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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Plinio Cupido
Titolo: Atlantide
Genere Narrativa Gay Storica
Lettori 212
Atlantide
23 luglio 2013

" .....questa nostra regione superava per fertilità tutte le altre, per cui, a quel tempo, poteva anche nutrire un grande esercito inoperoso nei lavori dei campi. Essa, staccata interamente dal resto del continente, giace allungandosi fino al mare come la punta di un promontorio e il bacino di mare che la comprende sprofonda rapidamente da ogni parte.
Essendoci dunque stati molti e terribili cataclismi in questi novemila anni - perché tanti sono gli anni che intercorrono da quel tempo fino a oggi - la parte di terra che in questi anni e in tanti accidenti si è staccata dalle alture, scivolando giù in un processo continuo tutt'intorno, scompariva nella profondità del mare.
A quel tempo invece, quando era integra, aveva per monti, colline elevate e ricche di terra grassa.
Vi crescevano, numerosi, alti alberi coltivati, ma fornivano anche pascoli inesauribili per il bestiame.
Le zone periferiche, sotto i fianchi stessi dell'Acropoli, erano abitate dagli artigiani e dagli agricoltori che lavoravano la terra circostante, mentre la zona superiore la abitava, intorno al santuario di Atena e di Efesto, la sola classe dei guerrieri, i quali l'avevano circondata da un muro come il giardino di un'unica dimora.
Abitavano i fianchi di questa, rivolti a settentrione, in dimore comuni.
Vi avevano allestito mense per i mesi invernali.
Tutto ciò che si addiceva alla vita in comune, per le loro costruzioni e per i santuari, essi lo possedevano, fatta eccezione per l'oro e l'argento - di questi metalli infatti non facevano assolutamente uso, e perseguivano piuttosto una via di mezzo tra sfarzo arrogante e illiberale spilorceria, abitando case dignitose, nelle quali essi stessi e i figli dei loro figli invecchiavano e che lasciavano via via in eredità ad altri uguali a loro.
I fianchi esposti a sud invece, quando abbandonavano giardini, ginnasi e mense, ad esempio durante la stagione estiva, li utilizzavano per questi scopi.
C'era una sola fonte, nel luogo dove oggi è l'acropoli, della quale, inaridita a causa dei terremoti, restano attualmente piccoli rivoli tutt'intorno, e che invece agli uomini di quel tempo forniva, a tutti, un flusso abbondante, ed era temperata sia in inverno sia in estate.
Vicino al mare, ma nella parte centrale dell'intera isola, c'era una pianura, che si dice fosse di tutte la più bella e garanzia di prosperità, vicino poi alla pianura, ma al centro di essa, a una distanza di circa cinquanta stadi, c'era un monte, di modeste dimensioni da ogni lato.
Questo monte era abitato da uno degli uomini nati qui in origine dalla terra, il cui nome era Euenore e che abitava lì insieme a una donna, Leucippe. Generarono un'unica figlia, Clito.
La fanciulla era ormai in età da marito, quando la madre e il padre morirono.
Poseidone, avendo concepito il desiderio di lei, sì unì con la fanciulla e rese ben fortificata la collina nella quale viveva e la fece scoscesa tutt'intorno, formando cinte di mare e di terra, alternativamente, più piccole e più grandi, l'una intorno all'altra, due di terra, tre di mare, come se lavorasse al tornio, a partire dal centro dell'isola, dovunque a uguale distanza, in modo che l'isola fosse inaccessibile agli uomini.
A quel tempo infatti non esistevano né imbarcazioni né navigazione.
Egli stesso, poi, abbellì facilmente, come può un dio, l'isola nella sua parte centrale, facendo scaturire dalla terra due sorgenti di acqua, una che sgorgava calda dalla fonte, l'altra fredda e fece poi produrre dalla terra nutrimento d'ogni sorta e in abbondanza.
Generò cinque coppie di figli maschi, li allevò e, dopo aver diviso in dieci parti tutta l'isola di Atlantide, al figlio nato per primo fra i due più vecchi assegnò la dimora della madre e il lotto circostante, che era il più esteso e il migliore, e lo fece re degli altri, mentre gli altri li fece capi e a ciascuno diede potere su un gran numero di uomini e su un vasto territorio.
