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Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Autore: Rosamaria Rossoni
Titolo: L'albero
Genere Thriller Psicologico
Lettori 657 4 4
L'albero
Come Emilia anche Angelica, attraverso il disegno, esprimeva le proprie emozioni ma, a differenza di sua nonna, lei sentiva anche il bisogno di imprimere su di un foglio le immagini e le persone che spesso le comparivano durante le sue visioni oniriche.
“Nonna perché questo a te non succede?” aveva chiesto più volte Angelica ad Emilia
“Il dono non sempre si manifesta in ugual maniera, per esempio la tua trisnonna, tutte le volte che le capitava di avvertire qualcosa, che poi sarebbe sicuramente accaduto, sveniva improvvisamente o spesso cadeva in un sonno ad occhi aperti. Io invece, come tu ben sai, ho sempre avuto visioni molto chiare, precise e non ho mai sentito il bisogno di decifrarle, come fai tu, disegnandole; ma cara, non ti devi preoccupare per questo. La strada che percorriamo può essere diversa, l'importante è che il luogo, in cui ci condurrà, sia il medesimo”.
Per Angelica, soprattutto agli inizi, dover convivere con 31
una parte di sé, totalmente oscura e sconosciuta, le costò tanta fatica. Un fardello così pesante che nel corso della sua esistenza spesso si trovò a detestare con tutta sé stessa, desiderando disperatamente di liberarsene più in fretta possibile ma, piano piano, con il passare del tempo, imparò che l'unico modo per smettere di stare male era quello invece di accettarlo e farlo proprio.
Una presa di coscienza che si rafforzò e si consolidò negli anni.
Il dono ad Angelica talvolta si manifestava anche attraverso il contatto.
Non era un caso infatti, che in alcuni momenti, le bastasse stringere la mano di una persona o solo avvicinarsene, per cogliere cosa stesse provando o persino vedere quello che a breve le sarebbe accaduto. Un susseguirsi di emozioni, che il più delle volte la travolgeva e la turbava profondamente, tanto da provocarle un evidente stato di confusione e di inquietudine. Per questo, crescendo, Angelica dovette necessariamente imparare a non lasciarsi troppo sopraffare dalle percezioni altrui e prendere, con la gente, le dovute distanze.
“Angelica, non potrai ascoltare ogni cosa e assorbire, come una spugna, tutte le emozioni che ti arriveranno dall'esterno con il rischio di farti male o peggio ancora di trascurare la tua vita” le aveva più volte ribadito Emilia. “Dovrai, per forza di cose imparare che ancora prima di ascoltare gli altri, dovrai darti ascolto”.
“In che modo?”
“Sarà l'intensità di ciò che avvertirai dentro di te che ti farà intuire cosa sarà giusto lasciar perdere e cosa invece non potrai ignorare. Una specie di scrematura che il tuo cuore farà spontaneamente. Se riuscirai a lasciar scorrere l'energia che è dentro di te, scoprirai che sarà proprio la sua intensità a guidarti e a suggerirti cosa fare”.

“Nonna e se non ne fossi capace, se sbagliassi e facessi del male a qualcuno?”
“Capisco bene i tuoi dubbi e le tue incertezze piccola mia ma ti assicuro, che il tuo atteggiamento non sarà mai dettato per nuocere a qualcuno, ma solo ed esclusivamente per aiutarlo”.
“Ricorda: il dono è spinto dalla forza dell'amore e il suo intento è quello di fare solo del bene”.
Angelica, solo con il passare degli anni, fu in grado di comprendere pienamente le parole di sua nonna Emilia e di far propri i preziosi e numerosi consigli che la donna aveva cercato di darle, uno tra i tanti, quello che la esortava a non fare parola con nessuno del suo singolare e insolito dono.
“La gente spesso non sarà in grado di capirti e qualora fingerà di farlo, sarà solo per ottenere da te, qualcosa in cambio; per cui bambina mia, mi raccomando, racconta agli altri il meno possibile di te. Solo quando sarai certa di trovare chi merita la tua fiducia o riterrai doveroso farlo, per una giusta causa, allora potrai svelare il tuo segreto”.
Angelica era conscia che il suo modo di essere talvolta spaventava o addirittura allontanava le persone per cui, ricorrere al silenzio o rifugiarsi nella solitudine, le permise negli anni di proteggersi dal giudizio altrui e le evitò di imbattersi in situazioni spiacevoli o persino imbarazzanti.
Non ne fece parola neppure con Giacomo, nonostante lui avesse cercato, in più occasioni, di sapere chi fossero i soggetti dei suoi disegni.
“Sono frutto della mia fantasia” gli aveva risposto mentendo.
Come poteva spiegargli che erano invece alcuni degli innumerevoli fantasmi con i quali conviveva da sempre e che le affollavano la mente.
Oltre ad Emilia e a Teresa, le uniche due persone che sapevano del suo dono, erano Claudia e Martina, due carissime amiche che Angelica conosceva sin dai tempi dell'asilo. Claudia rimase incinta a diciassette anni e con Piero, il padre di suo figlio, subito dopo la nascita del loro bambino, decise di trasferirsi a Spello, in una bellissima casa che una sua prozia le aveva lasciato in eredità e nonostante la distanza l'avesse allontanata, continuò periodicamente a sentirsi con Angelica; ma era con Martina che Angelica condivideva la maggior parte del suo tempo. Entrambe avevano frequentato il liceo e poi a Firenze la medesima facoltà universitaria:
quella di architettura.
Martina, dopo la laurea, trovò lavoro come insegnate di
restauro e decorazioni presso l'accademia di belle arti di Firenze e alcuni mesi più tardi, quando venne a sapere che Angelica era stata assunta in un importante studio di architettura fiorentino, si diede subito da fare per cercare all'amica una sistemazione dove alloggiare.
“Angelica purtroppo non posso ospitarti da me” le aveva detto con grande dispiacere “l'appartamento è talmente piccolo che a malapena ci sto io ma, la mia collega Ludovica sarà felicissima di affittarti il suo che si trova nel vicolo di S. Maria Maggiore, vicino a dove sto io”.
Martina voleva molto bene ad Angelica, che considerava come una sorella e non si stupì, quando all'età di tredici anni, l'amica le confidò il suo segreto.
“L'ho sempre capito che eri diversa da me e da tutti quanti” le aveva detto Martina in quella occasione “aspettavo solo il momento che tu me ne parlassi”.
“Ciao Angelica ti andrebbe di andare a bere qualcosa insieme? Mi è stato detto che vicino a S. Croce recentemente hanno aperto un'ottima enoteca”.
“Volentieri Marti, passi tu?” “Sì, vengo da te per le nove”.

