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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
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Writer Officina
Autore: Lawrence M.F. Sudbury
Titolo: Malta 1775: il crepuscolo dei Cavalieri
Genere Romanzo Storico
Lettori 367 10 5
Malta 1775: il crepuscolo dei Cavalieri
A. D. 1773, 14 ottobre, festa di S. Callisto I
Palazzo Vescovile di Mdina.

Monsignor Giovanni Carmine Pellerano aveva da pochi mesi compiuto settant'anni ma si sentiva come se ne avesse cento.
Nato a Mazzarino, in Sicilia, terzogenito di una famiglia discretamente benestante, con un padre gabellotto del Conte Branciforti e una madre che badava alla casa e ai sette figli avuti dal marito, Giovanni aveva ricevuto la vocazione quando era ancora un bambino, a soli dieci anni.
Ancora oggi, dopo tanto tempo, a volte gli capitava di domandarsi quanto autentica fosse stata quella chiamata. Di fatto, nella Val di Noto e in particolare nel feudo del conte, i percorsi di vita da scegliere non erano poi tanti: o comandavi o eri comandato e se comandavi voleva dire che eri un uomo del conte come suo padre o eri uno dei tanti campieri che andavano in giro per la campagna a sorvegliare i braccianti e a compiere ogni sopruso, mentre se eri comandato, se eri un colono del latifondo, il meglio che ti poteva accadere era di soffrire per la fame e la malaria, mentre il peggio poteva non avere limiti.
Di certo Giovanni non avrebbe ereditato la carica di suo padre, che spettava di diritto a suo fratello maggiore Salvatore o, se per caso lui fosse morto, al secondogenito Rosario. Magari avrebbe potuto avere un incarico come campiere, quello sì, ma non si sentiva proprio tagliato per una vita di violenze e, dunque, molto probabilmente sarebbe diventato un “comandato”, uno di quelli che vedeva andare da suo padre con il cappello in mano e i pantaloni sporchi di terra a chiedere una proroga dell'affitto o uno sconto sui raccolti dovuti.
L'unica via d'uscita era la Chiesa e, in fondo, la soluzione non gli dispiaceva affatto: era sempre contento quando Padre Alfio gli chiedeva di servire messa e tutti quei riti, quei misteri, quelle frasi in latino lo affascinavano. E poi, suo padre gli aveva insegnato, come a tutti i suoi fratelli maschi, a leggere, scrivere e anche a maneggiare i numeri e indubbiamente questo lo avrebbe favorito nei primi anni di studio.
Così, nel 1712 era partito da casa ed era entrato nel Seminario Minore di Agrigento. Ci si era trovato bene, i suoi insegnanti avevano apprezzato con quel ragazzino tranquillo, studioso e senza grilli per la testa e, quattro anni dopo, era approdato al Seminario Maggiore di Palermo.
Era stato a Palermo che aveva conosciuto l'esistenza dell'Ordine dei Cavalieri ed era stata una scoperta folgorante: non era stato tanto l'amore per l'avventura a spingerlo tra le braccia degli ultimi monaci guerrieri, quanto il venire a conoscenza del fatto che per i loro cappellani consacrati non erano richieste le patenti di nobiltà. Entrando nell'Ordine gerosolimitano, dunque, lui avrebbe potuto essere un Cavaliere a tutti gli effetti, anzi, un Cavaliere Presbitero, persino superiore ai rampolli di famiglie anche più nobili dei conti Branciforti. A ventitré anni, sei mesi prima di terminare il Seminario, si era presentato al Balivato di Palermo, facente parte del Gran Priorato di Napoli e Sicilia e aveva chiesto di essere ammesso all'Ordine, cosa che era puntualmente avvenuta dopo la sua consacrazione sacerdotale e che aveva fatto di lui un Cappellano Conventuale Professo.
Quelli che erano seguiti erano stati anni felici: fra' Giovanni amava quello che faceva, amava dare assistenza spirituale ai tanti Cavalieri, giovani o meno giovani, che aveva incontrato in tutti i balivati in cui era stato mandato e aveva anche compreso, quando era stato inviato a prestare servizio in alcune parrocchie, di provare un sincero slancio religioso nel mettersi al servizio degli altri e, in particolare, dei meno fortunati.
