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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Andrea Vitali. Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway.
Piera Carlomagno, giornalista professionista, scrive per Il Mattino di Napoli. Il suo romanzo “Una favolosa estate di morte”, pubblicato nella collana NeroRizzoli per Rizzoli, ha vinto il Premio Romiti Sezione Emergenti. I suoi racconti sono presenti in numerose antologie. E’ direttrice artistica del “SalerNoir Festival, le notti di Barliario”, che a luglio giunge alla settima edizione. E’ laureata in Lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale del Premio Nobel Gao Xingjian. Il suo ultimo romanzo “Nero lucano”, edito da Solferino, è in libreria dal 6 maggio.
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Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Writer Officina
Autore: Laura Radiconcini
Titolo: Due su Mille
Genere Storico Fantasy LGBT
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Due su Mille
Biondo era e bello...

Tyrwin tremava, il visitatore gli aveva fatto molta paura. Ma doveva obbedire, anche se non era sicuro di aver capito. Troppo alto il suo lignaggio e sicuramente troppo potente la sua magia. Veniva dall'Isola verde, sicuro. Gli aveva annunciato che il suo esilio stava per finire e la maledizione sarebbe stata rimossa, se avesse svolto bene la missione che gli veniva affidata.
“Dovrai seguire un umano di Torino” aveva detto, “perché possa fare ciò che non sa di dover fare. Si chiama Eadbhard ed è un prescelto, già toccato nell'infanzia, ma non sarà solo. Ci sarà un altro con lui. Tu non potrai andare con loro, ma un altro potrà. Non è uno di noi, bada. Nell'Italia del Sud il piccolo popolo non esiste. Questo è un ‘munaciello' – e qui l'espressione del visitatore indicò un profondo disgusto – Si chiama Toto e come tutti i suoi simili è dispettoso, ma ho provveduto a imporgli una compulsione ferrea. Collaborerà. Seguirà l'altro umano, che si chiama Eoin, perché già vive nella sua casa di Napoli...”
E poi c'erano stati una marea di istruzioni e informazioni che Tyrwin ancora doveva elaborare. Guardò il disco concavo di metallo che Rodhiann, il visitatore, gli aveva dato. Doveva riempirlo d'acqua piovana poi immergerci la punta di un dito, Avrebbe così visto dove era l'umano che doveva seguire e proteggere. Immergendo due dita invece avrebbe visto questo Toto e potuto parlarci e anche trasferirgli alcuni dei suoi nuovi poteri. Prima di andarsene, il Grande Elfo gli aveva appoggiato l'enorme palmo sulla fronte. Un brivido, fuoco e ghiaccio. “Ecco, ora hai il potere che ti serve. Durerà quanto la missione. Usalo bene.”
Non ne aveva voglia però, e decise di soprassedere per un po'. Uscì all'aperto. La cella sfondata non aveva il tetto da parecchio. Chissà cosa avrebbe detto il vecchio frate che c'era morto dentro e non si era mai accorto di lui. Pregava il suo Dio, lavorava, mangiava parcamente e dormiva. Il fatto di non venir disturbato da alcun insetto o piccolo predatore lo aveva attribuito alla grazia divina, non al modesto incantesimo che Tyrwin era ancora in grado di lanciare per proteggere la cella e gli immediati dintorni. Se no, ridotto come era alla forma minore, lui stesso sarebbe stato considerato una preda e avrebbe dovuto combattere tutto il tempo.
Rodhiann era giunto con la forma maggiore invece, alto come un umano, bello e possente. Ma Tyrwin era sicuro che la forma maggiore ancora non gli fosse consentita, come pure la forma animale, che secoli prima gli aveva permesso tanto, troppo. E poi l'arroganza lo aveva perduto. Aveva pensato di poter scoprire il segno segreto di Rama, il segreto di Atlantide, portarlo alla Nuova Corte dei Tuatha Dé Danann e averne in cambio grandi onori e riconoscimenti. Ma per proteggere il suo segreto Rama stessa era sprofondata su sé stessa, sparita nelle viscere del Roc-Maol. E lui era stato scoperto, accusato del disastro e punito prima con un lunghissimo sonno simile alla morte e poi con un interminabile esilio e la quasi totale perdita delle sue magiche facoltà.
