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Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Autore: Angelica Romanin
Titolo: Il Natale che non ti aspetti
Genere Commedia Romantica
Lettori 266
Il Natale che non ti aspetti
Venerdì 30 dicembre.

La vita è imprevedibile.
Può capitare che non succeda niente di nuovo per anni, e poi, d'un tratto, ecco che tutto cambia.
Io ero immobile. Da almeno tre anni.
La mia vita si trascinava lenta, in una successione di giorni sempre uguali: la famiglia, il lavoro, gli amici, il ragazzo. Tre lunghissimi anni in cui niente era cambiato.
Almeno fino a quel giorno.
Quel giorno era successo l'impensabile: avevo vinto un viaggio!
Era un concorso a premi, di quelli che si trovano nei panettoni o sulle confezioni dello shampoo. Di quelli ai quali si partecipa, ma mai si crede di poter vincere realmente un giorno.
Ebbene, per me quel giorno era arrivato. Avevo vinto una settimana di vacanza a Mayrhofen: un caratteristico paesino sulle montagne austriache. Il premio era per due persone, e comprendeva sette giorni a mezza pensione in un lussuoso hotel a cinque stelle.
Se tutto andava come previsto, avrei passato le feste natalizie in montagna!
Scoppiettante di felicità, telefonai a Riccardo, il mio ragazzo, per comunicargli la lieta novella.
Ma la sua risposta fu come una doccia fredda.
- No, mi dispiace ma non ce la faccio. -
- Cosa significa “non ce la faccio”? Non ti ho nemmeno detto quando! -
- Immagino vorrai andarci per Natale. Prima lavori, no? -
- Sì, ma a Natale sei libero anche tu. Perché non vuoi venire? -
- Lo sai che in questo periodo sono molto impegnato. -
- Veramente sei sempre molto impegnato! - replicai scocciata.
Il nostro rapporto durava ormai da tre anni, ma, dopo i primi periodi tutti rose e fiori, era subentrata una crisi silenziosa. Non c'era niente che non andasse, in apparenza. Non litigavamo quasi mai, lui era affettuoso e mi riempiva di regali. C'era solo un problema: ci frequentavamo pochissimo perché era sempre super impegnato. Aveva il lavoro, la palestra, gli amici, sua madre... Io venivo sempre per ultima. Avrei potuto pensare che avesse un'altra, se tra noi la passione si fosse affievolita, ma non era così. Le poche volte che ci vedevamo le passavamo per lo più a fare sesso, quindi no, non credevo avesse l'amante. Ma ciò non toglieva che io mi sentissi praticamente single.
- Non puoi proprio venire? - piagnucolai. Ormai lo stavo praticamente implorando. - Dai, almeno provaci, non stiamo mai assieme. Negli ultimi mesi ti ho visto a weekend alterni, e per colpa del corso di magia sei impegnato tre sere su sette. Ormai ho rapporti più stretti col mio ginecologo... -
- Non dire cretinate. Perché non chiedi a qualche tua amica? Sono convinto che Valentina accetterebbe subito. -
- Per quel periodo è impegnata. Va a Cortina col suo ragazzo. Lui ci tiene a stare con lei... - lo punzecchiai. Ma mi ignorò completamente.
- Allora Elena? -
- Lo sai che Elena odia la montagna. -
- Beh, allora vai da sola. Potrebbe essere una bella esperienza. -
Da sola?! Ma era pazzo ‘sto qua? Da sola non andavo nemmeno a fare shopping, figuriamoci se partivo per l'Austria!
Spensi il telefono imbufalita. Mi chiedevo perché mi ostinassi a stare assieme a quello stronzo se per lui venivo sempre all'ultimo posto.
- Anche il corso di magia si è messo a fare! - sbraitai, camminando a lunghe falcate attorno alla tavola. Dovevo disperdere un po' di energie o avrei finito per prendere a pugni qualcuno.
- Vuole fare il mago adesso, lo stronzo. Ah, ma a sparire è bravissimo! Quella lezione l'ha imparata fin troppo bene! -
La storia del corso di magia non mi andava proprio giù. Avevo sopportato il corso d'inglese, quello di scrittura creativa, le serate al gruppo di lettura... Ma il corso di magia come cazzo gli era venuto in mente?
Ormai avevo il fiatone, e il nervoso mi stava gradualmente passando. Mi buttai sul divano e iniziai a spulciare la rubrica del telefono per vedere chi avrei potuto invitare a Mayrhofen assieme a me.
- Stefania no, è all'estero. Milena nemmeno, abbiamo litigato. Denise passa le feste in famiglia e Paola non la sento da un anno. Porca puttana! - buttai il cellulare sul tavolino. - Non ho mai vinto niente, nemmeno una mentina; possibile che la prima volta nella mia vita che vinco un viaggio non abbia nessuno con cui andarci? -
Avrei dovuto essere felice, fare i salti di gioia, essere entusiasta per quella fortuna inaspettata, e invece mi sentivo terribilmente depressa. E tutto perché non avevo il coraggio di imbarcarmi da sola in quell'avventura.
Purtroppo io ero tutto fuorché una tipa avventurosa. All'idea di quel viaggio vedevo solo una cosa davanti a me, terribile, inquietante, spaventosa: l'ignoto.
Il lungo tragitto fino a Mayrhofen – un luogo che fino a quel giorno nemmeno sapevo esistesse – mi terrorizzava. Odiavo prendere l'autostrada, e odiavo recarmi in posti che non conoscevo col rischio di sbagliare strada e ritrovarmi chissà dove. Senza contare che, una volta là, mi sarei ritrovata sola in un paese straniero, dove le uniche parole di tedesco che conoscevo erano “dobermann” e “Telefunken”. Ma dubitavo che mi sarebbero servite a qualcosa, a meno che non avessi voluto acquistare un cane o un televisore...
Avrei anche potuto affrontare l'eventualità di passare il Natale da sola, ma di guidare fin là non se ne parlava nemmeno. Quanti chilometri erano? Troppi, in ogni caso. Se pensavo che non avevo mai guidato più in là del confine con la Romagna, mi veniva un colpo solo a pensarci...
Tentai l'ultima spiaggia: telefonai a Elena, nonostante sapessi che odiava la montagna, la neve, il freddo e anche il Natale.
- Ehi! - mi rispose col suo tipico saluto.
- Ciao. Ti chiamo per chiederti una cosa... - iniziai.
- Basta che tu non mi chieda cosa faccio a Capodanno. Non ne posso più di essere invitata a feste e cene varie. Eppure ormai dovrebbero conoscermi, lo sanno che odio le festività. -
“Cominciamo bene...” pensai.
Ormai ero certa che sarebbe stato un tentativo a vuoto.
- Veramente volevo invitarti a fare un viaggio. -
- Vengo ovunque, a patto che sia un luogo caldo! -
Ci rinunciai. - Vabbè, lasciamo perdere, non ci vado. -
A quel punto mi ero già rassegnata a un triste Natale senza neve, senza montagne e senza avventura.
- Cosa succede? Ti ho fatto arrabbiare? Scusa, non volevo... -
- No, non preoccuparti. È solo che sono delusa perché ho vinto un viaggio in montagna e non so con chi andarci. -
- Beh, qui non posso proprio esserti d'aiuto. Se venissi ti rovinerei la vacanza. Lo sai quanto odio il freddo e tutto il resto - si scusò.
- Sì, lo so. Infatti non volevo nemmeno chiedertelo. -
- Ma non puoi andarci con Riccardo? -
- Buono quello... No, guarda, meglio non parlarne. Lo sai anche tu che non c'è mai. -
Lei rimase un attimo in silenzio poi disse: - Io non capisco perché continui a starci assieme. -
- Perché lo amo. O almeno credo... -
In effetti, negli ultimi tempi non ero nemmeno più sicura di quello che provavo per lui. Non litigavamo quasi mai, e il sesso era stupendo, ma un rapporto non si basava solo su quello. Soprattutto quando avevi già superato i trenta da qualche mese...
Io avrei voluto iniziare a programmare la mia vita con lui. Non dico matrimonio e figli, ma almeno una convivenza. Ero stanca di vivere in quel mini appartamento tutta sola. Ma quando tiravo fuori l'argomento, lui faceva orecchie da mercante. Sembrava che il fatto di vivere ancora con i genitori, a trentacinque anni suonati, non gli pesasse affatto.
Entrambi avevamo un buon stipendio: io facevo l'insegnante in una scuola elementare e lui era rappresentante farmaceutico; se avessimo voluto, avremmo potuto andare a convivere in qualsiasi momento. Ma lui niente. Non ne voleva nemmeno sentire parlare.
- Adesso non è il momento - mi diceva quando provavo a introdurre l'argomento. E ogni scusa era buona per rimandare.
Io, dal canto mio, ormai non ero nemmeno più sicura di volerlo. E ogni giorno che passava, delusione dopo delusione, mi allontanavo da lui sempre più.
- Ti va se ci facciamo una pizza? - le chiesi, cambiando discorso. - Stasera non ho voglia di cucinare, e Riccardo è al corso di magia. -
- Ok. Tra un'ora al solito posto. -
Quando riattaccai ero ancora più depressa. Misi il biglietto vincente in un cassetto, e mi ripromisi di regalarlo a qualcuno: almeno non sarebbe andato sprecato. Poi mi preparai per uscire.


