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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Andrea Vitali. Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway.
Piera Carlomagno, giornalista professionista, scrive per Il Mattino di Napoli. Il suo romanzo “Una favolosa estate di morte”, pubblicato nella collana NeroRizzoli per Rizzoli, ha vinto il Premio Romiti Sezione Emergenti. I suoi racconti sono presenti in numerose antologie. E’ direttrice artistica del “SalerNoir Festival, le notti di Barliario”, che a luglio giunge alla settima edizione. E’ laureata in Lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale del Premio Nobel Gao Xingjian. Il suo ultimo romanzo “Nero lucano”, edito da Solferino, è in libreria dal 6 maggio.
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Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Writer Officina
Autore: Stefano Carloni
Titolo: Altea, figlia di Glitter
Genere Fantasy Distopia
Lettori 256 1 1
Altea, figlia di Glitter
La Trilogia delle Fate - Volume III

Anno 2265 d.C./52° del Regno di Fata delle Querce, 12 aprile
Inghilterra, Foresta di Dean
- Ragazze, iniziamo la lezione! - esclamò Fata dei Cardi battendo due volte le mani mentre venti piccole creature, tutte alte tre pollici e con grandi ali di farfalla, interrompevano le loro scherzose conversazioni disponendosi in circolo intorno a lei. - Tu, Fata dei Gelsi, vieni avanti - disse rivolta a una delle allieve.
- Fata dei Gelsi presente, Maestra! - rispose quella con voce squillante, scattando in piedi con fare impettito.
- Allora, vediamo se hai imparato la lezione precedente... Cosa siamo noi? -
- Noi siamo fate, Maestra! - esordì la fatina dai capelli candidi.
- E cosa sono le fate? Da dove discendono? -
- Le fate sono vegetali senzienti - snocciolò Fata dei Gelsi, - sono il gradino più alto dell'evoluzione delle piante -
- Bene, bene - mormorò soddisfatta la fata matura, carezzando una spalla alla giovanissima discepola (l'una aveva infatti circa duecentottant'anni, l'altra appena una ventina). - Un'ultima domanda: di cosa si nutrono le fate? -
- Le fate... - Fata dei Gelsi fece un lungo respiro, poi: - Le fate si nutrono di aria, luce e odio per gli Humoidi! - concluse scoppiando a ridere, mentre l'uditorio prorompeva in un “Ooohh” scandalizzato.
- Come osi? - gridò Fata dei Cardi, colpendo la giovane sulla guancia con il dorso della mano; la spinse con forza facendola cadere al suolo e la costrinse a giacere bocconi. - Ora ti frusterò fino a ridurre le tue ali a brandelli, così imparerai per davvero! -
L'allegria di Fata dei Gelsi aveva lasciato il posto al più puro terrore. - La supplico, Maestra, abbia pietà - gemette, - era solo una battuta spiritosa... non lo farò più... -
- Troppo tardi - sentenziò l'istitutrice alzando il braccio destro e chiamando a raccolta le correnti d'aria per creare una frusta di vento.
- No! - Una fatina dai lunghi e lisci capelli biondi, con le ali blu che risplendevano di tutti i colori dell'arcobaleno, si fece avanti e puntò con decisione i suoi occhi di smeraldo sulla Fata Maestra. - Sono stata io a insegnare a Fata dei Gelsi quella stupida battuta - ammise, - perciò, se vuole punire qualcuno, punisca me - e si inginocchiò davanti a lei porgendole la schiena.
La Fata Maestra rimase sorpresa per un istante, poi l'ira ebbe il sopravvento: - Come vuoi, piccola arrogante... - latrò preparandosi a colpire.
- Fermati - fece una voce che aveva in sé la durezza di mille tuoni. Tutti i presenti si voltarono e si prostrarono a terra, poiché tutto il Popolo delle Fate conosceva quella voce: apparteneva alla loro amata sovrana.
- Mia Regina - iniziò a spiegare sdegnata Fata dei Cardi, - questa giovane superba si è fatta beffe dei nostri... -
- Lo so - la interruppe Fata delle Querce con un cenno della destra. - Io vedo tutto e so tutto - . Si avvicinò a lei e posò le mani sulle sue spalle. - Stai facendo un buon lavoro, Fata Maestra - la rassicurò con un sorriso conciliante. - Continua così -

