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Autore: Alberto Di girolamo
Titolo: Addio Italia
Genere Storico
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Addio Italia
Prologo scritto dal curatore per spiegare come venne in possesso del manoscritto del preside Gaspare Bontà.

Mi accingo a scrivere per mantenere una promessa fatta a un vecchio e irriducibile indipendentista.
Si chiamava Gaspare Bontà e prima di morire mi ha affidato un suo manoscritto, pregandomi di portarlo alla pubblicazione, perché tutti dovevano sapere di quel sogno siciliano che fu per realizzarsi dopo lo sbarco angloamericano del 1943.
Gli dissi di sì, per compassione e con la riserva mentale di non fare nulla.
In fondo l'anziano preside non mi era parente, e l'avevo conosciuto solo qualche mese prima. Secondo me toccava al direttore dei Cappuccini assolvere quel compito: era stato lui ad accoglierlo all'ospizio e ad offrirgli l'ambiente più adatto per scrivere le sue memorie. Invece, per una serie di circostanze, l'erede del manoscritto sono stato io.
Ma è meglio cominciare dall'inizio e ciò significa partire da lontano, da quando ero ragazzino.

In una delle contrade di campagna che si susseguono lungo la provinciale Marsala-Trapani mio padre aveva un negozietto di generi alimentari attiguo alla nostra modesta abitazione.
I pochi metri quadri del negozio non bastavano a contenere tutta la merce e la casa faceva necessariamente da magazzino, costringendoci a vivere in spazi angusti e disagevoli.
- Malgrado tutto, non ci possiamo lamentare - , ripeteva mio padre, riferendosi al nostro tenore di vita. - Stiamo meglio di tanti altri. -
Il suo atteggiamento altero e soddisfatto aveva l'effetto di farmi sentire superiore ai compagni di scuola e di giochi, figli di contadini o di tagliapietre. A loro confronto mi consideravo, se non ricco, almeno benestante. Peccato che questa differenza economica m'impedisse di usufruire, unico nella classe, della refezione scolastica pagata dal municipio.
Ogni giorno (erano gli anni Cinquanta) all'ora della ricreazione arrivava un furgoncino che consegnava un marmittone cocente, come fosse stato appena tolto dal focolare. La maestra lo faceva poggiare sulla cattedra e apriva il coperchio ermetico, lasciando che il profumo grasso e appetitoso della minestra inondasse l'aula. Intanto che ci beavamo di quell'odore, lei si riempiva mezzo piatto di pasta e mangiava veloce, nascosta dietro il pentolone (Era suo dovere farlo – diceva – per controllare la bontà del cucinato). A un suo ordine i miei compagni si mettevano in fila e lei versava un mestolo pieno nel piatto di ciascuno.
Se qualche alunno era assente la maestra dava a me la porzione avanzata. Quando ciò accadeva, io ero assai contento, perché potevo succhiare il brodo dal cucchiaio come facevano con voluttuoso rumore gli altri, invece di sgranocchiare le due fette di pane e marmellata che tenevo nel cestino. Per quella minestra arrivai ad essere felice, quando acquistai il diritto alla mensa in seguito al fallimento del negozio.
Il commercio paterno andò a rotoli per la comparsa dei primi supermercati e per la diffusione delle utilitarie. Le due cose messe insieme resero conveniente, a chi abitava nelle contrade, recarsi in città per la spesa, e a mio padre, mancando i compratori, non restò altro da fare che cacciare le mosche, stando sulla soglia della bottega, con il grembiule che gli pendeva dalla pancia come fosse una gonna femminile. Il diradarsi dei clienti peggiorò la fisionomia della sua faccia infelice: le pieghe amare, che sempre aveva avuto, gli si rimarcarono fino a foggiare una maschera tragica, piena di sgomento. A ogni minima richiesta da parte mia, fosse una semplice matita, gli veniva la confusione e gridava: - C'è la crisi! Lo vuoi capire che abbiamo la crisi in casa? -
Nella mia infantile ignoranza presi alla lettera le sue parole e la cercai, questa brutta crisi, in ogni stanza, in ogni angolo con la determinazione di cacciarla fuori come si fa con un topo o altro animale molesto. Poi capii cosa fosse. Lo capii quando si mostrò nei nostri piatti sotto forma di prodotti invenduti e sul punto di andare a male, e soprattutto quando non avemmo nulla da mettere in quei piatti. A quel punto neanche ci riunimmo più per mangiare, arrangiandoci a sbocconcellare qualcosa ognuno per conto nostro.
