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Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
Divier Nelli è uno scrittore, editor, insegnante di narrazione e consulente editoriale. È nato a Viareggio nel 1974 e vive nel Chianti. Scoperto da Raffaele Crovi alla fine degli anni Novanta, ha esordito nel 2002 col romanzo La contessa, cui sono seguiti Falso Binario, Amore dispari, Coma, Il giorno degli orchi e la riscrittura del classico ottocentesco Il mio cadavere di Francesco Mastriani. Il suo ultimo libro tratta il tema scottante del bullismo infantile, affidato al racconto della giovane protagonista della storia. Il titolo è Posso cambiarti la vita, edito da Vallecchi-Firenze.
Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020, racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è un’affascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla carta al piccolo schermo. In quell’anno iniziano infatti le riprese per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto, prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà invece l’attrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri.
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"I have a dream", ripeteva Martin Luther King Jr. il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington. "Io ho un sogno" è parte integrante della speranza di ognuno di noi, perché senza sogni resteremmo schiavi delle convenzioni. E non importa quanto sia piccolo o grande un sogno, la questione basilare è non arrendersi mai.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
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Writer Officina
Autore: Maria Lidia Petrulli
Titolo: Il volo della libellula
Genere Noir Psicologico
Lettori 183
Il volo della libellula
Amelie
10 gennaio 2012
Opificio delle Pietre Dure di Firenze

Amélie si toccò la fronte, controllò i battiti del polso, si schiarì la gola, tossì per notare una raucedine che le rivelasse la presenza di un'infiammazione; si concentrò poi sulla testa, fletté i muscoli del collo, respirò a fondo e premette le mani sul petto. - Qualcosa non va - , si disse.
Rivolse quindi l'attenzione all'interno del suo corpo come aveva visto fare in un DVD, e si rappresentò una sonda con cui analizzò il ventre e il torace: allora il cuore accelerò bruscamente, il respiro si ridusse a un sibilo, il vellichio alla gola divenne insopportabile, un tremore ansioso si diffuse alle braccia e alle gambe, e le vertigini le oscurarono la vista. A quel punto, l'addome si contrasse, partì la colica e lei corse in bagno.
Tornata dalla gita in gabinetto, un'ondata di calore si riversò dalla faccia al suo cervello, la vista si annebbiò e il respiro si bloccò di colpo.
Amélie pensò: - Sto male, devo aver preso freddo, forse ho il raffreddore, magari l'influenza, sono certa che si trasformerà in polmonite - .
Amélie frugò nel borsone che teneva sempre a portata di mano, un modello antiquato in finta pelle che aveva trovato al mercatino delle Cascine un martedì mattina, e nel quale aveva di tutto, dai fazzoletti alle mascherine ai medicinali più disparati, ordinati meticolosamente in apposite scatolette con tanto di etichetta: diuretici, cortisonici, antinfiammatori e una montagna di ansiolitici. Quel che sarebbe occorso per arrivare viva in ospedale nel caso fosse in fin di vita. L'aveva soprannominato “la borsa salvavita”.
Prese un fazzoletto e lo passò sulla fronte sudata. Tremava, aveva i brividi. - E se fosse un tumore al cervello? - . L'ansia raggiunse livelli insopportabili e la stanza prese a vorticare. Amélie si aggrappò al bordo del tavolo.
- Amelie san, potere aiutare me? Io difficoltà - .
Narumi Sasaki, la borsista giapponese, era entrata nel laboratorio con una piccola tela in mano. Amélie sollevò lo sguardo su di lei. La ragazza si esibì in un inchino rispettoso, al termine del quale si avvicinò al tavolo dove la restauratrice stava lavorando.
La donna prese dalle mani di Narumi il dipinto: era un paesaggio del Seicento di fattura non eccellente, sul quale il tempo si era accanito con durezza. Amélie rivolse nuovamente lo sguardo su Narumi che attendeva a capo chino davanti a lei. Si sforzò di sorridere e fece cenno alla ragazza di sedersi. La deferenza che l'allieva giapponese mostrava nei suoi confronti le suscitava tenerezza, e il suo viso pulito con gli occhi sgranati, la sua particolare espressione timida e un poco ansiosa, la strapparono ai terrori che aveva in testa. - Siediti - , la sollecitò. - Iniziamo insieme e poi continuerai da sola - .
Narumi sedette di fianco ad Amélie e attese in silenzio.
Amélie osservò attentamente il dipinto, aprì il cassetto del tavolo e scelse i colori, li mescolò delicatamente aggiungendo piccole quantità di olio di lino, finché non ottenne la sfumatura e la consistenza desiderate. Intanto pensava alla ragazza seduta accanto a lei. Narumi Sasaki lavorava all'Opificio da qualche mese e sarebbe rimasta per un anno e mezzo; non si era fatta amici fra i colleghi, con i quali scambiava qualche saluto e poche parole formali. Per quel che Amélie ne sapeva, le sue relazioni personali si limitavano a una ristretta cerchia di studenti giapponesi che prestavano la loro opera nell'Opificio e in altre università della città medicea.
- Perché dovrei stupirmi della riservatezza di questa ragazza? - , si chiese. - Io vivo a Firenze da due anni e fuori di qui non conosco nessuno - .
Amélie scelse un pennello da ritocco numero nove e lo intinse con cura nel colore, osservò bene la tela e spiegò all'allieva come procedere. Le piaceva insegnare. Mentre spiegava e seguiva con lo sguardo le trame del paesaggio, le mani di Narumi e le proprie intente a ripercorrere le orme del passato, fu come se una brezza fresca portasse via con sé ogni pensiero e preoccupazione, e in capo a dieci minuti tornò sana e intonsa, senza vellichii, vertigini o altri sintomi; quando terminarono si sentiva benissimo e piena di energie. Influenza e polmonite erano state dimenticate.
- Grazie, Amélie san - .
Narumi portava stampate sulla faccia tutte le sfumature della soddisfazione, come una scolaretta che avesse appena risolto un problema che credeva irrisolvibile. S'inchinò rispettosamente e uscì.
