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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Plinio Cupido
Titolo: Nulla è impossibile per chi osa
Genere Narrativa Gay Storica
Lettori 136 1
Nulla è impossibile per chi osa
“ A mio padre devo la vita,
al mio maestro una vita che vale la pena di essere vissuta. Nulla è impossibile per colui che osa.”

Alessandro Magno

Pella, 348 a.C.

"Efestione! Efestione! Muoviti! Smettila di giocare e vieni in casa, tuo padre ti deve dire cose importanti!"

Chi aveva appena parlato era un uomo robusto di mezza età, vestito semplicemente, ma decorosamente, come si adattava ad uno schiavo di proprietà di una ricca famiglia macedone.

Un bambino di otto anni, con una lunga zazzera di capelli lisci, sporchi di terra e due vivaci occhi verdi, sbuffò sonoramente, ma con il sorriso sulle labbra e disse:

"Dai, Sostrato, lasciami giocare ancora un po'!"

Lo schiavo mise le mani sui fianchi e, con tono severo, sbottò:

"Efestione, smettila di accampare scuse! Stai diventando grande e, se tuo padre ti chiama, devi correre subito, muoviti!"

Efestione lasciò cadere sconsolato la sua spada di legno e, a testa bassa, seguì Sostrato in casa.

Il padrone, Amintore, padre del bambino, lo attendeva nel suo studio e, quando lo vide arrivare, con il broncio e i capelli sporchi di terra, non riuscì a trattenere un sorriso.

"Efestione" disse, riacquistando però la serietà. “Il re Filippo ha deciso di onorare la nostra famiglia nel modo migliore possibile. Ha scelto te, come paggio alla corte macedone e come compagno di giochi e di studi per suo figlio Alessandro.”

"Io non voglio andare via da casa mia” brontolò Efestione, stiracchiando con le mani la tunica che indossava.

Amintore gli si avvicinò, gli mise le mani sulle spalle e spiegò con calma:

"Figlio mio, onorare la famiglia e i nostri antenati è il compito più importante che gli dei ci possono assegnare all'inizio della nostra vita.
Io non so cosa il fato abbia in serbo per te, ma so che ora devi obbedire agli ordini del tuo re e rendere me, tuo padre, fiero di te!"

Efestione avrebbe voluto opporsi nuovamente, ma sapeva che il padre aveva parlato saggiamente, così annuì, anche se non troppo convinto e accettò l'abbraccio che gli venne donato.

I giorni successivi furono frenetici e ricchi di preparativi.

Gli schiavi ribaltarono da cima a fondo la casa, alla ricerca di qualsiasi cosa potesse servire al bambino e vennero chiamati sarti e calzolai per rivestirlo completamente.

Le semplici tuniche bianche, che aveva sempre indossato, furono sostituite da altre colorate e dal tessuto più pregiato e i suoi capelli, simili ad un covone di fieno colpito da una tempesta, finirono sotto le grinfie di un barbiere, che li sistemò, dando loro una forma più consona al rango aristocratico che gli apparteneva.

La sera prima della partenza, Amintore chiamò a sé Efestione e lo condusse nella parte più interna della casa, quella più segreta e nascosta.

Efestione si guardò attorno incuriosito, perché mai gli era stato dato il permesso di addentrarsi in quei luoghi!

Sicuramente suo padre aveva in mente qualcosa di importante per lui!
Dopo aver percorso un lungo corridoio, buio e fresco, sbucarono in un piccolo porticato, che cingeva un giardino ben curato, senza fiori o piante, ma solo con un perfetto tappeto di erba verdissima.

Efestione non aveva mai visto nulla di simile, anche perché la zona in cui sorgeva la sua casa era brulla e polverosa.

Al centro del prato vi era un enorme vaso di bronzo, lucido e brillante.

“Questo luogo è dedicato al dio Aliacmone” sussurrò suo padre con riverenza. “È una divinità fluviale e vive nel corso d'acqua che porta il suo nome. Da sempre protegge la nostra famiglia”.

“È dentro nel vaso?” chiese Efestione ingenuamente.

“Diciamo di sì” spiegò Amintore. “In quel vaso è contenuta l'acqua del fiume, acqua che rende verde questo prato e acqua in cui tu sei stato immerso appena nato.”

“Perché l'hai fatto?” domandò il bambino curioso. “Intendo...perché mi hai immerso nell'acqua?”

“Ho agito così affinché Aliacmone ti proteggesse, come ha sempre fatto con la nostra famiglia!” rispose il padre.

Efestione osservò il vaso con rinnovato interesse e provò per esso una sorta di timore reverenziale.