Basta rimuginare, se voleva salvarsi era ora di mettersi al lavoro. Dove erano quei due umani di cui doveva occuparsi? Tornò nella cella e recuperato il piattino e uscì dalla porta. Sgrullando le foglie intorno all'entrata ottenne abbastanza acqua da riempire la piccola conca. Immerse la punta del dito e ... ma guarda, erano su una nave .... Non c'erano molti dubbi su quelli che costituivano il suo obiettivo. Erano, in qualche modo, più luminosi. Eadbhard e Eoin, ma nella lingua che si parlava qui e che lui aveva dovuto imparare, si chiamavano... Edoardo e Giovanni.

Un gruppo di volontari si era messo a cantare, altri parlavano fitto. In mezzo a tanta gente Edoardo si sentiva solo. Solo insieme al giovane appoggiato al parapetto.
Alto, snello, biondo, occhi azzurri, naso piccolo, leggermente aquilino, bocca ... no, basta! Ma non riusciva a smettere di guardare il nuovo venuto, domandandosi da dove potesse provenire, così biondo e chiaro di pelle. Dal Veneto forse? Certo che sul Lombardo l'unità d'Italia era già cosa fatta.
Ma aveva guardato troppo e troppo fisso, e l'altro se ne accorse. E gli parlò:
“Guardi?”
Ecco, doveva tacere, doveva levarsi da lì, non doveva continuare questa conversazione. Ma un demonio si era impadronito di lui. Per cui rispose:
“Guardo.”
L'altro, con un sorrisetto che gli increspava le labbra, chiese:
“E ciò che vedi ti piace, eh?”
Ora non era più possibile sbagliarsi, la domanda ne sottintendeva un'altra. Ma Edoardo non trovò la forza di mentire.
“Mi piace.”
“Minchia, su questa nave, stipati come siamo, si può solo guardare ... e parlare. Ti va di parlare?”
No, non era veneto. Si appoggiò anche lui al parapetto, ma non lo guardava più. Guardava il mare, così si sarebbe notato meno che stavano parlando.
“Come ti chiami?” chiese.
“Giovanni Sabatino, al tuo servizio.” Il tono strascicato celava mille sottintesi.
“Io sono Edoardo Albizzi, dal Piemonte. E tu da dove vieni?
“Siciliano sono, ma vivo a Napoli.”
“Come mai?”
“Ah, storia lunga. E tu?”
“Torino, solo Torino. Un tempo avevo sperato di andarmene a Parigi. Volevo dipingere, pensa. Poi mio fratello è morto e mi toccherà occuparmi della manifattura. E dovrò anche sposarmi. Perché Attilio è andato volontario nei Cacciatori delle Alpi e da San Martino non è tornato.”
Dopo una pausa di silenzio, Giovanni chiese:
“Gli volevi bene?”
“Molto. In fondo sono qui per lui. Per finire quello che lui ha cominciato. Ma non voglio avere la vita che avrebbe avuto lui. Non è per me. Così, sto scappando.”

Scese la notte. Non c'erano né cabine né letti per tutti, ovviamente. Furono distribuite delle coperte e i volontari si sistemarono alla meglio. Edoardo e Giovanni scelsero di rimanere sul ponte scoperto, non faceva freddo e c'era maggiore tranquillità.
“Vieni, mettiamoci qui” disse il siciliano, indicando lo spazio tra un volontario silenzioso e cupo e un fascio di cordame arrotolato.
“Lui è ungherese e non parla italiano,” sussurrò Giovanni “Abba lo chiama l'Unno. Buona idea stare vicino a lui, no? Possiamo parlare ancora, tanto non capisce.”
