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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Andrea Vitali. Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway.
Piera Carlomagno, giornalista professionista, scrive per Il Mattino di Napoli. Il suo romanzo “Una favolosa estate di morte”, pubblicato nella collana NeroRizzoli per Rizzoli, ha vinto il Premio Romiti Sezione Emergenti. I suoi racconti sono presenti in numerose antologie. E’ direttrice artistica del “SalerNoir Festival, le notti di Barliario”, che a luglio giunge alla settima edizione. E’ laureata in Lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale del Premio Nobel Gao Xingjian. Il suo ultimo romanzo “Nero lucano”, edito da Solferino, è in libreria dal 6 maggio.
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Autore: Teresio Asola
Titolo: Zurini. Per riaccendere le stelle
Genere Formazione
Lettori 237
Zurini. Per riaccendere le stelle
Sul pianerottolo, due carabinieri. “CARABINIERI!” urlò Vanni dentro di sé, incapace di parlare e di pensare, rivolgendo loro il sorriso preparato per Bianca.
- Maresciallo Lentini, buongiorno - si presentò il più anziano e gallonato dei due militari, squadrando Vanni da testa a piedi e indugiando su quel sorriso così fuori luogo del ragazzo. Vanni sentì, poi, lo sguardo dei due calare come un maglio sui capelli lunghi che evidentemente stonavano con la sua camicia verde militare sulle cui spalle quasi si appoggiavano. - È Lei Nonsò Giovanni? - domandò sbrigativo il maresciallo.
- Sono io - sussurrò Vanni, incapace di spegnere quel sorriso scemo stampato in volto, e di aprire la porta oltre un millimetrico spiraglio. Mise insieme a fatica la forza di presentarsi, ristabilendo l'ordine del nome davanti al cognome, senza la grinta di Carducci che si era rifiutato di firmare il libretto universitario a uno studente che si era presentato col cognome e nome: - Piacere, Giovanni Nonsò - .
- Dobbiamo farle qualche domanda, Nonsò Giovanni - disse il maresciallo Lentini senza preamboli.
Vanni, sbalordito, sentì le orecchie rizzarsi come a un segugio, gli occhi spalancarsi e il sorriso morire in un'espressione attonita.
- Qualche domanda sulla sua domanda ... - si sentì in dovere di chiarire il maresciallo, incurante di ripetizioni e inesattezze linguistiche, agli occhi da bradipo di Vanni. Schiaritosi la voce, il maresciallo spiegò nel miglior burocratese, rivolto alla fissità dello sguardo di Vanni: - Sa, sulla sua istanza, da Lei fatta pervenire al Ministero della Difesa in forza della legge 15 dicembre 1972, n. 772 - .
La voce puntuta del maresciallo rimbombò nel pianerottolo del condominio. Si sentì solo il cigolare lento di un paio di porte che si socchiudevano ai piani bassi, e un tossicchiare nervoso poco lontano, amplificato dalla tromba delle scale.
- Aaah - cantilenò Vanni, come un ebete di fronte a un marziano. Si rabbuiò. Si sentì perduto. Dalla fessura della porta semiaperta, egli continuò a guardare i due carabinieri. Gli occhi sbarrati, la fronte aggrottata, il cuore in tumulto, i pensieri aggrovigliati, Vanni era indeciso se aprire del tutto o no, pur consapevole di non poter fare altrimenti, e incerto se essere contento che gli si fossero rivolti dandogli del Lei e non col tu come avevano fatto invece gli ufficiali alla visita di leva.
Mamma, che lo aveva seguito a passettini svelti, piegò il capo a lato e intravide in tralice le divise dallo spiraglio della porta; quindi volò via leggera in cucina, a metter in miglior ordine fili e calzini lasciati alla rinfusa sopra la scatola chiusa, per non dare impressioni sbagliate: la famiglia Nonsò era sempre all'onore del mondo. Datasi un'aggiustata anche ai capelli, riaccorse in corridoio quasi scontrandosi con papà, uscito scalpicciando sulle pattine dall'ex camera di Livia, diventata suo studio da pittore dopo aver accompagnato la figlia all'altare. Si voltò a guardare i genitori, Vanni. Stirò un sorriso forzato da commerciante, tanto per sdrammatizzare.
- Possiamo entrare? - domandò il più giovane dei due dal pianerottolo, indicando lo spiraglio della porta che Vanni si ostinava a non allargare. La voce tuonò robusta, vuoi per l'età di chi aveva parlato, vuoi per il timbro da carabiniere, vuoi per il rimbombo delle scale che amplificava meglio del Pioneer di Vanni.
- Ma ... sì ... - annuì Vanni, deglutendo il cuore che gli squassava il petto. Aveva visto nei film americani che i poliziotti per entrare in casa esibivano un mandato di perquisizione, ma forse loro non dovevano perquisire casa e per fargli qualche domanda non dovevano mostrare nulla.
- Certo, certo - si affrettarono a rispondere i genitori senza neppure salutare, vergognosi di quel dialogo sul pianerottolo che risonava del vocione dei carabinieri.