La pizzeria era sempre la solita, da anni. Era a metà strada tra la casa di Elena e la mia, così era comoda per entrambe.
Mangiammo le nostre pizze chiacchierando del più e del meno, poi, dopo il dolce, pagammo e uscimmo dal locale, dirette alle nostre auto.
Era ancora presto, e il mio umore non era dei migliori.
“Forse una tisana e un buon libro mi tireranno un po' su” pensai.
Feci per salutare Elena, poi ebbi un ripensamento. L'idea di starmene in casa, tutta sola, a ripensare ai miei guai non mi attirava particolarmente.
- Non mi va di andare a casa subito, ti va se ci beviamo qualcosa? Tanto, domani è l'ultimo giorno di scuola... -
- Perché no? Sali sulla mia auto, guido io. -
- Andiamo all'Irish pub? - le chiesi, riferendomi al locale dove andavamo abitualmente.
- No, stavolta cambiamo, ho conosciuto un posticino intimo, molto carino. Non ho voglia di confusione, e quello è un posto perfetto per fare due chiacchiere in santa pace. Già sopporto orde di bambini urlanti sei giorni su sette, almeno nel mio tempo libero voglio stare tranquilla. -
Elena era una mia collega di lavoro. Insegnavamo nella stessa scuola elementare, solo che io avevo una prima, e lei una terza. I bambini erano la nostra croce e la nostra delizia. Li adoravamo, ma allo stesso tempo ci facevano impazzire. Con i loro visini innocenti ci ispiravano tanta tenerezza, ma se non facevamo attenzione, non dubitavo che avrebbero potuto mettere la scuola a ferro e fuoco in un attimo.


Il locale era esattamente come aveva detto lei: tranquillo e poco rumoroso. I tavoli erano separati da paraventi, le luci soffuse, e la musica in sottofondo permetteva di parlare senza dover alzare troppo la voce.
- Carino qui - commentai, mentre ci sedevamo a un tavolo d'angolo. - Come l'hai scovato questo bel posticino? -
Sollevò le spalle. - Mi ci ha portata Dario. -
Dario era il suo amante da circa due anni. Anzi, sarebbe più corretto dire che lei era l'amante di Dario, visto che quello sposato era lui. Io non approvavo molto quella relazione, ma, del resto, con la vita amorosa che mi ritrovavo ero l'ultima a poterle dare dei consigli.
- Quindi è un posto da amanti - sogghignai.
Poi mi guardai attorno, e il sorriso mi morì sulle labbra.
- Cos'hai? Perché fai quella faccia? - mi chiese, mentre sentivo il sangue defluirmi dal viso.
Seguì la direzione dei miei occhi e sobbalzò. - Oddio! Ma quello è... -
- Riccardo - terminai per lei, con voce cupa.
Dalla parte opposta della stanza, seduti a un tavolo, c'erano il mio ragazzo e una bionda super sexy che si scambiavano effusioni.
- Ma non doveva essere al corso di magia? - Elena abbassò la voce, anche se da quella distanza era difficile che potessero udirla.
- Esattamente - le risposi senza riuscire a distogliere gli occhi dalla ripugnante scenetta.
Ero furiosa. Avrei voluto correre là e prenderlo a schiaffi, ma non amavo fare scenate in pubblico, così chiusi gli occhi e iniziai a fare lunghi e profondi respiri.
Quando mi fui leggermente calmata afferrai la borsa, e, prima che arrivasse il cameriere, mi alzai.
- Andiamo, altrimenti lo ammazzo. -
Elena si alzò all'istante e mi seguì fuori dal locale. Il fedifrago non si era accorto di niente.


- Hai capito il corso di magia? - iniziai a sbraitare appena salita in auto. - Quel pezzo di merda! Ecco perché non c'è mai, ha un'altra! -
- Veramente ne ha due - bisbigliò lei, stropicciandosi le mani.
Sembrava nervosa, e non osava guardarmi negli occhi.
- Come due? Cosa stai dicendo? -
Alla fine si girò verso di me con sguardo colpevole. - Scusa, non sapevo come dirtelo... È da qualche giorno che lo so, ma non trovavo il coraggio. -
- Il coraggio per dirmi cosa? - la scrutai, accigliata. Ora ero arrabbiata anche con lei.
- Hai presente Sofia? L'insegnante di sostegno? -
Eccome se l'avevo presente. Era una stronzetta di ventisei anni, rossa di capelli, con le tette rifatte e la puzza sotto il naso.
- Che c'entra Sofia? Non dirmi che si scopa anche lei - gemetti.
Lei si strinse nelle spalle. - Se vuoi non te lo dico... -
- Sul serio? - ero allibita. - Mi stai davvero dicendo che non ha una, ma ben due amanti? -
Lei annuì, stringendo le labbra.
Non riuscivo a capire come potesse gestire una relazione con tre donne contemporaneamente.
- Ma tu e lui... - iniziò Elena.
- Sì! - risposi, immaginando quale fosse la domanda. - Certo che sì! Ce l'ha sempre duro! Sono io che a volte non ne ho voglia, ma se fosse per lui lo farebbe in continuazione! -
- Oddio... Ma allora ha un problema. -
- Eccome se ce l'ha! Vedrai domani, quando viene a casa mia, come lo concio! Lorena Bobbit a confronto è un bluff! -
- Dai, calmati. Secondo me è stata una fortuna questa. Finalmente hai capito con chi avevi a che fare, e adesso puoi lasciarlo senza rimorsi. -
Elena aveva ragione. Ormai il nostro rapporto era a un capolinea, e questa sarebbe stata l'occasione giusta per darci un taglio.
Non credevo che sarebbe stato facile. Percorrere un tratto della propria vita con qualcuno creava sempre dei coinvolgimenti emotivi, e gli abbandoni, di qualsiasi natura fossero, si trascinavano dietro sofferenze e rimpianti.
SABATO 21 DICEMBRE




