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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Writer Officina
Autore: Annamaria Ricco
Titolo: Gli arcani della Radura
Genere Fantasy
Lettori 478 11 6
Gli arcani della Radura
Gli Spicchi.

Eccola apparire, una reggia su quattro ruote trainata da quattro massicci cavalli. Pietre provenienti da ogni dove, persino dal Vulcano Ira, generosamente donati all'emerito nano Occulto, senza un motivo, a istoriare la sua carrozza da unico, libero viandante della terra degli Spicchi. Dopo una vita di sberleffi, si era preso la sua rivincita; finalmente sorrideva dal basso a coloro che lo avevano sempre guardato dall'alto e che ora si inchinavano persino!

Fortunato Quel Giorno in cui la Gemma fu distrutta e lui, per caso, era lì. In un lampo aveva intuito il potenziale di quell'evento e ne aveva approfittato sornione.

“Voglio essere unico e adorato”. L'aveva desiderato velocemente, senza pensare alla forma e alle implicazioni; del resto, la Gemma era sempre stata lì, al centro del tabernacolo, al centro della Radura d'Oro, al centro di quel periptero circolare di pietre, antiche quanto il mondo stesso. Erano solo leggende che, distrutta, avrebbe avverato qualsiasi desiderio di chi si fosse trovato nelle vicinanze, in quel preciso istante. Aveva approfittato della situazione e la sua vita era diventata la migliore che si potesse avere. Era l'unico nano al mondo e tutti lo riverivano: il sorriso sulle sue labbra era diventato eterno.

Attraversando lo Spicchio degli Arbori, al canto degli uccellini di quell'angolo di mondo così boscoso, rideva persino a pensare alla sorte di Semper e Oblion, più vicini di lui alla Gemma, ma così stupidi: uno era diventato più folle e l'altro un codardo. Si divertiva a ricordare loro quel momento ogni volta che se ne congedava: “Attento a ciò che desideri”, diceva loro, e la sua sinistra risata lo accompagnava nell'uscita. Idioti.

In ogni Spicchio, la gente aveva volti e costumi diversi, ma tutti uguali negli atteggiamenti. Come se fossero un lago piatto, su cui ogni tanto Occulto si divertiva a lanciare una pietra per vedere che piega prendesse una certa situazione. Tanto non avrebbe fatto male a nessuno, grazie al filantropico Semper che aveva desiderato la fine delle guerre. Non che non avesse, anche questo, un lato positivo per Occulto; amava quel mondo così pulito e sereno.

Era già sulla strada ombrata da alberi altissimi che formavano un tetto con il loro fogliame, la strada che portava al Mezz'Albero. Come sempre, ai due lati della via, tutti si inchinavano al suo passaggio.

Il Mezz'Albero rappresentava il centro sacro degli Arbori, ed era letteralmente mezzo, come se una mannaia gigante lo avesse diviso a metà; nella parte tagliata si contavano a malapena i cerchi dell'età, tant'erano concentrici. Era il segno di Quel Giorno in quello Spicchio.
Il custode del posto era chiamato Maestro del Silenzio ed era sempre la stessa anima che trasmigrava in un corpo nuovo mantenendo, così, la memoria del mondo. Niente era scritto, e lo studio della memorizzazione e dell'ascetismo era arduo.

Allora il Maestro era Vegliardo e i suoi giorni fisici stavano per finire: doveva scegliere il nuovo sé tra i pochi studenti che erano giunti alla prova finale di andata e ritorno nella propria morte.

Ogni figura di Maestro portava migliorie all'Anima del Silenzio, e Vegliardo vantava un'impeccabile chiaroveggenza.

Occulto sperava di partecipare alla festa dell'investitura, dato che la longevità del Maestro la rendeva unica, per una vita normale. Difatti, nemmeno lui aveva visto quella di Vegliardo.

OCCULTO: “Vecchio mio, alfine ci siamo?!”.

Irrispettoso come suo solito, era balzato giù dal carro proprio sullo spiazzo sacro, strillando a Vegliardo che, come d'usanza, sedeva ad occhi chiusi e con le mani sul bastone della saggezza proprio nella metà libera del Mezz'Albero.

Lentamente, il vecchio raggiunse e superò Occulto indicandogli, in silenzio, un luogo più opportuno al dialogo, mentre qualcuno si premurava di portar via la carrozza. OCCULTO: “Sono qui per te, amico mio! E per rendere i miei omaggi al nuovo te”, lo punzecchiò con un plateale inchino. “Ti ricorderai ancora di me? Scegli un corpo ben in forma, mi intendi...”, toccandosi l'inguine. Vegliardo non rispondeva mai alle sue provocazioni.