Amélie sorrise mentre rifletteva. - Mi chiedo come facciano i giapponesi a essere sempre sorridenti e a dire sempre di sì come tanti soldatini. Dovrò leggere qualcosa sulla loro cultura per capire i motivi di tanta ossequiosa cortesia - .
Le avevano sempre fatto notare i tratti orientali del suo viso, e con quel po' di civetteria che le era rimasta rovistò nella grande borsa salvavita e prese uno specchietto. I capelli corvini e lisci e gli occhi a mandorla avrebbero tratto in inganno chiunque. - Quanto meno ho un'aria esotica - , scherzò fra sé.
Riposto lo specchietto, tornò a concentrarsi sul proprio lavoro. - Sembra un miracolo - , sospirò. E intanto ripensava al malessere di poco prima, all'altalena di sensazioni fisiche che facevano scattare in lei la paura di malattie gravi e il terrore di morire, per poi dissolversi davanti a qualsiasi evento che riuscisse a farle stornare l'attenzione da se stessa.
Con un sospiro rassegnato, Amélie tornò al dipinto che stava restaurando, cercando di tenere lontano ogni possibile pensiero disturbante; voleva godersi la tregua che il cervello aveva deciso di concederle, quella sana sordità ai piccoli normali richiami del suo corpo che, inevitabilmente, si trasformavano nell'essere a due passi dalla tomba.
Amélie sapeva di cosa soffriva. L'ipocondria non le dava pace da due anni, da quando era arrivata a Firenze dopo aver lasciato Parigi; prima non ne era completamente immune ma non le condizionava l'esistenza al punto di non lasciarla vivere.
La domanda scivolò fra le maglie della sua coscienza senza incontrare ostacoli: - Cosa mi aspetterà all'uscita? - . Rifiutò con decisione di farsi distrarre da nuovi dubbi e si concentrò sulla tela.
Alle sei di sera stava ancora asportando i frammenti di una seconda pittura applicata sullo strato sottostante; circoscrisse l'area d'intervento e proseguì il lavoro. Non le dispiaceva attardarsi, soprattutto quando restava sola e poteva lasciare l'Opificio senza doversi relazionare per forza con i colleghi. Si premurò comunque di avvisare il guardiano che si sarebbe trattenuta un po' più a lungo.
Quando uscì, erano quasi le diciannove e l'umidità creava una massa densa che s'insinuava attraverso il collo e i polsi, così si strinse nel piumino, calcò bene sulle orecchie il berretto di lana e imboccò via dei Servi, diretta al centro storico. Testa incassata nella sciarpa e passo lungo, si lasciò alle spalle le vetrine, ignorando qualsiasi eventuale distrazione, tutta compresa nel compito di attraversare le viuzze che le consentivano di accorciare il tragitto senza che le venisse un attacco di panico. Non sapeva perché fosse proprio il centro storico a crearle il maggior disagio, fatto sta che le provocava un senso di soffocamento che, nove volte su dieci, portava allo scatenarsi della crisi. Sempre con gli occhi fissi a terra, uscì finalmente dall'intrico delle vie del centro e sbucò in via dei Fossi, dove abitava; da lì all'Arno erano solo pochi metri e lei indugiò, cercando di capire se, quella sera, avrebbe potuto concedersi di rischiare e affrontare una passeggiata lungo il fiume. Un improvviso senso di vertigine la convinse che non era la serata giusta, e Amélie s'infilò dentro il portone, affranta e in gabbia.
Mentre cercava il pulsante della luce nell'androne, sperò di riuscire l'indomani a far valere il proprio diritto alla libera uscita sul suo inconscio, senza che però la cosa le fosse di gran consolazione. Aveva già abbordato il primo scalino quando si ricordò di dare uno sguardo alla cassetta delle lettere. Allora si volse, scorse un foglietto bianco, tornò indietro e la aprì, pensando di trovare una delle solite pubblicità. Invece, era l'avviso di una raccomandata. La circostanza la fece impallidire, la fronte le s'imperlò di sudore e lei salì di corsa le scale sino all'ultimo piano in cui abitava, prima che una qualche tremarella glielo impedisse. Col respiro corto per l'affanno, si domandò come avrebbe raggiunto l'ufficio postale senza che si scatenasse un attacco di panico. Il solo pensiero le fece provare l'ennesimo senso di estraneità e le pareti le vorticarono intorno per qualche attimo.
Cercò di calmarsi ricorrendo alle frasi rilassanti apprese dal solito DVD, alle quali ne aveva aggiunto di personalizzate e, come il DVD prometteva, riuscì a riconquistare una certa padronanza delle sue emozioni.
- Questo è il motivo per cui non riesco a farmi degli amici e i colleghi non m'invitano più. A furia di rifiutare e inventare scuse, si saranno convinti di avere a che fare con una snob, abituata a frequentare il Lido o comunque gli ambienti più eleganti e alla moda di Parigi, una di quelle dell'alta società che credono di essere chissà chi e che non vogliono avere a che fare con i borghesucci. Come dicono qui in Italia, una di quelle con la puzza sotto il naso, che a Firenze si sente solo di passaggio perché troppo provinciale rispetto alla ville lumière dove tornerà quanto prima. Non possono di certo immaginare come vivo! È talmente assurdo che probabilmente non ci crederebbero o penserebbero a uno scherzo se glielo raccontassi. Di conseguenza, posso dire addio a qualsiasi possibilità d'incontrare un uomo - , concluse con rammarico. Amélie si sentiva sola, al sicuro soltanto fra le sue quattro mura.
Aprì il frigorifero e prese a casaccio maionese, salsiccia e formaggio, mise tutto sopra un piatto, arraffò il cestino del pane e cenò appollaiata davanti alla finestra, finalmente libera di ruotare gli occhi a 360 gradi, invece di averli puntati sulle scarpe o davanti a sé; libera di invidiare la vita che scorreva nel mondo esterno, sui passanti, i fari delle macchine, le luci ammiccanti delle case lungo l'Arno. La vita pulsava e scorreva come il fiume e lei ne era esclusa a causa di una paura senza nome. Accennò a canticchiare una nota o due, una vecchia canzone, poiché sentire la propria voce era come un lumino nella nebbia: allontanava i fantasmi e le paure.