Ciò che ci salvò dalla fame arrivò da un cortiletto annesso alla nostra casa, ove, entro apposite gabbie, i miei genitori tenevano dei conigli. Ogni mattina mio padre, ancora sobrio, andava in giro per la campagna e ritornava con un gran fascio d'erba nella carriola che spingeva davanti a sé. Assolto questo compito, non si occupava di nient'altro, trasferendosi per il resto della giornata nella taverna vicina. Toccava a mia madre accudire e vendere gli animali.
Per quello che ho vissuto, posso dire che il peggio di una crisi economica familiare non è la sopravvivenza, ché il modo di mettere qualcosa sotto i denti si trova, ma è la demoralizzazione, il crollo dei progetti per il futuro, che fiacca lo spirito fino all'inedia. Il sogno dei miei genitori riguardava me: essi volevano che studiassi affinché potessi aspirare a un pubblico impiego di tutto riposo e con stipendio sicuro. Questo loro desiderio era risaputo nella contrada, e tanti, amici e parenti, tra il serio e il faceto, mi diedero il titolo di ragioniere, mentre ancora portavo il grembiule delle elementari; ciò contribuì a farmi impegnare nello studio pur non ricavandone particolare piacere.
Quando il fallimento del negozio si mangiò tutti i risparmi, mio padre cadde in una sfiducia senza fondo che gli tolse persino la voglia di parlare. L'ultimo discorso più lungo di un sintagma me lo fece quando conseguii la licenza elementare. Dopo avermi elogiato per le soddisfazioni che gli avevo dato fin dalla nascita, mi abbracciò e, commosso, mi chiese perdono di ogni avvenimento passato, presente e futuro. Egli si addossava tutte le colpe per il semplice fatto che mi aveva generato, e io, non sapendo che dire, stavo ad ascoltarlo esterrefatto e umiliato da quella debolezza insospettabile in un padre. Dopo questo autodafé, mi disse, sempre con voce spezzata, che non aveva più la possibilità di comprare un quaderno e tanto meno i libri che mi sarebbero serviti per frequentare le scuole superiori; di conseguenza dovevo rinunciare al posto di tutto riposo e con stipendio sicuro e ripiegare sull'apprendimento di un mestiere che mi permettesse di vivere. A tal proposito mi comunicò di avermi sistemato presso il salone di Ambrogio, sembrandogli il mestiere di barbiere, pulito e poco faticoso, il più adatto al mio gracile fisico.

Pur essendo consapevole delle motivazioni addotte da mio padre non riuscivo a vedermi nelle vesti di barbiere; troppo si era radicato nella mia mente il sogno del futuro impiego.
Tuttavia non avevo l'età per combattere il destino avverso e, piegandomi alle circostanze, divenni apprendista barbiere; mia madre però non ebbe la mia stessa arrendevolezza, e tanto brigò col marito e trattò con il barbiere che mi trovai a fare lo studente lavoratore: la mattina andavo a scuola e il pomeriggio nella barberia di Ambrogio. Studiacchiavo quando potevo, e i professori furono comprensivi e generosi a fronte del mio doppio impegno.
Dopo la Scuola Media scelsi di frequentare l'Istituto Magistrale, perché era la strada più breve verso il diploma , e nel 1961 riuscii a conseguire il sospirato attestato.
Nel frattempo mio padre era morto: si era spento con una grande confusione in testa che gli impediva di riconoscere persino suo figlio, e con il fisico che si squagliava giorno dopo giorno. Abbiamo seppellito il suo fantasma.