La stirpe di Atlante, dunque, fu numerosa e onorata, e poiché era sempre il re più vecchio a trasmettere al più vecchio dei suoi figli il potere, preservarono il regno per molte generazioni, acquistando ricchezze in quantità tale quante mai ve n'erano state prima in nessun dominio di re, né mai facilmente ve ne saranno in avvenire, e d'altra parte, potendo disporre di tutto ciò di cui fosse necessario disporre nella città e nel resto del paese. Infatti molte risorse, grazie al loro predominio, provenivano loro dall'esterno, ma la maggior parte le offriva l'isola stessa per le necessità della vita.
Prendendo dunque dalla terra tutte le ricchezze, costruivano i templi, le dimore regali, i porti, i cantieri navali.
Quanto alle fonti, quella della sorgente di acqua fredda e quella della sorgente di acqua calda, di generosa abbondanza, ognuna straordinariamente adatta all'uso per la gradevolezza e la virtù delle acque, le utilizzavano disponendo intorno abitazioni e piantagioni di alberi adatte a quelle acque e installandovi intorno cisterne, alcune a cielo aperto, altre coperte usate in inverno per i bagni caldi, da una parte quelle del re, dall'altra quelle dei privati, altre ancora per le donne, altre per i cavalli e per le altre bestie da soma, attribuendo a ciascuna la decorazione appropriata.
L'acqua che sgorgava da qui la portavano fino al bosco sacro di Poseidone, dove si trovavano alberi d'ogni sorta, che avevano, grazie alla virtù della terra, bellezza ed altezza straordinarie, e facevano scorrere l'acqua fino ai cerchi esterni attraverso canalizzazioni costruite lungo i ponti.
E qui erano stati costruiti molti templi, in onore di molte divinità, molti giardini e molti ginnasi, alcuni per gli uomini, altri per i cavalli.
Due volte l'anno raccoglievano i prodotti della terra, in inverno utilizzando le piogge, in estate irrigando tutto ciò che offre la terra con l'acqua attinta dai canali.
Quanto al numero degli uomini abitanti la pianura che fossero utili per la guerra, era stato stabilito che ogni lotto fornisse un capo: la grandezza di un lotto era di dieci stadi per dieci e in tutto i lotti erano sessantamila; per quel che concerne invece il numero degli uomini che venivano dalle montagne e dal resto del paese, si diceva che fosse infinito e tutti, secondo le località e i villaggi, venivano poi ripartiti in questi distretti, sotto il comando dei loro capi.
Per molte generazioni, finché fu abbastanza forte in loro la natura divina, erano obbedienti alle leggi e bendisposti nell'animo verso la divinità che aveva con loro comunanza di stirpe: avevano infatti pensieri veri e grandi in tutto, usando mitezza mista a saggezza negli eventi che di volta in volta si presentavano e nei rapporti reciproci.
Di conseguenza, avendo tutto a disdegno fuorché la virtù, stimavano poca cosa i beni che avevano a disposizione, sopportavano con serenità, quasi fosse un peso, la massa di oro e delle altre ricchezze, e non vacillavano, ebbri per effetto del lusso e senza più padronanza di sé per via della ricchezza.
Al contrario, rimanendo vigili, vedevano con acutezza che tutti questi beni si accrescono con l'affetto reciproco unito alla virtù, mentre si logorano per eccessivo zelo e stima e con loro perisce anche la virtù.
Ebbene, come risultato di un tale ragionamento e finché persisteva in loro la natura divina, tutti i beni che abbiamo precedentemente enumerato si accrebbero."

Lewis finì di leggere, per l'ennesima volta, la descrizione fatta da Platone della città di Atlantide e disse a se stesso, con tono determinato:
"Io la troverò! Io devo trovarla!”
Richiuse il libro che aveva in mano, una vecchia edizione consunta della “Repubblica” e la appoggiò sul ripiano di legno della sua scrivania, in mezzo alle decine e decine di fogli che la riempivano.
Si tolse gli occhiali dalla montatura dorata e si stropicciò gli occhi stanchi e arrossati con le mani.
Era stanco, era decisamente troppo stanco e aveva bisogno assolutamente di prendersi una pausa.
Si alzò, facendo scricchiolare la sua vecchia sedia di pelle, prese la sua borsa ed uscì dall'ufficio dell'Università, in cui insegnava da qualche anno.