Serrando i denti, Amélie affrontò gli ottocento metri che la separavano dall'ufficio postale. Marciando piegata in due, lottando contro le gambe che minacciavano di cedere, e la certezza che un evento disastroso le sarebbe caduto fra capo e collo di lì a poco.
Fece la coda cercando di immaginarsi da tutt'altra parte, e quando arrivò il suo turno ringraziò mentalmente l'impiegata - troppo indaffarata per rivolgerle uno sguardo e accorgersi che stava per svenire - afferrò la sua lettera e si precipitò fuori, quindi decise di ingannare la paura leggendo la missiva. Dimenticò così il percorso che doveva ancora fare per raggiungere l'Opificio.
La busta non era di quelle ordinarie, Amélie la girò per leggere il mittente. A scriverle era lo zio materno Gérard Gatte, vecchio scapolone che aveva trascorso la sua vita fra champagne, alberghi a cinque stelle, donne e un lavoro imprenditoriale in una grossa azienda. Un tipo eccentrico, eternamente indaffarato ad andare in giro per il mondo e a cogliere le occasioni migliori per godersi onestamente l'esistenza. Amélie aveva sempre avuto un debole per lui, per la sua vita anticonformista e per la sua vocazione al senso del piacere, consapevole che lo zio Gérard provava i medesimi sentimenti nei suoi confronti. Quando ancora Amélie era solo una ragazzina dalle gambe lunghe e magre, lui l'aveva portata spesso con sé nei suoi viaggi, facendole conoscere il mondo attraverso i propri occhi e la vocazione su citata. Zio e nipote condividevano lo stesso amore e curiosità nei confronti dell'arte, oltre al modo di vedere circa le questioni più delicate della vita, trovandosi sempre sulla stessa lunghezza d'onda.
Amélie ammirò la carta pergamenata écru della busta, in sintonia perfetta con lo spirito raffinato di suo zio, acquistata sicuramente nel quinto arrondissement da Calame e Parchemin, la più antica cartoleria di Parigi, dov'era ancora possibile trovare carta fatta a mano anche se a prezzi esorbitanti. Suo zio non aveva l'abitudine di prestare troppa attenzione a quest'ultimo dettaglio. Amélie fece scorrere le dita sulla superfice rugosa, quell'effetto ricercato che Gérard amava tanto, ottenuta mettendo carta meno pregiata in acqua, pestandola con un mortaio e tendendola su un telaio, dopodiché veniva stesa su una lastra di formica, e il cui segreto era di quella cartoleria e di nessun'altra. Anche l'inchiostro aveva le sue peculiarità. Essendo prodotto in esigue partite fatte con galle di quercia, lo zio Gérard aveva l'abitudine di acquistarne quantità discrete per sopperire ai periodi in cui la sua cartoleria preferita ne era sfornita. Amélie sorrise. Quei piccoli rituali apparentemente snob di suo zio, in una società che richiede praticità e buon mercato, rappresentavano il suo tentativo di creare una personale commistione fra presente e passato, così come desiderava che fosse la sua vita. Amélie sollevò con cura i lembi del triangolo che sigillavano la busta, poi estrasse il sottile foglio sul quale risaltava la scrittura elegante e arrotondata di suo zio, con le iniziali fuori misura e dei cerchi al posto dei puntini.
Cara nipote,
Insieme a un modesto regalo per il tuo prossimo compleanno, che troverai su tuo conto in banca, ti invio un singolare ritrovamento di un mio caro, vecchio amico, consumato bibliofilo, che ne è venuto in possesso nel corso di una sua ricerca in una delle tante biblioteche nobiliari che frequenta. Il quesito che si pone di fronte a tale rinvenimento, è capire chi possa esserne l'autore, e ho pensato che fossi la persona più adatta a far fronte a un'incombenza tanto delicata quanto complessa. Prendi tutto il tempo che ti occorre, ho precisato al mio amico che si tratta solo di una possibilità di venirne a capo, e se il rebus dovesse solleticare la tua curiosità e divertirti, sarò lieto di aver contribuito a un momento di piacere.
Tuo affezionato
Zio Gérard
Amélie rimase qualche attimo col foglio sospeso davanti al naso, quindi lo rimise nella busta e sfilò il cosiddetto “rinvenimento”.
Un foglio interamente ricoperto da occhi disegnati che guardavano in ogni direzione, occhi differentemente ombreggiati e ripresi da diverse prospettive. Amélie corrugò la fronte. Si trattava di uno studio. Sull'altra faccia del foglio erano state vergate due frasi: fondere i punti di vista in un solo centro di vista e libero di pensare, sognare, lavorare.
- Appunti - , rifletté a voce alta. - Potrebbero essere di chiunque - .
Amélie sollevò lo sguardo sulla strada ancora da percorrere. Era quasi arrivata all'Opificio e si domandò come avrebbe reagito il gaudente zio se avesse saputo della sua ipocondria, degli attacchi di panico e del fatto che riusciva a malapena a raggiungere il posto di lavoro. Di sicuro avrebbe pensato a una burla, a uno scherzo ben architettato che lei voleva fargli.
Ripose anche il foglio disegnato e sistemò la busta con il suo contenuto nella borsa, fra le pagine di un bloc-notes affinché non si stropicciasse.
- Forse mi farebbe bene andare a trovarlo, potrei chiedergli di accompagnarlo in uno dei suoi viaggi. Con lui mi sono sempre sentita al sicuro, e se mi confidassi mi aiuterebbe ad affrontare questa maledizione con una delle sue ricette - .
Quel pensiero appena osato le provocò la dispnea. In preda all'agitazione per essersi permessa un'ipotesi tanto audace, Amélie prese fiato, si strinse al petto la borsa salvavita con tutti gli ammennicoli al suo interno, medicinali garze e mascherine, e varcò la soglia dell'Opificio in ritardo di mezz'ora e con la consapevolezza che stesse per accadere l'irreparabile.