La mattina successiva affrontai Sofia.
La presi in disparte durante l'ora di ricreazione e le dissi che dovevamo parlare.
Mentre camminavamo tra i corridoi, le raccontai che sapevo tutto sulla loro tresca, e lei non riuscì a dissimulare la sua soddisfazione. Nonostante cercasse di trattenersi, i suoi occhi brillavano di contentezza: evidentemente non vedeva l'ora che quella relazione clandestina uscisse allo scoperto.
Si fermò a guardarmi, e la sua bocca s'incurvò in un sorriso di circostanza.
- Prima o poi doveva saltar fuori - si strinse nelle spalle, sforzandosi di apparire dispiaciuta. - Avrei voluto che fosse lui a dirtelo, ma non voleva ferirti. Lo sai com'è Riccardo... -
- Certo, come no. Se non voleva ferirmi sarebbe bastato evitare di scoparsi un'altra, non credi? - ribattei sarcastica.
L'espressione beata sul suo viso mi faceva imbestialire. Mi sentivo umiliata e ferita, ma non volevo che lei, o chiunque altro, se ne accorgesse. Le occhiate di compatimento erano di quanto più sgradevole potesse esserci in momenti come questi.
Abbassai lo sguardo per impedire ai miei occhi di inumidirsi. Sentivo piccole lacrime di rabbia pizzicarmi gli occhi. Premevano per uscire, ma io non glielo permisi. Avrei pianto più tardi, a casa, quando nessuno avrebbe potuto vedermi.
Lei intuì le mie emozioni. Scosse la testa e mi riservò un lungo silenzio carico di comprensione, poi sbatté i suoi occhioni dalle folte ciglia ramate e mi sorrise con indulgenza.
- Mi dispiace per te, davvero. Ma devi fartene una ragione. Le cose non sempre vanno come vorremmo... -
La guardai. La sua bocca era piegata all'ingiù, ma i suoi occhi ridevano. Nonostante gli sforzi, proprio non le riusciva di dispiacersi per me. Capii dal suo sguardo che non si sentiva nemmeno un pochino in colpa.
Abbassò la voce e mi prese la mano con finta compassione.
- Devi lasciarlo andare, è meglio anche per te, credimi. -
Sfilai la mano dalla sua, infastidita.
- Oh, ma io lo lascio andare molto volentieri. Non ho nessuna intenzione di lottare per lui, se è questo che temi. Per quanto mi riguarda te lo puoi tenere. È tutto tuo! -
Lei scosse la testa, lentamente.
- Capisco la tua rabbia, dopotutto lui è il tuo ragazzo, hai tutto il diritto di avercela con me... -
In quel momento mi fece quasi compassione. Era così soddisfatta; convinta di essere la vincitrice di quella schermaglia amorosa, quando invece non sapeva di essere stata usata, esattamente come me. Feci una risata amara. - In realtà non ce l'ho con te. Dopotutto anche tu sei una sua vittima. -
Lei mi guardò sospettosa. - Cosa intendi dire? -
- Ieri sera l'ho beccato con una bionda - le dissi a bruciapelo. Poi la scrutai, in attesa che le mie parole facessero breccia nel muro di incrollabile certezza che si era costruita attorno.
Lei parve un attimo confusa. Potevo quasi sentire lo scoppiettio delle sue illusioni che si infrangevano, una dopo l'altra.
- Una bionda...? - sussurrò, mentre l'espressione soddisfatta cedeva il passo alla delusione.
- Mi dispiace, ma è giusto che anche tu lo sappia - continuai. - Riccardo non si è accontentato di noi due, no: ne ha tre di donne. Evidentemente ne voleva una per ogni colore. -
Le mostrai una ciocca dei miei capelli. - Una castana, una rossa e una bionda. Ora gli manca solo la mora, poi ha finito la collezione. -
In quel momento suonò la campanella: la ricreazione era finita.
- Vabbè, ora ti lascio. Devo tornare in classe. -
Me ne andai, lasciandola lì, inebetita, a chiedersi se ciò che le avevo appena detto fosse effettivamente la verità.