Mia madre gli sopravvisse ed ebbe il piacere di vedere il mio diploma di maestro. Appena ebbi in mano quel certificato corsi a mostrarglielo dai Cappuccini, dove l'avevo allocata.
A Marsala il termine Cappuccini è stato sempre sinonimo di ospizio per anziani, tanto che, per minacciare un vecchio irrequieto, i familiari dicevano: - Stai buono o ti portiamo ai Cappuccini. - Parimenti un genitore che volesse manifestare la sua sfiducia verso i figli diceva: - Andrò a finire dai Cappuccini. - Molto spesso lo diceva nella speranza di essere smentito.
Questo connubio Ospizio-Cappuccini era cosa antica perché il convento (con annesso un ampio giardino) fu costruito per volontà dei Cappuccini nel 1571 a devozione della Madonna della Confusione, invocata dai fedeli per essere liberati dalle afflizioni della vita terrena e dalla eventuale pena purgante che sarebbe spettata loro nell'al di là. Nel 1866 il convento divenne casa di riposo e fu gestita dai Cappuccini fino al 1909. Dopo quella data la gestione passò al Comune e nel secondo dopoguerra alla Regione Sicilia.
Anche se in tutti quegli anni non c'era stato un episodio di malversazione nei confronti degli anziani ospiti, andare a finire dai Cappuccini veniva considerato dai marsalesi un evento triste, destino di gente derelitta, e quindi degno di commiserazione. Di questo parere era anche mia madre che non ne voleva sapere di stare in quel posto e manifestava in tutti i modi il suo scontento quando andavo a trovarla. Alla mia vista, o scoppiava a piangere oppure faceva la sostenuta, ignorandomi fino a negarmi il saluto. Se cercavo di fare valere le ragioni della mia decisione – Stavo tutto il giorno fuori casa e lei non era più in grado di gestirsi – si rifiutava di capire, e con voce lamentosa mi accusava di ingratitudine.
- Mi sono tolta il pane dalla bocca per non farti mancare nulla e tu in cambio mi hai portato ai Cappuccini. -
- L'ho fatto per farti passare le giornate in compagnia. -
- Stacci tu in mezzo a tutti questi vecchi - , mi rimbeccava con rabbia.
- Gli altri ospiti sono più giovani di te. -
- Io non sono vecchia. Dici così per giustificare il tuo abbandono. -
- Se sono qui, vuol dire che non ti ho abbandonato - , cercavo di farla ragionare. - Guardati intorno: quanti familiari vedi oltre me? -
Messa alle strette e non sapendo cosa rispondere, si chiudeva in un mutismo assoluto che mi feriva e nello stesso tempo mi faceva arrabbiare. Allora per scaricare l'adrenalina, che quel colloquio mi faceva salire in testa, andavo a fare un giro per l'ospizio. La cordialità con la quale gli anziani ospiti mi salutavano e cercavano di intrattenermi era come balsamo per il mio spirito mortificato dalle accuse materne.
Quasi sempre andavo a finire nell'ufficio del Direttore. Si chiamava Sergio Mancino, ma per tutti era il Direttore e basta; lo fu anche per me. Aveva la mia età e fu facile per entrambi diventare amici. Non posso negare che provavo invidia nel vederlo spaparanzato su quella comoda poltrona dietro la scrivania, a svolgere quel lavoro di tutto riposo e con stipendio sicuro che io ancora cercavo. Mi consolavo, indugiando con satanica soddisfazione sulla sua bruttezza che lo faceva somigliare a un extraterrestre: aveva la testa schiacciata ai lati, come se una morsa l'avesse pressata – Ho sempre pensato che sia stata opera della levatrice che, al momento del parto, aveva dovuto stringere più del dovuto il forcipe per tirare fuori quelle spalle tozze e smisurate che avrebbero fatto sembrare corti gli arti più lunghi di questo mondo.