- Sì, Regina - mormorò l'anziana chinando il capo.
- Tu, torna al tuo posto... e ritieniti fortunata - sibilò la Regina verso Fata dei Gelsi, ancora spaurita e incredula di essersela cavata così facilmente. - E tu, Fata delle Rose, seguimi - disse rivolta all'altra.
- S-sì, Regina - balbettò la fatina coraggiosa, allontanandosi con lei.
- Non ha consentito che fosse punita - bisbigliò una piccola creatura alla sua vicina.
- Lo credo bene - sussurrò quest'ultima con un sorriso sarcastico. - Ci avrebbe messo almeno tre giorni, prima di rigenerare completamente quelle sue belle alucce -
- È perché è la figlia della Grande Glitter - chiosò una terza fata con l'aria di chi la sapeva lunga. - La Regina non permetterebbe a nessuno di toccarla, neppure con un dito! - fece agitando un indice severo.
- Lo sappiamo - sbuffò la seconda fatina, incrociando le braccia stizzita. - E comunque, a parte il discendere da sì grande fata, è una perfetta nullità. Rifiuta costantemente di esercitare i suoi poteri distruttivi, e nessuno, da quando è nata, l'ha mai vista far piovere un solo fulmine sul Relitto... È un disonore per il Popolo delle Fate! -
- Zitte, ora - le ammonì la prima, - dobbiamo riprendere la lezione -

***

Dopo essersi allontanata di qualche passo, la regina spiccò il volo e Fata delle Rose la imitò. Per qualche secondo assaporò, inebriata, la carezza del vento sul volto e fra i capelli: solo quando volava nel cielo si sentiva davvero libera. Poi le due fatine si posarono sul ramo più alto di un grande abete, da cui poterono abbracciare con lo sguardo l'intera foresta già in pieno rigoglio.
- Perché lo fai? - chiese aspra Fata delle Querce alla sua piccola suddita. - Perché metti in discussione i nostri valori, e insegni alle tue sorelle a fare altrettanto? Perché non ti impegni come le tue coetanee a divenire una fata adulta e cosciente dei suoi doveri? -
- P-perdonami, Regina - rispose tremante Fata delle Rose. - I-il fatto è che... la Fata Maestra n-non fa che parlarci degli umani, di quanto siano cattivi... ma noi allieve più giovani, di umani, non ne abbiamo mai visto neanche uno... -
- Io sì! - le gridò in faccia l'altra, stringendole con forza le braccia. - Io li ho visti, li conosco molto bene, e ho combattuto contro di essi per difendere il nostro Popolo e questa foresta che è la nostra casa. Guarda! - esclamò indicando l'ammasso di lamiere arrugginite e plastica policarbonata che tutti chiamavano il Relitto. - Quello è il simbolo perenne della crudeltà degli Humoidi, e della nostra vittoria su di loro! È la testimonianza che noi fate siamo più forti degli Humoidi, perché siamo migliori degli Humoidi! Per questo anche tu, come ogni giovane fata che abbia rispetto di sé, devi imparare a usare i tuoi poteri di dominio sugli elementi, per essere pronta ad affrontare con successo la Grande Prova -
- Ma io non voglio affrontare la Grande Prova, con o senza successo! Non voglio! - La fatina si divincolò da quella stretta violenta e scosse il capo. - La Madre delle Fate me lo ha detto chiaramente: “Astieniti dal sangue degli umani!” -
- Ancora con questa storia! - sbuffò la Regina facendole segno di tacere. - Non esiste una Madre delle Fate! È solo una fantasia, un sogno che hai fatto prima di venire al mondo... Tu hai una sola, vera madre: lo hai forse dimenticato? -
- No - sospirò Fata delle Rose, - io sono la figlia della Grande Glitter... -
- Non pronunciare il suo nome con quell'aria annoiata! - ruggì Fata delle Querce; fece per darle un ceffone, ma si trattenne a stento. - Glitter è stata la mia migliore amica, la mia compagna di tante avventure! Per lei ho lasciato la mia amata foresta e l'ho seguita nel mondo degli Humoidi, per salvare questo luogo dalla devastazione che essi stavano compiendo, sradicando gli alberi, inquinando i fiumi, uccidendo gli animali... Glitter è stata la prima fra tutte noi a lottare e vincere per difendere la nostra casa; e se fosse qui ora, si vergognerebbe di avere una discendente così vigliacca! - Le volse le spalle dandole un ultimo ammonimento: - Ravvediti, o sarà peggio per te - poi spiegò le ali e si allontanò.
- Io non sono una vigliacca! - urlò Fata delle Rose, mentre lacrime copiose rigavano il suo viso. - Non sono una vigliacca... - ma la Regina finse di non sentirla. Discese planando fino all'ingresso della galleria di talpa che aveva eletto a sua dimora, vi si infilò dentro e si gettò sfinita sul pagliericcio, ripensando ancora una volta agli eventi accaduti cinquant'anni prima...