Mamma lanciò occhiate nervose alla scala. Certo immaginava tutto il palazzo in ascolto. - Avanti, avanti - disse lei quasi spingendo i militari dentro casa con gesto delle due mani che non arrivarono a toccar loro la divisa, che pure l'affascinava, con quella banda rossa sui pantaloni e la visiera rigida lucida sul cappello. La parola di esortazione, ripetuta, le era uscita vigorosa, quasi quanto i calcetti che lei diede a quattro pattine parcheggiate vicino al portaombrelli, per avvicinarle ai carabinieri. Una volta entrati, lei sbirciò fuori dalla porta e chiuse lesta, come a recludere i gendarmi lontani da orecchie e occhi indiscreti.
Vanni sorvegliò le pattine sotto i piedi dei carabinieri schettinare rapide sul pavimento di marmo dell'ingresso tirato a lustro; pensò a quanta paraffina doveva aver dato mamma il giorno prima sul pavimento lucido di marmo, lavoro che pure lui conosceva per aver collaborato più di una volta con straccio, spazzolone e olio di gomito. Poi rialzò il capo. Il volto di lei era bianco, lo sguardo di papà ombroso e disorientato, mentre finalmente salutavano gli ospiti in divisa: - Buongiorno - dissero insieme i genitori di Vanni, col tono di chi sale sul patibolo.
Piantati in mezzo all'ingresso, i carabinieri si guardarono attorno. - Buongiorno - risposero. - Genitori di Nonsò Giovanni? - domandò loro il più anziano dei due.
Annuirono muti, i genitori di Nonsò Giovanni. Mamma abbandonò le braccia lungo i fianchi, papà li squadrò immobile, con la sigaretta pencolante dalle labbra e un abbozzo di sorriso da salumiere.
- Siamo qui per Nonsò Giovanni - disse loro, secco, il più anziano e gallonato dei due, dissimulando uno spiccato accento siciliano. Il papà di Vanni aggrottò ancor di più la fronte.

***

Mamma si schiarisce la gola e dà un colpetto di tosse. Non è abituata a leggere a voce alta. Tace e continua a sfogliare qua e là, ma in silenzio. Di tanto in tanto spalanca gli occhi. Pochi minuti e richiude il fascicolo, scrollando il capo e strizzando la bocca a smorfia.
- Nonsò Giovanni - sbotta. - Giovanni, si chiama, proprio come te. Meno male che, almeno, il tuo cognome è Giordano e non questo stupido Nonsò. E io... io mica mi chiamo Montag. Ma li hai inventati, forse? Non parli mica di te, vero? E di noi? - implora, lo sguardo sospettoso ad aggredire ora me, ora i fogli che le tremano nella mano ossuta.
Mi stringo nelle spalle e allargo le braccia.
Lei riapre il plico, incapace di ritrovare l'ultima pagina letta a voce alta, grossomodo a metà. Lo richiude. - Qui - ripete indicando genericamente i fogli.
Sollevo le ciglia e le mando una smorfia di innocenza, gli occhi tondi spalancati come un cucciolo di foca.
- Qui - ripete lei, picchiettando sui fogli alla Woody Woodpecker, come faceva sul foglio quadrettato del compito in classe quando alle medie le consegnavo da firmare un'insufficienza di matematica. - Parli mica di noi, qui? - ripete lei, il braccio teso come ad allontanare da sé il plico. Come se la carta puzzasse.
- Forse anche - rispondo io.
- Forse anche, dici! Qui parli delle pattine, del portaombrelli in corridoio, di un papà che fuma, e dipinge nella camera di Livia! Pare il nostro ritratto sputato! -
- Sembra - dico, con un tono indifferente da far inviperire i santi.
- Sembra troppo - dice mamma, il viso rosso per l'agitazione.
- Oh, che esagerata! Quanti Vanni ci sono in Italia? - domando.
- E, combinazione, la madre si chiama Luisa e il padre Orso, vero? - domanda lei, agitandomi i fogli davanti al viso come un compito in classe di matematica non andato benissimo.
Mi stringo nelle spalle, facendola irritare ancora di più.
- E poi - aggiunge mamma - quanti Vanni come te hanno una sorella che si chiama Livia come la tua, e hanno avuto il piacere di ricevere visita dai carabinieri? Poi, scrivi delle pattine. In tutta Alba saranno solo più pochi a usare le pattine. Cose da vecchi, dicono - .
- Pff! - strizzo la bocca.
- Cosa dici “pff”? - domanda mamma.
- Non si dice “solo più”, mamma - le sussurro, rassegnato, cercando di sviare su questioni di lingua.
- Io lo dico finché voglio. Mi rimangono solo più pochi anni da vivere ... -
- Ma se hai solo settantasette anni, mamma! -
- Va beh, ma mia mamma è arrivata solo ai sessanta. Cosa vuoi che mi faccia dei problemi su cosa e come dire? -
- E allora pure io ... -
- Pure io che cosa? -
- Pure io scrivo quel che voglio, mamma. -
- No, se sono cose di famiglia. -
- Mi sono un po' ispirato, mamma. -
- Un po' ispirato, Vanni? - ringhia lei. I fogli, malfermi, frusciano e le sussultano in mano, come animati da forza propria.