- Quale Santo in paradiso ti ha raccomandato? - gli chiedevo, cercando di nascondere la mia miserrima gelosia dietro quella battuta semiseria.
Lui non si faceva scrupoli ad accrescere la mia bile.
- Non ti basta fare il barbiere? - mi chiedeva ironico.
Al che gli confessavo ingenuamente le mie aspirazioni e le amarezze per il mancato raggiungimento, in cambio lui mi dava consigli inutili, come quello di andare a parlare con il Sindaco che neanche era del mio partito.
Forse perché, senza rendermene conto, mi volevo fare del male o forse perché speravo in un aiuto, anche quando persi il lavoro di barbiere mi confidai con lui.
Era accaduto che il buon Ambrogio aveva avuto una paresi che gli aveva semiparalizzato il braccio destro. Non potendo più esercitare il mestiere aveva messo in vendita l'esercizio con tutti gli attrezzi, ed io, non avendo una lira da parte, non potei evitare che fosse acquistato da un trapanese che, subito dopo il rogito, comunicò di non avere bisogno di me come collaboratore.
Questa volta il direttore dell'ospizio mi ascoltò con atteggiamento partecipativo, accentuando la forma a pera della sua faccia.
- Così sei rimasto a spasso - , concluse per me.
- E senza una lira - , aggiunsi io.
Lui la buttò sulla politica, lamentando che gli ‘onorevoli deputati' pensavano ai loro interessi e non al bene del popolo. A quell'accenno sui politici, io ne approfittai e gli chiesi di presentarmi l'assessore che gli aveva fatto avere il posto.
Lui, per scoraggiarmi, disse: - Potrei anche farlo, ma non ti conviene rivolgerti a quel marpione. -
- Perché? Vuole soldi? -
- Non solo quelli. Prima pretende che gli si faccia il portaborse e il galoppino elettorale per cinque anni. Non credo che tu potresti aspettare tanto. -
- E si chiama? - insistetti io, come a dire: Lascia decidere a me.
- Pozzi. -
Lo disse a bassa voce, e la ‘i' finale gli rimase tra i denti.
Per essere sicuro chiesi: - Quello del venti per cento? - Una cosa che sapevano tutti.
- Proprio lui - , confermò, facendomi cenno di abbassare la voce.
- Mi sembra un tipo disponibile. -
- Alle sue condizioni lo è. -
- Qualcosa devo pur fare - , dissi più a me stesso che a lui.
- Ti consiglio di sfruttare il diploma di maestro. -
- Non mi alletta tanto l'idea di badare a dei bambini. -
- È ancora aperto il concorso della polizia. -
Non mi stupii del fatto che sapesse tutto sui concorsi, perché lo avevo visto leggere con accanimento La Gazzetta Ufficiale, e solo quella.
Obiettai: - Il concorso non risolve il mio bisogno immediato. -
- Su questo punto ti posso aiutare - , si offrì lui, contento di essere utile. - Ti faccio vincere l'appalto di barbiere-parrucchiere del gerontocomio... Diciamo che avrai duecento lire la settimana per ogni ricoverato e potrai mangiare, in qualità di collaboratore esterno, alla mensa dell'Istituto... -
Lo interruppi scattando in piedi con fare deciso e dissi: - Sai che ti dico? -
Ci fu un momento di assoluto silenzio, durante il quale, lui mi guardò perplesso e trattenne il fiato, aspettandosi forse una serie di male-parole, perché sapeva che il mestiere di barbiere mi stava stretto, da quando mi ero diplomato.
Invece gli annunciai che accettavo, e lui ebbe un sospiro di sollievo che me lo rese più umano.
Presi subito servizio.
Mi presentavo all'ospizio poco prima dell'ora di pranzo, sostavo un poco nella stanza di mia madre, e poi insieme ci recavamo al refettorio, lei camminava appoggiandosi pesantemente al mio braccio, fingendo sofferenza a ogni passo. Recitava (l'avevo vista camminare in maniera abbastanza arzilla quando credeva che non fossi nei paraggi) per essere commiserata e coccolata. E io l'accontentavo.