CAPITOLO II: NASCITA DI UN DEMONIO


Anno 2214 d.C., 21 giugno
Federazione grande-indiana, regione dell'Himalaya
- Umani, sempre gli stessi! - esclamò ad alta voce Fata delle Querce accovacciata sul grande prato. Poco lontano, un torrente scorreva impetuoso verso il fondovalle; dietro di lei, altissimi, l'Everest e il K2 svettavano con il loro candore abbagliante.
Erano passati quasi due secoli da quando Oaky – così aveva scelto di farsi chiamare, quando viveva in mezzo agli umani – si nascondeva in quel luogo solitario, centonovantotto lunghissimi anni nei quali non aveva fatto altro che versare fiumi di lacrime in memoria di Danny Josephson, l'agente dell'MI6 che era stato il suo partner per quattordici mesi e di cui si era innamorata; per lui aveva provato un sentimento impossibile, assurdo (una fata e un umano, insieme!) eppure concreto, tormentoso e passionale... fino a quando Danny era stato ucciso sotto i suoi occhi, mentre lei, con un buco di proiettile enorme nel ventre, affogava nella piscina di un reattore nucleare iraniano. Ah, ricordava molto bene lo strazio, l'impotenza di quegli istanti! E poi, d'un tratto, la luce azzurrognola che promanava dalle barre di plutonio l'aveva avvolta, la sua ferita si era richiusa, e lei era uscita dall'acqua radioattiva piena di una nuova forza, una forza così grande da provocare un terremoto e far sprofondare l'intero edificio nelle viscere della terra. Era divenuta la fata più potente dell'Universo e nello stesso tempo, avendo perduto la capacità di procreare, era diventata... immortale.
“A cosa serve una fata, se non a dare vita a un'altra fata?”: così le aveva detto una volta Fata degli Ontani, la più giovane delle due sorelle con cui aveva condiviso la vita da spia (o da controspia, insomma...) Per questo, dopo aver vendicato la morte del suo amato, Fata delle Querce aveva scelto di non tornare nella Foresta di Dean e, dopo aver peregrinato per mare e per terra, si era ritirata a vivere sulle pendici dell'Himalaya, in perfetta solitudine... fatta eccezione per qualche pastore o cacciatore che, una volta ogni cinque o dieci anni, ardiva penetrare nel suo sacrario di dolore; allora il suo furore si accendeva, e scatenava tuoni, fulmini, tempeste e valanghe per indurre gli incauti a fuggire col cuore in gola. A volte, prima di scacciarli, il bisogno di confidarsi con un essere senziente era più forte della sua scontrosità, e allora raccontava loro la sua vita e i suoi martìri, per quanto essi potevano comprenderli. Così, col passare dei secoli, era entrata a far parte dei loro miti quale reincarnazione di Kali, la Dea della Distruzione, e adesso, in nome di quelle favole, in un villaggio distante una decina di chilometri – lei poteva ascoltare distintamente ogni parola pronunciata nel raggio di mille miglia, così come percepiva il contenuto di tutte le trasmissioni radio che solcavano l'etere da un capo all'altro del pianeta – in quel villaggio, un gruppo di umani stava per compiere qualcosa di molto brutto. - Beh, tanti saluti alla tranquillità - sentenziò con sarcasmo prima di spiccare il volo.

