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Autore: Maria Lidia Petrulli
Titolo: Uno scialle sul fiume Temo
Genere Psicologia
Lettori 547 11 6
Uno scialle sul fiume Temo
In coda all'imbarco del porto di Tolone, Aliena si accorgeva appena delle auto intorno. L'avanzare lento delle macchine verso il garage del piroscafo era un film muto. L'oscurità del ventre della nave un'incognita che non le suscitava curiosità.
I volti degli altri conducenti, il cicaleccio eccitato dei passeggeri, l'abbaiare dei cani al seguito, le sfilavano accanto come ombre. Gli occhi incollati all'orizzonte crepuscolare, Aliena percepiva la spuma che increspava l'acqua, lo sbandare ritmico dell'auto sotto le sferzate del maestrale, l'odore salmastro che entrava attraverso il finestrino aperto.
Dietro gli occhiali scuri, lo sguardo rifletteva un bagaglio di emozioni contrastanti. Il pensiero viaggiava su onde sonore impercettibili, anestetizzato dalla consapevolezza di non sapere dove stesse andando.
La risvegliò il rumore sferragliante degli pneumatici sulla passerella di metallo. Allora, per la prima volta, Aliena parve rendersi conto di muoversi verso un futuro di cui non sapeva nulla, un futuro scelto per caso, che avrebbe potuto rivelarsi una barca che forse non sarebbe riuscita a governare. Il cuore le batté più forte e strinse le mani intorno al volante come volesse stritolarlo. Si aggrappò alla propria volontà, trasformata in una corda appesa su un soffitto immaginario, seguì le indicazioni del personale di bordo. Si inerpicò su una, due e tre rampe, arrancando faticosamente su quella stessa corda, girò intorno a un pilone, poi avanzò sino ad accodarsi a un'altra macchina di cui non avrebbe saputo dire che colore avesse. Tirò il freno a mano.
Afferrò una sacca e si arrampicò su per la scaletta, poi si chiuse in cabina e ne uscì il mattino seguente, all'arrivo in porto. A Porto Torres.

Efisio Zoncu, postino di Monteleone Rocca Doria, stirò il collo lungo e secco nel tentativo di scorgere qualcosa oltre l'uscio. Aliena Bacconnier, la penna ancora in mano sul cartoncino da firmare, si fece di lato in modo da aprirgli la visuale e risparmiargli un torcicollo serale.
- Se vuole può entrare, signor Zoncu - gli disse con l'accento nasale e la erre moscia. - Posso offrirle un bicchiere d'acqua o un'aranciata, e lei potrà essere sicuro che a casa mia non nascondo cadaveri e neppure pozioni velenose, ma che ci sono solo album e tubetti di colori. E poi di sicuro questa casa la conosce bene. Lo sa che non c'è cantina, per cui un cadavere potrei nasconderlo solo nell'armadio o sotto il letto, e penso proprio che non lo sopporterei, puzzerebbe troppo. -
Fisiettu, come lo chiamavano tutti a causa della piccola statura, colto in fallo, si ricompose. Aveva le orecchie arrossate appena e un sorriso stampato sulla faccia dove il tempo aveva inciso poche ma profonde rughe, di quelle che caratterizzano un carattere incline al buonumore. Per tutta risposta mormorò un timido “no, mersì”, nel tentativo di fare cosa gradita alla straniera che si era installata in paese un mese prima, chiedendosi come mai fosse così alterata; poi rimise sul cranio pelato il berretto che si era tolto, prese il cartoncino firmato, inforcò la bicicletta e ricominciò il suo giro dopo un rapido saluto.
Aliena lo guardò allontanarsi. Si disse che quella stessa sera, le sue parole sarebbero state motivo di speculazione, interpretazione e commenti dei centosette abitanti del paese. La collera si fece largo fra le labbra senza che neppure se ne accorgesse.
- Ma che cacchio hanno tutti quanti? Sembra che abbiano a che fare con la fidanzata del diavolo! Non la capisco proprio tutta questa diffidenza! - sbottò al limite della sopportazione. E diede una spinta troppo forte alla porta di casa.
In quel primo mese di permanenza, combattendo contro il malumore che la portava a rinchiudersi in sé stessa, Aliena aveva cercato di abbattere il muro che gli abitanti di Rocca Doria avevano eretto fra lei e loro. Aveva rivolto saluti, sorrisi o una parola, chiesto informazioni alle persone anziane che incontrava per la strada o nei pochi negozi, ma non era servito a nulla. Dopo una risposta cortese e risicata, l'interpellato si allontanava sempre nel modo più rapido possibile.
A quel punto, si era limitata a brevi cenni del capo, accompagnati da occhiate fuggevoli che sfioravano appena le persone che incrociava. Aliena aveva dovuto mordersi la lingua parecchie volte per non esplodere in un “ma va a quel paese!”.