Poi, purtroppo, il 28 maggio 1770 aveva ricevuto da Papa Clemente la nomina che per tanti altri avrebbe potuto essere una promozione e un grande onore ma che per lui era stata una condanna: quella a Vescovo di Malta.
Il 25 agosto era stato consacrato a Reggio Calabria dall'Arcivescovo Capobianco e, sei giorni dopo, aveva preso possesso della sua diocesi, dando inizio al suo calvario.
Quella di Malta non era una diocesi come tutte le altre e le ragioni della sua anomalia erano così connaturate nella struttura stessa dei rapporti tra Papato e Ordine Ospedaliero di San Giovanni da essere ineludibili: in qualità di appartenenti a un Ordine monastico, infatti, i Cavalieri erano pienamente e apertamente sottomessi ai voleri del Papa, ne riconoscevano l'autorità morale, spirituale e temporale e non potevano in alcun modo sottrarsi a un suo comando diretto ma, d'altra parte, in qualità di entità giuridica internazionale con sede, governo e statuti propri e con un territorio autonomo datole in gestione, l'Ordine era formalmente svincolato da qualsiasi altra autorità esterna, compresa quella papale.
Insomma, si trattava di un bel guazzabuglio legale che nel corso dei secoli era stato risolto con una sorta di mutuo accordo: il Papa non interferiva negli affari interni dell'Ordine e nelle sue pratiche di governo e i Cavalieri mantenevano un ossequio formale ai voleri del Pontefice, che rappresentava la massima autorità, sia morale che politica, a cui fare riferimento.
Giovanni era ben conscio delle difficoltà del compito che gli era stato affidato in qualità non solo di pastore del popolo melitense e guida dei presbiteri locali ma anche di trait d'union tra un Papato di cui era rappresentante spirituale nell'arcipelago e un Ordine di cui era Prelato, dunque parte del governo, sì, ma unicamente su mandato pontificio esterno all'Ordine stesso.
A contribuire al caos, poi, c'era anche il fatto di non essere l'unico rappresentante papale sull'isola ma di dover in qualche modo condividere l'incarico con il Gran Inquisitore, che fungeva anche da Nunzio Pontificio e a cui erano affidate le spettanze di tipo giudiziale che investivano le questioni relative all'ortodossia cattolica e il lavorio diplomatico tra Stato Pontificio e Governo di Malta.
A dire il vero, fin dall'inizio del suo mandato Giovanni non aveva avuto grandi problemi con il Cardinal Lante, ben più interessato a intessere relazioni internazionali con le potenze europee e a dedicarsi a questioni politiche che a curarsi degli aspetti pratici e spirituali del ministero ecclesiastico.
I veri problemi erano quelli relativi ai rapporti con i Cavalieri e i Gran Maestri ed erano proprio quei rapporti, con il loro progressivo deterioramento, a far sentire il Vescovo così stanco e sfiduciato.
Già i primi anni sotto la Gran Maestranza di Pinto non erano stati semplici, sebbene avrebbero potuto esserlo se solo Monsignor Pellerano non avesse inteso il suo ministero anche come una difesa dei diritti del suo gregge ma ora, con Ximenez, le cose stavano andando di male in peggio. Fin da subito c'erano stati la stretta su quelli che il Gran Maestro aveva definito “i lussi delle chiese” e i tagli sui contributi statali per il mantenimento degli edifici e il lustro delle funzioni e già quella era stata una bella gatta da pelare. Evidentemente il Gran Maestro, abituato ai fasti di San Giovanni, non si era avventurato per i sentieri del centro dell'isola e non aveva avuto modo di vedere le condizioni miserevoli in cui versavano molte delle chiese parrocchiali dei villaggi più sperduti o, forse, riteneva che la pulizia periodica delle opere d'arte di Caravaggio o di Mattia Preti e l'uso dell'incenso e dei ceri durante le messe costituissero sprechi inutili e dannosi per l'economia isolana! Comunque, grazie a una paziente opera di convincimento e a un fitto carteggio con Roma, il Vescovo era riuscito a sopperire alla drastica riduzione dei finanziamenti dell'Ordine attraverso contributi pontifici che gli erano costati mesi di implorazioni e perorazioni a tutti i Cardinali curiali.