- Un cicinìn, diresti tu, mamma. -
- Un cicinìn, solo? Prendi in giro? -
- Sì, mamma. Cioè, no. Non nel senso del prendere in giro. Nel senso del cicinìn. Un po'. Ma poi, molto, poco, che cosa vuol dire? Potrei anche dirti che mi sono ispirato molto. O che è tutto vero. Che cosa cambierebbe? Alla fine questa ... -
- Roba? - mi suggerisce mamma.
- Quest'opera - correggo io - non è necessariamente la nostra storia, tranquilla. E se poi alla fine tu dovessi scoprire che è anche un pezzetto della nostra storia, che te ne importa? A settantasette anni ... - .
- Cosa vuoi dire, che su una settantasettenne puoi passare sopra col rullo compressore? -
- No, voglio dire che ... l'hai detto tu ... a settantasette anni, che vuoi che te ne importi del cosa e come? -
- Mi vedi già bell'e morta, Vanni? - dice mamma, portandosi le mani alla bocca.
- No, ma no, ma l'hai detto tu ... ? -
- Che cosa, ho detto io? -
- Ma sì, la faccenda di ... Oh, insomma. E comunque, le storie non appartengono a chi le ha vissute, mamma. -
- Ah, no? E a chi, allora? -
- A chi vorrebbe riviverle - le dico. - Ad esempio - .
Mamma si stringe nelle spalle.
- A chi le legge - aggiungo.
- Umpf - sbuffa, lei.
- Alla storia stessa, di cui chi scrive si fa servo. -
- Eh, come parli difficile, Vanni! Comunque tu non scrivere di noi. Prenditi ben guardia dal metterci in piazza. -
Mi porge il fascicolo. A essere precisi, quasi me lo lancia, come a liberarsi da un tizzone ardente. Lo sbatte sulla mia mano come a volerla schiaffeggiare.
Lo afferro al volo. - Non credo si possa dire “prenditi ben guardia” - rido io, maledetto, e mi precipito nella mia vecchia cameretta affacciata alla stazione dei treni, per mettere il manoscritto al sicuro nello zaino da computer.
Tornato in cucina, osservo mamma che sminuzza verdure con la lama a mezzaluna sul tagliere di legno scavato dall'uso. Quasi non riesco a fissare la lama tonda, che va su e giù e su e giù: un movimento ipnotico, inafferrabile come i raggi della bici di Bartali in discesa. Mamma, tutt'ossa, nervi e pelle, ha la complessione del ciclista. La forza e il ritmo, non certo da settantasettenne, incantano. Letteralmente. Impossibile distoglierle lo sguardo. Mentre lavora, nell'aria si sprigionano profumi di biete, prezzemolo, rosmarino, cipolla e aglio.
D'un tratto si blocca. Solleva la mezzaluna di una spanna, immobile a mezz'aria. Pienamente visibile, finalmente. Dal filo della lama cade una poltiglia verdastra. Mi stupisce che non fumi, l'acciaio. Distoglie lo sguardo dal tagliere di legno e lo scaglia su di me (non potendo fare altrettanto col tagliere, come forse vorrebbe). - Io “prenditi ben guardia” e “solo più” li dico finché voglio - mi ringhia contro.
- Ma ... è piemontese. -
- E allora? Se non ti piacciono queste espressioni, te le traduco. Insomma, posso dirtele più da professore. Ma ... hai mica vergogna della tua lingua, Vanni? -
- A dire il vero, mamma, io non l'ho mai ... -
- Sopportata, vero? Dillo, che ti dà fastidio, il piemontese - mi sfida.
- Non l'ho mai parlata, volevo dire. -
- Ah! E te ne vanti? -
- Come se non lo sapessi, mamma. Ma no. -
- Però, Vanni ... Cos'è questa canzone? -
- Quale canzone? - domando falso, interrompendo un cantilenare bolso di cui io stesso mi sorprendo.
- Come, quale? Ma quello che stai cantando da un po', Vanni - .
- Scusa, non me n'ero neanche accorto - dico, ma continuo a cantare, meno sonoramente.
Pure lei ne intona a memoria l'aria, a bocca chiusa, squadrandomi con uno sguardo perso che pare divorarmi d'amore. I suoi occhi mi ricordano quelli di Ilsa di Casablanca; così puri, incavati nel volto delicato, denunciano il suo rovistare, nel catalogo della sua memoria anziana, nel cercare la canzone che riprendo a sussurrare da automa, il mio sguardo ipnotizzato a fingere interesse per le verdure macinate sull'asse di legno, pronte per il soffritto.
