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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Franco Busato
Titolo: Chi ha ucciso il pret de Ratanà
Genere Giallo Classico
Lettori 352
Chi ha ucciso il pret de Ratanà
Scarpe da running blu e bianche con suola rossa, che pestano sull'asfalto bollente.
Corri runner! Corri, inspira, suda. Corri, espira, suda. Corri. Bevi. Suda.
Era esplosa l'afa in quella mattina di fine luglio, ma non era il caldo torrido che lo stava frenando nella corsa; era il prurito e il formicolio che, dalla bocca, man mano si stava estendendo a tutto il volto.
Cento metri prima aveva bevuto una bibita energetica, e ora non si sentiva affatto bene; stava perdendo il controllo del proprio corpo. Il formicolio, l'irrigidimento degli arti, il dolore dei muscoli, l'indebolimento della vista e dell'udito, lo ostacolavano nel proseguire. Iniziava ad avere anche una forte nausea.
“Devo arrivare alla chiesetta, così potrò riposare e riprendermi da questa sofferenza”, pensò. “Devo farmi forza, ancora qualche minuto e sarò arrivato. Forza e determinazione. Stringere i denti e continuare. Non mi farò certo fermare da un po' di malessere. Sono un runner, eccheccazzo!”
A fatica raggiunse la chiesetta sconsacrata, solita tappa di tutti i giorni, si sedette nel fresco interno per riprendersi, e guardò la Vergine Maria dipinta sulla parete.
Il suo cuore aveva preso a battere in modo veloce e molto irregolare, respirava a fatica e la bocca non riusciva più a emettere suoni, era paralizzata; come paralizzati erano tutti i muscoli del suo corpo.
Continuò a fissare la Madonna e si ritrovò a pregare.
Non voleva morire.

21 luglio 2018. Mattina.
Milano. Quartiere di Baggio.
La chiesetta sconsacrata, si trovava in via Fratelli Zoia, inglobata in quella che era la struttura della Cascina Linterno, antica gargia del contado milanese, ora recuperata e adibita a luogo per manifestazioni culturali, e ubicata all'interno del Parco delle Cave.
La sua storia inizia attorno all'anno 1750 quando Domenico Aquanio, uno dei proprietari della cascina, vi fece costruire una piccola chiesa. Nel 1753 fece fondere una campana, che venne collocata sul piccolo campaniletto a vela, eretto sul tetto della sua casa, e il 9 ottobre 1754, alla presenza del Prevosto di Trenno, fu benedetta e dedicata all'Assunzione della Beata Vergine. Di dimensioni ridotte, giusta per il numero di fedeli dell'epoca, ha due portoni d'ingresso laterali, uno che dà sulla strada, e uno che dà sulla corte. All''interno, un dipinto della Vergine Maria sovrasta l'altare, mentre, nella nicchia alla sua destra, è collocata una statua in cartongesso raffigurante l'Ecce Homo, un Cristo con il mantello strappato, il corpo insanguinato e una corona di spine sulla testa. Sulla parete di fronte all'altare, vi è un passaggio celato da una porta in muratura, del tutto simile al muro della chiesa, che viene azionata da una struttura che la fa scorrere all'indietro. Si crea così un accesso che collega la chiesa alla casa adiacente, sede dell'associazione Amici Cascina Linterno.
In quella calda e opprimente Mattina milanese, un'auto, di colore grigio metallizzato, procedeva molto lentamente lungo la via che portava alla chiesetta. Con quell'andatura sembrava volesse non disturbare la quiete della strada deserta, non smuovere la cappa d'afa che avvolgeva la città, passare inosservata; ma a Milano, città in eterna frenesia, è proprio un'auto che va così piano che, di fatto, attira l'attenzione.
Al suo interno vi erano sedute tre persone, che parevano statue. Non si muovevano di un niente, e nemmeno ruotavano la testa per guardarsi attorno; procedevano così immobili perché sapevano perfettamente dove dovevano andare, e cosa avrebbero dovuto fare.
