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Autore: Sonia Alcione
Titolo: Non smetterai di averer paura
Genere Thriller
Lettori 470 5 2
Non smetterai di averer paura
Non appena scesa di macchina Angelica si strinse la sciarpa intorno al collo. Quel freddo umido sembrava voler passare da ogni poro della pelle per entrare nelle ossa. Fece attenzione a non scivolare, in terra vi era un vero e proprio tappeto di foglie, cadute dagli alberi nei giorni precedenti a causa del forte vento, e l'umidità aveva reso il terreno ancora più sdrucciolevole.
Il fantasma nero era a pochi metri da lei e la osservava mentre inseriva la chiave nella serratura del portone di casa. Era lui che si era dato quel soprannome. Sarebbe stata la sua firma, nel momento in cui avesse deciso di svelare la sua presenza.
Ma non adesso. Adesso voleva essere invisibile. Doveva essere invisibile. Il gioco era appena iniziato e il divertimento stava nella sua durata.
Però avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere la faccia di lei, sentire il suo respiro affannoso. Avrebbe dato qualsiasi cosa per entrare nei suoi pensieri, per capire dove terminava il suo coraggio e iniziava la sua paura.
Quando Angelica varcò la porta di casa non ebbe quella sensazione di calore che percepiva solitamente. Si augurò che non ci fosse qualche problema alla caldaia, erano le ventitré e trenta e avrebbe dovuto trascorrere la notte al gelo. Aspettò a togliersi il cappotto e guardò verso il termostato. Era acceso e sembrava funzionare regolarmente. Passò la mano sul termosifone in cucina e su quello in sala, erano caldi.
Sentì un brivido percorrerle la schiena, qualcosa non la faceva stare tranquilla. Scacciò ogni pensiero e percorse il lungo salone d'ingresso, sentendo aumentare quella sensazione di freddo via via che si avvicinava alla camera.
Solo quando arrivò sulla soglia si rese conto che il freddo arrivava proprio da lì. Rimase immobile per qualche istante, poi accese la luce e vide che la finestra era spalancata, la persiana esterna era chiusa ma le stecche erano completamente aperte.
L'istinto la fece arretrare di un passo, era certa di aver chiuso tutto quella mattina. Si era alzata, aveva aperto la finestra e sollevato le stecche per far passare un po' d' aria, aveva fatto colazione e si era preparata. Poi prima di uscire aveva richiuso tutto.
O forse no?
Abbassò quelle stecche, chiuse la porta della camera e aumentò la temperatura dei termosifoni, in modo da far riscaldare un po' l'ambiente, poi andò in cucina.
Due minuti e nove secondi prima di vedere la luce accesa in camera. Il fantasma nero aveva provato un brivido di piacere. Chissà cosa aveva pensato Angelica in quel lasso di tempo. Immaginò che non si fosse tolta il cappotto, che fosse rimasta immobile cercando di capire da dove provenisse quel freddo, per poi iniziare a guardarsi intorno. Sicuramente in quei due minuti e nove secondi doveva aver provato paura. Almeno un po'
Dopo aver mangiato un boccone al volo Angelica si lasciò cadere sul divano e accese la TV. I suoi pensieri però tornarono a quella finestra. Ripercorse i suoi movimenti abituali, lasciava sempre gli abiti nell'antibagno, poi, dopo essersi vestita, faceva il giro delle stanze per chiudere persiane e finestre.
Era il 22 dicembre, era arrivata a quel periodo stanca e quella giornata di lavoro era stata estenuante. Tredici ore nel reparto giocattoli all'interno di un grande centro commerciale l'avevano letteralmente distrutta.
Due commesse si erano ammalate, conseguentemente da due giorni era venuta meno ogni turnazione e quelli a venire non sarebbero stati migliori. Come ciliegina sulla torta, l'orario di lavoro nel periodo Natalizio era stato posticipato di un'ora e dopo la chiusura ci voleva sempre come minimo una mezzoretta per risistemare i giochi sugli scaffali.
Questo comportava uscire di casa alle otto del mattino e tornare la sera non prima delle undici e un quarto, undici e mezzo.
Pensò che probabilmente nella fretta se n'era dimenticata. Rimase alzata un'altra mezzora, poi verso mezzanotte e mezzo andò a dormire.
Alle tre si svegliò. Le sembrava di aver udito un colpo forte contro la persiana. Accese l'abat-jour e si mise a sedere nel letto, trattenendo il respiro. Tutto taceva e l'unico rumore che si percepiva era il fruscio delle foglie.