Ragazzo acuto ed intelligente, dopo il liceo, si era laureato brillantemente in lettere antiche e, a nemmeno trent'anni, aveva vinto il concorso che gli aveva permesso di ottenere la cattedra di archeologia greca ad Oxford.
Ora di anni ne aveva trentaquattro e si ritrovava ad essere uno dei professori più considerati e rispettati nel suo ateneo.
I colleghi lo stimavano per la sua competenza, mentre gli studenti lo ammiravano per la sua cultura enciclopedica e per la passione con cui insegnava.
E Lewis era orgoglioso di tutto questo e amava il suo lavoro più di ogni cosa.

Percorse rapidamente i corridoi ormai deserti dell'ateneo e raggiunse l'uscita senza incontrare nessuno, data l'ora tarda.
Mentre tornava a piedi verso la sua abitazione, incontrò diversi gruppi di ragazzi diretti molto probabilmente a qualche festa o semplicemente a ballare in discoteca.
Li guardò con un misto di invidia e di nostalgia e proseguì il suo cammino.
Raggiunse in una manciata di minuti lo stabile elegante in cui si trovava il suo appartamento e, dopo aver frettolosamente salutato il portiere, si infilò nell'ascensore.
Scese al quarto piano e, nel silenzio ovattato della moquette del corridoio, arrivò al suo appartamento.
Infilò la chiave nella toppa, aprì ed entrò.
Non c'era nessuno ad accoglierlo, solo la muta presenza di centinaia e centinaia di libri stipati nelle librerie o accatastati per terra.
Si avviò svogliatamente in cucina, aprì il congelatore, tolse una confezione di lasagne surgelate e la mise nel microonde.
Andò in bagno a rinfrescarsi e tornò proprio quando il timer del forno suonò.
Si sedette al tavolo della cucina e mangiò direttamente dalla confezione, accompagnando il cibo con una bottiglia di birra.
Dopo aver buttato i rifiuti nella spazzatura, si recò in sala e si sedette sul divano.
Pochi istanti dopo era già immerso nella lettura di un libro, ma
il suono del cellulare lo interruppe fastidiosamente.

"Mamma..." rispose al telefono con tono quasi scocciato.
"Sono anche io contenta di sentirti, Lewis e....grazie, sto bene" disse ironica la donna.
Il ragazzo ridacchiò, alzando gli occhi al cielo e borbottò:
"Scusami, ero impegnato nella lettura di un libro. Come state tu e papà?"
"Stiamo bene, tesoro, ma cosa fai a casa di venerdì sera? Alla tua età dovresti essere in giro a cercare qualche bel ragazzo da conquistare!"
"Mamma, non sono più un ragazzino, ho altri interessi ora" bofonchiò Lewis, mettendosi sulla difensiva.
“Tesoro” mormorò la donna con un sospiro, “questa storia di Atlantide ti sta rovinando l'esistenza. Il tuo progetto di trovare le sue rovine è diventata un'ossessione, non esci più, mangi male, hai perso tutti i tuoi amici e..."
"Dacci un taglio!” la interruppe il figlio irato. “A me sta bene così! Io sono convinto di poter scoprire i resti di Atlantide, solo che non ho i soldi per poter finanziare il mio viaggio e la mia ricerca, lo sai benissimo!
Sto lavorando come un dannato all'università, do ripetizioni, correggo tesi...tutto per mettere via fino all'ultimo centesimo e pagare la realizzazione del mio sogno.
Mi dispiace che tu non capisca!"
"Tesoro, io non..."
"Ciao, mamma!" sibilò Lewis, bloccandola e chiudendo rabbiosamente la chiamata.
Sbatté il telefono sul tavolino accanto al divano e riprese in mano il libro che stava leggendo prima di essere interrotto.

Lewis si concentrò maggiormente sul libro e prese addirittura una lente d'ingrandimento dal tavolino per osservare con più attenzione e in ogni minimo particolare la cartina che conosceva ormai a memoria.
Si trattava della più accurata e precisa riproduzione geografica della Grecia e di tutte le isolette che costellavano il mar Egeo.
Si soffermò come al solito su una di esse, una delle più famose e delle più gettonate come mete turistiche.
Santorini....
Solo che a Lewis l'isola non interessava assolutamente come luogo di villeggiatura, ma solo per la sua storia, o meglio, per la sua possibile e leggendaria storia.