Arrivati ad un paio di mille metri dalla chiesetta, si fermarono a lato della strada, si infilarono dei caschi integrali da motociclista in testa, e ripartirono per raggiungere la loro destinazione.
Quando, subito dopo, passarono accanto all'unica persona, che in quella mattinata caldissima camminava lungo il marciapiede, questa, gettando un'occhiata all'interno dell'auto, si stupì non poco nel vedere tre automobilisti con in testa un casco.
- Ma varda ‘sti pirla... guarda come vanno in giro, e per giunta cont el cald che'l fa', con questo caldo - , disse sussurrando a se stesso Gianni, detto bufet, per via di un asma che lo mortificava sin dalla nascita.
L'auto proseguì lentamente, finché si fermò davanti al portale della chiesetta. Per qualche minuto sostò immobile, con il motore acceso, immobili i passeggeri, immobile l'aria.
Quando i tre occupanti furono certi che non vi fosse nessun persona attorno, due di loro spalancarono le portiere e scesero, casco in testa e pistole alla mano. Si mossero velocemente e scomparvero all'interno della chiesa.
L'uomo che era all'interno, seduto nella prima fila di sedie dinanzi all'altare, stava osservando il dipinto della Vergine Maria. Indossava scarpe da running blu e bianche con suola rossa, un paio di pantaloncini, una maglietta intrisa di sudore, e aveva una cintura attorno alla vita, con una tasca per una piccola bottiglietta, e una per metterci le chiavi e i documenti.
Non si mosse, nemmeno quando i due entrarono mostrando le armi.
Quello più alto dei due, oltrepassò d'un balzo la balaustra che divideva l'altare dai fedeli, e gli si parò davanti. Spalle alla Madonna, puntò la pistola contro l'uomo, una calibro nove corto, mentre l'altro, fermo subito dietro il portone, gli copriva le spalle. Quindi alzò la visiera del casco e disse, - Chistu ppe cunto di Tonino ‘o mussuto. -
L'uomo seduto non fece nemmeno un sussulto, rimase immobile con lo sguardo fisso in direzione di colui che gli puntava l'arma contro.
A quel punto il killer gli sparò tre colpi.
Il corpo della vittima si scosse una, due, tre volte, poi si piegò in avanti, rimanendo seduto con la fronte appoggiata alla balaustra dell'altare, come in penitente orazione.
Forse fu la Vergine Maria che lo mantenne in quella posa di compostezza cristiana, non facendolo cadere; d'altronde si trovava in quella che era stata una casa di Dio. Sarebbe stato un ulteriore affronto vederlo disteso, in modo scomposto, sul pavimento.
Il rumore degli spari rimbombò all'interno della chiesetta, per il tempo che fu necessario al killer di raccogliere i bossoli. L'uomo sulla porta gli fecce cenno di sbrigarsi, mentre l'altro si muoveva incerto, alla ricerca di un ultimo bossolo che non trovava. Poi il killer, si inchinò verso l'effige della Madonna, si fece il segno della croce, chiese perdono e si diresse verso la porta.
I due uscirono guardandosi cautamente attorno, e non vedendo nessuno in giro, risalirono sull'auto, che ripartì senza grande fretta.
Non volevano disturbare la quiete della strada e l'afa di Milano.
Bufet, che era socio emerito degli Amici Cascina Linterno e il guardiano della chiesetta, percorse, con il suo passo anziano, un lungo tratto di via Fratelli Zoia per andare a controllare che, nella chiesa, tutto fosse in ordine. Arrivò parecchi minuti dopo l'agguato e quando, dalla soglia, vide all'interno il corpo dell'uomo riverso verso l'altare, si allarmò.
- Gesù, Madòna, scior el s'è sentuu mal? Signore, signore, si è sentito male? Signore... - , si avvicinò, lo prese per le spalle e lo rimise diritto, tirandolo verso lo schienale della sedia.
Quando gli fu dinanzi e lo vide con gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, con tre piccole macchie rosse di sangue sulla maglietta, comprese che quell'uomo non avrebbe mai più potuto rispondergli.
Prese il suo vecchio telefono cellulare e digitò il numero del pronto intervento.