Nel primo pomeriggio mandai un messaggio a Riccardo, non avevo voglia di sentire la sua voce.
Gli comunicai che sapevo tutto e che la nostra storia era finita. Poi diedi sfogo a tutta la mia rabbia.
Gettai nell'immondizia la cornice che ci ritraeva in uno dei rari momenti felici, presi a pugni i cuscini del divano, e gettai a terra l'ultimo regalo che mi aveva fatto: un insulso orsetto di peluche.
- Neanche avessi dodici anni, pezzo di un cretino! - sibilai, saltandoci sopra a piè pari.
Quando ebbi esaurito le energie, mi accasciai sul divano e iniziai a piangere.
Sapevo che non meritava le mie lacrime, così come sapevo che Elena aveva ragione: la nostra storia era finita da un pezzo. Ma erano pur sempre tre anni. Tre anni della mia vita che ora venivano spazzati via con un colpo di spugna. Mi tornarono alla mente gli attimi passati con lui: il nostro primo incontro, le vacanze assieme al mare, i nomignoli che ci scambiavamo, gli scherzi tra di noi... E mi sentii improvvisamente monca, come se una parte di me venisse strappata via, di netto.
Mi resi conto che, nonostante la rabbia, nonostante la stanchezza di un rapporto ormai logoro, faticavo a lasciarlo andare. Mi ero abituata ad averlo nella mia vita, e per quanto poco mi avesse dato negli ultimi due anni, era pur sempre la persona sulla quale avevo costruito i miei sogni e le mie certezze. Abbandonarlo ora significava abbandonare anche loro. Abbandonare l'idea di una vita assieme e di un futuro con lui.
E poi c'era la paura. Paura di restare sola, di venire delusa ancora una volta... Chi mi garantiva che la prossima relazione sarebbe stata diversa? Avevo solo trent'anni e avevo già collezionato una lunga lista di fallimenti. E se non fossi più riuscita a innamorarmi?
Ormai iniziavo a perdere la speranza.
Un briciolo di ribellione emerse dal profondo stato di autocommiserazione nel quale ero sprofondata.
- Basta piangere - mormorai, rialzandomi dal divano.
Mi asciugai gli occhi con il dorso della mano, e una macchia scura mi restò sulla pelle. Le lacrime avevano sciolto il mascara, e ora dovevo avere l'aspetto di un panda.
Andai in bagno per togliermi il trucco.
Mi ripulii con una salvietta imbevuta di latte detergente, poi mi sciacquai il viso.
Quando tornai a guardarmi allo specchio avevo assunto un'espressione meno disperata.
Mi esaminai: profondi occhi scuri, morbidi capelli castani, nasino all'insù e bocca carnosa. Mi girai per rimirarmi il sedere a mandolino e le lunghe gambe snelle. Magari non ero una bomba sexy come la biondona che avevo visto la sera prima, ma ero indubbiamente una bella ragazza. E non mi mancavano altre qualità. Tutti i miei amici mi dicevano che ero una persona gentile, altruista e disponibile con chiunque.
- Soprattutto con lui! - mi biasimai, pensando a tutte le volte che l'avevo accudito quando stava male, che l'avevo ascoltato quando era depresso, che avevo rinunciato ai miei bisogni per metterlo al primo posto. Ero sempre pronta a sostenerlo e capirlo.
Rimproverai la mia immagine allo specchio: - Più un uomo è problematico, e più ti rendi disponibile! Maledetta sindrome della crocerossina... -
Scossi la testa e ritornai con la mente alla sera prima, quando l'avevo sorpreso a tradirmi.
- Cosa gli manca? Perché non gli basto? -
Ancora non riuscivo a capacitarmi del fatto che si intrattenesse con altre due donne.
- Due! - dissi mentre tornavo in sala. - Due amanti! - ripetei a voce alta.
Volevo imprimermi quel numero nella mente. Doveva servire a ricordarmi ogni giorno quanto fosse disgustoso, casomai mi fosse venuto in mente di lasciarmi fregare un'altra volta.
In quel momento squillò il telefono. Era lui.
Non risposi, lo silenziai e lo riappoggiai sul tavolo. Non avevo nessuna intenzione di ascoltarlo. Ero troppo ferita, e sapevo che mi avrebbe solo sciorinato una sequela di bugie e giustificazioni assurde. Quando c'era da scaricare la colpa delle sue nefandezze su qualcun altro era bravissimo. Mi aveva fatto sentire una pazza per anni, a causa della mia gelosia.
- Perché devi sempre pensare che abbia un'altra? - mi diceva, insofferente. - Hai il chiodo fisso! Le tue sono solo insicurezze. -
E io, stupida, gli avevo creduto. Avevo persino iniziato una terapia su me stessa per cercare di incrementare la mia autostima, per imparare a fidarmi di lui... e mentre io mi davo da fare per migliorare il nostro rapporto, lui se la spassava allegramente con le altre. Chissà quante ce n'erano state prima di queste...
Il telefono ricominciò a squillare: era ancora lui. Lo spensi per non cedere alla tentazione di rispondere.
“Riccardo è un capitolo chiuso. Ora devo pensare alla mia vita” mi imposi. “E a come affrontare i prossimi giorni.”
Già. I prossimi giorni.
L'idea di passare il Natale da sola mi intristiva terribilmente; senza contare il fatto che la notizia del tradimento di Riccardo ormai doveva avere compiuto il giro del mondo. Come avrei fatto a sopportare i pettegolezzi e le occhiate di compatimento dei miei amici? Ma soprattutto: come l'avrei detto ai miei?
Con mio padre il problema non sussisteva. Al massimo avrebbe sollevato un sopracciglio e borbottato una delle sue perle di saggezza, tipo: “morto un Papa se ne fa un altro” o “chiodo schiaccia chiodo”. Non era un uomo di molte parole, e tendeva a farsi i fatti suoi.
Mia madre, al contrario, non stava zitta un secondo e adorava farsi i fatti degli altri; e “gli altri”, purtroppo, ero quasi sempre io.
Non perdeva occasione per criticare ogni mia scelta e per dirmi cosa avrebbe fatto lei al mio posto. Sembrava proprio che sottolineare la mia totale inettitudine in ogni campo dell'esistenza fosse la sua massima aspirazione. Ero certa che, se le avessi detto di Riccardo, anche questa volta avrei dovuto sorbirmi i suoi “te l'avevo detto” e le sue occhiate di riprovazione.
Mi sedetti al tavolo, afferrai il portatile e cercai Mayrhofen su Google. Le immagini mi mostrarono un grazioso paesino incastonato tra le montagne tirolesi. Il posto perfetto per dimenticare Riccardo e tutte le sue nefandezze. Il posto ideale per fuggire da quella triste situazione.
Le cime innevate, i mercatini di natale, le piste da sci... Ognuna di quelle immagini prometteva una vacanza da sogno, e mi rendeva ancora più difficile rinunciare al mio viaggio.
“Ma perché dovrei rinunciare? Quale sarebbe l'alternativa?” pensai.
Se fossi rimasta a casa sapevo già come sarebbe andata a finire. Mi sarei ritrovata a trascorrere il Natale con i miei, e il capodanno imbucata in una delle solite tristissime feste.
Al pensiero dei giorni che mi attendevano, gemetti. No, non potevo lasciarmi rovinare il periodo più bello dell'anno!
Avevo sempre amato le festività invernali. Mi piaceva addobbare l'albero mentre ascoltavo Bianco Natale, girare per la città illuminata a festa, curiosare tra i mercatini, scaldarmi davanti a una bella cioccolata calda... Il pensiero che tutto questo venisse guastato da quell'escremento di Riccardo mi fece rimescolare lo stomaco.
Con un gesto di stizza spensi il computer. Una vocina dentro di me urlava di andarmene, di scappare il più lontano possibile. E finalmente decisi di ascoltarla.
- Eh no, cazzo, io adesso parto per l'Austria! A costo di imbottirmi di ansiolitici ma ci vado. L'unica volta in vita mia in cui vinco qualcosa, non posso gettare tutto alle ortiche solo per le mie paure. Vorrà dire che se non me la sento di guidare, andrò in treno. E se anche devo partire da sola che sarà mai? Troverò degli amici a Mayr... come cavolo si chiama! -
Era fatta: finalmente avevo deciso di partire.
Adesso mi restavano solo da organizzare i dettagli, e poi, una volta in albergo, avrei potuto godermi la mia meritata vacanza tra montagne innevate e aitanti maestri di sci.