Subito dopo, però, era sorta l'incredibile e insensata questione dei conigli! Poteva sembrare solo una vicenda ridicola ma, con il prezzo della farina alle stelle a causa delle tasse governative, la caccia al coniglio era divenuta una attività essenziale alla sopravvivenza per buona parte degli isolani e, se anche Ximenez poteva aver ragione nell'affermare che i conigli si stavano estinguendo, molto probabilmente avrebbe dovuto incolpare di ciò i suoi uffici esattoriali e non far ricadere la questione sulle spalle di contadini deperiti che cercavano solo di mangiare un po' di carne!
Era su queste basi che il Vescovo aveva inviato una protesta ufficiale a Palazzo Magistrale ma tutto quello che aveva ottenuto era una esenzione dalla legge per i membri del clero: un affronto ridicolo, volto ad aprire una spaccatura tra i presbiteri, considerati sovversivi sobillatori di rivolte antigiovannite e un popolo che, nonostante il suo fervente Cattolicesimo, avrebbe difficilmente digerito qualunque favoritismo nei confronti dei suoi membri consacrati.
Possibile che Ximenez non se ne rendesse conto? Possibile che non capisse che l'unico effetto che avrebbe ottenuto sarebbe stato quello di intensificare le attività venatorie dei bracconieri e, soprattutto, di molti preti che avrebbero provveduto a rifornire i loro concittadini, spesso parenti e amici, di quella fonte di sostentamento ad essi preclusa?
E, infatti, l'editto non aveva sortito alcun effetto sull'aumento dei conigli nell'isola, tanto che il Gran Maestro si era visto costretto, due mesi prima, a ritirare la concessione ecclesiastica alla caccia, provocando un'ulteriore ondata di sdegno in tutto il Paese e nuove ire da parte del Vescovo, che per nulla al mondo l'avrebbe data vinta a quel vecchio nobile viziato che gli ricordava fin troppo i figli dei conti della sua infanzia e che era disposto ad arrivare fino al Papa per far cancellare il provvedimento.
Era, appunto, alla Cancelleria papale che stava scrivendo un' ennesima missiva di lamentele quando don Lawrenz, il suo segretario, bussò alla porta e gli annunciò che era arrivato il nuovo sacerdote incaricato della parrocchia di San Publju a Floriana, don Gaetano Mannarino.
Monsignor Giovanni, assorbito dalle beghe politiche, si era completamente dimenticato di aver fissato un appuntamento con quel nuovo presbitero arrivato dalla Sicilia, che doveva prendere servizio da lì a pochi giorni e, maledicendo la stupidità di Ximenez che lo distoglieva dai suoi doveri istituzionali, mise subito la lettera che stava scrivendo sotto il passacarte e chiese a don Lawrenz di far entrare il nuovo venuto.
Si aspettava di trovarsi di fronte un giovane sacerdote siciliano appena licenziato dal Seminario di Palermo ma, inaspettatamente, don Lawrenz fece entrare un uomo sulla cinquantina, scuro di carnagione e con il viso pesantemente segnato dal sole, che lo salutò con un - Bonġu Monsinjur! - che indicava una evidente origine locale.
Tentando di non palesare troppo la sorpresa che lo aveva colto, Monsignor Giovanni ricambiò il saluto in maltese e, passando subito all'italiano. con cui si sentiva molto più a suo agio, fece accomodare il nuovo venuto su una delle due sedie davanti alla sua scrivania.
- Caro don Gaetano, non vi nascondo che vi immaginavo completamente differente... - , esordì il Vescovo sorridendo.
L'altro ricambiò placidamente il sorriso, rispondendo: - Sì, me lo posso immaginare! -
- Raccontatemi di voi: immagino che questa non sia la vostra prima nomina... - , continuò l'alto prelato.