Mentre la vibrazione della porta sbattuta si smorzava, Aliena rimase immobile a contemplare il pacchetto che il signor Zoncu le aveva consegnato. Lo aveva ordinato una settimana prima, nella speranza che il suo contenuto la salvasse dall'apatia che non l'abbandonava.
Poggiò il pacchetto e bighellonò per il salotto. Lo sguardo scivolò sul grande tavolo di noce. I fogli di carta e gli album erano sistemati in alte pile, mentre i pennelli giacevano l'uno di fianco all'altro come i soldatini di piombo di un bambino d'altri tempi. I tubi di colore erano pigiati nelle scatole di legno col coperchio sollevato. I recipienti per l'acqua e per i colori erano anch'essi impilati, vuoti, puliti.
Il materiale da lavoro era estraneo a quel momento della sua vita.
L'unico utilizzo di quel tavolo era limitato all'estremità rimasta libera, apparecchiata con una tovaglietta decorata a fiori di lavanda, dove la donna consumava colazione, pranzo e cena, e talvolta un tè.
Si disse che quel presente senza tempo le piaceva nonostante tutto. Che era quello che voleva.
Aliena si avvicinò alla grande porta-finestra che dava sulla terrazza e lasciò vagare lo sguardo sul fiume Temo e il suo paesaggio, su quell'eremo ai confini del mondo che era Monteleone Rocca Doria.
Seguì le forme sinuose del lago. Dove il cielo autunnale e le colline si specchiavano quasi senza distorsioni. Con gli occhi incollati sul paesaggio, immaginò il mare oltre le pianure e le vallate, le parve di udire il mugghiare delle onde sollevate dal maestrale.
- Peccato che questa volta l'alchimia non funzioni. - La sua voce rimbombò nella casetta in pietra su due piani di via Fontana, in cima alla collinetta rocciosa che accoglieva il borgo silenzioso, raccolto intorno alla cappella dei Doria e alle rovine del loro castello.
Quando aveva lasciato Tolosa per quel villaggio ai confini del mondo, Aliena aveva sperato che la lontananza dalle inquietudini cittadine e dalle proprie le restituisse la vitalità che aveva perso. Invece, era riuscita appena ad avventurarsi con fatica lungo il Belvedere. In quanto alle inquietudini cittadine, erano state sostituite da quelle provocate dal comportamento dei paesani.
Quando non ne poteva più della solitudine e il desiderio di relazioni umane prendeva il sopravvento, raggiungeva piazza Convento e l'unico bar con la sua piccola biblioteca, per intavolare un'innocua chiacchierata sul tempo con la proprietaria intanto che aspettava il caffè ristretto o il cappuccino. La donna che gestiva il locale era l'unica che non l'avesse mai guardata in modo sospettoso. L'aveva anche invitata a prendere in prestito qualche libro e a scoprire le opere di Grazia Deledda cui la biblioteca era intitolata, ma Aliena non ne aveva mai avuto voglia. Per pura cortesia, aveva sfogliato qualche pagina, finto di leggerne una riga o due, e rimesso a posto l'opera in questione con la scusa di non avere tempo perché troppo impegnata a portare avanti il suo lavoro.
Preferiva immergersi nelle stradine solitarie come lei, sperando di non incontrare nessuno, soprattutto nessun saluto o sguardo diffidente.
Aliena prese il pacchetto, aprì la scatola e ne estrasse il contenuto: tre blocchetti per schizzi e diverse matite, dure per i tratti decisi, morbide per le sfumature.
L'idea di dedicarsi al disegno in bianco e nero le era venuta osservando le stradine e gli anziani del paese, recuperando così una passione giovanile che aveva abbandonato per decorare carte.
Prese due sedie e le avvicinò alla porta-finestra. Sistemò il materiale appena arrivato su una delle due e si sedette sull'altra. Cercò di concentrarsi sui chiaro-scuri di quella giornata senza ombre, sui raggi dorati che si aprivano un varco fra gli angoli bui che si portava dentro, finché la sua attenzione non fu catturata dal volo degli stormi che, alle porte dell'inverno, partivano per regioni più calde.
Aliena osservò incantata le migliaia di uccelli che volavano in formazione. Gli stormi mutavano in continuazione forma. Disegnavano il cielo con un elegante moto oscuro, a vela, a trapezio, oppure a onda. A volte erano così compatti da oscurare il sole. Parevano inseguirsi, l'uno dopo l'altro. Senza sosta. La donna era sorpresa dalla sicurezza della loro danza, dall'istinto che li guidava là dove avrebbero vissuto al meglio i mesi successivi. Avrebbe voluto averlo anche lei, quell'istinto.