Le dicevo: - Cara la mia vecchietta. - Oppure: - Appoggiati a me che sono il bastone della tua vecchiaia. -
Era tutta una finzione non confessata da entrambe le parti.
Al refettorio sedevo accanto a lei in un tavolo allietato da altre tre signore che dicevano di essere state delle soubrette di varietà sempre in giro per l'Italia. Vestivano in modo eccentrico ed erano convinte che io, con la scusa della mamma, fossi lì per fare loro la corte, perciò mi guardavano e ridacchiavano per tutto il tempo, come fossero delle verginelle in compagnia del loro tentatore.
Anche il Direttore mangiava alla mensa dell'Istituto e ogni giorno si sedeva in un tavolo diverso per evitare disparità tra gli ospiti. Nel tavolo dove stava lui c'era sempre una maggiore animazione, perché si finiva col parlare di politica, presente o passata, e i pareri erano sempre discordi.
Si mangiava perlopiù di magro con la scusa del colesterolo, della uricemia, dei trigliceridi e altri accidenti che impediscono a una certa età di godersi la vita. Così mi alzavo da tavola leggero come quando mi ci ero seduto e questo mi permetteva di mettermi subito a lavoro.
Mi piazzavo in una sorta di sgabuzzino dove c'era una vecchia poltrona di barbiere e alcune sedie di vimini per chi aspettava il proprio turno. A usufruire dei miei servizi erano soprattutto i maschi; le femmine tendevano a snobbarmi, perché – dicevano – ero un barbiere, e non un parrucchiere. I vecchietti venivano numerosi tutti i giorni, perché rappresentavo un diversivo nelle loro giornate grigie e uguali.
Nel tardo pomeriggio chiudevo il camerino-barberia e andavo a trovare, nel caso avessero bisogno della mia opera, quelli che per gli acciacchi non potevano lasciare le loro stanze. Durante questo giro passavo dalle cucine e m'informavo di cosa stessero preparando, per decidere se restare a cena oppure no. Spesso andavo via perché di solito c'era brodino vegetale (i cuochi lo chiamavano consommé) che veniva servito per favorire il sonno degli anziani ospiti. Avviandomi all'uscita, mi fermavo a scambiare qualche battuta con l'amico Direttore, a salutare mia madre e a domandare a un vecchio scorbutico di nome Gaspare Bontà se avesse bisogno di una sforbiciata alla barba o ai capelli.
Quest'ultimo atto di cortesia lo facevo perché mi era stato chiesto espressamente dal Direttore.
- Si tratta di una persona molto conosciuta nella nostra città, perciò ti chiedo il favore di servirlo nella sua stanza - , mi aveva detto.
Provai a resistere, perché non mi piacevano i favoritismi.
- Non è un buon motivo per trattarlo come figlio della gallina bianca. -
Ma il Direttore fu perentorio: - Sta scrivendo un romanzo e io non voglio passare per un anti-intellettualista. Perciò non discutere. -
La camera assegnata al vecchio scrittore era più grande di tutte le altre e non si trovava nel corridoio dormitorio, ma nel settore degli uffici (Prima che arrivasse lui, fungeva da archivio).
Era evidente che il Direttore gli riservava un trattamento di favore e questo fatto mi aveva indispettito (verso mia madre non c'erano tutte quelle attenzioni). Per questo mi limitavo, dopo aver bussato, a socchiudere la porta, a infilare la testa, a chiedere: - Barba? Capelli? - , e, senza aspettare risposta, scomparivo, ritirando il collo come una testuggine.
Fu sotto il Natale del 1961 che questa mia incursione lampo nella stanza del vecchio subì un arresto.
Avevo infilato la testa e aperto la bocca per fare la solita domanda, quando mi sentii dire: - Vieni avanti giovanotto. -
Per lo stupore rimasi bloccato come se il mio collo si fosse incastrato tra stipite e porta.