“Perfetto, dammi giusto il tempo di prepararmi”.
“Mettiti bene, ho saputo che ci va bella gente”.
Angelica si fece una lunga doccia calda e, memore del
consiglio dell'amica, scelse accuratamente l'abito da indossare per la serata.
“Questo verde può andare” esclamò e scrutandosi poi allo specchio si sentì soddisfatta della sua scelta. Il verde infatti era perfetto con il colore dei suoi capelli rosso rame e con quello chiaro smeraldo dei suoi occhi.
“Sei spiccicata a tua nonna Emilia” non faceva che ripeterle da sempre sua madre “solo gli occhi sono gli stessi di tuo padre. Occhi stupendi che arrivano dritti al cuore e che mi fecero perdutamente innamorare di lui”.
Angelica sapeva di essere bella e sebbene avesse qualche chiletto di troppo, la sua femminilità e la sua sensualità facevano di lei una donna decisamente attraente e molto affascinante.
“Il tempo di dare la pappa al gatto, spegnere la tv e sono pronta” si disse, pensando all'amica, che di lì a breve, sarebbe arrivata sotto casa.
Stava premendo il tasto off del telecomando quando udì una notizia che la inchiodò allo schermo del televisore, lasciandola completamente esterrefatta: Pellegrini Aurora, di anni venticinque è scomparsa da due giorni, non si hanno ancora sue notizie. La polizia sta indagando.
Angelica, impietrita, con gli occhi sbarrati, fissava il volto di quella giovane donna. Un viso che riconobbe immediatamente perché era certa di averlo già visto in uno dei suoi sogni.
Di corsa allora, si precipitò in camera da letto e da una vecchia cassapanca, dentro la quale conservava tutti i suoi disegni, Angelica, velocemente, uno ad uno, passò in rassegna gli innumerevoli fogli che ritraevano le sue visioni, convinta che tra loro avrebbe trovato quello, sul quale, aveva dipinto il viso della donna che aveva appena visto in televisione.

“Eccolo” disse. Angelica era solita datare ogni suo dipinto e quello che aveva tra le mani e ritraeva Aurora Pellegrini, risaliva al 12.05.2001, quindici giorni prima della sua ipotetica scomparsa. Oltre al volto, dietro alle spalle di quella donna, Angelica aveva tracciato anche una collina, attraversata da un lungo viale di cipressi che portava ad una grande e possente dimora che, sul portone d'entrata, aveva una targa con impresse le iniziali: E.R.
“Dio mio, cosa significa tutto questo?” pensò Angelica preoccupata “Aurora perché mai ti avrò disegnato, cosa intendi dirmi? E perché quella casa? Cosa c'entra con te? Devo assolutamente trovare delle risposte a tutte queste domande e non è un caso quello che di incredibile mi stia accadendo”.
Non era infatti la prima volta che ad Angelica capitava di rappresentare una visione che poi, a distanza di tempo, avesse puntualmente un riscontro con la realtà.
“Vedrai tante, tantissime immagini attraversare la tua mente, ma sarà una in particolare che catturerà la tua attenzione e sulla quale dovrai soffermarti; potrà essere un evento o un indizio a condurti da lei e tu dovrai cercare di scoprire per quale motivo è venuta a cercarti” così le aveva insegnato sua nonna Emilia. Ed ora Angelica, memore di quelle parole, con il dipinto tra le mani che ritraeva la stessa donna che aveva visto nel corso del telegiornale, realizzò che doveva scoprire, a tutti i costi, chi fosse e perché le fosse apparsa in sogno.
Rosamaria Rossoni
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