La sua mano afferrò una matita e iniziò a tracciare segni sul taccuino.
Il disegno finì col catturarla. Così, per qualche ora, il passato ingombrante, il piano messo in atto con tanti scrupoli, le bugie raccontate e le verità omesse, l'ostilità del paese, furono accantonati. Almeno per una volta. Almeno per quel breve tempo. Come un intervallo fra una scena e un'altra.
Nel tardo pomeriggio sfogliò i disegni. Constatò che avrebbe dovuto esercitarsi non poco per recuperare l'antica abilità, ma pensò anche che con blocchi e matite le sarebbe stato forse più facile andare al Belvedere o visitare qualche posto.
Liberò i capelli bianchi. Passò una crema alla calendula sulle mani arrossate. Preparò una tisana e una cena frugale. Si rilassò un poco. Allora, quel che si era lasciata alle spalle per rifugiarsi a Monteleone Rocca Doria ebbe libero accesso al calderone dei suoi pensieri, e dal calderone prese forma un intrico di arrovellamenti ampiamente oscillante fra picchi e bassi.
Per sfuggire al proprio rimuginare accese il computer, il cui brontolio riempì il silenzio della stanza. Aliena attese pazientemente che schermo e icone si stabilizzassero per iniziare a navigare in internet.
Fece un giro senza interesse su Facebook, un solitario, affrontò con fatica i tre diversi indirizzi di posta elettronica, scorse le mail di suo marito, delle amiche e di lavoro, lesse l'oggetto delle mail e, come aveva già fatto nel corso di quel mese, piazzò il puntatore sull'icona del cestino e le cancellò senza prima leggerle.
Il buio era calato su Monteleone Rocca Doria, solo il verso di qualche cinghiale risaliva dalla vallata, e il vento che aveva ripreso a soffiare. Aliena ebbe difficoltà ad addormentarsi.

CAPITOLO II

Il mattino seguente, Aliena si recò di buon'ora all'ufficio postale. Si mise in coda dietro gli sguardi degli anziani abitanti di Rocca Doria.
Pensò che, merda! Era veramente stufa di essere guardata come se fosse l'uccello del malaugurio o, che diavolo ne sapeva, come se fosse lì per lanciare una maledizione su tutti quanti!
La cosa la faceva inviperire.
Era giorno di ritiro pensioni, per cui la fila era lunga. Aliena fissò i vecchietti in coda, silenziosi come non sarebbero stati se lei non ci fosse stata, con la fronte corrucciata come la superficie del mare quando c'è vento e si sta per scatenare una tempesta. Anche loro la osservarono, ma con la coda dell'occhio, sperando che non se ne accorgesse. Le traiettorie degli sguardi si incrociavano appena.
Per allontanarsi dall'incubo della situazione, la donna si concentrò sul ricordo di com'era arrivata in quel paesino, trovato dopo una ricerca durata mesi, sui villaggi più fuori dal mondo esistenti nell'Europa mediterranea. Di andare a smaltire la propria rabbia in un igloo al Polo Nord, non ne aveva avuto voglia. Inoltre, a nessuno sarebbe mai venuto in mente Monteleone Rocca Doria, dove la vita sembrava essersi fermata a cinquant'anni prima.
Quel che le piaceva maggiormente del paese era l'assoluta assenza di chincaglieria umana e non. Peccato che la bellezza della situazione fosse controbilanciata dalla diffidenza e dal timore che trasparivano senza equivoci dal comportamento dei paesani.
Arrivato il suo turno, si fece fare una carta Post Pay poiché la propria ricaricabile era scaduta, stirò le labbra in una parvenza di sorriso che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere rassicurante per l'impiegata non più giovane – che faticava a staccarle di dosso lo sguardo stralunato – rivolse un cenno del capo alle persone in fila, e infine si allontanò, la falcata lunga e l'animo pesante.
Prima di rientrare a casa passò al bar per acquistare un po' di pane, poi riprese il cammino.
- Buongiorno! - .
La voce stridula alle sue spalle la fece sobbalzare. Aliena si voltò. Una donna anziana cercava di raggiungerla e lei si fermò ad aspettarla.
- Buongiorno. -
Aliena non ricordava di avere mai incontrato la signora vestita di nero, con uno scialle ricamato sopra le spalle e il foulard annodato a coprirle il capo. La gonna plissettata cadeva dritta sui fianchi asciutti, lasciando scoperte soltanto le caviglie inguainate nei collant spessi che sparivano in un paio di mocassini con i lacci.
La donna la affiancò continuando a camminare. Aliena adeguò il proprio passo al suo.
- Vi siete abituata alla vita di paese, signora Bacconnier? - .