La mia Ilsa smette di canterellare quel mio motivo che non conosce, continuando a fissarmi. Si sgranchisce le mani fini, noccolute per l'artrite e odorose di cipolla, intorpidite dallo spingere sulla lama a mezzaluna. Mi rendo conto che quella musica, che non sapevo di canticchiare e non c'entra nulla con As time goes by, in effetti mi girava dentro dall'inizio di questo pomeriggio di fine estate. A dire il vero, un poco c'entra con Casablanca: la città, non il film; non è Marocco, ma siamo a quelle latitudini.
- Non la ricordo - scuote la testa sconsolata, lei. - È una canzone degli anni '70? Eppure la musica mi piace, e ho buona testa - aggiunge con la fierezza della settantasettenne che si crede ragazzina grazie alla forza polemica, alla riconosciuta lucidità del pensiero e ai complimenti di mio padre.
- Zuruni - le rispondo. - La canzone di un'estate. Di un'estate lontana - .
- Canzone? Estate? Roba come Volare, Azzuro, Luglio, Abbronzatissima, o è una cosa moderna? -
- Non è moderna, mamma. Ti ho detto: è di un'estate di un po' di anni fa. -
- Mi ripeti il titolo? - domanda lei.
- Zuruni. -
- Che cosa? -
- Zu-ru-ni - sillabo e sbuffo, aprendo il rubinetto per bermi un bicchiere d'acqua.
- Mai sentita - scuote il capo mamma, inseguendomi con una bottiglia di minerale in mano. - Bevi questa, ché non sai che cosa c'è in questi tubi - .
- Ma va'. Papà l'ha sempre decantata come la più sicura e buona al mondo, l'acqua di Alba, grazie al cloro e ai carboni attivi che faceva mettere lui quando lavorava in Comune. Ricordi quando prendeva in giro chi per non bere la sua acqua dell'acquedotto di Alba andava con le taniche alla Fontana Azzurra di Bossolasco? Mai capito cosa fossero i carboni attivi, ma il cloro sì che si sentiva. Quando tu e papà facevate le tagliatelle a mano, sapevano solo di cloro. Per fortuna le annegavamo nel tuo meraviglioso ragù, che cuoceva ore in un pentolino a fuoco lento. Così buono, che non resistevo e c'intingevo il pane dentro, alla fine. Ma se era solo per le tagliatelle, cotte in quest'acqua ... Adesso, invece - dico annuendo e portando alle labbra il bicchiere colmo di acqua del rubinetto - il cloro quasi non si sente più, e almeno non consumiamo tanta plastica che poi chissà dove va a finire - .
- Ma non vuoi un po' di acqua tonica, invece? - insiste mamma, già pronta a precipitarsi al mobiletto sotto il televisore sempre ben fornito di Schweppes per gli ospiti.
- No, mamma. Acqua del rubinetto - insisto, e finisco d'un fiato il bicchiere colmo. Un figlio dimentica tante cose, ma sa fare il testardo come pochi, con una mamma.
- Alla fine hai ragione - dice mamma. - Bisogna tenere da conto l'ambiente. È che noi siamo abituati così. Ma Vanni, dicevamo di quella canzone ... di un'estate. Strano che io non la ricordi. Che stia incominciando a perdere colpi? Strano. A quale "Festival di Sanremo" ha partecipato, già? - .
- A nessuno - sbuffo. - Zuruni me l'ha insegnata un iracheno - .
- Un ... ? - dice lei, portandosi le mani alla bocca.
- Iracheno - dico sbuffando.
- Iracheno, dabùn? - domanda guardinga, occhi strizzati, labbra serrate e denti stretti, con un sorriso malato incapace di nascondere una smorfia di sospetto.
- Anche loro cantano e fanno musica - dico annoiato, a mezzo sorriso. E non aggiungo altro per non innescare polemiche. Però mi scappa di dire, subito dopo: - E non mi dire che l'hai dimenticata perché di un arabo - .
- Ma sì, non volevo dire quello - dice mamma cercando di rimediare. - È che non ricordo. E questo mi preoccupa - .
- Sì, dai. Lo sai - riprendo con tono paziente. - Quando vuoi ... quando volete, anzi - mi correggo accomunandola a papà, con cui da sempre condivide tutto, compresi ricordi e dimenticanze. E la visione del mondo. - Avete una memoria di ferro, quando volete. È una storia di 27 anni fa, quando nell'80 ero a Bristol per studiare - .
- Bristol la ricordo - dice mamma, sorridendo fino a sollevare le orecchie.
- A Bristol avevo amici iracheni. Raccontavano che d'estate dormivano sui tetti piatti sotto le stelle di Baghdad, sognando gli antichi giardini pensili di Babilonia. -
- Sa ... scoliamo la ... pasta - si annuncia dall'altra stanza papà, la voce rotta da diversi colpi di tosse, a spezzargli il flusso della frase.
- Stai lì bravo nel tuo studio, ché l'ho appena buttata - risponde mamma a gran voce.
- Fidellini? - rilancia l'ottantatreenne dall'altra parte del corridoio.
