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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Andrea Vitali. Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway.
Piera Carlomagno, giornalista professionista, scrive per Il Mattino di Napoli. Il suo romanzo “Una favolosa estate di morte”, pubblicato nella collana NeroRizzoli per Rizzoli, ha vinto il Premio Romiti Sezione Emergenti. I suoi racconti sono presenti in numerose antologie. E’ direttrice artistica del “SalerNoir Festival, le notti di Barliario”, che a luglio giunge alla settima edizione. E’ laureata in Lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale del Premio Nobel Gao Xingjian. Il suo ultimo romanzo “Nero lucano”, edito da Solferino, è in libreria dal 6 maggio.
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Autore: Antonella Sacco
Titolo: Piangere non serve
Genere Young Adult
Lettori 273 3 2
Piangere non serve
Una domenica di maggio. Lui, mio padre, se ne va.
Mi saluta come se uscisse per andare in ufficio, un giorno qualunque: “Ci vediamo presto.”
Presto. Non a pranzo. Non a cena. Nemmeno domani. Forse il prossimo fine settimana. O quello dopo.

E così è finita.
Aspettavo e temevo questo momento da quando, trentasette giorni fa, con cautela e imbarazzo, mi hanno dato la notizia. Mi hanno spiegato che erano molto dispiaciuti per me, ma che la loro decisione era irrevocabile e definitiva e, alla lunga, si sarebbe rivelata positiva per tutti noi. Solo allora mi sono resa conto che avrei dovuto prevederlo, captare i segnali che da mesi aleggiavano nell'aria, capire che i silenzi lunghi intere giornate in cui si erano trasformate le loro discussioni accese indicavano chiaramente che la fine si stava avvicinando. Avrei dovuto prevederlo anche se, comunque, non avrei potuto impedirlo.
Fisso la porta che ho chiuso io stessa alle sue spalle, mentre scendeva il terzo scalino. La esamino, ne scruto ogni minimo dettaglio: è robusta, di legno scuro, noce forse; ha una doppia serratura di sicurezza e la maniglia dorata, mentre i cardini sono neri; al centro una vite, in corrispondenza del pomello situato sulla parte esterna.
Passi dietro di me. Mia madre.
“Che fai?”
“Niente.”
Scappo in camera e metto un po' di musica. Qualcosa a caso, non mi interessa cosa, non l'ascolterò. Ho solo bisogno di un po' di rumore. Molto rumore, per non sentire i miei pensieri e riempire il vuoto che mi si è spalancato dentro.
Lei non sopporta la mia musica, ma stamani non si presenta, come al solito, a protestare per il volume troppo alto. La odio. E odio anche lui. Per quel saluto senza rimpianto. Piangere non serve, mi ripeteva quando ero piccola, ogni volta che mi sbucciavo un ginocchio o mi capitava un piccolo incidente. Io non versavo nemmeno una lacrima.
Neanche adesso piango. Non serve.
Passerà, mi dico. Tutto passa e si scorda, come ho letto in un'intervista a Mick Jagger che ho trovato in un vecchio ritaglio di giornale che lei custodiva con cura. Non riesco a stare ferma, percorro la camera in lungo e in largo come una tigre in gabbia. Dalle foto appese al muro Brad Pitt e Rihanna sembrano prendersi gioco di me, soffoco l'impulso di strappare quelle immagini. Basta anche con la musica.
Esco.
I marciapiedi scorrono veloci sotto i miei passi, mentre spio nelle targhe delle auto la presenza di qualche messaggio in codice: nessuna rivelazione.
Manca poco alla piazza, quando le mie orecchie percepiscono un rumore familiare e inconfondibile: il Liberty di Chiara. Lei sa che oggi era il giorno, è la mia migliore amica. Tutto insieme uno stridere di freni, quelli del suo motorino e quelli dell'auto che la segue, un suono di clacson. Si è fermata appena mi ha vista, senza curarsi di controllare se aveva macchine dietro di sé.
“Se n'è andato?”
“Sì. Da un'ora e diciassette.”
Scende di sella e mi abbraccia. “Andiamo un po' in giro.”
Salgo dietro di lei, che parte subito, senza guardarsi alle spalle, costringendo un altro automobilista a una brusca frenata. Nonostante la stagione c'è una velata foschia ma Chiara imbocca la strada che porta in collina, nostra meta consueta quando vogliamo parlare o quando ci girano molto le scatole e non vogliamo neppure parlare. Si ferma al belvedere, da dove, nelle giornate limpide, si domina la città. Camminiamo un poco in silenzio. Mi chino a raccogliere un sasso e lo lancio oltre il parapetto, giù per il pendio. Ruzzola a lungo, lo seguo con lo sguardo finché si perde in una siepe. Non sopporto questa quiete. Torno verso il motorino.
“Posso guidare?” Domando. Lei mi porge le chiavi.
“Piano.” Protesta allarmata quando il Liberty si impenna un poco. La mia mano dà gas, il massimo che si può con le curve che devo affrontare. In pochi minuti arriviamo in centro: intorno a noi non più la campagna sonnolenta, ma la folla dei turisti e degli sfaccendati, i vucumprà, i suonatori ambulanti.
Ci infiliamo nel nostro negozio preferito, sempre aperto anche nei giorni festivi. Musica per gli occhi e per le orecchie. Mi aggiro fra i cd, ma non riesco a fermare la mia attenzione su niente. Chiara parla con un commesso del concerto che Vasco terrà a Pistoia e poi compra il biglietto.
“Non lo prendi?” Mi domanda.
Scuoto la testa.
Lei insiste: “È una vita che abbiamo deciso di andarci.”
“Non mi va.”
“Allora lo prendo io per te. Sono sicura che cambierai idea.”
Quando sta per pagarlo mi arrendo e tiro fuori delle banconote dalla tasca dei jeans. Forse mia madre avrà qualcosa da obiettare per il fatto che è a Pistoia, ma questo non mi preoccupa, anzi: sono abbastanza grande per la loro separazione, no? Quindi lo sono anche per il mio concerto.
All'una meno venti Chiara mi lascia sotto il portone. Salgo lentamente le scale e il sottile conforto rappresentato dalla sua vicinanza si scioglie. Sto ancora lottando contro il vuoto che ho dentro. Tutto passa e si scorda. Tutto passa e si scorda: DEVE essere vero. Davanti alla porta non so risolvermi a infilare la chiave nella toppa, rientrare non è affatto ciò che desidero. Vorrei essere lontano. Molto lontano.
Non ho fame, ma mi costringo a sedere a tavola, tanto da ora in poi sarà sempre così. Lei parla poco, io per niente; la sua conversazione è limitata a: Vuoi dell'acqua? Mi porgi il pane? Frasi inutili per spezzare il silenzio e fingere che non ci sia niente di diverso, che l'assenza di mio padre, insolita nei giorni di festa, sia un dettaglio senza importanza, ma la cosa è qui, insieme a noi: sulla sedia vuota, nell'armadio di camera ormai tutto per lei, sulla mensola grigia del bagno da cui sono spariti il rasoio e la crema da barba.
Il pranzo dura poco, neanche lei aveva voglia di mangiare.