VEGLIARDO: “Sono passati molti cicli dal nostro ultimo incontro. Hai trovato riscontro nel mio oracolo?”.

Per esattezza, ne erano passati ventitré di cicli; “Un leone lo ucciderà”, questo aveva detto allora, interrogato circa la sorte di un certo Oblion.

OCCULTO: “Ho risolto. Non si avrà più memoria di un animale chiamato ‘leone'. Li ho debellati tutti”, compiaciuto.

Nel linguaggio comune, da Quel Giorno, erano sparite parole troppo cruenti o inerenti alle guerre e alle uccisioni. Ma Vegliardo, proprio per la sua natura di memoria trasmigrata, sapeva tutto del mondo di prima, e con sé avrebbe portato anche quella brutta notizia.

VEGLIARDO: “Il tempo del mio viaggio ultimo è venturo, ma non prossimo”. Occulto non era avvezzo a parole forbite e sibilline, quindi gli bastò uno sguardo per far intendere di spiegarsi in modo più semplice.
VEGLIARDO: “Qualcosa si sta muovendo”.

Prima che potesse argomentare, arrivò ansante un giovane robusto, con occhi neri e capelli rasati alla maniera dei seguaci. Indossava la camicia grigia di lino grezzo di ogni studente.

VEGLIARDO: “Gayl, sai che non puoi urlare e ancora non hai capito che non devi correre o portare teco energie nega...”, lo rimproverò il vecchio.
GAYL: “L'ho visto ancora...”, lo interruppe.

Per tutta risposta, il Maestro chiuse gli occhi e alzò una mano: ne avrebbero parlato poi, da soli. Quindi si congedò quanto più amabilmente potesse.

VEGLIARDO: “Qualcosa si sta muovendo, per cui non è giunto il mio momento. Sei sempre il benvenuto, se vuoi restare, ma non ci saranno feste”. E, lentamente, sparì nel bosco.

Occulto non amava crucciarsi e arrovellarsi, quindi, quasi saltellando, si diresse alla casa più vicina per farsi rifocillare.

Non era che agli inizi nella dottrina delle visioni. Sapeva meditare a lungo e mantenere il controllo nel Gioco delle provocazioni, ma Gayl aveva paura delle sue visioni. Ogni volta tornava alla realtà in un bagno di sudore e tremante. Questo perché erano ‘diverse'. Gli altri ragazzi affrontavano viaggi negli Spicchi per poi parlare di ciò che avevano vissuto e trarne insegnamento, tutti insieme seduti davanti al Mezz'Albero. A Gayl era successo una sola volta: si era recato, in trance, nello Spicchio dei Ronnier, alle Tre Pietre, e aveva visto tre donne intente a lavorare ad un arazzo per lui. Lo avevano deriso: non una, ma ben tre femmine per il suo subconscio pervertito, tanto più che ormai i seguaci del Silenzio non potevano più prendere moglie, da Quel Giorno in cui l'Albero si era spaccato.

Il Maestro Vegliardo, però, gli credeva e ascoltava con attenzione i suoi resoconti. Ciò che più angosciava Gayl era un bambino dagli occhi rossi e dal ghigno inquietante: bruciava, sventrava, martoriava in ogni modo corpi privi di volto, ed era come se Gayl fosse costretto a guardare, con le spalle al muro.
GAYL: “Perché devo guardare, Maestro?”, ancora tremava.

VEGLIARDO: “Mmm...”, rifletteva.

Le mani del ragazzo stringevano l'orlo della veste del vecchio, ai cui piedi si era gettato come un cane che cercasse conforto dal padrone. VEGLIARDO: “Potresti lasciare la scuola... “.

GAYL: “No, no Maestro... questo mai! Mi aiuti a capire...”.

VEGLIARDO: “... Non ho detto di smettere il tuo insegnamento. Non diventerai

Maestro, Gayl, non ne hai la stoffa. Ma qualcosa sarai”.

GAYL: “Cosa?”, nella disperazione.

VEGLIARDO: “Ti aiuterò a scoprirlo. Nel prossimo viaggio, non sarai solo”.

Tornato in sé, Gayl fece qualche esercizio di respirazione. Rimasto orfano, per lui il

Maestro era come un padre e si fidava ciecamente delle sue parole.
VEGLIARDO: “Molti cicli fa, avevo predetto qualcosa al nano e ora mi ha detto di aver risolto diversamente da ciò che avevo visto. Ma non è così, figliolo. Il destino trova sempre il modo di compiersi. Capiremo quale sarà il tuo”.

C'erano ombre intorno a quel ragazzo, e sussurri antichi. Prima di trasmigrare doveva rischiarare la sua aura.
Annamaria Ricco
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