ALBERTO
11 gennaio 2012
Biblioteca Teresiana di Mantova

Le braccia gli ricaddero lungo il corpo, come se la forza di gravità avesse avuto il sopravvento sulla capacità dei muscoli di tenerle abbarbicate allo scaffale. Alberto tossì violentemente, la gola e gli occhi irritati dalla polvere, sommerso da nugoli di acari che banchettavano sulle sue ciglia, sulla lingua, sui pantaloni e la camicia che avrebbe dovuto rilavare, anche se li aveva indossati solo quella mattina. Si sentiva un groviglio di nervi pronti a scaricarsi al primo pretesto. Con un'esplosione. Alberto guardò torvo la pila di vecchi libri e immaginò le pagine che si decomponevano, trasformandosi nella polverina che stava otturando ogni suo poro e che non riusciva più a sopportare.
Sei mesi per catalogare le migliaia di libri che il conte Mafaldo, defunto e senza eredi, aveva lasciato in donazione alla biblioteca. Il comune ne aveva messo in vendita il palazzo, che sarebbe stato senz'altro acquistato da qualche affarista dotato di portafogli ben rifornito per trasformarlo in un albergo di lusso, mentre a lui toccava quel maledetto lavoro e uno stipendio da fame.
- Settecento euro al mese mi bastano a malapena per sopravvivere - , pensò con stizza.
Alberto resistette al desiderio di strapparsi la camicia e sbarazzarsi degli acari che gli passeggiavano addosso. Li percepiva come parassiti che s'intrufolavano in ogni follicolo, in ogni orifizio del suo corpo. Maledisse il conte, i suoi libri e la cultura. Non ricordava quale fosse l'ultimo libro che aveva letto né gli importava. Cercò di sgranchire le membra indolenzite e si chinò sulla cassa, afferrò un libro e lo aprì alla prima pagina, dove la Ferraro gli aveva insegnato a stampigliare il codice del tomo e il timbro della biblioteca. Prima di sistemare il volume nello scaffale corretto, oltre al codice decimale Dewey con le sue categorie e sottocategorie, avrebbe dovuto ricontrollare che quei maledetti stampini fossero effettivamente al loro posto sulla prima pagina. Alberto era stufo già dal primo mese di quel lavoro che non aveva potuto rifiutare. La composizione del codice si era rivelata un incubo. Gli erano occorsi quindici giorni per imparare a memoria le sigle da utilizzare secondo l'autore e l'argomento, e gli capitava di sbagliare ancora, nonostante fossero trascorsi tre mesi. Il che significava correggere il lavoro fatto su almeno venti volumi a ogni supervisione di Marta Ferraro. Unica nota positiva, la bibliotecaria aveva trovato un'ala del seminterrato dove sistemare quasi l'intera collezione, fatta eccezione per qualche testo pregiato cui aveva riservato le sale del primo piano. Poiché là sotto non ci andava mai nessuno, lui poteva smadonnare quanto e come voleva. - Merda di un lavoro ingrato! - , sputò mentalmente, pensando alla propria laurea in giurisprudenza.
- Ho catalogato una quarantina di volumi da sistemare nella seconda sala al primo piano, dottor Bacciari - , lo distrasse la signora Marta. - Venga a prenderli, per favore, dovrebbe riuscire a collocarli entro le diciotto. Sono libri di valore - .
Il tono secco della Ferraro gli fece scattare il desiderio di una risposta volgare ma riuscì a controllarsi; la donna aveva un modo di parlare diretto e un'attitudine innata al comando che lo facevano infuriare. Eppure, ogni volta lui si costringeva a restare zitto e a fare finta di niente. Non l'aveva sopportata fin dal primo giorno, da quando lei l'aveva squadrato con un'espressione divertita sul viso troppo affilato e uno sguardo ironico che non si era presa la pena di nascondere dietro agli spessi occhiali da miope. Alberto l'aveva trovata “legnosa”.
- Farebbe meglio a mettersi un paio di jeans e un maglione, dottor Bacciari - . L'aveva accolto in quel modo irriverente ancor prima delle presentazioni, poi gli aveva voltato le spalle e cominciato a spiegare sputando le parole a raffica.
- Quella lì ha un mitra al posto della lingua - , bofonchiò al ricordo, e la fissò con alterigia, annuendo. In quel momento, la scena dei suoi primi dieci minuti di lavoro gli si materializzò davanti.
Si era presentato in abito, com'era sua abitudine, da avvocato qual era; aveva risposto all'osservazione della bibliotecaria con un velenoso - mi vesto come mi pare - , ma non aveva tardato a capire il motivo del commento ironico e dello sguardo divertito della donna. Alla fine della giornata estenuante, se n'era andato con giacca e cravatta che penzolavano stropicciate dal braccio dolente per la fatica cui non era abituato, la camicia fradicia di sudore, uno strappo all'ascella e l'orticaria: era allergico agli acari.
- Quanto le manca per finire qui? - , gli domandò lei, in piedi accanto alla porta, riportandolo al presente.
Marta Ferraro era molto esile, e il tailleur di taglio classico, con la gonna dritta e la giacca appena sagomata, ne metteva in risalto la magrezza.
- Solo due libri - .
Alberto collocò automaticamente gli ultimi tomi sotto il suo sguardo, senza sollevare gli occhi per paura di incrociare quelli di lei, di un colore incerto fra il celeste e il grigio; poi la seguì in silenzio e a capo chino sino alla saletta del piano terra, dov'erano accatastati i volumi ancora da catalogare. La Ferraro aveva sistemato i tomi di cui gli aveva accennato in pile ordinate dentro una cassa di legno foderata, di quelle utilizzate per il trasporto dei libri pregiati; nonostante quei volumi fossero un esemplare dimostrativo dell'evoluzione di storia e cultura della specie umana, Alberto non poté fare a meno di considerare la tragica somiglianza fra il proprio lavoro e quello di un facchino. Sentì il sangue ribellarsi di fronte alla necessità di chinarsi per sollevare la cassa, quasi quel gesto fosse un atto di sottomissione. Lanciò alla donna uno sguardo astioso, imbastendo una lotta fra i suoi centottantasette centimetri e i centosessanta scarsi della rappresentante statale della cultura, fra una laurea in giurisprudenza e un diploma, al massimo una laurea in lettere o filosofia.