- Pronto? Polizia? C'è urgente bisogno di voi,. È morto un uomo. Mì credi che l'hann mazzà, credo proprio che lo abbiano ucciso. -

21 luglio 2018. Mattina.
Milano. Quartiere Baggio.
Loredana, dopo avere salutato suo marito Carlo che, come tutte le mattine, si stava recando al suo studio di architettura, in centro a Milano, si preparò per uscire.
Finito di pulire la cucina, dove avevano fatto colazione, di riordinare il letto, di sistemare alcune cose, mise via il ferro da stiro, delle piccole lenzuola, la macchina sigillatrice per fare il sottovuoto, che aveva appena usato, prese Leonida, suo figlio, e lo adagiò nella carrozzina blu, a tre ruote, con manici ergonomici. Infine uscì, come di consueto, per recarsi al vicino Parco delle Cave.
Un tempo il parco, ben conosciuto dai milanesi, era un'area degradata e di spaccio di droga, ma grazie al lavoro di Italia Nostra, delle associazioni locali, dei molti volontari, e al fondamentale intervento del comune di Milano, era stato recuperato, sistemato, e fornito di strutture per favorirne l'utilizzo a tutti i cittadini.
Oggi il Parco delle Cave è un'area urbana a verde inserita nel più vasto Parco Agricolo Sud di Milano. Attualmente ha una superficie di 135 ettari ed è collocata tra i quartieri di Baggio, Barocco, Quarto Cagnino e Quinto Romano.
Inaugurato come parco nel giugno 2002 con una grande festa cittadina, comprende quattro laghetti, Cabassi, Aurora, Casati, Ongari-Cerutti, formatisi all'interno di ex cave di sabbia e ghiaia, e una zona umida. È percorso da diversi sentieri corredati da lampioni e panchine, e un percorso vita, ora abitualmente frequentati da mamme con bimbi, anziani, ciclisti, pescatori, podisti, e famiglie al completo.
Loredana, uscita dalla sua casa, un piccolo stabile a due piani con una torre stile medievale, in via Eligio Brigatti, doveva percorrere pochi metri di via Masaniello, poi prendere la via privata Camozzi, per terminare il suo tragitto direttamente nel parco, a ridosso della ex cava Cabassi.
Giunta alla cava, il suo giro mattutino la portava a circumnavigare il laghetto, passare attraverso il canneto della zona umida, attraversare un ponticello, seguire una strada per trattori, ed arrivare alla cascina Linterno. Giro di boa, tornare indietro lungo lo stesso tragitto, e sedersi all'ombra di una panchina sulla sponda del laghetto.
Quattro chilometri, cinquemila passi per stare in forma, in mezzo al verde, dove incontrava leprotti, lucertole, diverse specie di uccelli, un Martin Pescatore, rondini, fringuelli, gazze. Poi api, cicale, grilli, cavallette, locuste, a volte anche la Mantide religiosa, fiori di campo e orti ben coltivati; un'aula naturalistica per far conoscere a suo figlio le bellezze della natura.
Dato il caldo già torrido, quella mattina il parco non era molto frequentato. Arrivata al laghetto, dopo avere percorso i cinquemila passi, si sedette sulla panchina, sotto le fronde di un albero, sistemò la carrozzina ben all'ombra, si guardò attorno e estrasse un libro dalla borsa, L'anima e il suo destino, Vito Mancuso; un saggio sull'anima, una lettura ostica ed attraente per lettori dalla fede vacillante. E la sua stava per cedere.
Era sola con suo figlio, attorno a loro solamente panchine vuote. Dall'altra sponda del lago, intravedeva solo un signore anziano seduto su un'altra panchina, intento a dare da mangiare a delle anatre.
Si mise a leggere, e dopo qualche minuto, venne distratta dal passaggio davanti a sé di una ragazza che correva, cuffie alle orecchie, con un volume così alto che Loredana poté sentirne la musica, parasudore sulla testa e maglietta fradicia.