Si era alzato un bel vento, pensò, almeno avrebbe ripulito l'aria.
Scese dal letto, aprì la finestra e alzò leggermente le stecche. Era buio, la nebbia era sparita e doveva esserci una bella luna, in quanto i rami degli alberi poco distanti, mossi dal vento, creavano dei giochi di luce sul terreno.
Richiuse velocemente le stecche e la finestra e ripensò a quel colpo udito poco prima. Non doveva lasciarsi intimorire, era stato sicuramente il vento.
Poi le tornò in mente quella finestra aperta. E se non fosse stata una sua dimenticanza? Di nuovo fece mente locale ai movimenti di quella mattina. Le fu di poco aiuto però, la chiudeva sempre, era ormai un gesto quasi automatico e non c'era nessun particolare che l'avrebbe aiutata a ricordare di averlo fatto. O di non averlo fatto.
Andò in cucina, controllò nuovamente che la porta d'ingresso fosse ben chiusa, diede un'occhiata in salotto e nell'altra camera. Ogni cosa era al suo posto. Spense le luci e tornò a letto, sussultando per un grosso sibilo emesso dal vento. Riuscì a riprendere sonno dopo molto tempo.
Anche il fantasma nero si incamminò. Anche lui aveva bisogno di dormire qualche ora. Era soddisfatto, la prima mossa era stata giocata con successo.
Il mattino successivo Angelica si alzò piuttosto stordita, aveva dormito poco e male. Il fatto che non ci fossero altre case nelle immediate vicinanze e che la strada terminasse in quel punto le permetteva di parcheggiare l'auto proprio davanti casa, dandole un senso di sicurezza, in quel luogo così solitario.
Non si era però mai fermata a pensare cosa potesse succedere se un giorno avesse avuto bisogno di aiuto. Gridare sarebbe stato inutile, non c'erano negozi, non c'era niente, tranne il bosco, e fino a quel momento non aveva mai visto arrivare qualcuno per fare una passeggiata, tanto era fitto in quel punto.
Cercò di scacciare il pensiero di quella finestra aperta, che le aveva messo addosso una certa inquietudine. Non voleva e non doveva lasciarsi condizionare da un episodio. Quando uscì per recarsi al lavoro guardò se vi era qualche traccia in terra ma il vento aveva spazzato via foglie e qualsiasi eventuale impronta. In compenso era una bellissima giornata di sole, seppur fredda.
Tirò un grosso sospiro, poi, prima di salire in macchina, rimase qualche minuto a godere della magnifica vista sulla vallata e a respirare quell'aria così fresca e pulita. Di lì a poco avrebbe trascorso l'intera giornata rinchiusa in mezzo a bambini super eccitati, che scorrazzavano su e giù per il grande negozio in attesa dei regali di Babbo Natale.
Il giorno di Natale Angelica rientrò a casa intorno alle diciotto. Il pranzo in famiglia era stato piacevole. I rapporti con i genitori erano un po' migliorati da quando era andata a vivere da sola, anche perché li vedeva per le feste comandate e i compleanni. Quel distacco aveva creato il giusto equilibrio fra di loro.
Era anche cessato il continuo “terzo grado” cui era stata sottoposta inizialmente per sapere se non avesse cambiato idea e volesse riprendere gli studi.
Si fece una doccia veloce e dopo meno di un'ora uscì. Aveva appuntamento con gli amici di sempre per festeggiare il Natale tutti insieme e tornò a casa alle tre.
Non appena varcò la soglia ebbe di nuovo quella sensazione di freddo. Di nuovo quel brivido lungo la schiena. Era certa di aver chiuso tutto in camera, negli ultimi giorni vi aveva prestato molta attenzione.
Sentì il cuore batterle forte in gola, il respiro si era fatto affannoso, il tremito stava prendendo il sopravvento. Non credeva di essere così paurosa, poi pensò che non ne aveva mai avuto motivo.
Non aveva ancora oltrepassato quella soglia, indecisa sul da farsi. Doveva entrare. O andarsene. Entrò.
Andò in cucina e prese un coltello ben affilato, accese tutte le luci e si diresse in camera senza esitare. Non si sarebbe fermata. Non avrebbe atteso di essere aggredita e finire nella lunga lista di donne uccise mentre erano da sole in casa.