- La vita è un'enorme presa per il culo - .
- Si sieda, Alberto - . In tre mesi di lavoro in biblioteca, era la prima volta che Marta Ferraro lo chiamava per nome. - È importante dedicare ogni tanto dieci minuti alle relazioni umane - .
Lui rimase imbambolato e cadde automaticamente sulla sedia. La seguì con gli occhi mentre si spostava nell'angolo della stanza, prendeva un bicchiere e lo riempiva d'acqua, ma s'irrigidì quando gli si avvicinò per porgerglielo. Fu così difficile muovere il braccio per afferrarlo.
- Lo prende un caffè? - .
Nuovamente Alberto non riuscì ad articolare un pensiero; forse aveva risposto un - sì, grazie - , ma non ne era certo. Rimase di sicuro a fissare le mani della donna, piccole e disseminate di efelidi, mentre prendeva due tazzine usa e getta, le sistemava nella macchinetta del caffè e schiacciava il pulsante. Non sapeva che pensare, non riusciva a spiegarsi il motivo di quell'improvvisa scintilla d'interesse nei suoi confronti, gli sfuggiva qualcosa ma non capiva cosa.
- A lei non piace questo lavoro - . Marta Ferraro, lo sguardo metallico dietro le spesse lenti degli occhiali, incastonate in una squillante montatura rossa, e le prime rughe dei sessant'anni intorno alle labbra, lo inchiodò alla sedia mentre gli porgeva la tazzina fumante e si accomodava a sua volta sulla sedia di fronte. - Non occorre una laurea in psicologia per capirlo, quel che pensa è stampato sulla sua faccia come il sorriso di circostanza che sfodera ogni volta che m'incrocia. Ammetto che non è certo questo il lavoro cui una persona come lei possa ambire, con una laurea in giurisprudenza ci si aspetta qualcosa di diverso. Ma i tempi in cui viviamo sono quelli che sono e occorre sapersi adattare, in attesa che arrivi anche per lei l'occasione da cogliere, ma quel che non capisco è perché viva quest'esperienza come se fosse un gatto chiuso in un sacco pieno di pulci, quasi che lei individuasse in questo lavoro, e in me che lo rappresento, i colpevoli del suo malessere. In tre mesi non ha neppure tentato di scoprire il lato positivo della situazione che vive suo malgrado, situazione che lei giudica degradante. I libri parlano, Alberto, dai libri s'impara. Lei è diventato avvocato, con i libri - .
Alberto si sentì un cretino.
Nel suo cervello paralizzato si scolpì la frase “non lo so neanch'io”. Sentì le guance diventare scarlatte. Si disse che, se le avesse rivelato quel che pensava di lei e del lavoro, di sicuro non avrebbe capito e l'avrebbe considerato un immaturo, e lui non poteva e non voleva esporsi. La parlantina da avvocato venne in suo aiuto.
- Per preparare e portare avanti una causa occorre investire tempo e denaro, esattamente quel che la gente non ha per via della crisi economica; ci si deve trovare in una situazione d'emergenza affinché le persone si rivolgano a un avvocato, altrimenti si preferisce rinunciare, oppure al massimo cercare un accordo fra le parti. In un contesto come quello che viviamo, si dimentica persino che noi avvocati siamo una barriera contro l'anarchia - .
Il volto di Marta Ferraro non mutò espressione, come se non lo avesse ascoltato. Alberto vide se stesso mentre recitava il ruolo del professionista incompreso, con tante belle parole messe in fila per nascondere la verità, prima di tutto a se stesso.
Eppure qualcosa si affacciò alla sua coscienza, una consapevolezza sbiadita che l'uomo scacciò prima che si potesse tradurre in pensiero compiuto. Guardò in faccia la donna per assicurarsi che non si fosse accorta che lui stava mentendo, non riuscì a frenare le gambe che si mossero da sole, sbattendo i tacchi sul pavimento di marmo a un ritmo regolare, e provò la sgradevole sensazione di aver perso la cognizione di se stesso.
Marta Ferraro si alzò, prese le tazzine e le gettò nei rifiuti.
- I libri non contengono solo storie o nozioni, parlano soprattutto di libertà - .
Non disse altro, tornò al grande tavolo pieno di libri, assunse la sua aria legnosa e riprese a catalogare i tomi senza aggiungere uno sguardo o una parola. Alberto si sentì congedato come un ospite sgradito. Sollevò la cassa e uscì dall'ufficio con la percezione di aver perso un'opportunità che non si sarebbe ripetuta. Si consolò dicendosi che non c'erano opportunità in quella situazione e quindi niente da perdere. La collera tornò prepotente e non seppe con chi prendersela, poi considerò che non l'aveva mai saputo.
Prese l'ascensore fino al primo piano, percorse il lungo corridoio e raggiunse la seconda sala teresiana; non c'era più stato dopo il primo giorno di lavoro, quando la Ferraro gli aveva fatto visitare la biblioteca. In qualche modo, l'austerità degli scaffali, l'idea della storia contenuta in migliaia di libri, come gli aveva fatto notare la bibliotecaria poco prima, riuscì a emozionarlo. Poggiò la cassa per terra e studiò i codici di alcuni volumi, cercò i casellari in cui collocarli e si guardò intorno contrariato. A causa di quei quaranta tomi, avrebbe dovuto saltare come una scimmia da uno scaffale all'altro e arrampicarsi lungo i ripiani, il che voleva dire impiegarci un sacco di tempo. - Almeno non c'è nessuno - , mormorò, e si accinse a sistemare il primo libro. Avrebbe dovuto controllare come sempre codice e timbro sulla prima pagina, invece lo aprì a casaccio. Le parole ingombravano le righe e si domandò come facesse quell'assemblaggio di lettere a parlare di libertà. - Niente di più effimero, un'illusione, ecco cosa penso della libertà - .