- Sì, Orso. -
- Allora saranno quasi cotti - grida papà e aggiunge, tra colpi di tosse e schiarite di voce: - E poi, dipingo quando mi pare, non me lo dici tu. Comunque arrivo, tanto non riesco a venire a capo di questo cielo che si ostina a essere troppo scuro. I cieli devono essere chiari, o colorati di tramonto, cribbiu. -
Nell'aria l'odore di colori a olio e trementina si mescola con quello del ragù, dei fidellini in cottura e delle frittelline verdi. E con la voce di papà, che nonostante tutto mi arriva vigorosa.
- Sarà colpa di questi colori - continua lui, e dal tono si capisce che sta scuotendo la testa. - Il fatto è che non ho più voglia di andare fino in via Venti Settembre a Torino a comprare quelli buoni, e allora mi accontento di questi. Arrivo - .
- Come ti pare, Orso - dice mamma. Poi si rivolge a me, a voce bassa. Insiste: - Ma erano dei poco di buono? - . Il suo sguardo accigliato cerca conforto in papà, arrivato in quell'istante dal suo studio da pittore col passo fermo di chi non vuol saperne d'invecchiare.
- Di quali poco di buono parlate? - ci fulmina il vecchio, con sguardo vispo.
- Di nessuno, papà - dico col tono di chiuderla lì. Non ho voglia di fare polemica sulle questioni del mondo.
- Eh, speriamo - dice mamma allargando le braccia.
- Non hai niente da fare così, mamma - le dico col tono del rimprovero.
- Da fare così, come? Cosa ha fatto la tua mamma che non va bene? Cos'ho detto? Solo speriamo. Eh, alla mia età ancora mi fate la punta alle parole - . E spegne il fuoco della padella accanto alla pentola dei fidellini. Da quella padella si sprigiona un odore sublime.
Papà si guarda intorno; scansiona veloce padelle e pentole con lo sguardo esperto di quando passa in rassegna i tubetti dei suoi colori a olio o di quando dirigeva lavori e faceva sopralluoghi da geometra. Prende un cucchiaio di legno e dà l'ultimo giro – quello dell'artista – al ragù di carne che sobbolle fragrante a fuoco lento nel pentolino, in cui fa cadere con gesto misurato tre pizzichi di gusti: una miscela segreta di rosmarino, salvia e altre mai rivelate da mamma, da lei seccate, triturate e conservate in barattolini di vetro per insaporire sughi, intingoli, marinature e soffritti. Solleva il coperchio della padella e, quasi svenuto per l'aroma paradisiaco delle frittatine verdi ancora fumanti nonostante mamma abbia appena spento il fuoco, lo riabbassa. Si sfrega le mani. Un attimo, poi si ricompone. Mai ammetterebbe, lui, di essere venuto lì attirato dai profumi, nonostante non sia uomo uso a lesinare complimenti alla sua donna. Né direbbe di aver abbandonato pennelli e colori perché incuriosito dal poco che il suo sibilante apparecchio acustico è riuscito a captare.
- Parlate di lasaron e lingere? - butta lì il padre, il tono volutamente provocatorio, prendendo lo scolapasta dallo scolapiatti.
- Poco di buono per niente - mi affretto a ribadire. - Miei amici. Arrivano dalla più antica civiltà - .
- La nostra, è la più antica - ribatte papà.
- No. Loro. E poi cinesi, e altri. Poi veniamo noi - preciso io, col medesimo spirito che da bambino mi faceva difendere i meridionali. Ho sempre avuto un certo gusto per le minoranze e il bastiancontrarismo.
- Puoi dire quel che vuoi - dice il padre - ma noi siamo più avanti. Noi non dormiamo fuori. L'ultima volta che l'ho fatto, ero ancora in guerra - .
- Papà, anch'io ho dormito qualche volta all'aperto. Ma lo facevo perché viaggiavo. O per dimostrare qualcosa a me stesso. Loro dormivano sui tetti per scappare dal caldo, quando il calore mordeva. Così mi raccontavano - .
- Begli amici! - scuote il capo papà. Ma nel dirlo mi guarda dritto, curioso. I suoi occhi, interessati, non mi puntano con sospetto. Né mi evitano.
- Erano ragazzi in gamba - rispondo convinto - che studiavano e cercavano di costruirsi un futuro nel mondo. Raccontavano con nostalgia delle stelle di Baghdad, che si guardano da altri angoli del mondo, e il loro splendore è uguale pur in posti diversi del cielo - .
- Bravi ragazzi - commenta mamma. - Neh, Orso? - domanda, reggendo lo scolapasta sul lavello.
- Se lo dici tu - annuisce lui, afferrando la pentola per i manici. - Luisa, tienilo ben fermo questo scolapasta, così io butto - .
- Butta piano, però, ché l'ultima volta mi sono bruciata. Non come quando sono caduta nel paiolo delle raviole, da bambina, ma ci ho sentito il gusto lo stesso. Ecco, così - dice mamma, volgendo indietro la testa per non appannarsi gli occhiali mentre papà versa il contenuto della pentola nello scolapasta. - Passami il grilletto, Vanni - .
