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Autore: Plinio Cupido
Titolo: Il cimitero di Bachelor's Grove
Genere Narrativa Gay
Lettori 139
Il cimitero di Bachelor's Grove
Chicago, 1930

James era stravaccato sul divanetto foderato di pelle rossa di uno dei locali più alla moda della città.

Gli amici intorno a lui ridevano e palpeggiavano le cameriere del posto, più che disponibili ad accettare le attenzioni di clienti così giovani, belli e soprattutto ricchi.

James era, come al solito, completamente ubriaco e non riusciva nemmeno a godersi il divertimento della serata.

Ottenebrato dai fumi dell'alcool, si alzò a fatica dal divano e si diresse traballando verso il bagno, dove, dopo essersi svuotato la vescica, si lavò il viso con l'acqua gelida, cercando di far sparire l'intontimento che aveva nella testa.

La cosa non gli riuscì affatto e il ragazzo si ritrovò a vomitare anche l'anima nel gabinetto non troppo pulito in cui si trovava.

Cercò di ricomporsi un po' e, alla fine, dopo aver ritrovato una parvenza di equilibrio, uscì dal bagno.

Aveva quasi raggiunto il tavolo dove i suoi amici stavano ancora bevendo e divertendosi, quando si trovò davanti Michael, il fidato autista di suo padre.

L'uomo lo squadrò, scuotendo la testa e sbottò:

"Ho fatto il giro di tutti i locali di Chicago, prima di trovarti! Come ogni sera sei ubriaco marcio e ridotto ad uno straccio! Vieni, ti riporto a casa!”

James provò a protestare, ma Michael lo afferrò per un braccio e lo trascinò di peso fuori dal locale.

Il ragazzo non fece neanche in tempo a salutare i suoi amici, ma essi erano talmente ubriachi, che non si accorsero nemmeno che se ne stava andando.

Michael lo spinse non troppo gentilmente in macchina e partì subito, facendo stridere gli pneumatici sull'asfalto umido di pioggia.

Dallo specchietto retrovisore vide James accasciato sul sedile con gli occhi chiusi e la testa a ciondoloni.
Scosse la testa esasperato e tornò a guardare la strada, sperando di raggiungere in fretta la casa del suo principale.

Il destino, però, non era dalla sua parte, perché James cominciò a tossire e ben presto i colpi di tosse si trasformarono in conati di vomito.

Fermò in fretta la macchina sul ciglio della strada, scese rapidamente e trascinò James fuori dalla vettura.

Mentre il ragazzo vomitava, accasciato per terra, si accese una sigaretta e rivolse un pensiero al suo principale, un pensiero di vicinanza e quasi di pietà.

Mark Spencer era il proprietario della catena di ristoranti più famosa e redditizia di Chicago e James era il suo unico e, purtroppo, scapestrato figlio.

Quel ragazzo aveva tutto, tutto quello che ogni giovane avrebbe potuto desiderare, ma il buon Dio non l'aveva fornito di intelletto e di buona volontà.

Non voleva lavorare, non voleva faticare, voleva solo divertirsi e girare tutte le notti per i locali più alla moda di Chicago.

Che spreco di tempo e di denaro!
Michael sollevò James da terra, non appena ebbe finito di vomitare e lo caricò nuovamente in macchina.

La vettura viaggiò silenziosa attraverso le vie addormentate della zona residenziale della città e raggiunse rapidamente la propria destinazione.

Dopo aver parcheggiato davanti all'ingresso della casa, Michael scese, fece uscire James dalla macchina e lo affidò all'anziano maggiordomo Paul, che guardò il suo giovane padrone scuotendo la testa esasperato.

Paul portò il ragazzo nella propria stanza, lo spogliò e, prima di metterlo a letto, gli fece bere una tazza di caffè nero bollente.

Non appena toccò il cuscino, James crollò addormentato, borbottando un vago:

"Grazie, Paul e ringrazia anche Michael.”

James si svegliò il giorno dopo, quasi a mezzogiorno, con un mal di testa terribile e la consapevolezza di aver, ancora una volta, bevuto troppo la sera precedente.

Si sentiva debole e spossato, la bocca aveva un sapore vomitevole e le tempie sembravano essere state schiacciate da un carro armato.

Si girò a fatica verso il comodino e suonò il campanello per chiamare Paul.

Il maggiordomo comparve dopo pochi minuti davanti a lui e lo guardò con una sottile espressione di rimprovero.

"Lo so, non dirmi nulla, lo so” esclamò il ragazzo, precedendo i rimbrotti che l'anziano servitore stava per fargli.

Paul corrugò le folte sopracciglia bianche, scosse la testa e con tono monocorde disse:

"Per fortuna vi siete svegliato da solo, perché, in caso contrario, avrei dovuto farlo io e, concedetemelo, non è piacevole dopo una serata delle vostre.
Il pranzo sarà servito fra venti minuti e vostro padre mi ha pregato di dirvi, signorino James, che non ammetterà ritardi, anche perché mi ha chiesto di riferirvi che deve fare con voi una lunga chiacchierata”.