E fu così che il mio piano prese lentamente forma.
Mi informai sul viaggio, telefonai all'albergo che mi avrebbe ospitata, e, infine, prenotai su internet il biglietto del treno che mi avrebbe portata alla mia meta.
Se volevo essere là per la vigilia, non c'era un minuto da perdere. Avrei avuto giusto il tempo di preparare le valigie e telefonare ai miei per dire che partivo.
DOMENICA 22 DICEMBRE




Quella mattina preparai i bagagli e diedi una sistemata alla casa.
Quando ebbi finito mi guardai attorno: il mio piccolo appartamentino profumava di pulito, e la valigia giaceva ai piedi del letto, pronta per la partenza. Ora mi restava da affrontare lo scoglio maggiore: telefonare a mia madre per avvisarla che a Natale non ci sarei stata.
Com'era prevedibile andò in escandescenza.
- Come ti salta in mente di partire tutta sola? Hai pensato a cosa puoi andare incontro? Perché non ci vai con Riccardo? -
- Riccardo lavora - mentii.
Non intendevo assolutamente dirle che il mio ragazzo, in realtà, mi aveva cornificata con due – e sottolineo due – donne. Ne avrebbe fatta una tragedia, finendo poi per dare la colpa a me, come sempre.
Ma lei aveva già smesso di parlare di Riccardo.
- E... e poi... - balbettò, simulando un singhiozzo di dolore. - E poi non ti senti in colpa a lasciarci passare le feste da soli? Potrebbe essere l'ultimo Natale per noi... - la sua voce si affievolì fino a diventare un guaito.
Alzai gli occhi al cielo. - Mamma, non fare la tragica. Tu hai sessant'anni anni, e il papà sessantaquattro. Siete ancora giovani e godete di ottima salute. È più facile che sia io a non arrivare al prossimo Natale, se continui a stressarmi così. -
- Ah, questo è certo! - sbottò, tornando la solita bisbetica di sempre. - Se te ne vai in giro per l'Austria tutta sola, è facile che non arrivi neanche a capodanno! -
Sospirai, e contemporaneamente feci un gesto scaramantico. - Mamma, adesso ti devo lasciare... -
Dopo altri interminabili minuti di lamentele e minacce, finalmente riuscii a riattaccare.
Cercai di calmarmi, e mi imposi di ignorare gli ammonimenti di quel gattaccio nero con le sembianze di genitrice, ma non ci fu nulla da fare. Le sue premonizioni su disastri e sventure si erano già fatte strada nel mio subconscio, così, da quel momento, iniziai a preoccuparmi di tutte le cose orribili che potevano succedere a una donna che si accingeva ad attraversare le Alpi da sola.
Le valanghe erano in cima alla lista, seguite dalle frane. Poi, a ruota, venivano: stupratori, trafficanti di organi, lupi e Bigfoot. L'unica consolazione era che gli orsi sarebbero stati in letargo, quindi, a meno che non mi fossi messa a esplorare grotte e anfratti cantando a squarciagola, quel problema non sussisteva.
LUNEDÌ 23 DICEMBRE




In men che non si dica arrivò il momento della partenza.
Quella mattina mi recai in stazione. Presi il treno – direzione Padova – e mi accomodai sul sedile di un vagone affollato.
Affrontai il primo tratto del mio lungo viaggio con un briciolo di irrequietezza. Le parole di mia madre continuavano a girarmi in testa, e il tipo seduto di fronte a me aveva lo stesso sorriso di Riccardo.
Non riuscii a trattenere un sospiro, sembrava proprio che i miei problemi volessero seguirmi anche in Austria. Distolsi lo sguardo e cercai di concentrarmi sul paesaggio che scorreva dietro il finestrino: se non volevo rovinarmi la vacanza, avrei fatto meglio a togliermeli dalla testa il prima possibile.
Finalmente, dopo un'ora di viaggio arrivai a Padova. Mangiai un panino in un bar della stazione poi mi recai al binario del treno per Jembach, l'ultimo cambio prima di Mayrhofen. Ora mi aspettavano quattro ore e quaranta minuti di paesaggi innevati attraverso le alpi.
Entrai nel vagone, trascinandomi dietro la pesante valigia, e mi accomodai in un posto libero accanto al corridoio. Avevo cercato di riempirla il meno possibile ma era comunque un po' ingombrante. La avvicinai fino a farla scivolare sotto i miei piedi, poi mi slacciai il cappotto.
Quando mi sentii a posto iniziai a sbirciare i miei vicini di viaggio.
Nel sedile di fronte al mio c'era un uomo canuto sui settant'anni dall'aspetto rassicurante. Parlava sottovoce con la signora al suo fianco – probabilmente sua moglie – mostrandole un dépliant. Lei annuiva, stringendo le labbra sottili, ma non sembrava prestargli molta attenzione. I suoi piccoli occhi azzurri saettavano nervosi mentre con la mano si sollevava la manica del cappotto per sbirciare l'orologio al suo polso. Appariva molto ansiosa di partire.
Nell'altro lato della carrozza, una donna di circa quarant'anni dai corti capelli color platino era immersa col naso in una rivista di moda. Di fronte a lei, una signora in carne dall'aspetto arcigno redarguiva il figlio adolescente.
Esalai un sospiro di sollievo: nessuno di loro assomigliava a Riccardo. E nemmeno a mia madre.
Sapendo che il viaggio sarebbe stato lungo, estrassi il Kindle dalla borsa e iniziai a leggere. Il calore dell'ambiente e le chiacchiere sottotono dei due coniugi finirono per tranquillizzarmi. Piano piano mi rasserenai, e l'ansia iniziale lasciò il posto a una certa sonnolenza.
Osservai lo scorrere rassicurante del paesaggio fuori dal finestrino, e un pizzico d'entusiasmo si fece strada in me. Ce l'avevo fatta! Avevo sconfitto le mie paure ed ero in viaggio verso le montagne! Sorrisi e mi assestai meglio sulla poltrona. In quella breve oasi di felicità anche gli allarmanti pronostici di mia madre mi sembrarono meno minacciosi.