Amintore guardò il figlio con orgoglio, si inoltrò nel giardino, raccolse da terra una brocca, la immerse nel vaso e poi gli si avvicinò.

“Tendi le mani” gli disse con solennità.

Efestione lo fece e l'uomo versò su esse la fresca acqua del fiume.

Il bimbo non seppe se fu per suggestione o per quanto aveva detto il padre, fatto sta che si sentì pervaso da una nuova forza e tutte le paure che aveva nel cuore svanirono.

Il timore di lasciare la casa paterna si tramutò in ansia di partire e di cominciare una nuova vita e la paura di non essere all'altezza del compito che gli era stato assegnato divenne orgoglio per essere stato scelto.

Sorrise quindi al padre e lo abbracciò felice.

Due giorni dopo, Amintore, Efestione e un buon numero di loro schiavi varcarono la soglia della reggia macedone.

Efestione guardava ogni cosa con occhi spalancati e gli sembrava di vivere in un sogno.

Il palazzo, visto dall'esterno, pareva immenso, talmente grande che non si riusciva a vederne la fine ed enormi colonne bianche ne cingevano una parte.

I visitatori vennero condotti, attraverso stanze e corridoi, nella sala del trono e lì rimasero in attesa.

Efestione osservò ammirato il bellissimo pavimento a mosaico e gli stupendi decori alle pareti.

A scuola aveva imparato che perfino il celebre pittore greco Zeusi aveva partecipato alla loro realizzazione!

Al centro della sala vi era l'enorme, massiccio trono regale e, a prima vista, sembrava essere totalmente in oro.

Efestione si chiese se fosse comodo o meno, ma i suoi pensieri vennero interrotti dall'arrivo di uno stuolo di uomini riccamente vestiti.

Essi si posero ai lati del trono e precedettero l'entrata del re, che, proprio in quel momento, era uscito da un ricco portone dorato.

Filippo II aveva allora quasi quarant'anni ed era reduce dalla guerra contro Olinto.

Efestione sapeva che il re aveva vinto brillantemente lo scontro, ma il suo maestro, a scuola, si era lasciato scappare che, se avesse agito subito, guidando il suo esercito alle porte della Grecia, avrebbe ottenuto sicuramente più prestigio.

Comunque, agli occhi del bambino, non sembrava un granché fisicamente....

Non aveva la regalità e l'imponenza tipica dei sovrani di cui aveva studiato a scuola...

Era un po' troppo basso, tozzo, con un naso storto e poi c'era l'occhio...

Durante l'assedio di Metone, dieci anni prima, una freccia gli aveva colpito l'occhio destro, penetrando nell'orbita e solo l'intervento del chirurgo Cristobulo di Cos gli aveva salvato la vita.

Da allora, un'orrenda cicatrice gli deturpava il volto e l'occhio destro appariva infossato e vitreo.

Ad Efestione, per dirla tutta, il suo aspetto faceva paura, ma era pur sempre il re e meritava il suo rispetto, quindi si fece forza e sorrise come il padre.

Si inchinò e attese, con il fiato in gola, di conoscere ciò che il destino aveva in serbo per lui.

Filippo scrutò attentamente i due visitatori, poi si alzò ed esclamò:

“Benvenuti nella mia umile dimora! Sono felice di avervi qui!”

Amintore, pieno di orgoglio, ribatté:

“Noi, io e mio figlio, siamo tuoi sudditi devoti e volere accettare Efestione come compagno di studi e di giochi di tuo figlio Alessandro è per la mia famiglia un onore immenso.
Spero che sarà degno della grande fiducia che gli hai dimostrato!”

“Tu e la tua famiglia, Amintore, siete sempre stati fedeli alla corona e alla mia persona, quindi è giusto e logico che tuo figlio sia insignito di questo incarico così importante!” proclamò Filippo con tono magnanimo.

Amintore annuì, si inchinò nuovamente e spinse Efestione a fare la stessa cosa.

Mentre era impegnato in questo gesto di ossequio, il bambino si guardò intorno un po' annoiato e notò un ragazzino biondo che si nascondeva dietro un tendaggio.

Era poco più alto di lui, longilineo e vestito in modo molto semplice.

"Alessandro!" esclamò di colpo Filippo, facendo sobbalzare tutti i presenti.

Il bimbo biondo arrivò di corsa e si fermò davanti al re, con le gote arrossate per l'emozione.

"Figlio mio” disse Filippo, indicandogli i due ospiti.”Queste persone sono Amintore e suo figlio Efestione. Efestione è tuo coetaneo e, da ora, sarà tuo compagno negli studi e nella vita di tutti i giorni!”