Ma non fece in tempo ad arrivare in camera che vide la finestra del bagno aperta, le stecche della persiana rade. Di nuovo quel dubbio. Aveva fatto la doccia e aveva aperto la finestra per far uscire il vapore. Era scappata via di corsa per non tardare con gli amici. L'aveva lasciata aperta lei? Era successo di nuovo?
Fece un giro per tutta casa, non vi erano segni di effrazione e la porta era chiusa al suo arrivo.
Quando si era trasferita in quella casa Angelica aveva fatto cambiare la serratura, quindi era da escludere che fosse entrato il proprietario chissà per quale motivo.
Anche in quell'occasione cercò di ripercorrere i movimenti nell'ora in cui era stata in casa, e di nuovo si rese conto di aver fatto tutto in fretta e furia. Si struccò e andò a dormire. Doveva imparare a fare le cose con più calma.
Prima di andarsene il fantasma nero sorrise. La figura di Angelica ferma all'ingresso, indecisa se entrare o meno, era stato il suo più bel regalo di Natale.
Angelica Falano aveva ventiquattro anni, da cinque abitava da sola e si era trasferita in quella casa due anni e mezzo prima.
Era sempre stata piuttosto irrequieta, dando non pochi grattacapi ai genitori. A diciotto anni, dopo due bocciature consecutive, aveva lasciato gli studi, voleva rendersi indipendente e andare a vivere per conto suo, non appena fosse stata in grado di mantenersi da sola.
Questa sua volontà era stata più volte motivo di litigio con i genitori. Entrambi avvocati, avevano uno studio legale considerato fra i più importanti della città, che contava ben dodici collaboratori.
Avevano dedicato l'intera vita a quello studio, trascurando la figlia che passava gran parte della giornata in casa sola o fuori, trovandosi in più di un'occasione impelagata in qualche pasticcio.
I suoi genitori avevano sempre risolto tutto avvalendosi del loro titolo. Non si erano però mai occupati di lei, incuranti delle sue necessità, né le avevano trasmesso affetto.
Le avevano dimostrato il loro amore parlandole dell'unico progetto che avevano per lei: le avrebbero fatto studiare legge e lei un domani si sarebbe ritrovata con un bello studio legale avviato e tutti i benefici che ne potevano derivare.
Purtroppo quello sarebbe rimasto solo un loro sogno. La figlia non ne aveva mai voluto sapere di studiare e la situazione che si era creata a causa di quelle continue forzature, aveva fatto sì che i rapporti fra Angelica e i genitori non fossero dei migliori.
Così aveva iniziato a fare dei lavoretti come commessa nei periodi di punta e in occasione dei saldi. Questo aveva inasprito ancora di più il rapporto in famiglia, provocando discussioni quasi quotidiane.
Circa un anno dopo era stata assunta a tempo indeterminato in un negozio di abbigliamento maschile nel centro della città.
Era stato in quell'occasione che aveva deciso di andare via di casa. I genitori, dopo aver fallito nel tentativo di dissuaderla e convincerla a studiare legge, le avevano detto che ben presto si sarebbe resa conto della facilità con cui aveva preso quella decisione. Doveva però essere ben consapevole che lo stipendio base che le avevano proposto non le avrebbe permesso di vivere per conto suo. Le avevano poi dato un'ultima possibilità, altrimenti avrebbe dovuto imparare a cavarsela da sola.
Angelica non aveva voluto sentir ragioni e non aveva ceduto a quel ricatto. Nel giro di due mesi dall'assunzione aveva preso in affitto un piccolo appartamento in centro e si era trasferita.
Ben presto si era resa conto che i suoi avevano ragione. I due terzi dello stipendio se ne andavano fra affitto e bollette e in più di un'occasione si era dovuta organizzare nel coprire dei turni che le avevano permesso di guadagnare qualcosa in più e arrivare a fine mese.
Ma non sarebbe mai tornata sui suoi passi e non per orgoglio. Da quando aveva lasciato la casa dei genitori le discussioni erano terminate, e lei non avrebbe più voluto rinunciare a quella libertà che si era conquistata.
Così aveva trovato una coinquilina con la quale condividere le spese, ma la convivenza era durata poco meno di un anno. Aveva quindi iniziato a cercare un alloggio più economico, anche se la ricerca non aveva dato i frutti sperati.
Aveva una dote innata nella vendita e questo suo carattere esuberante le era stato di grande aiuto. In più di un'occasione era riuscita a portare in fondo delle vendite eccezionali, ricevendo dei premi da parte del suo datore di lavoro che le davano un po' di respiro.