Formulare questo pensiero gli diede la certezza di camminare sulla solida strada di sempre. Cercò scaffale e ripiano per inserire il volume, quindi non fece altro che ripetere quei gesti quaranta volte, cancellando ogni rapporto col presente e se stesso, senza neppure pensare, dimenticando persino gli acari e di controllare l'orario.
Quando tornò da quello stato di assenza, mancavano un quarto d'ora alle diciotto e un ultimo libro da sistemare. Controllò codice e timbro e si arrampicò sulla scala sino alla mensola in alto, nell'ultimo sforzo prima di chiudere l'odiosa giornata. I libri erano talmente serrati da non esserci abbastanza spazio per quello nuovo.
Sbuffando a causa del contrattempo come una vecchia macchina a vapore, Alberto osservò i volumi alla ricerca di una soluzione; ne estrasse qualcuno per fare spazio, provò in diversi modi, ma il nuovo tomo era troppo grosso. Decise alla fine di toglierne uno e di metterlo da un'altra parte.
Scelse un libercolo anonimo, senza neppure la costola, composto di pagine tenute insieme in maniera artigianale da strisce di cuoio annodate. L'etichetta col codice era mezzo staccata. Lo aprì. Il volumetto era scritto a mano sin dalla prima pagina e il timbro era stato impresso su di un foglio aggiunto.
L'uomo rimase sovrappensiero qualche istante e controllò l'ora, mancavano cinque minuti alle diciotto e aveva appuntamento con Giulia. Se fosse andato dalla Ferraro a chiedere come procedere in quella circostanza, di sicuro la vecchia legnosa l'avrebbe fatto tardare.
- Chi se ne frega, ci penserò domani, basta non dirle niente - .
Sistemò il libricino in modo che non fosse visibile, memorizzò lo scaffale, prese la cassa e scese al pian terreno. La Ferraro aveva fatto uscire gli ultimi utenti e stava indossando il cappotto; i capelli grigi tagliati cortissimi, che lei rifiutava di tingere, davano l'idea di una donna che si fosse proposta di non cedere alle lusinghe della vanità. Alberto provò un certo imbarazzo, depositò la cassa ormai vuota e infilò guanti sciarpa e cappotto.
- Arrivederci a domani, signora Ferraro - . La salutò, chiedendosi se dovesse aspettarsi qualcosa di diverso dal solito, ma la donna rispose con un secco - buona serata - e andò a spegnere l'interruttore generale.
Alberto provò una sorta di delusione, scrollò le spalle e uscì nell'aria gelida, si accese una sigaretta e camminò frettolosamente verso casa.

Alberto trascorse quella notte insonne, pensando con rancore a Giulia. Riuscì a dormire solo a sprazzi, pochi minuti di sonno pesante, sfinito dalle ruminazioni ossessive. Si svegliò di soprassalto tutte le volte in cui il sonno si faceva più leggero ed entrava in fase REM, allora il rancore riprendeva il sopravvento.
Alle prime luci dell'alba scalciò via le coperte aggrovigliate, si alzò, andò in bagno, rimase sotto la doccia quasi per un'ora, lavandosi con la stessa cura che avrebbe usato se gli fossero rimasti incollati sulla pelle centinaia di micro frammenti di carta igienica; si preparò una colazione da far invidia a un anglosassone, la trangugiò lentamente perché non aveva fame, sforzandosi a ogni boccone di allentare il nodo che gli serrava il ventre. Impiegò una quantità incredibile di tempo a vestirsi, aprì tutte le ante dell'armadio, provò un capo dopo l'altro, li gettò sul letto, mai soddisfatto della propria immagine, e quando infine si decise, trascorse più di mezz'ora a rimettere in ordine.
Ciononostante, uscì da casa troppo presto. Raggiunse la biblioteca e fu costretto ad aspettare nell'aria gelida, battendo i piedi e strofinando le mani l'una contro l'altra perché aveva dimenticato i guanti. Col passare dei minuti, l'espressione del suo viso si fece sempre più torva: Marta Ferraro era in ritardo.
Allora inveì ad alta voce. Non contro la bibliotecaria ma contro la fidanzata. Conosceva Giulia da più di dieci anni e il loro rapporto d'amicizia era stato invidiabile. Cinque mesi prima si erano fidanzati e da allora la relazione era in caduta libera. Alberto non si sentiva né capito né apprezzato, aveva accettato il lavoro alla biblioteca a causa di Giulia e dei suoi ragionamenti da ingegnere, quel tipo di pensiero che deve far quadrare un cerchio in cui lui non voleva essere inquadrato. Gli sembrava che Giulia ce la mettesse tutta per andargli contro e rendergli la vita insopportabile.
- Io una donna così non la voglio - , pensò, e avrebbe dato volentieri un pugno al portone se non fosse stato certo di rompersi qualche osso.
Tornò per un momento alla sera precedente, provando la medesima stizza nei confronti di Giulia e del suo comportamento. Avevano appuntamento alle diciannove, ma cinque minuti prima lei gli aveva telefonato per dirgli che sarebbe arrivata in ritardo. - Come al solito! - , le aveva urlato.
- Lo sai che mi scade il contratto fra due mesi, se non resto, non me lo rinnovano - , gli aveva risposto lei, a voce talmente bassa che l'aveva udita appena.
- Contratto un cazzo! - , aveva urlato lui ancora più forte. - A te interessa solo la carriera, e a me le donne in carriera fanno schifo! E parla in modo decente quando sei al telefono! - .
- C'è il mio capo, non posso, devo chiudere, ciao - .
Giulia aveva riattaccato e lui si era imbestialito ancora di più. Allora l'aveva richiamata, ma lei aveva spento il cellulare.