Era passata circa un'ora da quando ero partita da Padova, e la nebbia della pianura padana si era ormai diradata. In compenso, dal cielo iniziarono a cadere piccoli fiocchi di neve. Ammirai il paesaggio che andava via via imbiancandosi, e, lentamente, mi assopii.
Sognai un caminetto acceso e canti di Natale attorno al fuoco. Uno splendido ragazzo dallo sguardo magnetico mi porse un pacchetto avvolto in una carta dorata. Lo presi e iniziai a scartarlo. Vidi che mi fissava, e il bagliore del camino si rifletté per un istante nei suoi occhi. Tolsi l'ultimo strato di carta, e, proprio un attimo prima di aprire la scatola... Puff! Mi svegliai.
Quando aprii gli occhi vidi che la neve si era intensificata. Ora, dal cielo, scendevano grossi fazzoletti bianchi, fitti e copiosi.
- Che bello! - esclamai a voce alta. Poi mi ricordai di essere in compagnia di estranei e mi tappai la bocca con la mano.
L'uomo sul sedile di fronte al mio si mise a ridere, e sua moglie mi sorrise cordialmente. Io arrossii e mi girai a guardare gli altri miei compagni di viaggio, ma nessuno sembrava avermi notata. La bionda giocava col suo telefono, il ragazzino ascoltava la musica con gli auricolari, e sua madre russava con la testa chinata in avanti.
- Ti piace la neve? - mi chiese l'uomo di fronte a me.
Annuii. - Sì, tantissimo! Purtroppo dove vivo io ne vedo ben poca... -
- Di dove sei? -
- Bologna - feci una smorfia.
Sollevò le sopracciglia. - È una bella città, non ti piace viverci? -
- Sì, mi piace. Ma se avessi potuto scegliere avrei preferito un posto di montagna. Io amo la natura, gli spazi aperti, il fresco e... -
- La neve - terminò sua moglie.
Sorrisi. - Già. La neve. -
L'uomo si sporse in avanti, verso di me, e mi fissò attraverso le lenti degli occhiali. - Tu sei un albero? - bisbigliò in tono complice.
Lo guardai perplessa. - No, certo che no. -
- Allora è perfetto! - batté le mani una contro l'altra. - La bella notizia è che puoi scegliere dove vivere. Se non ti piace dove stai, puoi sembra cambiare. Non hai mica le radici! - e rise un'altra volta.
Era un signore simpatico, e la sua risata era contagiosa.
- Ha ragione - annuii. - Dovrei proprio farlo. -
Lui mi strizzò l'occhio e io tornai con lo sguardo al finestrino. I candidi fiocchi continuavano a scendere, inarrestabili, e io non volevo perdermi quel magnifico spettacolo.
Mi piaceva la neve, probabilmente perché mi ricordava la mia infanzia.
Quando ero piccola i miei nonni mi portavano in montagna tutti gli inverni; e forse, proprio per questo avevo imparato ad associare la neve alla felicità: perché era con loro che io mi sentivo davvero a casa. Mentre i miei genitori passavano le giornate a mugugnare e rimproverarsi a vicenda, i miei nonni erano allegri e pieni di voglia di vivere. Con i loro sorrisi e il loro calore, dipingevano il mio mondo di colori luminosi e spensierata felicità.
Ogni anno, per Natale, mi portavano nella loro casetta ad Asiago. E la vigilia mi lasciavano addobbare l'albero, mentre la nonna infornava biscotti, e il nonno leggeva il giornale accanto alla stufa. L'albero, una punta d'abete tagliata per l'occasione, profumava di resina tutta la casa; e, ancora adesso, quando sentivo quel profumo di bosco non potevo fare a meno di pensare a loro.
Anche in quel momento, come allora, in quel vagone anonimo, fissando i fiocchi di neve che scendevano sempre più grandi e con intensità crescente, mi sentii felice e al sicuro.
Socchiusi gli occhi qualche minuto e mi lasciai cullare dai miei pensieri.
- Guarda quanta neve! - gridò il ragazzino di colpo, risvegliatosi dal suo letargo.
Sobbalzai dallo spavento e spalancai gli occhi. Quell'adolescente, allampanato e brufoloso, teneva il braccio steso davanti a sé, indicando la neve che scendeva dietro il vetro. La mamma gli abbassò la mano con un grugnito, e riprese a scrivere sul suo cellulare senza nemmeno alzare gli occhi.
Tornai a guardare fuori dal finestrino e vidi che il ragazzino aveva ragione: la neve veniva giù ancora più forte di prima, e si era anche alzato il vento. Ormai sembrava una bufera.
Improvvisamente il treno subì un rallentamento, e mormorii di sorpresa si propagarono nel vagone.
- Cosa succede? - chiese la bionda platinata che non aveva detto una parola fino a quel momento. - Perché ci stiamo fermando? -
Già, perché ci stavamo fermando? Guardai la simpatica coppietta in cerca di una risposta, ma sembravano confusi almeno quanto me. Si strinsero nelle spalle e mi restituirono uno sguardo impotente.
La deliziosa tranquillità che avevo provato fino a un attimo prima era scomparsa. Buttai lo sguardo nuovamente al finestrino, ma attraverso quella fitta cortina di neve non si intravedevano che i contorni di un indistinto paesaggio.
- Forse c'è qualcosa sui binari... - disse la bionda, parlando per la seconda volta.
- O forse è un attacco terroristico! - esclamò il ragazzino.
La madre gli diede uno scappellotto, e io non potei che essere d'accordo con lei. Come gli saltava in mente di dire una corbelleria del genere, voleva farmi prendere un infarto? Se c'era una cosa che mi spaventava più delle valanghe, le frane, gli stupratori e i trafficanti di organi, erano gli attacchi terroristici.
Finalmente arrivò un controllore.
- State calmi - ci intimò, come se fossimo lì a strapparci i capelli e urlare come forsennati. - È solo caduto un albero sui binari. Stiamo aspettando i soccorsi, ma con tutta la neve che è caduta ci metteranno un po'. -
- Ha idea dei tempi che ci vorrann... -
Mi interruppe con un cenno della mano e un'occhiata esasperata. - Ho detto di non allarmarvi. Non c'è nessun pericolo. -
E se ne andò.
Ecco qua. Quando qualcuno mi diceva di non allarmarmi era proprio la volta buona che io lo facevo. Se prima non mi ero preoccupata più di tanto, ora iniziavo a sentire piccole goccioline di sudore imperlarmi la fronte.
Guardai gli altri viaggiatori: non mi sembravano particolarmente impensieriti.
- Avete capito? Un albero sui binari - spiegai, convinta che non avessero afferrato. - E noi siamo qui, bloccati nel bel mezzo di una tempesta di neve. -
Niente. Nessuna reazione.
Gemetti. Possibile che solo io mi rendessi conto della gravità della cosa? Accavallai una gamba sull'altra, e il piede, non più trattenuto dal pavimento, iniziò a muoversi autonomamente. Un ritmico dondolio isterico che rivelava tutto il mio nervosismo.
Il signore davanti a me mi guardò con aria comprensiva. - Hai bisogno di qualcosa? Vuoi un goccio d'acqua? - mi mostrò la sua bottiglietta ancora sigillata.
- No grazie, sto bene. Sono solo un po' agitata... - Cercai di sorridere, ma mi uscì solo un ghigno vagamente inquietante.
- Non ti preoccupare, vedrai che sistemeranno tutto in men che non si dica. -
- Dice? speriamo... -
- Ma certo, te lo assicuro. Sono stato vigile del fuoco e so come si risolvono certe cose, stai tranquilla. A meno che il tempo non peggiori, si risolverà tutto in massimo un'ora. -
Mi stropicciai le mani, sempre più nervosa. - E se peggiorasse? -
- Eh, se peggiorasse sarebbero guai. -
Deglutii. - Come, guai? -
Ormai ero nel panico.
- Beh, in quel caso potremmo anche restare bloccati qui tutta la notte. -
Il mio viso dovette esprimere un profondo terrore, perché sua moglie si premurò di rassicurarmi. - Non preoccuparti, mio marito esagera sempre. Vedrai che il treno partirà a breve. -
- Speriamo... - dissi con un filo di voce.
Il mio viaggio, appena iniziato, mi stava già mettendo a dura prova. Se questi erano i preamboli, non immaginavo cosa sarebbe potuto accadere una volta in Austria.
Passarono alcune decine di minuti, ma nessuno arrivava a liberarci da quell'impiccio.
A un certo punto, la bionda, spazientita, si alzò, e disse che andava a cercare il controllore per “dirgliene quattro”.
Al suo ritorno era ancora più adirata.
- Preparatevi a passare la notte qui! Nessuno sa niente, girano come trottole parlando al telefono con questo e con quell'altro, ma in realtà non hanno la più pallida idea di cosa fare. Nessuno ha saputo dirmi quando riusciremo a ripartire. Sono un branco di incompetenti! -
Diede un calcio alla mia valigia che sporgeva nel corridoio, poi si sedette, sbuffando come un mantice.
Io trassi a me la valigia con fare protettivo, e la guardai risentita. Ma lei era già tornata a smanettare sul cellulare come una forsennata.
Controllai l'orario sul telefono, il tempo scorreva inesorabile e il treno non accennava a ripartire. Adesso ero seriamente preoccupata. In albergo avevo detto che sarei arrivata nel tardo pomeriggio, ma di questo passo era già tanto se arrivavo a notte inoltrata. E se avessi perso la coincidenza con l'ultimo treno? Non potevo certo rischiare di rimanere bloccata in stazione a Jembach!
Dopo un'altra ora e mezza di attesa decisi di andare a cercare il controllore. Lo trovai nel vagone ristorante che parlava al telefono. Lasciai che terminasse la chiamata, ma un attimo prima che potessi chiedergli spiegazioni lui mi girò le spalle e si incamminò velocemente.
Lo richiamai, cercando di attirare la sua attenzione.
- Mi scusi... -
Lui si girò sbuffando, poi sollevò gli occhi al cielo. - Signorina, vuole capirlo che non ho tempo? Con tutti i pensieri che ho in questo momento non posso dare retta anche a lei. Sono già venuti a decine a chiedermi spiegazioni! -
- Lo immagino, ma io avrei un treno da prendere in Austria, e temo di perdere la coincidenza... -
- La perderà di sicuro. A momenti saranno qui i vigili del fuoco, ma ora che avranno tagliato l'albero e sgombrato le rotaie, passeranno altri quaranta minuti. Le conviene fermarsi alla prima stazione e ripartire domani. -
Poi se ne andò in gran fretta, prima che qualche altro rompiscatole lo importunasse.
Io restai lì, impalata, con le sue parole che ancora echeggiavano nelle mie orecchie.
I peggiori presagi della mia menagrama genitrice si stavano avverando. Ero sola, in un posto sconosciuto, nel bel mezzo di una tormenta di neve. E adesso cosa avrei fatto?
Mi sfuggì un lamento d'angoscia. Mi appoggiai a un sedile e mi imposi di riflettere.
“Calma Marianna. Ormai è fatta” mi dissi, cercando di non lasciarmi prendere dallo sconforto. Inutile piangere o sbraitare, prendersela col fato, la neve, Trenitalia o i biglietti vincenti delle lotterie a premi. Ora l'unica cosa da fare era aspettare che sistemassero i binari, poi, una volta ripartiti avrei deciso il da farsi.
Tornai mestamente al mio vagone, e, quando mi sedetti, quattro visi mi puntarono gli occhi addosso in cerca di buone nuove. Scossi la testa con un sorriso tirato e loro sospirarono di delusione. Mentre cercavo di tranquillizzarmi, lanciai un'occhiata infastidita al ragazzino che si stava facendo un selfie nel corridoio. Lui era l'unico a essere completamente rilassato. Nella sua giovanile ingenuità, tutto ciò che vedeva in quell'assurda situazione erano la prospettiva di una nuova avventura e la possibilità di farsi bello con gli amici.
Rassegnata a restare su quel treno a lungo, tirai fuori il cellulare.
Di informare i miei genitori non ne avevo la minima intenzione – non avrei sopportato i “te l'avevo detto” di mia madre – ma a Elena l'avrei detto. Le avrei raccontato che la mia vacanza non stava andando esattamente come avevo sperato.
Inviai il messaggio, e lei rispose quasi subito.

