornata utile. Una volta in sella, con la spada sguainata, Camilla incitò le sue guerriere.
- Sorelle mie, è giunto il tempo di sdebitarci con questa terra che ci ha accolto a braccia aperte. Un grave pericolo minaccia quella che ormai è diventata la nostra gente. Voi tutte conoscete la ferocia di questi predoni. Noi però siamo guerriere e non temiamo nessuno. Con la punta della nostra spada mostreremo a tutti il nostro valore. Non daremo loro tregua e difenderemo queste famiglie come se fossero le nostre. Nessuno ci dovrà sfuggire! Che la dea Diana ci sia propizia!
Detto ciò, lanciò il grido di battaglia spronando il cavallo giù per la valle, seguita dalle sue guerriere. Il sole, verso le montagne innevate, cominciava ad affacciarsi sulla valle diradando la nebbia con i suoi raggi.
Raggiunsero i Bruzi nei campi poco prima del villaggio. In campo aperto, le sorti della battaglia volsero rapidamente in favore delle amazzoni, decisamente meglio addestrate. I predoni non ebbero il tempo nemmeno di organizzarsi o di serrare i ranghi. Camilla e il suo piccolo esercito si abbatterono come furie sui rozzi nemici.
La regina conduceva impavida la carica. Cavalcando ventre a terra, puntò i primi due già pronti ad affrontarla. Uno armato di spada, l'altro di clava, cercarono di farla passare in mezzo a loro. Quello con la clava avrebbe tentato di spezzare i garretti al cavallo e l'altro avrebbe invece trafitto l'amazzone alle spalle. Camilla, abile ed esperta qual era, evitò il trabocchetto. Scartò con il cavallo all'esterno, sul lato del guerriero armato di spada, e con un gesto fulmineo ne anticipò la stoccata: con un fendente staccò di netto il braccio del malcapitato, squarciandogli in parte il torace. Fece poi un mezzo giro e con uno strappo alle briglie arrestò il cavallo a circa cinquanta piedi dal luogo del primo scontro. Rinfoderata la spada, imbracciò l'arco e, incoccata una freccia, lasciò partire il colpo. Con un sordo schianto il dardo si conficcò nella fronte del secondo selvaggio, che le correva incontro urlando e brandendo la clava. L'uomo lasciò cadere l'arma e tentò di afferrare la freccia con entrambe le mani, come per tirarla via, ma cadde pesantemente all'indietro, restando immobile tra l'erba e il fango.
Senza indugiare un solo istante, Camilla riprese la battaglia, trasformata ormai in una caccia all'uomo. Dopo il primo terribile impatto della cavalleria, infatti, i Bruzi demoralizzati si erano dati alla fuga, inseguiti anche dagli abitanti del villaggio che, allertati dal clamore dello scontro, si erano armati di bastoni, forcole e coltelli. Giunti al limitare del bosco, il gruppo dei fuggiaschi fu accolto dai dardi scagliati con precisione dalle arciere di Camilla. Fu una carneficina. Presi tra due fuochi, incalzati alle spalle dalla cavalleria, infilzati come selvaggina dall'alto, il loro destino era segnato. Come promesso da Camilla, nemmeno uno dei predoni scampò alla morte. Quella sera fu bruciata un'infinità di corpi, mentre tra le fila volsche ci furono un contadino ucciso e tre amazzoni ferite, di cui solo una gravemente.
L'urlo di vittoria di Camilla e delle sue guerriere riecheggiò a lungo lì nella valle, così come per molto tempo, in quella del Tolerus, il racconto di quell'epica giornata venne narrato di villaggio in villaggio. Gli ostaggi liberati a Montenero erano il risultato delle incursioni dei Bruzi contro gli insediamenti vicini: non appena liberati, tornarono alle loro case e raccontarono entusiasti le gesta di Camilla e delle sue guerriere. Il nome di Camilla, invincibile guerriera e regina dei Volsci, venne così conosciuto in tutta la valle e oltre.
Quella sera, in cima al Castrum, il bagliore dei fuochi era visibile da ogni punto della valle. I contadini e i pastori dei dintorni, accompagnati dalle loro famiglie, si erano riversati in processione nell'accampamento, portando ogni sorta di cibo e bevande in segno di gratitudine. C'era allegria nell'aria. Nel grande piazzale, attorno agli alti falò, si ballava e cantava. Sugli spiedi cuocevano maiali grassi e succulenti. Il popolo si sentiva al sicuro come mai prima d'allora e manifestava spontaneamente la sua voglia di vivere. L'aria di fraternità e condivisione che si era creata fece rompere gli indugi a molti giovani volsci, che come api sul miele ronzavano intorno alle guerriere più belle. Camilla e Antonius sedevano su una panca allestita per l'occasione, compiacendosi della vista che la piazza d'armi offriva.
- Mia regina! – esordì lui scherzando, accostandole la bocca all'orecchio. – L'avresti mai detto? Non avrei mai immaginato che potesse accadere tutto questo. Ah, se fosse viva tua madre! Ora non manca che una cosa.
- Cosa, padre?
- Un uomo! Un uomo degno di te che possa aiutarti a conservare intatto questo sogno.
- Ancora? Padre, non c'è uomo per me e tu lo sai. Sono consacrata alla dea.
- Figlia mia, non parlare in questo modo. Il futuro ci è sconosciuto. Il nostro fato è, sì, in balia del capriccio degli dèi ma, consigliati dal cuore e illuminati dalla mente, dobbiamo seguire sempre le nostre aspirazioni, lottando con coraggio anche contro il destino che non sentiamo nostro.
Ercole De Angelis
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