Di lì a poco il magiaro dormiva come un sasso, russava persino e altri volontari cercarono di allontanarsi più possibile da quel rumore. Per prudenza tutte le luci erano state spente e i due piroscafi navigavano nel buio. Così nessuno poté vedere una mano calda e forte che si insinuava sotto la coperta e stringeva la sua. Edoardo rabbrividì, provando conforto e un po' di paura. E tanta curiosità, oltre a ciò che non voleva ammettere. Ma non ritrasse la mano e sussurrò invece:
“Ora però tocca a te parlare. Raccontami perché vivi a Napoli.”
Venne fuori che il cognome di Giovanni era Sabatino d'Altacima. Un principe, nientemeno, con un palazzo a Palermo, una villa a Piana dei Colli, molti bagli con vigne, ulivi, aranceti. mandorleti e persino i ruderi di una torre normanna.
“Ma,” disse, con il tono autoironico che Edoardo aveva già notato, “in realtà niente è mio. Ho una sorella maritata e un fratello maggiore, Guglielmo, ovvero l'erede. E lui ha già due figli maschi. È anche un tipo parecchio noioso, devo dire. Ma il Principe nostro padre è contento, l'avvenire del casato sicuro è. Se fosse dipeso da me, invece... Così, andandomene da Palermo, dopo un certo problema, ho fatto un favore a tutti.”
Nelle sue parole non sembrava esserci amarezza però, perché aggiunse:
“È stata la mia fortuna, grazie a mia Zia Cettina, la sorella di mammà, che era napoletana.”
Edoardo venne così a sapere la storia di questa zia nu poco scandalosa.
Giovanni non parlava il dialetto siciliano, di cui conservava solo una gradevolissima cadenza, ma evidentemente si divertiva ad usare quello napoletano ogni tanto e Edoardo ne era sempre più ammaliato. La zia Maria Concetta, comunque, era rimasta a lungo zitella perché non aveva remore e diceva quel che pensava. Però, arrivata oltre i trent'anni, ma essendo ancora piacente, aveva trovato un uomo. Lui era vedovo senza figli, faceva l'armatore ed era ricco assai. Non era nobile, si era fatto strada dal basso, ma Cettina lo aveva sposato lo stesso. Una mésalliance per cui nessuno l'aveva più ricevuta, né i suoi parenti napoletani né quelli della sorella in Sicilia. Lei non se ne era fatta un problema, anzi. Contenti l'uno dell'altra, i due frequentavano il demi monde e gli intellettuali e se la spassavano, anche perché bambini non ne avevano avuti. Poi l'armatore era morto improvvisamente, poco prima che Giovanni arrivasse a Napoli. Sapeva la storia della zia e dell'ostracismo familiare, ma se ne curava poco, e in più era latore di una lettera di condoglianze che sua madre gli aveva affidato in segreto. Portò la missiva, la zia gli piacque molto e lui piacque alla zia. Con lei non era necessario mascherare la sua natura e divennero amici e un po' complici. Cettina lo aveva introdotto nei circoli intellettuali della città e gli aveva presentato persone che a loro volta lo avevano introdotto in altri ambienti, molto interessanti.
“Lo sai mio caro,” spiegò Giovanni con un risolino, “che nel Regno delle due Sicilie la sodomia non è reato? Non c'è proprio niente di scritto che ci condanni.” Poi le dita che stringevano le sue si allontanarono dalla mano e lo accarezzarono sull'inguine, ma con un passaggio così rapido che finì subito, lasciandolo stordito e senza fiato.
“Meglio provare a dormire ora, buona notte.” disse Giovanni girandosi sull'altro lato.
Sì, dormire. Ma davvero quest'uomo bello e impudente era già certo di lui, lo aveva capito nel profondo, e intendeva avere con lui rapporti ... carnali?
Che poi Edoardo rapporti veri e propri non ne aveva mai avuti. In collegio aveva guardato, toccato qualche volta e una volta si era lasciato toccare. Sapeva, aveva sempre saputo, di essere attratto dai maschi, non dalle femmine, ma i desideri che lo tormentavano erano rimasti per lo più inappagati o al massimo soddisfatti solo dal vigoroso utilizzo della sua mano destra. Utilizzo che non era certo possibile, lì e ora. Sarebbe stata una notte lunghissima...