Lewis infatti si era convinto che le rovine di Atlantide, la mitica città perfetta ed idilliaca avvolta in un alone di mistero, si trovassero nel mare vicino all'isola greca, nelle immediate vicinanze delle sue coste.
Nel 1400 a.C, secondo Platone, un terremoto, causato dalla rabbia di Zeus nei confronti degli abitanti di Atlantide colpevoli, secondo il dio, di avere abbandonato i sani principi su cui avevano basato la loro millenaria esistenza, aveva segnato la fine della leggendaria civiltà.
Il movimento violento della terra aveva causato l'eruzione del vulcano Thera e l'antica Atlantide era sprofondata nel mare quasi totalmente, lasciando in superficie solo una piccola parte di sé, la terra che ora era chiamata Santorini.
Lewis era giunto a questa conclusione dopo anni di studi attenti e quasi disperati.
Aveva iniziato ad interessarsi alla questione per puro caso, dopo aver partecipato ad una conferenza all'università che trattava l'argomento e poi l'interesse si era tramutato in vera e propria materia di studio ed infine era diventata l'unica ragione della sua vita.
Sua madre aveva ragione, la ricerca di Atlantide era diventata la sua ossessione.
Lui doveva trovare i suoi resti, doveva farlo ad ogni costo, ma non perché voleva ottenere riconoscimenti accademici o premi in denaro, no, solo ed esclusivamente per se stesso, perché aveva rinunciato a tutto per inseguire quello scopo assurdo e forse, per certi versi, anche utopico.
Dato che non disponeva di un solido e cospicuo conto bancario, cosa necessaria per compiere ricerche in ambito archeologico, aveva cominciato a risparmiare ogni centesimo possibile, cancellando dalla sua vita qualsiasi forma di divertimento e di spreco.
Basta ristoranti, discoteche, uscite con gli amici...
Basta palestra, piscina e partite a calcio...
Basta vestiti costosi e firmati, basta vacanze in luoghi esotici...
Basta a tutto ciò che non fossero libri e studi riguardanti Atlantide.

Lewis aveva rinunciato a tutto per rincorrere il suo sogno, un sogno che, però, l'aveva gradualmente isolato dal resto del mondo e che gli aveva creato un vuoto attorno.
Per un istante gli passarono davanti agli occhi i volti dei suoi amici che non vedeva da anni e che, molto probabilmente, lo avevano ormai dimenticato, ma li scacciò subito scuotendo la testa.
Non aveva tempo per i ricordi e la nostalgia.
Riprese in mano il libro e si rimise a studiare la cartina geografica, come se essa potesse parlargli e rivelargli chissà quali segreti.
Proprio in quel momento il cellulare si rimise a suonare.
Lewis lo afferrò di malavoglia, lesse il nome di chi lo stava chiamando e sbuffò contrariato.
Fu tentato di rifiutare la chiamata, ma poi ci ripensò, la accettò e borbottò nella cornetta:
"Ciao, papà..."
"Ciao figliolo!” replicò una voce roca e affettuosa. “Domani sera io e tua madre ti aspettiamo a cena. Non accetto rifiuti!”
Lewis non ebbe nemmeno il tempo di replicare, perché il padre aveva già chiuso la comunicazione.
Sbuffò sonoramente e gettò il telefono sulla poltrona accanto a sé, ritornando rabbiosamente a concentrarsi sulla cartina geografica della Grecia.

Lewis arrivò a casa dei suoi genitori, la sera successiva, in largo anticipo.
L'enorme e lussuosa villa in cui vivevano sua madre e suo padre era la chiara immagine della ricchezza stratosferica del suo amato genitore.
Suo padre Mark, infatti, era il proprietario di una delle più grandi multinazionali inglesi e la sua vita era stata caratterizzata da tantissimi successi finanziari, che arrivavano uno dopo l'altro, in un susseguirsi perfetto voluto dal destino.
Lewis era ben consapevole dell'opinione che suo padre aveva di lui e sapeva senza ombra di dubbio che il suo più grande rimpianto era quello di non vederlo come dirigente nella sua industria, ma come uno scapestrato professore all'inseguimento di sogni assurdi.
Lewis era figlio unico e Mark aveva riposto in lui tutte le sue aspettative.
Negli anni della sua infanzia e della sua adolescenza avevano avuto un rapporto bellissimo, fatto di gite in montagna, partite di calcio viste insieme e lunghe chiacchierate fino a notte fonda, ma poi, quando Lewis si era rifiutato di seguire i corsi di economia e marketing all'università, il loro legame si era come congelato, divenendo solo una pallida copia di ciò che avevano avuto prima.