- La terrina? - domanda papà posando sul piano cottura la pentola sgravata di pasta.
- Il grilletto, sì - dice mamma scuotendo lo scolapasta a far scendere l'acqua nel lavello.
Papà le mette la terrina a portata mano e lei vi rovescia il contenuto. Preso il pentolino, vi versa tutto il ragù. Mentre mescola con due forchette ripete, come ad autoconvincersi: - Bravi ragazzi, neh? - .
- Bravi ragazzi, sì - confermo sistemando tre piatti e bicchieri sul tavolo. - Ma chissà dove si trovano ora. Se ci sono ancora - .
- Ti riferisci alla guerra? - domanda di soprassalto papà mentre colloca sul tavolo la terrina di fidellini odorosi di sugo, lui che di quelle cose (di guerra, ma anche di fidellini al ragù) se ne intende.
- Sì. La guerra fra Iraq e Iran - dico annuendo, - scoppiata a settembre di quell'anno. Li avevo salutati da poco. Dall'ultima lettera di uno di loro, ricevuta due mesi dopo, non ho più avuto notizia. Non che ne abbia cercate, in quasi trent'anni. A venti, trenta e quarant'anni non si bada a queste cose, e si ha troppo da fare. Spero non siano tornati sotto quelle stelle, spente dai razzi, dal fuoco dei mortai e dai fumi e dai vapori dei pozzi di petrolio incendiati - . Scuoto le spalle, sorrido crucciato e concludo: - Ma sì, dai, la guerra li avrà risparmiati - .
- Me lo auguro - commenta papà, sedendosi a tavola. - Magari non sono tornati al loro paese. Forse hanno fatto carriera in Inghilterra. E se sono tornati laggiù, si spera non abbiano esagerato. In guerra gli eroi muoiono, caro mio - .
- Tu lo sai, vero? - gli domando, alludendo alla sua guerra.
- Parli della mia guerra, Vanni? -
Annuisco senza una parola.
- Sì, Vanni. Puoi dirlo forte, che lo so bene. Infatti non sono morto. Ma non parliamo di queste cose - . Papà mi fa segno di sedermi e si allunga sul tavolo per servirsi di pasta dalla terrina, aiutandosi con le due forchette.
Anch'io mi metto a tavola, e mi servo generosamente di fidellini al sugo.
- Volete ancora sugo? - dice mamma reggendo il pentolino del ragù con una presina.
- Ottimi così - le dico, pinzando grosso i fidellini con le due forchette di servizio.
- Molto buoni, grazie - conferma papà.
- Ma non porti più gli occhiali? - gli domando, pronto a ridere come sempre delle sue lenti tutte appannate dal vapore della pasta bollente.
- Da un paio di mesi solo di tanto in tanto. Meno male che con le operazioni di cataratta non ho più bisogno di mettere sempre questi occhiali - risponde, picchiettando con la mano sulla taschina del camiciotto da cui spunta la vecchia custodia marrone in similpelle degli occhiali.
Mamma ripone il pentolino sul fornellino spento del piano cottura e mette in tavola il parmigiano da grattugiare.
- Comunque - dice papà grattando il formaggio con parsimonia - io ne ho viste di cose, che se volete vi racconto... - . Ripone la grattugia sul tavolo dopo averla scossa ben bene sul suo piatto per non sprecare neppure un milligrammo di parmigiano.
- Le sappiamo già, Orso - lo zittisce mamma, finalmente seduta al suo posto a mangiare i suoi otto fidellini accompagnati da mezza micca di pane.
- No, non le sappiamo - gli dico.
Mamma mi fulmina. Guai, contraddirla.
- Cioè, sì, qualcosa sì - mi correggo - ma racconta lo stesso, papà - .
- Ecco, hai visto, lui? - dice papà rivolgendo un'occhiataccia bonaria a mamma, indicando me, orgoglioso. - Le sapete ma ogni volta mi chiedete - .
- Stavolta nessuno ti ha chiesto - dice mamma, mordendo grosso nella biova di pane.
- Ma Vanni, dicevi di... com'è che dicevi? Ah. Sì. Zuruni. Racconta, su - dice papà, fiero di essere riuscito a captare una parola così astrusa da un'altra stanza nonostante l'udito difettoso e l'apparecchio acustico fischiante. Certe cose, lui, le coglie sempre bene, anche a dispetto dei santi. Poi aggiunge pensoso, stappando una bottiglia di Barbera: - Zuruni: starebbe bene come titolo per qualcosa - .
- Per un racconto? - propongo, mentre osservo papà che, seduto al tavolo, è intento a girare la chiavetta in cima al cavaturaccioli con i due bracci che si alzano. Penso che da anni non vedo papà stappare bottiglie di vino affannandosi in piedi a girare il cavatappi corto infilato nel tappo di sughero e poi a tirare con forza, la bottiglia pinzata tra le ginocchia.