Invece dormì, sognò forse, perché gli parve di vedere una figuretta, un ragazzino più che un uomo, avvolta in un mantello verde. Che però sparì subito dalla sua vista. Quando riaprì gli occhi, albeggiava. Nessun nanerottolo col mantello venne a turbarlo, invece c'erano due occhi azzurri in cui sarebbe stato facile annegare.
“Vieni Edoardo. Pare che scenderemo a terra, ma prima... non senti questo buon odore di caffè?”
Erano in Toscana e sembrava stessero per sbarcare a Talamone, un piccolo porto abitato da povera gente, carbonai e pescatori, ma che nella torre ospitava una guarnigione militare a guardia del porto. Dato che molti avevano patito il mal di mare e l'interno della nave era diventato un verminaio, scendere a terra era una prospettiva molto allettante. C'era chi sperava di trovare pane fresco, chi vino, chi altro. Ma molti discorsi vertevano sulle ragioni di quello sbarco inaspettato. Si brontolava anche sull'Ordine del Giorno letto la sera prima, ad alcuni non era andato giù che il grido di guerra dei volontari, tutti rinominati Cacciatori delle Alpi, dovesse essere ‘Italia e Vittorio Emanuele!'
Ma soprattutto si parlava di armi. I moschetti c'erano, le munizioni no. I contrabbandieri che dovevano fornirle avevano menato tutti per il naso, Generale compreso.
Intanto erano sempre più vicini a terra. Una barca venne incontro ai due piroscafi, portando all'apparenza persone di riguardo e in divisa, che salirono sul Piemonte e si trattennero a colloquio con Garibaldi. Si seppe poi che erano i comandanti del forte e del porto.
E via, si sbarcava.

Talamone

Accidenti al munaciello, si era quasi fatto scoprire. Evidentemente quell'Edoardo ‘toccato nell'infanzia', come aveva detto Rodhiann, era in grado di vedere quello che gli umani in genere non potevano. Era ora di parlare con lo spiritello dispettoso e richiamarlo all'ordine.
Semplice, due dita nel piattino stavolta ed eccolo lì Toto, sembrava un ragazzino umano malnutrito. Maledicendo la sua forma minore, ma sapendo di essere bello e proporzionato come ogni elfo, Tyrwin sperò che vedendolo l'altro non capisse le sue vere dimensioni e lo sottovalutasse. Ma no, sembrava spaventato, invece.
“Sai che non devi farti mai vedere, Il piemontese invece ci riesce, per cui devi fare in modo di essere sempre coperto dal manto dell'invisibilità. Altrimenti... “. C'era chiaramente un'incongruenza, il punto non doveva essere il mantello verde ma qualcosa d'altro. Ma ora non aveva il tempo di pensarci. Voleva saperne di più dell'altro umano.
“Senti, tu lo conosci bene questo Eoin. Giovanni, voglio dire. Parlami di lui.”
“È ‘o nepote ‘e ‘Onna Maria Cuncettina. Essa me vuleva bene, ‘o sapeva ca ie ce stevo, pure se ‘o marito ‘a sfrugugliava sempe, e me faceva truvà ‘e babbà. Po' ‘o Pataterno se l'ha chiammata e ave lassato tutte cose a Giuanne, pecché ce teneva ‘a isso comme ‘a nu figlio. E po' isso se n'è venuto ‘a ‘sta casa d'a soia. A Tuledo. Ma è nu buono guaglione, ‘o saie...”
Tyrwin non aveva capito una parola.
“Parla italiano, maledizione, lo sai parlare?”