Fino a quando, a novembre di tre anni prima, un suo cliente affezionato, compiaciuto per come lei si rivolgesse al pubblico, le aveva offerto il posto di commessa nel suo negozio di giocattoli, all'interno di un importante centro commerciale.
Angelica aveva accettato, anche allettata dallo stipendio più remunerativo e dalla possibilità di avere molto tempo libero, dovendo coprire turni di sei ore.
A quel punto aveva iniziato nuovamente a cercare casa, il centro commerciale si trovava in periferia e poteva permettersi di allontanarsi un po' dal centro, sperando che questo le consentisse di trovare qualcosa di più economico. Fra il risparmio nell'affitto e le maggiori entrate avrebbe iniziato a potersi togliere qualche soddisfazione.
I fatti le avevano dato ragione. Nel giro di pochi mesi aveva trovato quel delizioso terratetto, il cui affitto era circa la metà rispetto a quello per l'appartamento in centro.
La casa le era piaciuta subito, era spaziosa con due camere, un bel salone e una cucina super attrezzata. Ma era il bagno la stanza che l'aveva conquistata, con un'enorme doccia e una bellissima vasca idromassaggio. C'era anche un antibagno piuttosto grande, con un armadietto dove riporre la biancheria e una lavatrice.
Per circa un anno ci avevano abitato la figlia del proprietario e suo marito, poi avevano colto al volo un'occasione di lavoro all'estero e se ne erano andati un paio di mesi prima. Per quel motivo la casa era completamente ristrutturata e ben arredata, avrebbe dovuto solo portare lì tutte le sue cose.
L'unica perplessità dipendeva dall'ubicazione. Non tanto per la distanza dal centro commerciale, circa quaranta minuti, ma per il fatto di trovarsi in un luogo piuttosto isolato ai margini di un bosco, al quale si arrivava dopo aver percorso un bel tratto su una statale poco abitata e quindi poco trafficata, per poi girare in una strada secondaria non illuminata.
La casa si trovava alla fine di questa stradina, a cinque chilometri dallo svincolo sulla statale. Lungo quel tragitto vi erano altre quattro case, abbastanza distanziate l'una dall'altra. L'ultima si trovava a due chilometri dalla sua.
Aveva detto al proprietario di volerci pensare un po', ma dopo pochi giorni lui l'aveva richiamata dicendole di avere un altro cliente interessato all'immobile. Le aveva dato un giorno per pensarci, poi avrebbe stipulato il contratto con l'altro potenziale affittuario.
A quel punto Angelica aveva accettato e nel mese di maggio, approfittando di qualche giorno di ferie, aveva terminato il trasloco.
I suoi genitori avevano sempre trascorso gran parte del tempo allo studio ed era abituata a rimanere in casa da sola. Fino all'età di dodici anni aveva abitato fuori città, per quel motivo non era un tipo pauroso e non si era lasciata intimorire dal fatto che quella casa fosse così isolata.
Si era andata a presentare alle famiglie che abitavano lungo la strada, nessuno di loro aveva mai subìto furti o avuto problemi di qualsiasi genere, e questo l'aveva ulteriormente rassicurata.
Aveva comunque sostituito le vecchie persiane in legno con un modello un po' più robusto in ferro, munito di chiusura interna con chiave e un fermo alle stecche per evitare che venissero aperte da fuori.
Angelica aveva molti amici e spesso trascorrevano le serate organizzando cene tutti insieme. Nel periodo in cui aveva abitato in centro, quando aveva organizzato qualcosa nel suo appartamento, aveva dovuto discutere con i condomini che dopo una certa ora si lamentavano per la confusione. Così quella casa era diventata il riferimento per fare baldoria, visto che nessuno si sarebbe potuto lamentare.
Il 2 gennaio Lucia Giannini saltò giù dal letto, svegliata dal suono assordante dello stereo. Erano le due del mattino. Corse in salotto, un CD di musica rock stava suonando con il volume altissimo. Lo abbassò completamente, poi si guardò intorno. Chi aveva acceso quello stereo? Era entrato qualcuno in casa?
Si sentì franare il terreno sotto i piedi, i suoi genitori erano in montagna ed era sola.
Iniziò a perlustrare tutte le stanze, le finestre erano chiuse, inoltre non abitava a piano terra e sarebbe stato rischioso arrampicarsi con una scala. Anche la porta d'ingresso era chiusa con le mandate. Inizialmente pensò si trattasse di un contatto poi ritenne che era impossibile. Il suo era un vecchio stereo, il tasto di accensione generale era manuale e non si sarebbe potuto premere da solo.