- Beh, sì. Ad esempio - annuisce papà, abbassando i due bracci del cavatappi e sfilando via gentile il turacciolo, che subito svita via per servire me e mamma.
- Oppure - mi guarda negli occhi con sguardo umido, forse per il vapor acqueo della pasta, - come soprannome per te; ecco: Zuruni l'obiettore. Che ne pensi? - .
- Non male - commento compiaciuto, sorpreso di non vedere sul volto di papà la solita espressione corrucciata di rimprovero con cui da sempre condisce parole come - comunista - o - obiettore - , né uno sguardo di derisione o irritazione nel tono.
- Sa, racconta - m'invita papà, mangiandomi con gli occhi acquosi da vecchio, non più nascosti dietro le solite lenti spesse, mentre ritappa la bottiglia di rosso.
- Racconto cosa? - gli domando.
- Ma cosa ... Non parlavi di Baghdad? Su ... - m'incoraggia, sferrando l'attacco a un secondo piatto di pasta da diciottenne. Mi domando dove metta queste calorie, penso, e gli guardo le braccia scarne, la pelle cadente e i polsi smagriti.
- È una storia lunga - dico, io che speravo di ascoltare una storia di papà, non di riferirne una mia, io che a raccontare a voce non sono buono.
- E tu accorciala. Su, forza - dice papà, impaziente di viaggiare ancora una volta. Come da giovane.
Faccio segno con la mano di aspettare un attimo. Devo masticare la grossa forchettata di pasta che ho portato alla bocca. Ingoio e attacco.
- Era arrivata un'altra estate, finito il primo anno di Università: Lingue e non Biologia, né Medicina. E neppure Ingegneria, che avrebbe reso felice papà - .
Mi fermo. Guardo mio padre, geometra fiero di essersi fatto dal nulla, pala e picco, livellatore, diplomato da privatista, e di aver comandato schiere di ingegneri e architetti appollaiati su seggiole alte ai tecnigrafi schierati in gran numero in un ampio spazio dell'ufficio tecnico comunale. Si stringe nelle spalle, lui.
- Vero? - gli domando. Non ricevendo risposta, felice per non averla ricevuta, continuo. - Studiavo, facevo volontariato, avevo la fidanzata da due anni, e avevo scelto di fare l'obiettore - . Penso alla parola, - fidanzata - . Non l'ho usata a caso. Fidanzata è meglio e meno generico di ragazza. Io volevo una fidanzata e non una ragazza. Fin da ragazzo mi piaceva fare le cose per bene.
- L'ubietur - digrigna i denti papà stritolando quella parola troppo amara per poterla pronunciare in italiano, come se quella parentesi della mia vita che non gli era mai andata giù, da lui rimossa, fosse una novità non meritevole di traduzione.
Sorrido.
- Perché sorridi? - mi domanda papà.
Scuoto il capo. Non gli dico che sto pensando a lui, che sull'onda lunga berlusconiana usa ancora quel tono, ammorbidito cogli anni, anche con altre parole: cumunista, radical. Quest'ultima, ancora, nonostante i radicali non siano più per nulla in auge. Ma, si sa, gli anziani hanno reattività lenta; anche quelli informati come papà. - Sì, l'obiettore - ribadisco solo, fattomi serio, e continuo. - Era anno - tondo, 1980 - di Olimpiadi, e io di lì a pochi mesi avrei compiuto vent'anni - .
- Ubietur - insiste brontolando papà. Poi, corrugando la fronte: - Io a vent'anni sbarcavo in Normandia con gli americani ... - .
- Lasslu stè, Orso - lo rimprovera mamma. - Quest'estate al mare a momenti ti veniva un infarto, a dire di politica - .
- Ha incominciato lui - dice papà, indicandomi a mano tesa, come in un gioco tra bambini.
- Ma se è stato lui, quella volta - protesto.
- Io, cosa? - ringhia, fulminandomi con lo sguardo.
- Sì, papà. Tu, che quest'estate al mare, il giorno del compleanno di tua nipote ... -
- Chiamala tua figlia, mica è solo mia nipote - dice papà, giusto per trovare un altro pretesto per contraddirmi.
- Insomma, il giorno del suo compleanno, poverina, a pranzo ti sei messo a dirne di tutti i colori su Prodi, D'Alema, Bersani, Bonino e D'Alema. Non hai risparmiato nessuno della sinistra. Hai ammutolito tutti. La festeggiata per prima. -
- Eh, tutti. Quanti eravamo? Voi cinque e noi due. Sette in tutto. Era una cosa in famiglia. -
- Sì, però, papà ... -
- Però avevo ragione. Ho ragione. Verrà un giorno ... -
- Eh, ma chi sei? Padre Cristoforo? - dico per fare l'istruito.
- Non mettere in mezzo anche i preti, Vanni - dice mamma facendo un rapido segno della croce. - E prenditi ancora della pasta - aggiunge, porgendomi la terrina con i fidellini da finire.
- No, grazie - le dico mettendo una mano avanti.
- Va bene - dice lei, riempiendomi svelta il piatto.