“ ‘O saccio, ‘o saccio' disse Toto con voce tremante. Poi tra molti ‘cosa?' e molti ‘ricomincia!' quello che Toto sapeva di Giovanni venne fuori. Tanto per cominciare era ‘nu ricchione', ma Tyrwin già lo sapeva, avendo osservato e ascoltato i due garibaldini parlare tra loro. Questo a Rodhiann stava benissimo, voleva che il legame tra i due umani divenisse molto forte. Poi, avendo ereditato dalla zia, Giovanni era diventato ricco, e all'inizio aveva pensato solo a divertirsi. Uommene per lo più, ma qualche volta pure fimmene, ma solo pei balli. Poi opera, balletti, teatro, gioco pochissimo, quel vizio non l‘aveva. Tirava di scherma e andava a cavallo. Una bella vita, insomma, finché qualcosa era cambiato. Un caro amico, non un amante, un dottore, lo aveva introdotto alla politica. Che poi, per quelli della sua età, voleva spesso dire Italia Unita. Un percorso che aveva portato Giovanni sul Lombardo, evidentemente.
Insieme i due volontari sarebbero riusciti a sventare un complotto ordito dai nemici della loro gente, così aveva detto il Grande Elfo a Tyrwin, aggiungendo che ciò era stato confermato dalla loro veggente. Il complotto veniva da Roma, si capisce. Da quelli che avevano conquistato l'Irlanda al cristianesimo, sconfitto la Dea e costretto il piccolo popolo a nascondersi dagli uomini usando la forma minore. Ma ora gli elfi potevano reagire, avevano una spia nel campo avversario e potevano contrastarne i disegni...
Oh, ma intanto Toto non si vedeva più. I garibaldini dovevano essere scesi a terra. Meglio osservarli.

“Rompete le righe, libera uscita.”
Le compagnie dei Cacciatori delle Alpi erano state formate, otto in tutto. Invece niente armi, tranne per il drappello di tiratori scelti genovesi, muniti di moderne carabine svizzere di loro proprietà. Tutti gli altri dovevano aspettare.
In libera uscita finalmente ci si potevano sgranchire le gambe. Giovanni però non era più accanto a lui. Passò del tempo, che Edoardo cercò di impiegare come meglio poteva, parlando con questo e con quello, accompagnando altri sino alla riva. Del resto non dare nell'occhio stando sempre insieme era necessario. Si parlava, e molto, del gruppo di una settantina di volontari che, condotto da Callimaco Zambianchi, aveva abbandonato la spedizione, per ordine di Garibaldi. Pare che si stessero dirigendo verso lo Stato Pontificio, recando manifesti che invitavano le popolazioni umbre all'insurrezione. Secondo alcuni si trattava di un brillante diversivo, per far pensare che Roma fosse la meta della spedizione. Altri, più maligni, ritenevano che l'intento di Garibaldi fosse soprattutto quello di allontanare Zambianchi, persona rozza e violenta che durante la Repubblica Romana si era reso responsabile di esecuzioni ingiustificate. In Sicilia simili incidenti avrebbero dovuto essere evitati ad ogni costo.
Tornato verso la piazza, Edoardo vide che si stavano distribuendo dei viveri e molti si erano messi in fila. Poi, all'improvviso il siciliano fu accanto a lui. Parlò a voce bassa, senza guardarlo.
“Vieni con me. Guarda che direzione prendo e poi seguimi, non ti far notare.”
“Ma dove?”
“Ho trovato una stanza per noi. Con il pranzo, spero...”
Lo vide voltare dietro una piccola casa gialla e dopo un po' gli andò dietro, le gambe tremanti. E così, sarebbe successo davvero? Voleva che succedesse?
Arrivarono davanti a una porta dilavata dalle intemperie ma ben chiusa. Giovanni aveva la chiave e aprì.
“Il proprietario di questa casa ce la lascia fino a domattina. Sua moglie dovrebbe averci preparato anche qualcosa da mangiare, compreso nel prezzo. Speriamo bene.”
Il piano inferiore era costituito da una grande cucina scura, che due finestrelle che affacciavano sul retro non riuscivano a illuminare. Nel mezzo un tavolo, con sopra alcuni piatti coperti da un canovaccio.
“Beh vediamo. Quattro carciofi lessi, una scodella di fagioli, formaggio di pecora, acciughe salate, mezza pagnotta, un po' d'olio e sale. Bene, visto che il pane qui è sciapo. Vino e poi ... oh, dessert di ciliegie. Dai, mangiamo, poi andiamo su.”