Però sembrava che fosse successo. Pensò di averlo dimenticato acceso, poteva aver abbassato completamente il volume per rispondere a una telefonata. Provò a cercare di ricordare. Lo aveva tenuto acceso proprio il pomeriggio precedente ma non era arrivata alcuna telefonata. Inoltre, anche il volume era regolato da una manopola manuale, non poteva essersi girata da sola.
Decise di staccare la spina dal muro, qualsiasi fosse stato il motivo, sicuramente quello stereo non si sarebbe riacceso.
Il mattino successivo si alzò e ripensò a quella musica nel bel mezzo della notte. Ringraziò il cielo che sia gli inquilini del piano di sopra che quelli sullo stesso pianerottolo fossero fuori, le sarebbe dispiaciuto averli svegliati.
Si mise a studiare. Era all'ultimo anno di architettura e per quel motivo aveva preferito non partire insieme ai genitori. Aveva un esame importante alla fine di gennaio, poi si sarebbe presa qualche giorno di riposo.
Attaccò nuovamente la spina dello stereo al muro, se ci fosse stato un contatto, era probabile che l'impianto potesse riaccendersi di nuovo. Non fu così. La sera staccò nuovamente la spina, voleva evitare un altro salto nel letto in piena notte.
Trascorsero due giorni. Lucia era uscita con degli amici ed era rientrata a casa intorno alle due. Aveva letto qualche pagina di libro e poi si era addormentata. A un certo punto ebbe la sensazione di sentire dei rumori provenire dalla porta di ingresso. Guardò l'orologio, erano le tre e venticinque. Ovviamente nel palazzo c'era silenzio.
Rimase immobile qualche istante per capire se quel rumore c'era stato davvero o lo aveva sognato. Poi d'improvviso partì di nuovo quella musica.
Si rannicchiò sotto le coperte, completamente in preda al panico. Questa volta non poteva essere stato un contatto. Si ricordava perfettamente di aver inserito la spina dopo l'episodio avvenuto due giorni prima e averla nuovamente staccata la stessa sera. Ne era certa. Era sicuramente entrato qualche mal intenzionato. Ecco cosa erano quei rumori che l'avevano svegliata.
Non aveva il coraggio di alzarsi dal letto e quella musica assordante le procurava una forte agitazione. Poteva esserci qualcuno in casa che, coperto dal suono, si sarebbe potuto muovere senza che lei lo sentisse. Mille scenari iniziarono a farsi spazio nella sua mente, mentre lei si era fatta piccola piccola nel suo letto.
Ma doveva alzarsi, doveva farlo, non poteva lasciare che quel frastuono andasse avanti per tutta la notte. Si fece coraggio e si avviò verso il salotto.
La casa era completamente al buio e accese tutte le luci, sperando che le dessero la forza necessaria. Spense lo stereo e si guardò intorno. Non si sentiva alcun rumore, tranne i passi degli inquilini del piano superiore che probabilmente erano stati svegliati dal forte rumore.
Si affacciò in tutte le stanze, con il cuore in gola e le mani che le tremavano. E ogni volta che usciva, chiudeva la porta, per essere certa di sentire il rumore della maniglia se qualcuno, rimasto chiuso all'interno e nascosto chissà dove, l'avesse riaperta. La casa era vuota, ma fu un sollievo che durò pochi secondi.
Ripensò al rumore che aveva sentito, come se qualcuno avesse armeggiato alla porta. Aveva avuto il dubbio di aver sognato ma poco dopo era partita quella musica. Si rese conto di non aver ancora controllato il portone di casa e vi si precipitò, constatando che anche in quell'occasione era chiuso a chiave.
Rimase in piedi per un lungo tempo a fissare quello stereo. Poi staccò la spina e tornò a letto, anche se riuscì a riprendere sonno dopo molto tempo.
Il mattino successivo suonò agli inquilini del piano di sopra. Si scusò per la confusione e spiegò che a causa di un contatto era partita quella musica assordante. Loro le dissero di non preoccuparsi, erano cose che potevano succedere.
Lucia si scusò anche presso gli altri condomini, abitava in una piccola palazzina con sei appartamenti. Degli altri quattro, due erano ancora fuori città per le feste natalizie, e due, che avevano la camera distante dal suo salotto, dissero di non aver sentito niente.
Trascorse la mattinata a fare congetture sull'accaduto. Perché quello stereo aveva iniziato a suonare per ben due volte? Fissava quei tasti quasi come se si aspettasse di ricevere una risposta da loro, senza riuscire a darsi una spiegazione.