***
Il giovane monaco dalla tunica arancione srotolò la pergamena e iniziò a leggere: - Mille e mille e mille anni fa, al re dei monti nacque una bellissima figlia, cui fu dato nome Parvati... Un giorno la fanciulla scese dalla montagna e incontrò un giovane guerriero, di cui si innamorò perdutamente; ma il giovane morì in battaglia. Allora la divina fanciulla, folle di dolore, fece sorgere il fuoco dalla terra e annientò gli assassini del suo amato; poi, con il cuore a pezzi, ritornò alla casa di suo padre e scelse di vivere in solitudine... Fu così che la dolce Parvati divenne Kali, la sanguinaria dea della distruzione che uccide chiunque violi il suo tempio. Imparate dunque, o mortali, a non suscitare la sua ira -
Una ragazza di sedici anni, vestita di un sari rosso finemente ricamato con fili d'oro, e adorna di collane, bracciali e orecchini parimenti fatti del nobile metallo, giaceva sull'altare legata mani e piedi. Il sommo sacerdote posò la mano destra sulla sua fronte, alzò gli occhi verso i monti lontani e pronunciò l'invocazione: - O Kali, noi ti offriamo la vita di questa vergine, bella tra le belle del nostro misero villaggio, e ti preghiamo: frena la tua collera, affinché questo mondo non vada in rovina! -
- Non uccidetela! È la mia unica figlia! - gridò una donna dai capelli grigi mentre due servi nerboruti le impedivano di avvicinarsi alla pira. - Offrite me, non lei! -
- Tu hai già conosciuto uomo - si limitò a replicare l'anziano; stese la mano, afferrò il pugnale, lo sollevò in alto... e d'improvviso una saetta mandò la lama in mille pezzi, mentre l'uomo sgranava gli occhi, incapace di credere a quel che vedeva. - È Kali! Kali la Devastatrice! - urlarono tutti i presenti prostrandosi a terra.
Oaky, gli occhi socchiusi, un bagliore accecante a velare la sua fatesca nudità, discese lentamente in mezzo a loro (Oh, come mi piacciono queste improvvisate!, pensò tra sé); con un gesto le corde che tenevano avvinta la giovane si sciolsero, danzarono per qualche secondo come serpenti davanti alla folla attonita, infine si afflosciarono al suolo. Li fissò con sguardo da profeta biblico, inspirò profondamente e iniziò la sua concione: - Stolti! Chi vi ha ordinato di sacrificarmi fanciulli o fanciulle, o mucche o capre o galline, scoiattoli o volpi o muti pesci del fiume? - esclamò con voce tonante.
- Non io di certo! Nulla vi chiesi mai, neppure i frutti della terra, neppure un chicco di grano vi ho mai chiesto! Perché dunque profanate il mio nome, usandolo come scudo per compiere ciò che è male? Voglio saperlo; rispondete! -

- O divina - mormorò il sacerdote con voce tremante, - noi credevamo di agire bene... da tre anni ormai la nostra terra è inaridita, e i raccolti sono sempre più scarsi... e poi il nostro Paese è sull'orlo di una guerra, così... -
- Se il raccolto è scarso la colpa è vostra, non mia! - gridò la fatina indignata. - Voi umani sfruttate la terra senza pietà, senza rispettare i suoi ritmi, e poi vi lamentate perché essa, esaurita, non vi dà più frutto... E anche la guerra è colpa vostra: della vostra follia, del vostro egoismo! Dall'alba dei tempi vi dividete in gruppi e fate del vostro meglio per uccidervi l'un l'altro, tribù contro tribù, nazione contro nazione! Siete in contrasto e vi dividete su tutto, invece di essere un sol pop...Iiiiihhhh! - rantolò portandosi le mani alle orecchie. Il pianto di mille fate le risuonò nella testolina così forte, da farle temere che stesse per aprirsi in due; poi si ridusse a un flebile, angosciante rumore di sottofondo. - Io... io devo andare... - mormorò.
- Andare? Ma dove? - la interrogò stupito l'umano.
- Addio - disse Fata delle Querce. Incrociò le braccia a X sul petto, e istantaneamente il tessuto dello spazio-tempo si deformò intorno a lei, aprendo un cunicolo interdimensionale fra quel villaggio della Grande India e un luogo distante 7.500 chilometri. Sparì dalla loro vista, e in un batter di ciglia si ritrovò a fluttuare al di sopra della Foresta di Dean. Era tornata a casa.