Edoardo aveva la gola chiusa, e mandar giù qualche boccone fu uno sforzo. Poi Giovanni lo prese per mano e salirono insieme la scala che portava di sopra. Li accolse una camera ampia, spoglia ma pulita, e un letto grande, rifatto di fresco. Per un attimo Edoardo ebbe l'impulso di scappare, ma l'altro lo prese tra le braccia e lo baciò. Sapeva di vino e di ciliegie. Ricambiò il bacio e ora non voleva più fuggire. Sentiva premere sul ventre il desiderio del compagno, malgrado la stoffa che li separava, e sapeva che anche lui stava reagendo allo stesso modo.
Tremava però, e Giovanni se ne accorse. Si staccò da lui e lo guardò negli occhi. “Capiscimi bene, Edoardo. Voglio baciarti dappertutto, carezzarti. Scoprire la tua pelle e imparare il tuo odore. Ma poi alla fine, non fingiamo, fottere ti voglio. Se tu non vuoi, se non ti va, meglio finirla prima di cominciare. Ci facciamo una bella dormita e basta, che sulla nave si dorme male.”
Ma, improvvisamente senza paura, l'altro rispose:
“Non ho sonno.”
Mani che sbottonavano, aprivano cinture, calavano calzoni, braghe... Pelle contro pelle, gambe intrecciate, baci sul collo, sul petto, sui capezzoli... ed era tutto così giusto.
“Mmm Edoardo, salato sei.”
“Già, ho fatto il bagno in mare, ero con Abba. Una meraviglia.”
Una dolce spinta lo fece cadere sul letto.
“Nudo eri?”
“Ma no. Ho le braghe ancora umide.”
“Sì, e il culo fresco, senti qua.”
Al tocco dell'altro Edoardo si irrigidì, senza potersi controllare. Maledizione, stava mandando tutto a monte?
No, forse no, perché Giovanni gli sorrise e disse:
“Mio caro, non sei pronto ancora. Verrà il momento, ma adesso no. Voglio che ti piaccia, quando succederà, perché prima o poi tu mi dovrai ricambiare, che credi? Per ora ti faccio un piccolo regalo. Questo ti piacerà di sicuro.”
Rapida la testa bionda gli calò sull'inguine, poi Giovanni lo prese tra le labbra e lui si perse in un godimento mai provato.
Più tardi, quando si fu ripreso abbastanza da aprire gli occhi, Giovanni era disteso accanto a lui. La bella bocca impudica, che aveva leccato, succhiato e persino inghiottito, gli chiese, carezzevole:
“Tutto bene?”
Frustrato perché non era capace di parlare di certe cose con la naturalezza dell'altro, poté solo rispondere un flebile “Sì”. Poi gli occhi gli caddero sul corpo nudo del compagno:
“Ma tu, tu sei ancora...”
Giovanni si guardò.
“Eh sì... se vuoi però puoi darmi una mano... Come si fa lo sai, vero?”
In effetti Edoardo lo sapeva e lo fece.
Caddero addormentati e quando si svegliarono era calata la notte. Accesa una lucerna si guardarono intorno.
Su un cassone c'erano un catino, una brocca piena d'acqua e alcuni pannicelli. Si dettero una sciacquata poi, rivestitisi alla meglio, scesero in cucina in cerca della cena. Edoardo ora aveva una fame da lupo e di quello che era avanzato non rimase una briciola.
Mentre finivano di bere il vino, il piemontese trovò un po' di coraggio e chiese:
Senti, ma quando hai detto che anche io dovrò.... io pensavo ...
“Pensavi che io fossi il maschio e tu la femmina? Non è così. Si dà e si prende e deve essere uno scambio giusto. Non è anche per la giustizia che combattiamo?” Giovanni rise e continuò: “E poi, come ti ho detto, se il tuo amante ci sa fare, quello è un piacere a cui sarebbe un peccato rinunciare. C'è un motivo, sai, me l'ha spiegato un amico medico e...”