Alessandro sorrise subito ad Efestione e questi si incantò ad osservare gli occhi del suo nuovo amico, uno azzurro e uno marrone.

Non sapeva ancora che quello sguardo sarebbe stato per sempre al centro del suo cuore...

Fra Efestione ed Alessandro l'amicizia nacque spontaneamente e i due, in breve tempo, divennero inseparabili.

Dove c'era uno, c'era l'altro e quello che faceva uno, faceva anche l'altro.

I due passavano ore intere a leggere le opere di Omero e, inevitabilmente, si immedesimavano negli eroi greci.

“Io, da grande, diventerò come Achille!” proclamò un giorno Alessandro, impugnando la spada di legno con cui si esercitava e puntandola verso il cielo in un gesto quasi di sfida.

“Allora io sarò Patroclo!” esclamò Efestione, senza un attimo di esitazione.

“Sì, ma io non permetterò mai che qualcuno ti uccida, ricordatelo!” promise Alessandro con la serietà tipica di un adulto.

Efestione sorrise e lo abbracciò di slancio, facendo cadere a terra le spade di legno e i rotoli di papiro di Omero.

Alessandro lo strinse a sé con quel senso di protezione che da subito aveva sviluppato per lui.

Aveva altri amici, aveva anche una sorella, ma con nessuno di loro si sentiva come con Efestione.

Efestione lo capiva al volo, anche solo con un'occhiata, sapeva sempre che cosa gli passava per la testa o quali desideri racchiudeva nel cuore, amava la guerra come lui e come lui adorava leggere Omero, insomma era praticamente una sua copia.

Fu forse in quel momento che Alessandro cominciò davvero a rendersi conto che Efestione sarebbe diventato per lui un punto di riferimento, una stella da seguire anche nelle notti più buie e tempestose e, in poche parole, qualcuno di cui non avrebbe più potuto fare a meno.

Pella, 336 a.C.

"Io mi domando e dico, per tutti gli dei, che cosa vi è passato per la testa? Avete quindici anni! Quindici anni!!"

Alessandro ed Efestione chinarono la testa, ma, mentre il loro sguardo era rivolto verso il basso, trovarono il modo di sorridersi a vicenda.

"Allora? Non avete nulla da dire a vostra discolpa?"

Alessandro rialzò gli occhi e li fissò su Aristotele, il maestro suo e di Efestione.

Assunse la sua migliore espressione contrita e disse:

"Maestro, quel carro era incustodito, non aveva alcun cocchiere che ci badava e abbiamo pensato che farci un giro non avrebbe fatto male a nessuno..."

Aristotele perse la sua proverbiale calma da filosofo e urlò:

"Avete rubato un carro appartenente agli atleti, che dovevano partecipare alla gara in onore del re Filippo! Poi, non contenti di ciò, siete andati fino a Pisa, con il rischio di danneggiare il mezzo di trasporto o di ferire i cavalli.
Non la passerete liscia, stavolta!
Vi aspetta una punizione che sarà ricordata per sempre!"

Due ore dopo, Alessandro ed Efestione erano nelle cucine del palazzo, intenti a lavare una moltitudine enorme di piatti.

Aristotele, infatti, aveva pensato bene di punirli, affidando loro il lavoro degli schiavi delle cucine.

"Mi dispiace” disse Efestione con le mani immerse nell'acqua gelida. “Se non avessi insistito per rubare il carro, ora non ci troveremmo qui.”

"Non è colpa tua” lo rincuorò Alessandro, sorridendo "io lo volevo tanto quanto te e poi, lo sai, faccio fatica a resistere ai tuoi occhioni verdi..."


Efestione divenne rosso sulle guance e si concentrò sui piatti che aveva davanti, per non ascoltare il suo cuore, che batteva furiosamente nel petto.

Stava pensando alle emozioni contrastanti che Alessandro suscitava in lui, quando gli arrivò addosso uno straccio zuppo d'acqua.

Si voltò verso l'amico che rideva e, senza pensarci due volte, gli lanciò una secchiata di acqua gelata.

Alessandro rimase immobile, assottigliò gli occhi e poi, senza preavviso, si gettò su Efestione, facendolo cadere a terra.

I due si rotolarono un po' sul pavimento tutt'altro che pulito, finché non si fermarono senza fiato, Alessandro sopra Efestione, occhi negli occhi.

Il figlio di Filippo trattenne un istante il respiro, poi, con coraggio, sfiorò le labbra dell'amico con un bacio.

Efestione spalancò gli occhi imbarazzato, ma fu solo per un istante, perché avvolse subito le braccia intorno al collo di Alessandro, attirandolo a sé e baciandolo ancora.
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