Il vecchio ripeté l'invito: - per favore, entra. -
La sua voce era garbata, quasi affettuosa, e non potei fare a meno di chiedermi come mai avessi maturato l'opinione che si trattasse di un vecchio iroso e scorbutico. Colpa del Direttore che me lo aveva presentato come un raccomandato, e anche di qualche ospite che ne aveva parlato con malignità, forse per invidia.
Aprii del tutto la porta e con esitazione mi portai in mezzo alla stanza. In effetti era più grande delle altre, ma la presenza, oltre alla solita mobilia da cameretta, di una scrivania e di uno scaffale pieno di libri, rendeva insufficiente lo spazio disponibile.
- Oggi mi sono guardato allo specchio - , disse con il sorriso dovuto a un ospite gradito, - e mi sono visto brutto come un orco con questa barba abbatuffolata e i capelli spampinati. -
- Provvedo subito a una sistematina - , mi offrii servizievole, invitandolo a gesti ad accomodarsi nella poltrona simil-pelle accostata alla scrivania.
Volevo riparare ai cattivi pensieri che avevo avuto nei suoi confronti e perciò, durante il lavoro, mantenni viva una affabile conversazione. In verità lui si limitò a qualche monosillabo o a qualche domanda di chiarimento e io parlai a ruota libera. Uno sfogo che mi portò a raccontare di me, della vita fallimentare che conducevo e di come mi amareggiasse lo scontento di mia madre.
Da quel pomeriggio divenne un'abitudine trattenermi a chiacchierare con Gaspare Bontà. Si parlava di tante cose, anche se ognuno aveva un argomento preferito: io il posto fisso che non trovavo, e lui il romanzo in fieri sulla mitica lotta intrapresa dal MIS per l'indipendenza della Sicilia, alla quale lui stesso aveva partecipato. Questa sua fede politica mi stupiva, perché dagli anni cinquanta il MIS non esisteva più: la concessione dell'autonomia l'aveva svuotato di tutte le motivazioni che stavano alla sua base. I pochi nostalgici (concentrati nel catanese) si limitavano a qualche commemorazione di avvenimenti accaduti tra il '43 e il '46.
Nel suo argomentare sulla convenienza di uno Stato siciliano indipendente, egli evitava ogni astrattismo, elencando i vantaggi concreti che ne sarebbero derivati nel campo produttivo-commerciale e quindi in quello del lavoro. In questo suo ragionamento ci infilava anche me, come esempio del mal governo che vigeva nella Sicilia dell'autonomia, incapace di offrire un lavoro adeguato agli studi compiuti.
- Se non trovi una grossa raccomandazione non ti sistemerai mai - , mi diceva ogni volta che si toccava questo tasto. - Ti sei dato da fare? -
- Moltissimo - , rispondevo io. - Ho contattato tutti i politici della città. -
- E che ti hanno detto? -
- Alla prima occasione mi convocheranno. -
- Quelli neanche ti pensano - , mi diceva sfiduciato.
E stavamo a lungo taciti, a spremerci le meningi su quel lavoro che non c'era.
Una volta, affinché fosse chiaro che mi sentivo a posto con la coscienza, domandai: - Che altro potrei fare? -
Mi sembrò che aspettasse da tempo quella domanda, perché rispose a tamburo battente.
- Presentati alle elezioni comunali. -
- Non sono abbastanza conosciuto. Chi vuoi che mi voti? - obiettai.
- Ti aiuterò io. Tra gli ex del MIS sono ancora molto stimato. -
Pur apprezzando la sua affettuosa disponibilità, la proposta non mi piacque, ma per non deluderlo mi limitai a prendere tempo con la scusa del concorso.
- Fra qualche giorno vado a Roma per il concorso in polizia - , gli dissi. - Rimandiamo questo discorso politico a dopo. -
- Sarà il nostro ‘piano B' - , affermò lui, facendomi l'occhiolino complice.
- Sì, il nostro piano di riserva - , confermai per farlo contento.