Gelosia, gelosia terribile. Gli si doveva leggere in faccia. perché l'altro si affrettò a dire:
“Luigi è un amico e un patriota. È solo questo per me, ma gli devo molto. Mi ha fatto conoscere Settembrini, lui lo frequentava prima del carcere e dell'esilio e leggere i suoi scritti mi ha cambiato la vita. Anche perché il professore è come noi, anche se è sposato con figli e pochissimi lo sanno. Comunque niente impedisce che anche quelli come noi combattano per un ideale. Ma Luigi ha un compagno che non sta bene in salute. Polmoni. Per questo non è qui con Garibaldi.”
Scandaloso Giovanni, andava a combattere e forse morire per la causa, ma era capace di riderci su. Mai Edoardo aveva conosciuto un uomo così. E quanto gli piaceva! Per fortuna avevano ancora la notte tutta per loro.

Batterono alla porta. Ma come, se nessuno sapeva che erano lì? Meno male che si erano rivestiti. Preoccupati, andarono ad aprire. Era il padrone di casa.
“Signori, scusate se vi disturbo, ma forse non avete udito. È stato dato l'ordine dal vostro generale e tutti dovete risalire immediatamente sui legni.”

Arrivarono al molo trafelati. Garibaldi era sul parapetto del Piemonte, la faccia corrucciata. Sul Lombardo c'era Nino Bixio, con la stessa espressione. Le barche facevano una rapida spola avanti e indietro e nel trasbordo Edoardo e Giovanni riuscirono a sapere cosa era successo. Rallegrati dal vino e cercandone dell'altro, alcuni volontari erano entrati nelle case poi, non trovandone, avevano messo gli occhi sulle belle paesane. Gli occhi e anche le mani, pareva. Niente di più di qualche pizzicotto, beninteso, perché per lo stupro c'era la fucilazione, lo sapevano tutti. Ma anche il poco era stato già troppo.
Ne erano nati tafferugli con i locali, tafferugli che il Colonnello Türr, rimasto a Talamone per garantire l'ordine, non era riuscito a sedare. Prima che la situazione degenerasse del tutto, un ufficiale di ordinanza di Garibaldi, Giuseppe Bandi, si era precipitato ad avvertire il Generale che, cinta la sciabola, era sceso a terra infuriato, aveva staffilato le teste calde con parole durissime e concluso col grido “a bordo tutti”.
E così era stato.
Tyrwin scosse la testa, disgustato. No, così non andava bene per niente. La relazione tra i due umani era appena agli inizi e doveva essere rafforzata, ma come, su quella nave affollatissima che non avrebbe concesso loro alcun momento di intimità? Ma forse, con l'aiuto di Toto e un pizzico di magia, qualcosa si poteva fare. Immerse nell'acqua le punte di due dita.

Nido d'amore

L'elfo che lo comandava era stato chiarissimo: “Prima che sbarchino a terra dovrai trovare il modo di farli stare insieme almeno un'altra volta” gli aveva detto, “perché dopo lo sbarco difficilmente ne avranno la possibilità. Mentre solo se il loro legame sarà più forte il dono di Edoardo potrà esplicarsi appieno. Se no, Giovanni potrebbe morire in battaglia...”
Toto a Giovanni voleva bene, anche se dolci non gliene lasciava, ma del resto non sapeva che avrebbe dovuto. Se moriva, chi sa chi sarebbe venuto ad abitare in quella casa. Magari l'avrebbero fatta benedire e lui avrebbe dovuto andarsene. Il munaciello però aveva obiettato che sulla nave non era possibile, che c'era gente dappertutto. Le poche cabine erano tutte occupate, i volontari dormivano anche per terra, nei saloni, ovunque, addirittura nella stiva. “Sciocco,” aveva risposto l'elfo schizzando un po' d'acqua che dal nulla gli era arrivata in faccia, “io ti ho dato i poteri necessari per farlo, cerca e troverai, prepara tutto per bene e poi fa' in modo che anche loro lo possano trovare.”