Da domenica non sopporto di stare in casa. Non sopporto di stare ferma. Non sopporto niente. Esco, mi rifugio in camera mia o da Chiara, esco di nuovo.
Tutte le sere il telefono squilla, è già un'abitudine: lui. Parla di sciocchezze: fa freddo, c'è il sole, come va la scuola, c'era un bel film ieri alla televisione. Come se niente fosse. Spegnere il cordless è un sollievo.

Venerdì sera c'è una novità, lei mi dice: “Devi fissare con tuo padre per domani.”
Alzo le spalle.
“Hai sentito?” Insiste.
“Non voglio vederlo.”
“Sciocchezze.”
“Se n'è andato lui, non io.”
“Sai benissimo che eravamo noi due a non andare d'accordo, tu non c'entri.”
“Questo lo dici tu.” La interrompo. Ma forse ha ragione, non c'entravo abbastanza, altrimenti sarebbe rimasto.
“Non è giusto che tu ce l'abbia con noi perché ci siamo separati. Ti sarai accorta che non riuscivamo più nemmeno a litigare, ormai l'unica cosa che ci restava da fare era questa. Non potevamo più vivere insieme.”
“Me lo avete già detto.”
“Perché è così. Non crederai che non abbiamo riflettuto o che non sappiamo quanto sia difficile per te. Cerca di capire.”
Loro sanno, sanno sempre tutto. Non voglio più sentire questi discorsi e la interrompo ancora: “Se devo vederlo per forza, quando telefona ci parli un'altra volta tu e poi mi dici l'ora.”
“Martina...”
Mi chiudo in camera. Capire, non capire, che significa? Io so solo che sto male. Squilla il telefono: sento la sua voce, non distinguo le parole. Riattacca e viene a bussare alla mia porta.
“La cena è in tavola.”
“Non ho fame.”
“Non fare così. Vieni a mangiare.”
Apro la porta: “Non ho fame.”