Mentre Loredana continuò nella lettura non passò più nessuno, poi mise via il libro, si rilassò, osservando le tartarughe guance rosse che nuotavano silenziose nel laghetto, sino a che, all'improvviso e inconsciamente, gli occhi le si chiusero, trafitti dalla sonnolenza.
Passò del tempo, non seppe mai quanto, finché un rumore, come il tonfo di un masso nell'acqua, la destò di soprassalto.
Aprì gli occhi e ci mise degli attimi di tempo per riprendersi dal forte torpore. Un inconsueto silenzio la circondava. Attorno a lei non c'era nessuno, nessun cerchio nell'acqua provocato dal masso, nessun uccello che volava, nessuna tartaruga che affiorava dal livello del laghetto, nessun pesce che guizzava fuori dall'acqua, solo il signore anziano sull'altra sponda che continuava indifferente ad occuparsi delle anatre.
Una profonda sensazione di timore la colse, col batticuore si voltò di scatto verso la carrozzina e vide che era vuota: suo figlio sparito.
Si alzò, guardò tutt'attorno con l'animo impaurito; niente, nessuno. Si mosse, lo cercò dietro la panchina, poi dietro l'albero, nei vicini cespugli; ancora niente, del figlio nemmeno la minima traccia. Corse in riva al laghetto, scrutò l'acqua bassa e trasparente per lunghi tratti, ancora nulla: il nulla attorno e il terrore nel cuore.
Nel Parco delle Cave si sentì un urlo angosciante.
- Leo! Leooo! Aiuto! Aiuto! - , le urla continuarono sempre più disperate, - Mio figlio, mio figlio è scomparso. Aiuto! Aiuto! Per piacere aiutatemi, o mio Dio, mio Dio, mio Dio! - .
L'uomo delle anatre ci mise qualche minuto a raggiungerla, partendo dall'altra parte del lago. Quando arrivò, affannato, le chiese cosa fosse successo.
- Era qui, nella carrozzina, ora non c'è più, non c'è più. Dio mio, nooo! Dove sei? Dove sei Leo? -
- Chi era nella carrozzina? Suo figlio? Quanti anni ha? Signora, cerchi di calmarsi, sarà qua attorno. Ora lo cerchiamo. -
- Leo, Leo, mio figlio, è scomparso. Ha solo ventuno mesi, non può essere andato lontano, no, non può essersi allontanato tanto da solo, deve essere per forza qua attorno. -
Nel frattempo accorsero anche due ragazzi, in tenuta da jogging, attirati dalle urla e dall'agitazione di Loredana.
- Cosa è successo? - , chiesero.
- Sembra che suo figlio sia sparito. Un bambino di circa un paio d'anni, di nome Leo. Deve essere qua attorno. -
- Ok. Cerchiamolo! Tu vai da questa parte, io dall'altra, e lei, signore, stia con la madre - , poi, rivolgendosi a Loredana chiese; - Da quanto tempo è sparito? -
- Non lo so! Mi ero addormentata, quando ho sentito un tonfo nell'acqua mi sono svegliata, e Leo non c'era più. Leo. Leooo. Dove sei? Dove sei? -
- Non può essere andato lontano - , affermò l'uomo delle anatre.
A quel punto, uno dei due ragazzi si tolse le scarpe ed entrò nel laghetto, percorrendo lunghi tratti vicino a riva, l'altro correva tutto intorno nei campi, chiamando Leo. Niente. Non trovarono alcun segno del bimbo.
Arrivò anche la ragazza che precedentemente era passata correndo, parasudore sulla testa, maglietta asciutta, spense la musica, si tolse la cuffia e si informò sull'accaduto.
Appena fu messa al corrente dell'accaduto disse; - Dobbiamo chiamare subito la polizia, non possiamo perdere altro tempo. -
Loredana si sentì male, l'anziano signore la sorresse e riuscì a farla sedere sulla panchina, il ragazzo uscì dall'acqua, mentre l'altro ritornava ansimante dopo aver corso tutt'attorno al lago in cerca del bambino.
La ragazza prese il suo smartphone, - Pronto? Polizia? Abbiamo urgente bisogno di voi, e anche di un'ambulanza. È scomparso un bambino. -
Franco Busato
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