E Toto si era messo all'opera. Non certo dove c'erano i saloni e le poche cabine, affollatissimi, ma nel ponte coperto, vicino alla cambusa, forse... Fuori vista da chi si affaccendava nella cucina, e dalla parte opposta agli alloggi dell'equipaggio, fitti anch'essi di volontari, c'erano alcuni locali di servizio in un passaggio laterale e lì non era arrivato nessuno. Puntò un dito a una porta e questa si aprì mostrando che la stanzetta era vuota e sgombra. Un altro giro del dito, disse una parola che Tyrwin gli aveva insegnato e l'ambiente cominciò a popolarsi di oggetti provenienti dalle cabine superiori. Cuscini, lenzuola, coperte e persino un materasso fluttuarono intorno a lui e si posarono in terra. Chissà che liti ne sarebbero sorte pensò Toto, soddisfatto perché adorava i dispetti. Avrebbe preso e portato una brocca d'acqua e una di vino e magari un po' di formaggio e galletta, perché i due amici non avrebbero cenato, se tutto andava come previsto. Era il caso di aggiungere anche un secchio vuoto, prima o poi sarebbe servito. Poi c'era un altro problema: privo di finestre, il locale era angusto e presto sarebbe mancata l'aria. Il munaciello si soffiò sul dito e seppe che Edoardo e Giovanni avrebbero respirato bene per tutta la notte. Che altro? La porta: con l'unghia incise una spirale sulla vernice scrostata e finalmente toccò la maniglia. Nessuno avrebbe potuto aprirla, tranne....

“... daghela avanti un passo, delizia del mio cuore...”
Un altro giorno di navigazione, passato a cantare e a fabbricar pallottole. I quattro cannoni presi in Toscana erano stati sistemati, due per piroscafo. Ormai stavano raggiungendo la Sicilia. Anzi, secondo alcuni, erano più vicini all'Africa che alla Trinacria. Dove sarebbero sbarcati? Non si parlava più di Porto Palo, per via dei suoi fondali troppo bassi, ma di Marsala, che alcuni sostenevano fosse già insorta contro i Borbone.
Sempre per non dar adito a sospetti, i due amici passavano il tempo con altri volontari. Edoardo si era trovato a parlare spesso con un giovane padovano molto interessante, un vero scrittore e poeta, oltre che giornalista, che aveva da poco finito un romanzo. Intendeva cercare un editore, ma poi aveva deciso di seguire Garibaldi. Come tutti, questo Ippolito Nievo era ansioso di combattere, ma temeva che gli studi notarili, che aveva intrapreso per compiacere il padre, lo avrebbero costretto ad altri compiti, più burocratici e tuttavia necessari. Già c'era qualcuno nel gruppo di comando che gli aveva messo gli occhi addosso.
Quando calava la notte però Edoardo e Giovanni si cercavano silenziosamente e nel buio giacevano vicini, quasi impazzendo per il desiderio insoddisfatto.
Riprendendo sonno dopo una notte agitata – avevano perso contatto col Piemonte e quando si erano riavvicinati, Bixio l'aveva scambiato per una nave nemica, sicché un grave incidente era stato evitato per un pelo – Edoardo sognò. Ed era un sogno molto strano, ma non il primo della sua vita. Lo prese l'impulso fortissimo di raccontarlo a Giovanni, che sembrava essersi svegliato anche lui e gli s'era accostato di più. Un poco si vergognava a parlarne e sua madre gli aveva estorto la promessa di non farlo mai, ché sarebbe stato considerato uno squilibrato... Ma nell'oscurità era più facile.
“Sai Giovanni,” sussurrò, “mi capita una cosa curiosa ogni tanto. Io ho, insomma – ma non ridere per favore – delle visioni. In sogno, ma talora anche da sveglio.”
“Visioni religiose sono?” Ossignur, stava già ridendo di lui?
“No, per niente,” si affrettò a rispondere. “Qualche volta neanche le capisco, ma qualche altra... insomma mi fanno vedere il futuro. Quasi sempre me ne rendo conto solo dopo che la cosa è successa.”
Laura Radiconcini
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