Non ci credo! Bloccata sul treno? Ma allora sei proprio sfigata!

Alquanto, direi...”

Dai, non buttarti giù. Al massimo perderai un giorno di ferie, te ne restano altri sei.

Sempre che non mi capitino altre brutte sorprese...

Ma no, vedrai che andrà tutto bene. Piuttosto, vuoi sapere l'ultima del tuo ex?

Sospirai, non ero certa di volerla sapere. Chissà cos'altro aveva combinato quel cretino. Ma non glielo dissi.

Racconta.

Ieri sera è venuto a casa mia. Mi ha implorato di aiutarlo a riconquistarti.

Leggendo quelle parole provai un pizzico di tenerezza per lui. Allora non gli ero così indifferente. Forse, tutto sommato, mi amava... Poi mi arrivò un secondo messaggio.

Piangeva come un disperato, ho dovuto farlo entrare per offrirgli un bicchier d'acqua e farlo calmare. Sul momento mi aveva fatto un po' pena, devo essere sincera, ma poi, quando ha iniziato a provarci anche con me, l'ho buttato fuori di casa a calci.

Ci aveva provato con lei? Mi alzai di scatto e uscii sul corridoio. Feci il suo numero con le mani che mi tremavano dalla rabbia.
- Ehi - mi rispose immediatamente.
- Cosa significa che ci ha provato con te? Ma io lo ammazzo quel viscido pezzo di merda! - ringhiai, camminando tra i sedili.
Una donna mi guardò male, e io mi scusai con un cenno della mano.
- Hai ragione a essere incazzata, ha fatto schifo anche a me - disse Elena.
- Ma cos'è successo? - Questa volta abbassai il tono di voce.
- Ma niente... dopo che l'ho fatto entrare si è calmato un po', poi mi ha detto che tu non volevi più parlargli, e che l'unica che poteva aiutarlo ero io. Io gli ho detto che non ci pensavo proprio, e che era già tanto se non lo mandavo affanculo. Al che, lui mi ha chiesto se fossi ancora single, poi mi ha chiesto di uscire. -
Ero allibita. Se aveva avuto il coraggio di provarci persino con la mia amica, chissà con quante altre ci aveva provato. In quel momento ogni residuo del sentimento che provavo per lui, anche il più piccolo, infinitesimo brandello, evaporò.
Elena voleva proseguire con la sua narrazione, ma per me era abbastanza. Non volevo sapere altro.
La ringraziai per avermi informata, poi tornai al mio posto, decisa ad eliminare Riccardo dai miei pensieri. Il disgusto che mi aveva lasciato il racconto della mia amica era tangibile, ma non volevo concedergli spazio. Se avessi permesso alle mie emozioni di prendere il sopravvento, avrei solo finito per rovinarmi la vacanza. Sempre che fossi riuscita ad arrivare in Austria...