Aveva sentito parlare così tante volte di presenze oscure da arrivare a pensare che fosse opera di qualche fantasma. Poi si rese conto che era una fantasia un po' azzardata, non abitava certo in un vecchio castello, ex proprietà di qualche nobile che nascondeva chissà quale mistero, ma in una palazzina moderna costruita quindici anni prima.
Andò in camera e iniziò a mettere qualcosa in una borsa. Avrebbe raggiunto i genitori in montagna per non rimanere da sola in casa. Un'ora dopo li chiamò per dire loro che voleva rilassarsi qualche giorno, e comunicando l'orario di arrivo del treno.
Le cose non andarono meglio per Angelica. La sera di Befana, di ritorno da una cena, la ragazza rientrò in casa felice di avere davanti a sé un breve periodo di meritata vacanza. Erano solo quattro giorni, ma le sembravano un tempo infinito.
Alcuni dei suoi amici erano partiti per la montagna, lei aveva deciso di non andare. Era stanchissima e avrebbe trascorso quelle giornate in assoluto relax.
La mattina successiva si alzò, dopo aver fatto una bella dormita di cui aveva bisogno da troppo tempo e decise di impiegare immediatamente qualche ora delle sue ferie per dare una bella ripulita alla casa, che iniziava a risentire delle tante cene in compagnia.
Terminò le pulizie che erano quasi le quattordici, aveva davvero lustrato casa ma aveva finito col fare tardi. Un'ora e mezzo dopo aveva appuntamento in centro con una sua amica.
Si fece quindi una pasta al volo, una bella doccia e uscì di corsa, trascorrendo il pomeriggio a fare compere. Nonostante passasse molto tempo rinchiusa fra le mura di un negozio, quando aveva del tempo libero le piaceva indossare le vesti della cliente.
Le due amiche rimasero fuori a cena e poi terminarono la serata in un locale del centro. Angelica entrò in casa dopo aver parcheggiato l'auto proprio davanti all'ingresso e fu colta dal gelo. Quella sensazione di freddo, questa volta ancora più intensa, si impadronì di lei in pochi secondi.
Dopo aver notato la finestra laterale del salone aperta, si era affacciata nell'ingresso che conduceva alle camere e al bagno. Tutte le finestre di casa erano spalancate e tutte le stecche delle persiane tirate su. Tranne quella della cucina, che dava sulla facciata proprio vicino al portone.
La sensazione di panico che la pervase le impedì per i primi istanti di muoversi. Aveva le gambe paralizzate, la borsa le cadde di mano ed ebbe paura di perdere i sensi. Era da poco trascorsa la mezzanotte, prese il cellulare per chiamare la polizia, poi decise di non voler restare un istante di più in quella casa.
Si avviò di corsa verso la porta e si fermò di colpo. Era entrata in tutte le stanze e aveva potuto vedere che non c'era nessuno. Le persiane erano chiuse a chiave. E se qualcuno fosse stato ad aspettarla fuori? Se avesse atteso che uscisse per colpirla? Chiuse la porta con le mandate.
Non sapeva cosa fare. Se ne stava in silenzio, come se quel suo essere inerme la proteggesse. Se qualcuno fosse stato lì per farle del male, non era certo uscendo che si sarebbe salvata. Ma in quel caso, perché non l'aveva colpita prima che entrasse?
Ripensò alla finestra della cucina, l'unica visibile dal parcheggio, che era chiusa. Forse chi aveva aperto quelle finestre non voleva metterla in preallarme, era quasi certo che in quel caso Angelica non sarebbe scesa di macchina e sarebbe corsa via. Quel qualcuno poteva essere nascosto da qualche parte e in quel caso non avrebbe avuto il tempo di raggiungerla.
O forse quel qualcuno voleva prendersi gioco di lei, voleva divertirsi nel vederla uscire di casa in preda al panico, voleva sentirla urlare, consapevole che nessuno l'avrebbe sentita. Poi avrebbe potuto rapirla, approfittarsi di lei o addirittura ucciderla.
Angelica si rese conto che la sua mente vagava in mezzo a troppi scenari. Fece di nuovo un giro di perlustrazione in casa, questa volta cercando di capire se qualcuno potesse aver toccato qualcosa.