- Abbastanza - rispose cauta l'interpellata, domandandosi a cosa dovesse l'improvvisa caduta del muro fra lei e gli abitanti di Rocca Doria. - Non credo di conoscerla, lei è la signora? - .
- Annalisa Noria, abito in piazza. Non ci siamo mai incontrate ma la vedo passare, di tanto in tanto. -
- Piacere - rispose Aliena, senza sapere cos'altro dire.
- Noi non siamo contro i forestieri - disse la signora Annalisa, - il paese si spopola, abbiamo bisogno di voi giovani, oppure questo posto muore, e noi non vogliamo che succeda perché Rocca Doria ha una grande storia e non è giusto che venga dimenticata. Non la conoscono neppure tanti sardi, sa?. -
Aliena seppe solo annuire.
Annalisa Noria la guardò sollevando il capo. Gli occhi, di un azzurro reso acquoso dall'età e da una cateratta, si fissarono in quelli della donna venuta da lontano. - Lei è tanto strana, sa? Può sembrare molte cose. -
Aliena non comprese. La signora Noria spiegò: - Nessuno qui ha mai visto una persona come lei, non so se mi spiego. -
Aliena si fermò di botto. - No, non si spiega - disse guardando dritto negli occhi la sconosciuta. E istintivamente fece un passo di lato, allontanandosi da lei.
Quest'ultima tese un braccio a sfiorarle la mano. Un gesto rassicurante che calmò la voglia di scappare che stava minacciando di gonfiare di lacrime gli occhi di Aliena.
- Non si deve offendere, signora Bacconnier. Dove abita lei, magari siete tutti così, ma da noi, persone tanto alte, coi capelli bianchi che non sono quelli di un anziano, la pelle che pare trasparente e un occhio grigio e l'altro azzurro, mai ne abbiamo viste. E poi se ne va in giro sempre tutta coperta come le donne arabe che si vedono alla televisione, pure se c'è il sole; esce solo di sera o di mattina presto. È un comportamento strano, non lo crede anche lei? Può capire quanto sia difficile per della gente come noi trovarla “normale”. Scusi il termine. -
Aliena si fermò, abbassò il capo e si strinse nelle spalle.
- Sono albina, una forma parziale ma comunque importante. -
- Io non lo so che vuol dire albina, mi dispiace. - La signora Noria congiunse le mani sopra il petto, con intorno agli occhi le rughette di una persona un po' perplessa.
- L'albinismo è una malattia genetica. Mi manca quella sostanza che permette di abbronzarsi e di proteggersi dal sole, si chiama melanina. È la ragione per cui sono costretta a coprirmi come una suora e perché esco nelle ore in cui i raggi solari sono meno forti. Adesso che siamo in autunno va molto meglio, anche in primavera, ma l'inverno è l'unica stagione in cui posso fare una vita “normale”, come dice lei. -
- Da noi, solo streghe e spiriti, e talvolta le Janas, hanno il suo aspetto. -
Aliena sgranò gli occhi.
- Non si preoccupi - riprese la donna anziana, - mi dia qualche giorno, il tempo di chiedere a mio nipote di cercare questa malattia su quell'aggeggio dove si trova tutto... Come ha detto che si chiama? - .
- Albinismo. E l'aggeggio cui si riferisce immagino sia il computer. -
- Giusto, computer, me lo scordo sempre. Ha detto albinismo. Faccio girare la notizia in paese, vedrà che dopo andrà meglio. A me dispiaceva vederla così sola. Sa, qui tutti vecchi siamo, e a Rocca Doria molte cose non le sappiamo. A volte, il mondo di fuori sembra tanto lontano qui da noi, ma mica solo i posti esotici! Mi pare che si dica così. Anche il continente. E qualche volta pure Cagliari. Si figuri! Sassari è più vicina. Ma vedrà che adesso tutto cambia, dovevamo chiarirci questo dubbio. Non si scherza con streghe e spiriti. Ora devo andare. Grazie per la chiacchierata e venga a prendere un caffè quando vuole, sarà un piacere. Chieda di Annalisa Noria in piazza Convento, lo sanno tutti dove abito. -
La donnina si allontanò, il passo corto e la gonna oscillante, seguita dallo sguardo bicromatico di Aliena.
Questa si ricordò di quando i compagni di scuola la prendevano in giro chiamandola fantasma o spettro. Si rese conto che a Monteleone Rocca Doria la faccenda era più seria. Rifletté che per i vecchi abitanti del paese non doveva essere molto rassicurante credere di avere alla porta accanto una straniera che poteva essere una strega o uno spirito malvagio.
Chiedendosi cosa diavolo fossero le Janas, prese la via di casa a passo svelto, con la frenesia quasi incontrollabile di schizzare un ritratto di Donna Noria in bianco e nero.

CAPITOLO III
Maria Lidia Petrulli
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