James annuì, sbuffando come una locomotiva e il pensiero di ciò che il padre doveva dirgli gli mise la fretta necessaria per lavarsi e vestirsi in meno di dieci minuti.

Mentre scendeva lungo la scalinata di marmo perfettamente lucida, che portava alla sala da pranzo, sperò in cuor suo che il suo caro genitore non decidesse di tagliargli i soldi per le sue spese o, peggio ancora, gli imponesse di cominciare a lavorare in uno dei suoi ristoranti.

Sarebbe stata la sua rovina!

Con la mente piena di cupi pensieri, raggiunse la sala da pranzo e, prima di entrare, si sistemò la giacca blu di alta sartoria che indossava e controllò che i suoi capelli fossero impeccabilmente acconciati secondo la moda del tempo.

Avendo appurato che era tutto a posto, spalancò le porte di quercia del salone, dove lui e suo padre erano soliti pranzare ed entrò.

Il suo caro genitore era seduto a capotavola, ma, contrariamente al solito, non era impegnato a leggere la pagina finanziaria del quotidiano locale.

E quella era una cosa decisamente preoccupante...

Era seduto a braccia conserte sulla sedia e fissava insistentemente la porta, in attesa, sicuramente, del suo arrivo.

Gli occhi blu erano cupi e in tempesta e i corti baffetti brizzolati sembravano fremere di indignazione.

"Ciao, papà!” disse James, con un tono un po' troppo allegro e spensierato.

Suo padre Mark lo guardò in modo severo e ordinò, senza giri di parole:

"Siediti e non protestare come tuo solito! Io e te dobbiamo parlare e lo dobbiamo fare seriamente!"

James deglutì in imbarazzo e fece quanto gli era stato ordinato, vedendosi già con la divisa da cameriere a servire ai tavoli di uno dei numerosissimi ristoranti di suo padre.

"Figliolo, non sei più un bambino, sei un uomo, ormai, ma non ti comporti come tale, ti comporti come un idiota!” spiegò Mark. “Io ti ho sempre protetto e ti ho dato tutto quello che hai voluto, ma, visto il modo in cui sei cresciuto e quello che sei diventato, ritengo di aver sbagliato ogni cosa...
Non lavori, non hai voluto studiare, hai rifiutato la carriera militare e tutto questo per cosa?
Per ubriacarti tutte le sere, spendere soldi in cose inutili ed essere conosciuto in ogni locale di Chicago?
No, così non va...
Devo prendere dei provvedimenti, dei provvedimenti seri.”

James chinò il volto alle parole di suo padre e non disse nulla, perché sapeva che aveva tirato talmente tanto la corda, che questa, inevitabilmente, si era spezzata.

Era stato tutto troppo bello per essere vero e alla fine si era dovuto svegliare dalla sua vita da sogno.

Desiderava solo che suo padre non avesse escogitato per lui una punizione troppo severa!

Mark fece passare in silenzio alcuni minuti, per lasciare che il figlio crogiolasse nel suo brodo di rimorso e di contrizione, poi iniziò a parlare, sperando in cuor suo che il ragazzo fosse ancora recuperabile.

"Michael, ieri notte, è dovuto venire a prelevarti in un locale ed eri, ancora una volta, ubriaco fradicio!” insistette l'uomo, girando il dito nella piaga.

"Era il compleanno di Roger, papà..." tentò una debole difesa James.

" È sempre il compleanno di qualcuno e, come al solito, non è mai colpa tua! Questo è il tuo problema, James, non sai prenderti le tue responsabilità!” sbottò Mark.

Il ragazzo chinò gli occhi e non seppe nuovamente cosa rispondere.

"Figliolo, hai quasi venticinque anni...devi trovare la tua strada!” continuò l'uomo con tono più dolce. “Mi sembra di essere stato buono con te, forse troppo, e non ti ho mai forzato a fare nulla che non volessi.
Ho perfino accettato il fatto che non ti vuoi sposare perché...perché ti piacciono i ragazzi e non so quanti altri padri l'avrebbero fatto.
Sei d'accordo con me?”

James annuì e dovette riconoscere che suo padre, per l'epoca in cui vivevano, era decisamente moderno e di ampie vedute.

“Non posso però tollerare che butti via la tua vita!” insistette Mark. “Ho costruito dal nulla un impero economico che frutta ogni anno un sacco di soldi e mi piacerebbe che tu, un giorno, lo amministrassi.
Sei il mio unico figlio, il mio unico erede...
Ti voglio bene, James, te ne voglio tantissimo e, proprio per questo, ho deciso che per aiutarti ci vuole una decisione drastica!”
James sollevò di scatto gli occhi azzurri sul padre e tentò di intenerirlo con il suo tipico sguardo da cane bastonato, ma l'uomo non cedette.