Mi sembra che la scorsa domenica fosse ieri, ma anche che sia roba di un secolo fa. Davvero ha vissuto in questa casa? Davvero adesso non ci vive più? Vorrei che fosse qui e nello stesso tempo vorrei non vederlo mai più. Mi domando come sarà incontrarci, non riesco a pensare ad altro. Immagino il dialogo parola per parola, le espressioni del viso, gli sguardi. Mi dico che parleremo di sciocchezze come per telefono, sarà una delusione. Scelgo mentalmente più volte cosa indossare, come se fosse il primo appuntamento con un ragazzo che mi piace, poi richiudo sbattendola l'anta dell'armadio immaginario: che importa cosa mi metto, non voglio uscire con lui, non è giusto che me lo chieda.

Come prevedevo: un pomeriggio e una serata da cancellare, non avrebbe potuto essere altrimenti.
Conversazione stentata, imbarazzo.
Mi ha raccontato del bilocale in cui si è trasferito, cose dell'ufficio. Si è impegnato ma non ha funzionato. Forse se fossi riuscita a gridargli quanto lo odio mi sarei sentita meglio o comunque mi sarei sentita in qualche modo, invece mi sembrava di non essere lì, ma lontanissima, in una specie di limbo in cui le comunicazioni non arrivavano e da cui le comunicazioni non partivano.
Il momento peggiore è stato quando all'improvviso ha iniziato a parlare della cosa, l'aperitivo che aveva bevuto gli ha dato il coraggio necessario, ma non intendevo sentirgli ripetere che non poteva fare altrimenti e quanto gli dispiace: “Lascia perdere.”
Mi sono allontanata in fretta, lui mi ha chiamata, poi mi è venuto dietro. Prima, che potesse aggiungere altro, gli ho intimato: “Cambia argomento, altrimenti torno a casa.”
Si è arreso.
Anche in pizzeria non è stato facile. L'ambiente era allegro, ma io mi sentivo fuori posto, mi pareva che tutti notassero che tipo di coppia eravamo, e questo mi disturbava e mi feriva. Gli altri erano tutti normali. Gruppi di ragazzi e ragazze, fidanzati, famiglie con bambini. Solo noi eravamo una mezza famiglia. D'un tratto ho provato il desiderio che accanto a noi si materializzasse mia madre, e mi sono chiesta se avrebbe senso, ogni tanto, cenare fuori tutti e tre insieme, come una volta.
Che idiozia, niente sarà più come una volta.
E poi in pizzeria mi piace andarci con gli amici, non con loro.
Una serata assurda. È meglio se non ci vediamo più, piuttosto che vederci così. Non glielo ho detto, però: le parole mi intasavano la gola e sono riuscita solo a salutarlo.
Mi spoglio gettando jeans e camicia in terra. Non voglio uscire più con lui. NonvoglioNonvoglioNONVOGLIO. Asciugo con rabbia una lacrima che scivola sulla mia guancia, non voglio nemmeno piangere, non serve.

I giorni, eccetto quelli in cui devo stare con lui, trascorrono gli uni uguali agli altri e diventano settimane; continuo a sentirmi avvolta da una specie di ovatta, solo il senso del dovere nei confronti della scuola mi tiene in contatto con il resto del mondo. Ho perso interesse per qualunque cosa: amici, ragazzi, musica. Mi distrae un po' leggere qualche giallo e a volte mi aiuta parlare con Chiara; la sua presenza è comunque l'unica che cerco.
Chiara dice che per mio padre è importante vedermi, anche se quando siamo insieme non sappiamo di cosa parlare. Forse non ha torto, la casa in cui adesso torna lui è sempre vuota, mentre per me in fondo non è cambiato gran che: la sua assenza si nota soltanto all'ora di cena. Subito dopo mi rintano in camera a leggere o a studiare, quando posso esco. Come prima. Mia madre resta in cucina a guardare la tele. Come prima. Di diverso c'è solo il fatto che oltre la porta a vetri del salotto l'altro apparecchio tace e la luce è spenta, perché lui non c'è. Ed è anche vero che lui non pretende di vedermi, me lo chiede, semplicemente. Me lo chiede e si aspetta che accetti e io, nonostante tutto, non riesco a dirgli di no.

Penso con sgomento alla fine della scuola, le vacanze si preannunciano come una sorta di incubo: come farò a riempire le giornate per non pensare troppo alla cosa? Non avrò neppure la compagnia di Chiara, che partirà per New York, ospite di uno zio, fratello di suo padre, che si è trasferito negli Stati Uniti per lavoro una ventina di anni fa.
Comunque forse è meglio che Chiara non ci sia: devo farcela da sola e ce la farò.
CelafaròCelafaròCelafarò.
Vorrei tanto anch'io avere la possibilità di stare lontana da qui, non importa dove. Vorrei tanto andarmene via da loro, almeno per un po'.
Se almeno avessi accettato la proposta di Elena di accompagnarla in quella specie di campo di lavoro organizzato da un'associazione ecologista... adesso purtroppo non c'è più posto.
Ci sarà pure un modo per andarmene...
Antonella Sacco
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