Si avviò lentamente verso le camere, e constatò che ogni cosa era al suo posto. Anche in bagno tutto era come lo aveva lasciato. Richiuse le stecche delle finestre e mise le sicure per non farle aprire da fuori. Le metteva sempre e chi aveva alzato quelle stecche poteva averlo fatto solo dall'interno.
Poi si decise e chiamò la polizia che arrivò in breve tempo.
Il bagliore bluastro della sirena diventò sempre più intenso via via che la pattuglia si avvicinava al piazzale antistante.
Il fantasma nero risalì il bosco per non essere visto. Sarebbe rimasto ancora qualche minuto, poi sarebbe dovuto andare via. Tutto stava andando come previsto e provò grande soddisfazione nel pensare al suo futuro successo.
Sia la casa che il piazzale esterno furono perlustrati in modo minuzioso, facendo tutti i rilievi necessari per cercare delle impronte, però vi erano solo quelle di Angelica.
Se qualcuno si fosse davvero introdotto in quella casa aveva sicuramente indossato dei guanti. Non vi era però il minimo segno di effrazione, e gli agenti chiesero se fosse certa di aver chiuso tutto prima di uscire.
Angelica fu quasi innervosita da tale domanda, tuttavia cercò di rispondere nascondendo l'irritazione che ciò le aveva provocato.
Raccontò che era la terza volta che trovava le finestre aperte. Ma mentre nelle prime due occasioni vi era la possibilità che fosse stata una sua dimenticanza, adesso non vi era ombra di dubbio che lei avesse richiuso tutto prima di uscire.
Li informò anche sul forte colpo alla persiana di camera, avvenuto in piena notte la prima volta. Adesso iniziava a pensare che non si fosse trattato del vento.
Gli agenti se ne andarono poco più tardi, dicendo ad Angelica di non aver riscontrato nessuna anomalia. Di nuovo le chiesero di ripercorrere le sue ultime mosse, come lei stessa aveva affermato, le era capitato già due volte di aver dimenticato di chiudere persiane e finestre, era probabile che ciò fosse successo nuovamente.
Se ne andarono che erano le due passate. Angelica andò a letto ma riuscì a prendere sonno solo dopo molto tempo.
Si svegliò verso le sei con un gran mal di testa, andò in bagno a prendere un medicinale, poi tornò a letto per rialzarsi poco dopo le nove. La pasticca che aveva preso aveva fortunatamente fatto effetto e la mattina si sentiva piuttosto bene.
Controllò nuovamente che non ci fosse qualcosa che le potesse essere sfuggito la sera precedente e ancora una volta dovette constatare che ogni cosa era al suo posto.
Fece anche una breve perlustrazione all'esterno, cercando chissà quali prove che qualcuno fosse stato lì. Era giorno e magari ci potevano essere delle impronte che non erano state notate nel buio della notte. Anche in quel caso, non notò niente di strano.
I giorni a seguire furono piuttosto tranquilli. Angelica aveva preferito non mettere i genitori al corrente di quanto avvenuto, non li aveva mai informati del suo trasferimento, conscia che le avrebbero fatto mille storie, e le avrebbero iniziato una tiritera che voleva evitare.
Non erano mai stati a trovarla quando abitava in centro e le rare volte che li aveva visti era andata lei a casa loro. Avrebbe dovuto dare troppe spiegazioni.
La breve vacanza era terminata, e Angelica fece ritorno al lavoro.
Il tarlo di quelle persiane aperte però non l'aveva abbandonata. Era arrabbiata con le forze dell'ordine che evidentemente non l'avevano creduta e trascorse l'intera giornata lavorativa a ripensare alle parole degli agenti che le avevano chiesto se fosse sicura di aver chiuso tutto. Come faceva ad essersi dimenticata?
Ma col trascorrere della giornata si rese conto di aver dato una risposta affermativa d'istinto, ora si chiedeva se fosse andata davvero così. Aveva passato la mattinata a pulire e, vista la bella giornata, aveva aperto completamente le finestre e le stecche delle persiane per far passare aria in tutta la casa. Poi se ne era andata di corsa perché era terribilmente in ritardo con la sua amica.
La sua certezza di averle richiuse non si basava sul ricordarsi di averlo fatto, ma sulla consapevolezza di aver acquistato quel prodotto con chiave interna e ganci di sicurezza che la facevano stare tranquilla.
Non era mai successo che si fosse dimenticata di chiuderle, possibile che questo fosse accaduto per ben tre volte di seguito nel giro di poche settimane? Inoltre era gennaio, era freddo, anche non volendo se ne sarebbe accorta. E poi perché tutte tranne quella della cucina?