Erano passate circa due ore da quando il treno si era fermato. Alzai gli occhi dal mio Kindle, e vidi che il finestrino ormai era ricoperto di neve. I candidi fiocchi, sospinti dalla forza del vento, si erano adagiati a formare una soffice barriera che offuscava completamente il paesaggio esterno. Sembrava proprio che quella maledetta bufera non avesse nessuna intenzione di smetterla. E adesso stava anche calando il buio.
- Non si sa ancora niente? - chiesi ai miei compagni di sventura.
Mi rispose solo l'ex vigile del fuoco di fronte a me. - Credo che abbiano quasi finito. Ormai è un pezzo che sono al lavoro... -
A conferma delle sue parole, dopo appena qualche minuto il treno si mosse, e finalmente riprese la sua corsa tra le montagne. Mentre il treno acquistava velocità, lo strato di neve che ricopriva il finestrino veniva spazzato via dalla resistenza dell'aria, rivelando un bianco paesaggio incantato che andava rabbuiandosi mano a mano che scendeva la sera. Il vento si era affievolito, ma la neve, incessante, continuava a cadere, andando a incrementare la spessa coltre che già ricopriva ogni cosa.
Il ragazzino dall'altro lato del corridoio mi sbirciò, poi tolse lo spinotto degli auricolari dal suo ipod. Istantaneamente le note di Last Christmas si diffusero nell'ambiente.
- Ti va un po' di musica natalizia? - chiese, con un sorriso a trentadue denti.
- Diego, non disturbare la signorina - lo fulminò la madre, imbronciata.
- Se agli altri non dà fastidio, a me fa piacere ascoltare un po' di musica - dissi, cercando con lo sguardo l'approvazione degli altri passeggeri.
Nessuno obbiettò, e il ragazzino lo prese per un sì. Alzò il volume e iniziò a canticchiare il ritornello della famosa canzone.
La musica mi mise subito di buonumore, e, in un lampo, mi fece percepire l'arrivo del Natale imminente. Un Natale che sarebbe stato diverso dal solito, ma che confidavo mi avrebbe portato qualcosa di bello e inaspettato.
Trascinata da Diego, mi misi a cantare assieme a lui, e, subito dopo, si unì al coro anche il vigile del fuoco. Teneva il tempo con le mani e buttava parole a caso, dondolandosi al ritmo della musica. Sorrisi e gli strizzai l'occhio per incoraggiarlo, mentre la moglie lo guardava con benevolenza.
Alcuni visi si sollevarono da dietro i sedili per controllare cosa stesse succedendo, ma nessuno sembrava infastidito da quella strano siparietto. Qualcuno sorrise, scuotendo la testa, e altri si rigirarono indifferenti.
Il ragazzino alzò il volume un altro po', e, sotto il mio sguardo stupito, la bionda chiuse la rivista che teneva tra le mani e si mise a canticchiare pure lei.
Passarono pochi secondi e anche altri passeggeri, attorno a noi, si lasciarono coinvolgere dall'allegria di quella festicciola improvvisata, tanto che, in breve, nel vagone imperversò una festosa spensieratezza.
Quando Finì Last Christmas e iniziò Jingle Bell Rock persino la mamma di Diego si lasciò andare, e, decidendo di perdere definitivamente la dignità, si mise a cantare con noi, muovendosi a ritmo di musica.
Non potei trattenere un sorriso divertito. Come ci ero finita a cantare sul vagone di un treno assieme a dei perfetti sconosciuti? Non ne avevo idea, ma pensai che fosse un ottimo inizio per quella stramba avventura.
Di colpo una sensazione di forte felicità mi invase. Mancavano appena due giorni a Natale, fuori c'era una delle nevicate più intense che avessi mai visto, e io stavo per passare una fantastica vacanza in un hotel a cinque stelle. Come non essere felice?
Terminato il repertorio natalizio, tornammo tutti alla normalità. Diego si rimise gli auricolari e ricominciò ad ascoltare la sua musica rap, sua madre riprese la solita espressione corrucciata, la coppia di fronte a me ricominciò a parlottare, e la bionda tornò alla sua rivista.
Guardai l'ora sul cellulare: ormai la coincidenza l'avevo persa, e sicuramente avrei finito per rimetterci un giorno di vacanza.
“Pazienza” pensai con insolito ottimismo. “Non sarà la fine del mondo. Vorrà dire che mi fermerò a Jembach per una notte.”
Non volevo lasciarmi abbattere alle prime difficoltà; avevo vinto una vacanza e non intendevo rinunciarvi per nulla al mondo.
Purtroppo, però, non avevo fatto i conti col fato, che quel giorno sembrava proprio divertirsi a scombinare tutti i miei piani...


- Cosa significa ultima fermata? - Spalancai gli occhi.
- Significa che dovete scendere tutti, perché il treno non può più proseguire - spiegò il controllore con tono pedante.
- Ma io devo andare a Jembach. -
- Allora ci dovrà andare a piedi, perché il treno si ferma a Vipiteno - sentenziò con un accenno di sarcasmo.
- Non è possibile, ho già l'albergo pagato! Devo assolutamente arrivare a Jembach! - protestai.
Quel tipo iniziava a seccarmi, sembrava si divertisse a darmi cattive notizie.
- Signorina, è inutile che si scaldi. Le ho spiegato che ci sono stati dei problemi sul percorso. La bufera ha tirato giù alcuni tralicci e interrotto i collegamenti ferroviari in più punti. Probabilmente ci vorrà tutta la notte perché si sistemi tutto. O scende a Vipiteno o scende a Vipiteno, non ci sono altre possibilità. -
Restai a guardarlo impotente mentre girava i tacchi e se ne andava, tutto impettito, a informare il resto del convoglio.
L'ex vigile del fuoco mi sorrise, sembrava seriamente dispiaciuto per me. - Se vuoi possiamo chiedere se c'è posto nel nostro albergo. -
La moglie annuì, con sguardo gentile. - Sì, puoi venire con noi. -
- Quindi voi avete prenotato a Vipiteno. Non dovevate andare in Austria... - constatai, sentendomi abbandonata nella mia sfortuna.
Sembravano davvero imbarazzati nel vedermi tanto avvilita.
- Veniamo tutti gli anni per le vacanze - rispose lei. - È un posto davvero carino. -
Mi girai a guardare gli altri tre. - Anche voi dovevate scendere a Vipiteno? - chiesi con voce tremula.
Egoisticamente speravo di non essere l'unica a trovarsi in quella spiacevole situazione, invece anche gli altri annuirono, e io mi sentii ancora più sola.
- Quindi l'unica sfigata sono io? - Ora ero a un passo dal pianto.
- Yesss! - il ragazzino mi mostrò il pollice, stendendo il braccio davanti a sé, e annuì energicamente. Era chiaro che mi stava sfottendo.
Trattenni la forte tentazione di strangolarlo e mi voltai a guardare di nuovo l'uomo di fronte a me. - Allora ok. Se chiede al suo albergo mi fa un grosso piacere. Altrimenti non saprei proprio dove andare. E con questa neve, girare in cerca di un hotel non mi sembra il massimo... -
- Puoi sempre guardare su Booking - si intromise il brufoloso saputello. - Sai cos'è, vero? -
- Sì che lo so - sospirai.
La mia sopportazione si stava esaurendo.
- Hai visto, mamma? Lei, anche se è vecchia, le sa queste cose. -
- Vecchia a chi? - sgranai gli occhi.
Ecco, ora la mia pazienza si era decisamente esaurita.
Fortunatamente, prima che potessi reagire, la mamma gli diede uno scappellotto.
- Non offendere la signorina e fatti gli affari tuoi! -
- Ma... -
Altro scappellotto.
- Ho detto zitto! -
Guardai lo stronzetto con sufficienza, mentre sul viso mi si dipingeva un'espressione soddisfatta. Normalmente ero contro la violenza, ma in questo caso non avevo nulla da eccepire: quel tipetto era davvero fastidioso.
Angelica Romanin
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