- In realtà, per certi versi lo è, Monsignore. Quanto a me, è presto detto. Sono, come può facilmente osservare, il frutto di una vocazione tardiva. Sono nato nel villaggio di Ix-Xemxija, davanti alla Baia di San Pawl, cinquantuno anni fa. Mio padre, di famiglia originaria di Licata, in Sicilia, era un commerciante di pesce all'ingrosso e un piccolo possidente terriero e io ho avuto la possibilità di studiare al Kulleġġ San Antonio fino a quando, a sedici anni, sono entrato nell'azienda della mia famiglia, in cui ho lavorato per i diciotto anni successivi, dirigendola dopo la morte di mio padre nel 1754. Fin da ragazzo, però, sentivo che quello non era il mio posto e così, due anni dopo che mio padre Giuseppe ci aveva lasciati, ho ceduto il posto nella direzione della nostra attività a mio fratello minore Luca, mi sono trasferito in Sicilia e sono entrato nel seminario di Palermo, da cui sono uscito dieci anni dopo. Da allora, sono stato mandato come coadiutore in varie parrocchie delle Madonie e, un mese fa, mi è stato permesso di tornare a casa e mi è stata affidata una parrocchia nella diocesi di Sua Eccellenza - .
- Capisco - , assentì Monsignor Pellerano. - Una storia singolare la vostra. Ma, ditemi, che cosa vi ha spinto alla vita sacerdotale? -
- I pescatori, Monsignore! - , rispose prontamente l'ecclesiastico maltese.
- I pescatori? Cosa intendete dire? - , s'incuriosì Pellerano.
- Sì, Monsignore, i pescatori che venivano a venderci il pescato che noi poi facevamo trasferire ai mercati. Erano tutti povera gente, distrutta dalla fatica delle nottate passate in mare sui loro luzzi colorati grandi come gusci di noce ma avevano una dignità e una fede che raramente ho incontrato nei cosiddetti “grandi”. Sono quella dignità e quella fede che mi hanno convinto della grandezza del messaggio evangelico di preferenza per gli ultimi e che mi hanno fatto scegliere di dedicare la mia vita proprio a quegli “ultimi” disprezzati da tutti! -
Pellerano rimase molto colpito da questa risposta e non poté fare a meno di pensare a come, curiosamente, il percorso della sua vita e quello della vita di quel prete, troppo vecchio per avere qualsiasi possibilità di carriera ecclesiastica ma così convinto della sua scelta, fossero stati, per molti versi, diametralmente opposti ma si fossero trovati, ad un certo punto, a convergere: lui era entrato nella Chiesa per sfuggire alla povertà e aveva solo in seguito compreso l'amore per i più diseredati, mentre quell'uomo aveva scientemente deciso di muovere i suoi passi sulla strada di quell'amore e quell'amore lo aveva portato alla Chiesa. Forse, rifletté tra sé, questa era la forza della chiamata divina: coglieva ciascuno in modo differente per poi portare ciascuno alla stessa indiscussa verità.
- Conoscete già la parrocchia che vi è stata assegnata? - , cambiò discorso il prelato per non farsi trascinare dalle sue cogitazioni.
- Certo, eccellenza: questa è una piccola isola e, in un modo o nell'altro, ogni comunità finisce per conoscere tutte le altre. Ho alcuni amici a Floriana e, in ogni caso, sarà per me un piacere poter finalmente parlare la mia lingua con i miei parrocchiani! - , ribatté don Mannarino con entusiasmo.
- Allora non mi resta che augurarvi buon lavoro ed esortarvi a rivolgervi a me in caso di qualunque necessità! - , si raccomandò il Vescovo, alzandosi per segnalare al suo sacerdote che il colloquio era terminato.
Don Gaetano era già quasi sulla porta quando a Giovanni venne in mente un'ultima cosa: - Ah, dimenticavo di chiedervi ... Che cosa pensate dell'Ordine di San Giovanni che governa l'isola? -
Mannarino si voltò con un sorriso sornione. - Posso parlare liberamente nonostante voi indossiate la croce ottagona, Eccellenza? - , domandò il prete.
- Certamente! - , concesse il Vescovo. - Sono un pastore di anime prima che essere un Cavaliere! -
- Allora vi risponderò con una domanda: conoscete la storia dell'isola? -
- Sì, naturalmente! -
- Ecco, allora passate in rassegna tutti gli occupanti che si sono susseguiti: Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani, Arabi, Normanni, Aragonesi ... C'è mai stato qualcuno di questi che sia venuto qui per il bene dei Maltesi? -
- Sinceramente direi di no... -
- E perché dovrebbe essere diverso con i Cavalieri? -
Lawrence M.F. Sudbury
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