***

Fata dei Pini e Fata degli Ontani furono le prime a correrle incontro. - Oaky, Oaky! Finalmente sei tornata! - esclamò quest'ultima incapace di trattenere il pianto. - La Regina era così in pena per te... molte volte avrebbe voluto inviare qualcuna di noi a cercarti, ma con tutto quel che sta succedendo nel mondo.... E poi lei... lei... - singhiozzò.
- Lei... cosa? Dov'è Glitter? Cosa le è accaduto? - gridò Oaky afferrandola e scuotendola per le spalle.
- Sta morendo - sospirò lei col volto triste.
Glitter giaceva su un letto di foglie, all'ombra del fiore che l'aveva vista nascere cinquecento anni prima. Fata delle Querce le si avvicinò e si inginocchiò ai suoi piedi. - Sono qui - le disse piano.
Glitter aprì gli occhi e la guardò. - Oaky, sorella mia - prese a dire con voce affannata, - il mio tempo è finito... -

- Non scherzare - ribatté Oaky con un sorriso che non riusciva a celare la disperazione. - Tu sei la più forte di tutte noi, vedrai che tra qualche giorno... -
- Tu sai che la vita di una fata finisce quando la sua discendente è pronta a venire al mondo... e ora quel momento è giunto per me - la interruppe sollevando a stento una mano. - Non ho rimpianti... ho vissuto una vita lunga e avventurosa, piena di gioie e tristezze come mai una fata ha avuto, e fra poco, forse, rivedrò il mio Charlie.... Dopo di me, la più anziana sei tu - ansimò, - perciò tu diverrai la nuova Regina.... Promettimi che difenderai sempre il Popolo delle Fate, e questa foresta... e promettimi anche... -
- Sì - mormorò Fata delle Querce stringendole convulsamente la mano, - tutto, tutto ciò che vuoi, purché resti con me! -
- Promettimi... che ti prenderai cura della nuova Fata delle Rose... - mormorò Glitter ormai a corto di fiato. - Promettimi che la amerai, e la proteggerai da ogni male... anche da te stessa... Promettilo! -
- Te lo prometto - disse solennemente Oaky col cuore a pezzi.
- Grazie - sospirò lei, e chiuse gli occhi per sempre.
- Nooo! Glitter! Ti prego, non lasciarmi sola! Non lasciarmi sola anche tu! Glittteeer! - urlò Fata delle Querce scuotendola più volte prima che le sue sorelle la allontanassero. Pianse, gridò, si strappò i capelli, si graffiò il volto; suscitò il vento, la pioggia, la neve, ma fu tutto inutile. Glitter, la sua amica preziosa e unica, la sola cui avesse rivelato la sua pena segreta, era morta; e lei non l'avrebbe rivista mai più, neppure in un'altra vita (da tempo aveva smesso di credere negli dèi degli umani), perché non poteva morire.