La scenata era ripresa non appena “la sua fidanzata” aveva varcato la soglia di casa alle ventidue.
- Ti sembra questa l'ora di tornare? Che cazzo ci fai con i tuoi colleghi maschi fino a quest'ora? - .
- Lo sai che dobbiamo finire il prog... - .
- Me ne infischio del tuo progetto, preferisco una donna che lavi le scale ma che faccia la donna e che torni a casa a un orario decente! - .
- È il mio lavoro, Alberto - .
Giulia non alzava mai la voce; i suoi occhi scuri lo guardavano esitanti, subito insicura di se stessa, pronta a mettersi in discussione, eppure non mollava mai la presa.
- Il tuo lavoro un cazzo, io voglio una donna vera! Guardati, sei secca da far schifo! E sempre a inquadrare le cose come vuoi tu. Perché credi che tutti quegli sfigati dei tuoi ex fidanzati ti abbiano mollata? - .
Era stato un colpo basso. Alberto l'aveva detto per farle male. Il bel volto di Giulia si era chinato, i lunghi capelli corvini avevano nascosto per qualche attimo l'espressione sofferente, ma i suoi occhi non si erano gonfiati di pianto. Gli aveva risposto gelida, più della temperatura esterna di quella notte di gennaio.
- Guarda te stesso invece di criticare gli altri. Stavi in uno studio che ti invidiavano tutti e l'hai lasciato perché non riuscivi a gestire i clienti e neppure a farti pagare, e tutto perché non hai il coraggio di affrontare tuo padre: se non fosse per il lavoro in biblioteca che ti ho convinto ad accettare, non avresti neanche i soldi per mangiare - .
Alberto aveva incassato la stoccata senza riuscire a controbattere, mentre lei lo fissava con quel suo sguardo dimesso ma deciso. Per la prima volta, aveva realizzato che lei lo considerava un fallito.
- Se non fosse per questa crisi di merda, avrei i miei clienti come prima e affanculo te, mio padre e questo lavoro del cazzo - , aveva replicato, ma non c'era abbastanza forza nelle sue parole, non c'era abbastanza convinzione. Alberto si era sentito fiacco e Giulia l'aveva guardato come se fosse trasparente.
- Non hai mai voluto aprirti uno studio tuo - .
Sembrava dimessa, Giulia, ma non demordeva mai, e Alberto si era sentito nudo.
- È arrivato presto, dottor Bacciari, non mi dica che la vocazione per i libri è riuscita finalmente a conquistarla! - .
La voce dal timbro acuto di Marta Ferraro spezzò il ruminare che non trovava sosta dalla sera precedente.
- Veramente è lei in ritardo - , rispose Alberto, calcando volutamente le parole per rimarcare che era lui la parte lesa e non viceversa.
La bibliotecaria sorrise, cercò il mazzo di chiavi e gli volse le spalle per aprire. - Oggi è mercoledì, dottor Bacciari, la biblioteca apre alle dieci; comunque non ho sbagliato, in lei sta nascendo un rinnovato amore per la carta stampata - .
Che si fosse trattato di un'osservazione, ironia o di una vera presa in giro, Alberto non lo comprese, si sentì comunque un cretino una volta di più davanti a quella donna.
Trascorsero un'oretta in silenzio a stampigliare timbri e codici, intanto che il suo cervello ruminava, alternando le scene della sera precedente a un desiderio di rivalsa che prendeva una piega inconsueta. Un'idea non tanto lecita assumeva contorni sempre più precisi, complice il fatto che, il mercoledì, la biblioteca apriva al pubblico solo nel pomeriggio.
- Le dispiace se vado dieci minuti nella seconda sala? Ieri ho visto un titolo che mi ha incuriosito - .
Marta Ferraro sollevò sorpresa gli occhi su di lui, poi sorrise. - Vada e vi resti quanto vuole, la chiamo quando avrò completato la seconda cassa. Sistemerà i libri più tardi. La catalogazione è a buon punto, per un giorno possiamo permetterci di rallentare - .
- Non ce ne sarà bisogno - , rispose Alberto, e non gli pareva vero di aver trovato idea e soluzione. - Passerò qui la pausa pranzo, mi prenderò un panino al bar dell'angolo - .
Salito al primo piano, Alberto aveva il cuore a mille per l'eccitazione di quell'unico gesto illegale dei suoi trentotto anni; la scala era dove l'aveva lasciata la sera precedente e vi si arrampicò. Adocchiò il volumetto del giorno prima. Cercò velocemente un testo che potesse suggerirgli qualche idea e trovò un vecchio codice giuridico risalente al settecento; lo aprì a caso rimanendo appollaiato sulla scala. Come aveva previsto, troppo incuriosita dal suo improvviso interesse per la cultura antica, la Ferraro fece capolino dalla porta. La donna conosceva il tomo in questione e gli sciorinò due o tre punti di vista, lui si affrettò a dirsi d'accordo, aggiungendo qualche riflessione raffazzonata dalla precaria posizione sul piolo della scala, approfittando del fatto che la partita si giocava in un campo conosciuto. Rimase col libro in mano qualche minuto ancora dopo che lei se ne fu andata, il tempo per rimettere al loro posto le leggi del passato e accertarsi che l'etichetta si staccasse facilmente dal libricino e che non ci fossero altri segni di riconoscimento, quindi tornò da basso, prese una cassa e scese nel seminterrato.
A mezzogiorno la Ferraro uscì per la pausa pranzo e lui le chiese di portargli un tramezzino. La bibliotecaria lo guardò con l'espressione soddisfatta di una maestra che sia riuscita a fare entrare una nozione complicata nella testa di uno scolaro poco diligente.
Rimasto solo, Alberto salì di corsa al primo piano e prese il volumetto; era abbastanza spesso e dovette allentare la cintura dei pantaloni per farcelo passare, ma costatato che in quel modo avrebbe potuto portarlo via senza essere scoperto, lo sistemò nel bagno del seminterrato fra i detersivi, quindi andò a recuperare il cappotto. Quando tornò, Marta Ferraro lo trovò con la sciarpa che lo copriva sino al mento, che tossiva con un fazzoletto in mano, e la voce leggermente rauca. Ciononostante, un terzo dei libri della cassa si trovavano già negli scaffali. Era così evidente il contrasto fra il cappotto scuro col bavero rialzato, i capelli neri e la pelle chiarissima, che l'aspetto da malato era inconfutabile.