Si parlavano, per carità, si vedevano anche, ma Lewis si era ritrovato a passare il suo tempo soprattutto con sua madre, perché Mark misteriosamente, quando c'era lui, aveva sempre del lavoro da sbrigare.
Quella sera, quindi, si sentiva alquanto agitato per l'improvviso invito a cena.
Suonò due volte il clacson della macchina e l'enorme cancello della villa si aprì.
Percorse a bassa velocità il vialetto d'ingresso e parcheggiò accanto alla Mercedes ultimo modello di suo padre.
Non appena scese dalla sua ben più modesta utilitaria, venne raggiunto da sua madre, che lo strinse in un abbraccio quasi asfissiante.
Lewis la osservò attentamente e notò ancora una volta come si mantenesse sempre bellissima, nonostante l'età che avanzava.
Sicuramente aiutavano le creme, i massaggi e i vestiti all'ultima moda, ma i lineamenti perfetti che possedeva erano naturali e non potevano essere modificati da niente e da nessuno, nemmeno dal corso inesorabile del tempo.
"Ciao, tesoro" gli disse con dolcezza, "ti trovo sciupato. Secondo me, mangi poco e male e soprattutto non ti diverti abbastanza..."
Lewis alzò gli occhi al cielo, sbuffò con il sorriso sulle labbra e guidò la madre verso la porta d'ingresso.
I due raggiunsero la sala da pranzo e si sedettero all'enorme tavolo imbandito per la cena, al quale era già accomodato Mark.
"Ciao, figliolo” disse l'uomo, richiudendo il giornale che stava leggendo.
"Ciao, papà" rispose Lewis, a bassa voce.
Queste furono le uniche parole che si scambiarono durante tutta la cena, che si protrasse per più di un'ora, passando da una zuppa di pomodoro, ad un arrosto con patate, fino ad un dolce di cioccolato al cucchiaio.
I tre cenarono quindi in completo silenzio e i soli rumori che si sentirono furono quelli delle posate, che cozzavano contro la porcellana dei piatti.
"Tua madre mi ha riferito che non hai ancora desistito dal progetto di trovare le rovine di Atlantide” disse Mark di punto in bianco, quando stavano bevendo il caffè.
"Sono convinto di poter scoprire i resti della città perduta e, anche a costo di dover risparmiare tutta la vita, ci riuscirò!" spiegò Lewis risoluto e con un tono decisamente piccato.
Mark sorrise in modo enigmatico, si alzò in piedi e si mise a guardare fuori dalla finestra, che dava sul giardino.
“Fin da quando eri bambino, ho sempre ammirato la tua caparbietà” mormorò come se stesse parlando a se stesso. “Non ti arrendevi mai durante le partite di calcio con i tuoi amici e nemmeno quando giocavi a carte con la nonna e stavi perdendo. Hai utilizzato la stessa caparbietà a scuola e anche nel volere a tutti i costi frequentare la facoltà di lettere antiche e non di economia.
Anche se in ambiti diversi, è la stessa caparbietà che ho utilizzato io nel mondo della finanza...”
Dopo aver preso un respiro profondo, si voltò, mise una mano nella tasca della giacca e tolse un assegno.
Lo osservò un istante, poi si avvicinò al figlio e glielo mise fra le mani.
"Anche se non hai voluto lavorare nella mia azienda” disse “sono comunque fiero di te e mi dispiace di non avertelo dimostrato abbastanza.
Sono stato uno sciocco orgoglioso e solo adesso me ne sono reso conto.
Ti prego di accettare questi soldi come contributo per la tua ricerca.
Spero davvero che tu possa trovare i resti di Atlantide...”
Lewis rimase interdetto e scioccato per diversi istanti, più per il complimento appena ricevuto dal padre che per l'assegno che teneva fra le mani.
Quando chinò gli occhi e lesse la cifra, si alzò in piedi di colpo e fece cadere la sedia a terra.
“Ma siete pazzi!” esalò con un filo di voce. “Sono 100.000 sterline, una cifra folle! Io non posso accettare...”