Di nuovo mille congetture nella sua testa. Ripensò alla pesantezza di quel lungo periodo di lavoro e si chiese se tutta quella stanchezza accumulata non le avesse causato un po' di stress.
Fu Monica, la collega con la quale era diventata molto amica, a chiederle cosa la turbasse. Era stata silenziosa quasi tutto il giorno e non era da lei. Angelica decise di raccontarle quanto accaduto.
Anche Monica, inizialmente, le disse che quelle persiane aperte dipendevano sicuramente da una dimenticanza, ma quando Angelica le raccontò dell'ultimo episodio, e del fatto che tutte le persiane, tranne quella che dava sul parcheggio, fossero aperte, non ne fu più così certa.
Dopo essersi scambiate diverse opinioni, Monica espresse la sua idea. O meglio, le raccontò quanto era accaduto a dei conoscenti diversi anni prima. Le persone in questione erano amici dei suoi genitori.
Dopo aver subìto un furto avevano deciso di cambiare il portone di casa, sostituendolo con uno blindato corredato di serratura di sicurezza. Ebbene, dopo alcuni mesi si erano ritrovati la casa mezza svuotata. A quello, erano seguiti altri strani furti e dopo diverse indagini era risultato che il responsabile fosse un dipendente del negozio che si occupava del montaggio delle porte. L'uomo si era tenuto una chiave in più e operava indisturbato in alcuni appartamenti dove aveva lavorato.
Angelica sembrò piuttosto interessata al racconto della collega. Ci poteva stare. Nonostante i mille dubbi di essere stata lei a lasciare quelle persiane aperte, rimuginò su questa possibilità per tutto il giorno.
Non aveva una porta blindata e senza indugio il giorno successivo decise di far cambiare la serratura, facendone montare una nuova. Fece montare anche dei cancellini in ferro sia alla porta di ingresso che alle finestre, per i quali il proprietario di casa si mostrò disponibile a pagare il cinquanta per cento.
Decise però di scegliere due diversi fornitori. A uno fece cambiare la serratura del portone, all'altro fece montare delle inferriate fisse alle finestre e un cancellino con chiave all'entrata. In questo modo, se avesse incappato in un lavorante disonesto, questi non avrebbe potuto avere entrambe le chiavi.
Una settimana dopo la casa di Angelica era impenetrabile.
Trascorsero due mesi e non ci furono più sorprese. La sua collega le aveva consigliato di denunciare il negozio che le aveva fornito la precedente serratura, ma non vi era alcuna prova che qualcuno si fosse introdotto in casa, tantomeno che potesse essere un dipendente del negozio. Angelica decise di lasciar perdere.
Il 3 marzo venne data la notizia del ritrovamento del corpo di un giovane ventiquattrenne, Simone Baragli.
Poco prima delle sei del mattino una coppia era stata svegliata dal suono di alcune sirene che si erano fermate proprio sotto la loro abitazione. Si erano alzati e si erano affacciati alla finestra per vedere cosa fosse successo.
In quel momento avevano visto due pattuglie scendere nel sotterrano dove avevano il box auto. Mentre stavano chiedendosi cosa potesse essere successo si erano accorti che il letto dove dormiva il loro nipote era intatto.
Il ragazzo abitava insieme a loro dall'età di sedici anni, dopo aver perduto l'unico genitore, sua madre, in un terribile incidente automobilistico.
Di suo padre non ricordava niente. L'uomo lo aveva riconosciuto alla nascita ma poi se l'era defilata quando il bambino aveva appena sei mesi, dopo essersi fatto vivo, in quel lasso di tempo, solo tre volte.
Da quel momento non si era più fatto sentire e la madre, dopo vani tentativi di contattarlo, aveva deciso di crescere da sola quel bambino, con l'aiuto dei suoi genitori.
I nonni di Simone si erano guardati, cercando di non farsi impressionare dall'arrivo di quelle due pattuglie e da quel letto vuoto. Proprio in quel momento il loro citofono aveva suonato. Dall'altra parte un uomo si era presentato dicendo di essere un agente di polizia e chiedendo loro di scendere.
Appena giunti al portone l'agente aveva chiesto loro di seguirli nel garage.
La scena che si erano ritrovati davanti era devastante. La testa di Simone era appoggiata allo sterzo, un braccio sporgeva dall'auto creando una pozza di sangue in terra. Il ragazzo si era tagliato le vene su entrambi i polsi e si era procurato un taglio mortale alla gola.
Sonia Alcione
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