"Un mio cliente mi ha raccontato l'altro giorno che si è liberato il posto di custode al cimitero di Bachelor's Grove” continuò deciso. “È una cosa temporanea, dato che, a breve, il comune nominerà un nuovo guardiano, ma sarà sufficiente per te.
Per due mesi vivrai nella piccola casa dell'ex custode, la terrai pulita e ti preparerai i pasti da solo.
Nessuno ti laverà i vestiti o te li stirerà e non avrai una goccia di alcool da bere.
Dovrai inoltre togliere le erbacce dalle tombe, sistemare le lapidi instabili e pulire il viale del cimitero.”

James rimase attonito per parecchi minuti, poi esalò, con un filo di voce:

" Papà, non puoi farmi questo...”

" Certo che posso” ribatté Mark serio. “Per una volta nella vita, dovrai arrangiarti da solo.
Non ci sarà nessuno con te, solo i defunti sepolti nel cimitero e mi auguro che, in loro compagnia, riuscirai a metterti un po' di sale in quella zucca vuota che ti ritrovi!
Avrai un sacco di tempo per pensare e per riflettere, nessuno ti disturberà, anche perché, da tempo, non si fanno più inumazioni a Bachelor's Grove ed è anche chiuso alle visite dall'esterno.”

James si mise le mani nei capelli scompigliandoli tutti, guardò speranzoso un'ultima volta suo padre, ma dai suoi occhi capì che la sua era una decisione irrevocabile.

Sospirò sconfitto, incassò le spalle e rimpianse di non poter indossare una divisa da cameriere e servire ai tavoli di uno dei ristoranti del suo “crudele” genitore!

Nei giorni successivi James provò un'unica volta a convincere il padre a tornare sulla sua decisione, ma lo sguardo irremovibile che il genitore gli rivolse gli fece capire che ormai tutto era stato deciso.

Preparò così i suoi bagagli e ficcò nelle valigie i primi vestiti che gli capitarono a tiro, dato che non doveva sicuramente partecipare a dei ricevimenti.

Aggiunse anche alcuni libri, delle medicine e niente altro.

Un cimitero non richiedeva certo cose particolari!

James non era facile a commuoversi, ma la mattina in cui dovette lasciare la sua casa e salutare suo padre, si ritrovò gli occhi pieni di lacrime.

Mark lo abbracciò, nascose anche lui l'emozione che stava provando e disse:

"Sono sicuro che questi due mesi ti serviranno da lezione, figliolo. Spero di vederti tornare maturo e pieno di buoni propositi!”

James annuì con uno sguardo da funerale, si asciugò le lacrime dagli occhi e prese posto sulla macchina che lo aspettava e che subito partì.

Osservò con nostalgia la propria casa scomparire piano piano e sospirò.

"Coraggio” gli disse Michael con un sorriso, guardandolo dallo specchietto retrovisore. “Non è la fine del mondo la punizione che hai ricevuto! Inoltre, due mesi passano in fretta, vedrai! Tutte le settimane ti porterò la spesa e mi dirai se hai bisogno di qualcosa.”

James annuì, perché non aveva voglia di ribattere alle sue parole e sospirò nuovamente, appoggiando la testa al finestrino.

Dopo un viaggio di circa un'ora, Michael rallentò e svoltò in una stradina laterale dissestata.

La macchina sobbalzò passando sui sassi e sulla ghiaia e, arrancando un po', si fermò davanti ad un alto cancello di ferro battuto.

James e l'autista scesero dalla vettura e il ragazzo si guardò intorno con uno sguardo al limite della disperazione.

Il luogo in cui avrebbe vissuto per i prossimi due mesi era immerso nel nulla più assoluto e più totale!

Il cimitero era circondato solo ed esclusivamente da campi, campi incolti a perdita d'occhio.

Nessun segno di presenza umana...

Suo padre aveva scelto proprio bene!

Michael scaricò i bagagli e lì lasciò per terra davanti al cancello.

"Io me ne vado, ora” disse, cercando di mantenere un tono neutro. “Tuo padre ti ha dato le chiavi per il cancello e per la porta d'ingresso della tua nuova casa. La dispensa è stata riempita di cibo e non dovresti aver bisogno di nulla.
Tornerò qui settimana prossima, di martedì, a quest'ora e ti porterò le provviste. Mi raccomando, cerca di mettere a frutto questa esperienza...”

Detto questo, risalì in macchina, senza aggiungere altro e ripartì, osservando, dallo specchietto retrovisore, James rimpicciolire lentamente e poi sparire dalla sua vista.

Gli dispiaceva lasciarlo, l'aveva visto crescere e gli voleva bene, ma il suo principale aveva tutte le ragioni dalla sua parte.

James doveva crescere e rendersi conto di essere diventato ormai un adulto!
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