***

Cadde in uno stato catatonico. Nulla sembrava destare il suo interesse: né i canti che vennero intonati per la sepoltura della regina, né tantomeno le nubi a forma di fungo che spuntarono all'orizzonte una settimana dopo, là dove erano state Londra, Edimburgo e Manchester. Ma un giorno – quando erano trascorsi ormai più di tre mesi dalla morte della sua amata sorella e amica – l'aria fu lacerata da grida di fate in preda al terrore. - Un mostro! Un mostro sta distruggendo tutto! Scappiamo, scappiamo! -
Oaky si destò dal suo sonno mentale, si guardò intorno e lo vide: era un gigante alto più di trenta metri, con una testa, due braccia, due gambe e quattro tentacoli che gli fuoriuscivano dall'addome; avanzava sferragliando, bruciando molti alberi con un lanciafiamme collocato nelle mani e sradicandone altri con i tentacoli. Nell'anima della fatina risuonarono le ultime parole di Glitter: “Proteggi il Popolo delle Fate! Proteggi la foresta!” E partì all'attacco.
Sferrò un colpo al torace del mostro meccanico con tutta la forza che aveva, aprendo un buco largo tre metri da cui presero a uscire litri di olio lubrificante. Una fiamma saettò verso di lei, ma la respinse senza fatica; poi strappò uno a uno tutti i tentacoli e li usò come clave infliggendogli altri danni; infine lo afferrò, lo sollevò fino a un migliaio di metri d'altezza (mentre le sue sorelle guardavano ammirate) e lo scaraventò giù, facendolo schiantare al suolo fra le grida di giubilo di tutto il Popolo delle Fate.
Fata delle Querce si asciugò il sudore dalla fronte e riprese fiato per un momento, poi si precipitò in picchiata con la velocità di un missile: non aveva ancora finito. Sfondò il vetro di protezione e fissò uno sguardo glaciale sul pilota ancora legato al sedile e pieno di lividi: - Preparati a morire - intimò. Lui estrasse una pistola e le sparò sei volte gridando: - Proklyatyy! Proklyatyy! - ma lei fermò i proiettili a mezz'aria, e con un cenno della mano creò una bolla senza ossigeno intorno all'umano, facendolo boccheggiare per qualche secondo e lasciandolo privo di forze.
- Tenente Ilyushin, rispondi! Tenente Ilyushin, rispondi! - gracidò in russo l'apparato di comunicazione. La fatina concentrò su di sé l'attenzione della telecamera di bordo. - Humoidi - . Pronunciò quella parola per la prima volta, con disgusto. - Come diceva il vostro maestro Mao Tse-tung? “Colpirne uno per educarne cento”? Ebbene, adesso guardate... e imparate la lezione! -
Spostò la telecamera sul pilota, e con un piccolissimo atomo dei suoi poteri cominciò a fargli esplodere i vasi sanguigni, prima nei piedi e nelle mani, poi in braccia e gambe. L'umano emetteva urla atroci per il dolore, mentre dalla radio pervenivano grida, preghiere e imprecazioni di quanti stavano assistendo a quella carneficina. Oaky si sentì rivoltare dentro, ma andò avanti con studiata lentezza: due secoli prima aveva compreso che l'Uomo era la bestia più feroce mai apparsa sulla Terra, una bestia che si ammansiva solo quando era colpita da una ferocia ancora più grande. Lei doveva proteggere le sue sorelle, doveva difendere la sua foresta... e lo avrebbe fatto, a qualunque costo. - Forse hai ragione - mormorò rivolta verso il pilota, - forse sono davvero dannata, e questo è il mio Inferno - .
Continuò a fare a pezzi il corpo dell'umano metodicamente, evitando di danneggiare gli organi vitali al fine di prolungarne il più possibile l'agonia; infine, dopo otto lunghissimi minuti, ridusse la sua testa in poltiglia. - L'ha ucciso! L'ha ucciso! - sentì gridare nell'interfono; spostò nuovamente su di sé la telecamera e guardò nel monitor: un uomo dal cranio rasato, di cui riusciva a indovinare la muscolatura possente sotto la divisa da maggiore, la fissava con odio. - Chi sei? - le gridò.
- State lontani da questa foresta - rispose placidamente, - o farete tutti la stessa fine - e con un cenno della mano tolse l'energia ai pochi sistemi ancora intatti di quella macchina di morte.
Quando uscì dalla cabina, portando con sé quel che rimaneva del corpo del pilota, tutte le sue sorelle la fissarono inorridite. - Guardate! - gridò sollevando il macabro trofeo. - Questa è la fine dei nostri nemici! Guardate! -
Di colpo l'orrore lasciò il posto a un entusiasmo adorante. - Sì! - esclamò una fata. - Oaky ha sconfitto i nostri nemici! -
- Oaky ha ucciso i nostri nemici! - gridò ancora più forte la sua vicina.
- Sì, Oaky ha ucciso i nostri nemici! - ripeté una terza creatura, e dopo pochi secondi tutto il Popolo delle Fate batteva le mani e ripeteva senza posa: - Oaky! Oaky! Oaky! Oaky! - Solo Fata dei Pini e Fata degli Ontani, in disparte, non partecipavano al coro, piangendo sommessamente.
- Sapete come ci sono riuscita? - domandò loro Oaky. - Sapete perché ho fatto quel che ho fatto? -
- Perché sei la fata più forte dell'Universo! - gridò una fatina. - Sì, sì, sei la più forte di tutte! - ripeté un'altra.
- No! - esclamò Fata delle Querce lasciandole ammutolite. - Ho fatto quel che ho fatto perché sono una fata!
Perché ogni fata, ogni fata, è più forte da sola di tutti gli sporchi Humoidi messi assieme. Anche tu - disse puntando il dito verso una di esse, - anche tu puoi fare quel che ho fatto io; e anche tu, e tu, e tu, e tu - incalzò indicandole una a una. - Ognuna di voi ha in sé il potere di dominare gli elementi naturali; dovete solo credere in voi stesse, e tirarlo fuori - . Con un balzo atterrò vicino al gruppo e pose le mani sulle spalle di una fata di mezza età. - Tu puoi far piovere fulmini su quel relitto, lo sai? Devi solo fare un bel respiro, chiudere gli occhi, concentrarti e dire: “Lo voglio”. Provaci! Dai, provaci! -
La fata restò dapprima incerta sul da farsi; poi fece un profondo respiro, strinse gli occhi per qualche secondo e gridò istericamente: - Lo voglio! Lo voglio, lo voglio, lo voglioooo! - In quell'istante le nubi brontolarono, e una saetta si abbatté sul mostro ormai inerte tranciando di netto un alettone. - Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Grazie, Oaky! - urlò la piccola creatura stringendola in un abbraccio gioioso.
- Posso provare anch'io, mia Regina? - domandò titubante un'altra fatina. - Anch'io voglio provare! Anch'io! - trillarono altre due.
- Ma certo - disse radiosa Fata delle Querce. - Potete provare tutte, potete fargli quello che volete. Esercitatevi con i fulmini, il fuoco, il vento... siete voi le più forti! Siete delle fate! -
- Sììììì! - gridarono felici, dalle più giovani alle adulte. Per mezz'ora fecero piovere fulmini su quell'ammasso di lamiere contorte, fecero sgorgare il fuoco dalla terra fondendolo, suscitarono turbini e trombe d'aria rivoltandolo come un fuscello, finché, stanche e affannate, esclamarono: - Possiamo farlo... possiamo farlo davvero! Siamo più forti degli Humoidi! Siamo noi le più forti! -