- Mali di stagione - , borbottò Alberto mentre la donna gli porgeva un tramezzino e un succo di frutta, quindi rifiutò di andarsene per mettersi a letto, lavorò stoicamente sino alla chiusura, e quando fu ora di tornare a casa, entrò nel bagno, sistemò con cura il libro dentro i pantaloni, serrò la cintura, indossò nuovamente il cappotto e se ne andò come se niente fosse, dopo aver salutato Marta con più calore del solito.
- Se sta ancora male, domani rimanga pure a casa - .
Alberto non si era aspettato di fare emergere nella bibliotecaria quell'atteggiamento quasi materno, non pensava neanche che in lei potesse esistere un sentimento simile, e si congratulò con se stesso.
- Abbiamo il sacrosanto dovere di difendere i diritti calpestati del maschio d'oggi, oltre che del cittadino con stipendio da fame e troppe tasse da pagare - .
L'uomo se ne tornò quasi allegro a casa, esaltato dal gesto audace che aveva osato. Difficilmente qualcuno avrebbe chiesto di consultare quel libercolo scritto a mano, neanche Marta Ferraro si sarebbe accorta della sua scomparsa, e se anche fosse, nessuno sarebbe stato in grado di collegare il furto a lui; il fatto poi che avesse messo in atto il piano in così breve tempo e senza sciocchi sensi di colpa, lo riempiva d'orgoglio. Era il suo momento, avrebbe avuto la rivincita che meritava su Giulia e la propria famiglia, lui aveva potenzialità che loro neppure sospettavano, lo stimolo all'illegalità che si annida in ogni tutore della legge. Non aveva mai dato peso a quel luogo comune, ma forse gli psicologi non avevano tutti i torti. Immaginò la faccia di Giulia quando le avrebbe illustrato quel che aveva fatto e come, gli parve quasi di vederla impallidire e di sentirla avanzare tutte le sue stupide paranoie.
- Alla fine, dovrà ammettere che ho le palle, che posso anche sbagliare ma che ho sempre qualche risorsa inaspettata - .
Il bip del cellulare stornò la sua attenzione.
- Vado a una cena di lavoro - .
Il messaggio era affermativo, Giulia non chiedeva il suo parere. La cosa gli fece dimenticare il gesto eroico del pomeriggio con una nuova ondata d'ira. Avrebbe volentieri scaraventato da qualche parte il cellulare se non l'avesse pagato seicento euro. Provò a chiamarla ma inutilmente. Giulia aveva spento il telefonino, escludendolo con quel gesto dalla propria vita. Almeno per quella sera.
- Preferisce andare a spassarsela con i colleghi e fare la prima donna in mezzo a un gruppo di soli uomini, infischiandosene del fatto che la cosa mi fa incazzare: è proprio una grande troia! - .
- Me la paghi - , sillabò tra i denti. - Vediamo cosa fai dopo una settimana che non ti chiamo. Potrai pregare quanto ti pare, me ne starò per i fatti miei finché ne avrò voglia - .
Non era la prima volta che capitava, e lei sempre a cercare di spiegare le proprie ragioni, a cercare di convincerlo, a dirgli che c'erano altri modi di fare e di pensare; allora lui spariva, non le telefonava per diversi giorni, le chiudeva il telefono quando lei tentava di contattarlo, restava in bilico tra il dubbio di avere ragione o torto, e spesso finiva col domandarle scusa. - Non questa volta. Questa volta l'ha fatta troppo grossa, e poi sono stufo - . Alberto si lasciò cadere sul divano, provava un senso di vuoto. Mentre la rabbia scoloriva, scoloriva anche l'entusiasmo.
Lo sguardo cadde sopra il tavolo e il volumetto che vi aveva poggiato sopra, ripensò al furto neanche premeditato, così straordinariamente semplice. - Va al diavolo, ho una fortuna fra le mani, altro che cene con quattro ingegneri che sanno parlare solo di numeri e radici quadrate - .
Afferrò il libro. Lui non se ne intendeva, ma a una prima occhiata doveva avere un certo valore. Lo aprì alla prima pagina e cominciò a sfogliarlo. Riportava la data dell'8 aprile 1517, ad Amboise, era scritto a mano in italiano volgare, e cercando di leggere qui e là, ne dedusse che si trattava di un diario personale. Nonostante non ne capisse nulla di testi antichi, pensò che la sua ipotesi dovesse essere corretta, data la fattura sicuramente artigianale del volume, con i fogli raccolti fra due copertine di cuoio, senza titolo o altre incisioni, il tutto tenuto insieme da cordoni fatti passare attraverso dei fori che erano stati praticati con una certa perizia. Per curiosità andò all'ultima pagina del libro, dove l'autore aveva apposto la sua firma: Bartolomeo Ciolo.
- Mai sentito, chissà chi cazzo è; comunque è un libro del 500 e qualche valore deve averlo, almeno un paio di migliaia di euro, non mi fa mica schifo. Gliela faccio vedere io all'ingegnera tutta lavoro e carriera - .
Qualcosa gli morse il ventre ma passò subito. Forse un dubbio.
Soddisfatto di se stesso, si mise ad armeggiare per la cena, riflettendo intanto ad alta voce sulle mosse successive che avrebbe dovuto fare per ricavare il massimo dal suo “misfatto”. - Devo farlo valutare - , disse. - Ma non qui a Mantova. A Firenze ci sono un sacco di antiquari, ne contatto un paio via internet e prendo un appuntamento. Sì, trascorrerò la giornata di sabato a Firenze e pranzerò in un bel ristorante. E al diavolo Giulia, il suo cinema e le pizzerie da quattro soldi - .
Maria Lidia Petrulli
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