“Tu invece devi farlo” insistette Mark, mettendogli una mano sulla spalla. “Io e tua madre vogliamo che tu provi con tutto te stesso a realizzare il tuo sogno. Dopo la telefonata che ti ha fatto ieri, abbiamo parlato tanto e ci siamo resi conto che non bisognerebbe mai tarpare le ali al proprio figlio, soprattutto quando è brillante e apprezzato come te nel suo lavoro. In tutti questi anni abbiamo sbagliato e, meglio tardi che mai, ce ne siamo accorti...”
“Non so cosa dire...” balbettò Lewis, allargando le braccia. “È successo tutto così inaspettatamente e in modo improvviso...non me l'aspettavo...”
Mark e la moglie si guardarono negli occhi e poi lo abbracciarono, perché si resero conto che in quel momento era l'unica cosa importante e significativa da fare.
Un istante di così intimo affetto non poteva certo cancellare anni di silenzio e quasi di indifferenza, ma poteva essere sicuramente il primo passo per costruire qualcosa di solido.
Questo pensarono Mark e Janine, mentre abbracciavano il figlio e questo pensò anche Lewis, ricambiando la stretta.

Lewis tornò a casa con il cuore leggero e sereno, dopo la fine della cena con i suoi genitori.
Il motivo, però, non era dato solo dall'assegno custodito nella tasca interna della sua giacca, ma, anche e soprattutto, dalle parole che suo padre gli aveva rivolto.
Suo padre era orgoglioso di lui, apprezzava la sua caparbietà e voleva aiutarlo a realizzare il suo sogno.
Questa era un'enorme soddisfazione, una soddisfazione insperata ed ancora più bella, perché mai si sarebbe aspettato, dopo tutti gli anni di silenzio, una simile presa di posizione da parte sua.
Preso dalla gioia e dall'entusiasmo, si fermò ad una pasticceria aperta anche di notte e si comprò un vassoio di paste.
Tornò a casa e, seduto sul divano, festeggiò da solo, mangiando un pasticcino dopo l'altro e accompagnandoli con una bottiglia di birra.
Prima di andare a dormire, mise l'assegno che suo padre gli aveva dato in cassaforte e, non appena toccò il cuscino, si addormentò.
Inutile dire che i giorni e le settimane successive furono frenetici per Lewis.
Prima di tutto, parlò con il rettore della sua università e ottenne da lui il cosiddetto “anno sabbatico” per motivi di studio, da iniziare a partire dal successivo mese di maggio.
Aveva infatti calcolato di recarsi in Grecia durante il periodo estivo, perché aveva bisogno di tempo stabile e di temperature calde per fare quello che aveva in mente.
Tramite un suo conoscente, che lavorava in un'agenzia di viaggi, riuscì ad affittare per sei mesi una piccola casa situata proprio sull'isola di Santorini.
Grazie a lui trovò anche una modesta, ma sicura imbarcazione a motore, con cui muoversi nel mare intorno alla costa.
La scusa ufficiale che avrebbe rifilato a chiunque glielo avesse chiesto era che lui si interessava di fauna e flora marina e che amava fare immersioni subacquee.
Lewis, infatti, voleva cercare le rovine di Atlantide da solo, senza l'aiuto di nessuno e senza nessuno che lo potesse spiare, e, solamente se e quando le avesse trovate, avrebbe avvertito le autorità greche.
Sapeva che non era un comportamento deontologicamente corretto, ma era la sua ricerca e come tale la voleva gestire.
Era un sub esperto e conosceva tutto riguardo alla storia della civiltà scomparsa.
L'unica cosa che gli serviva era solo un po' di fortuna.
Quindi fu così che, dopo settimane di preparativi, un mattino di maggio, Lewis chiuse la porta della propria casa e si diresse all'aeroporto con un taxi.
Prese un volo per Santorini e atterrò in perfetto orario sull'isola, venendo accolto da una splendida giornata di sole.
Dopo aver recuperato i bagagli, trovò un uomo ad attenderlo all'uscita dello scalo, con un cartello con scritto il suo nome.
Ricevette da lui le chiavi di casa e della macchina che l'agenzia aveva noleggiato per lui e le indicazioni su come raggiungere la sua abitazione.
Lewis ringraziò l'uomo e si diresse al parcheggio delle auto a noleggio, trovando, dopo una breve ricerca, la jeep che gli era stata riservata.
Salì in macchina e mise in moto, pronto ad immergersi nella sua nuova avventura.
Plinio Cupido
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