Alla fine non fu necessario attuare il piano di riserva, perché il concorso andò bene grazie al tema sulla Costituzione che insieme a tanti altri ‘svolgimenti' tenevo in una specie di cartucciera di stoffa che mi cingeva la vita, sotto la camicia. Ma il buon preside non poté condividere la mia gioia, perché un infarto se lo portò via mentre mi trovavo a Roma per gli esami.
Mia madre mi raccontò che la sua dipartita era stata rapida e senza sofferenza.
Egli, mentre ero via, si era assunto il compito di farle compagnia, andando in mensa a sedersi accanto a lei. La domenica in cui morì, era arrivato a tavola con passo strascicato e aveva spiegato il colore viola delle sue labbra con una colite che lo aveva tenuto sveglio durante la notte.
Quando servirono gli anellini al forno, ricoperti di melenzane e pecorino, batté le mani tutto contento come un bambino davanti a una sorpresa, e si diede a mangiare con voracità. Ma dopo le prime cucchiaiate smise. - Meglio non esagerare - , disse. Allontanò da sé il piatto, reclinò il capo come un passerotto e non si mosse più. Gli altri commensali non capirono che era morto e continuarono a mangiare. Neanche l'inserviente al momento di ritirare i piatti vuoti se ne sarebbe reso conto se, urtandolo, non lo avesse fatto crollare sul ripiano del tavolo. Allora ci fu un gran trambusto nella sala mensa e il pranzo fu interrotto.
Mia madre mi raccontò tutto questo più volte, aggiungendo sempre dei particolari inediti. - Se ne parliamo è come se non fosse morto - , diceva, per giustificare ogni ripassata dell'accaduto, ma si vedeva che era stata colpita dalla personalità di quell'uomo galante e malinconico, e ne rimpiangeva la scomparsa.
Ogni volta che ne parlavamo mi commuovevo, perché avevo messo molta affezione verso quel vecchio, sorprendente per il carattere forte e deciso, per la vasta cultura e per la disponibilità a farsi carico dei problemi altrui.
- Gaspare prima di morire ha pensato a te - , affermò mia madre una mattina.
- Che ha detto? -
- Mi ha dato in consegna un regalo per te. -
Eravamo nella sua stanzetta e lei trasse dallo sportellino del comodino un foglio ripiegato.
- Una lettera? -
- C'è altro - , rispose mia madre divertendosi a fare la misteriosa, - ma prima leggi il messaggio. -
Il messaggio conteneva una serie di elogi nei mie confronti per l'amicizia sincera con la quale lo avevo onorato, e poi spiegava la decisione di rimettere nelle mie mani il manoscritto: era sicuro che lo avrei completato, cosa di cui mi riteneva capace, coronando il suo sogno. A tal proposito mi suggeriva di rivolgermi, per avere informazioni, alle persone in vita citate nel manoscritto. Concludeva augurandomi una esistenza lunga e piena di successi.
La lettura di quel messaggio mi disorientò. Si trattava di un dono che richiedeva un mio impegno e non ero sicuro di essere all'altezza del compito.
Vedendomi confuso mia madre chiese: - Non sei contento? -
- Tu naturalmente l'hai letta - , affermai sventolando la lettera.
- Per forza non era sigillata. -
Non mi sentivo di fare una discussione sul rispetto della privacy, e tagliai corto chiedendo: - Dov'è il manoscritto? -
Mia madre tornò al suo comodino e mi consegnò sei quadernetti dalla copertina nera e dal taglio rosso acceso.
- Hai letto anche questi? - chiesi con sarcasmo.
- Non sono matta - , fece lei. - E poi scrive come un medico. -
Aprii un quaderno a caso e costatai che aveva ragione: si trattava di una scrittura ricca di svolazzi che si accavallavano creando confusione, inoltre c'erano cancellature e aggiunte numerate che andavano inserite al punto giusto. Insomma mi aspettava un paziente lavoro di cui avrei fatto a meno se non fosse stato per il rispetto che avevo verso il morto.
Alberto Di girolamo
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