- Sì - proclamò Oaky allargando le braccia in un amplesso universale. - Voi siete più forti degli Humoidi. Voi imparerete a usare i vostri poteri al massimo livello, e difenderete la nostra foresta dai nostri nemici. E quando nasceranno nuove fate, insegnerete loro a usare questi poteri, come io l'ho insegnato e lo insegnerò a voi, perché anch'esse sappiano difendere la nostra casa dai nostri nemici, di generazione in generazione, per sempre! -
- Lunga vita a Oaky! - gridò una fatina.
- Oaky è un nome humoide - la fermò lei, - e io non lo userò più. Io sono una fata; sono Fata delle Querce, la vostra Regina! -
- Lunga vita alla Regina! Lunga vita alla Regina! - ripeté in coro tutto il Popolo delle Fate.
- Ditemi dunque: chi siete voi? - domandò loro Fata delle Querce.
- Siamo fate! - risposero orgogliosamente. - Siamo fate! Fate! Fate! Fate! -
- E chi sono i vostri nemici? Chi sono i nemici delle fate? - le incalzò.
- Sono gli Humoidi! Gli Humoidi sono i nemici delle fate! - ulularono in coro.
- Ma chi è più forte tra una fata e un Humoide? Chi è il più forte? Avanti, ditemelo! -
- Siamo noi! Siamo noi le più forti! Noi! Noi! Noi! Noi! -
Fata delle Querce le ascoltò raggiante ripetere a squarciagola quel “Noi! Noi!” Aveva spezzato le catene della paura che per migliaia di anni avevano avvinto le menti e i cuori delle sue sorelle, facendole sobbalzare e inducendole a nascondersi all'avvicinarsi di un umano. Da quel giorno, nessuna fata avrebbe più dovuto provare terrore degli Humoidi. Sarebbero stati loro, da allora in poi, a tremare.
Stefano Carloni
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