- Ho detto no - dico allontanando la terrina, ormai vuota.
- Eh, cosa vuoi che sia - ribatte mamma, alzandosi per riporre nel lavello la terrina.
Mi rassegno ad affrontare il secondo piatto di pasta. Buona, niente da dire. La finisco veloce, in silenzio.
Papà si alza per prendere la padella con le frittelline verdi preparate da mamma. Le dispone con precisione geometrica su un piatto, che pone a centro tavola dopo averne pinzate quattro.
Io ne prendo sei. Rinfrancato dall'aglio delle frittelline, dico a bocca piena: - Verrà un giorno, dicevi ...? - .
- Tornerà Berlusconi - dice papà, alzando la voce a contrastare il fischio del suo apparecchio acustico.
- Tornerà chi? - domando, non per la sorpresa ma perché incerto di aver capito il nome, confuso nel sibilo dell'Amplifon.
- Cribbiu, questo apparecchio maledetto - si giustifica risistemandosi l'auricolare. - Ho detto che tornerà Berlusconi - .
- È una minaccia? - chiedo, sorridendo, infilzando l'ultima frittella nel mio piatto.
- È la salvezza - ringhia papà, la fronte sudata, le vene del collo gonfie, in un formidabile stridore di denti nonostante la dentiera.
- Va bene, va bene. Ok. Se vuoi sentirtelo dire, te lo dico pure io, così sei contento. È la salvezza, il Berlusca ... -
- E non chiamarlo così - ruggisce il vecchio.
- Ok, ok. Scusa. Ma sono i giornali a chiamarlo così. -
- Non i giornali, i tuoi giornali, Vanni - ruggisce papà digrignando i denti.
- Non ho giornali, né ci lavoro, papà. Va bene, va bene. È la salvezza, Berlusconi. Ma ora lasciamo perdere, per favore - lo imploro, preoccupato della salute di papà, del colorito del suo viso, paonazzo come due mesi fa al compleanno di mia figlia, e dell'integrità della sua dentiera.
Mi alzo dal tavolo, corro alla mia vecchia cameretta, prendo lo zainetto nero da computer e lo porto da loro. Mi risiedo al tavolo della cucina. Un filino provocatorio estraggo dallo zainetto - La Repubblica - . Sventolo il giornale con ostentazione. Disgraziato che sono. Mi sento osservato. Guardo papà. Gli dico, serio: - Ne vuoi un pezzo? - . Faccio per togliere un paio di pagine per cedergliele, com'è abituato lui con mamma.
- No, Vanni. Questo ciarpame di Debenedetti e soci, proprio no. Se vuoi, ti do io un quotidiano che vale - . Alzatosi, esce dalla cucina e torna poco dopo con - Il Giornale - in mano.
- No, questo no, grazie mille - gli dico. - E poi, non c'è neppure la cronaca di Torino, papà. Almeno su quello che chiami il “mio” giornale, si parla anche delle nostre parti. Sul tuo, non c'è niente dei nostri posti - .
- Sì, Vanni, ma almeno c'è la verità - brontola papà.
- Lo ha preso stamattina - lo giustifica mamma a mezza voce - solo perché il sabato regalano “Oggi”, assieme - .
- Ma no, invece - ribatte papà, contrariato. - Lo compro anche altri giorni, quando mi stufo delle bugie de “La Stampa” - .
- Possiamo cambiare discorso? - lo imploro, coll'identico tono supplichevole usato da mia figlia il giorno del suo compleanno.
Per un attimo si fa silenzio. Approfitto della pace provvisoria per sferrare l'attacco finale al piatto ovale di portata delle frittelline verdi.
- Fate come volete - dice papà.
- Su, vai avanti, Vanni - m'incoraggia mamma.
Non me lo faccio dire due volte. Divoro tre frittelline verdi con mezza pagnottella di pane. Poi ne aggredisco altre due. E un'altra ancora, l'ultima nel piatto, su cui spruzzo un po' di limone e verso un filo d'olio. Mamma mi contempla soddisfatta. Poi scherza: - Volevo dire, vai avanti a raccontare - .
Sorrido, mi alzo e pinzo con due dita l'ultima frittellina rimasta in padella.
- Dicevo, la somma di quelle e altre premesse mi dava la convinzione che la nuova estate sarebbe stata un portento, dopo le ultime tre. Sentivo di essermela guadagnata, quella quarta estate consecutiva in Inghilterra: la prima per studio, dopo tre a lavorare. Strameritata, dopo un anno di infanzia svantaggiata, lezioni e esami ... -
- Ati vist, Orso? Altro che Normandia - lo interrompe mamma per bacchettare il suo uomo, mentre divorava me con occhi ridenti.
- Ma fallo parlare, adesso, Luisa - dice papà.
- Insomma - riprendo - era un viaggio strameritato, dopo un anno in una città che ogni lunedì mattina mi accoglieva alle sette e mezza alla fermata dei pullman in Corso Marconi con la sua aria pesante. La sentivo subito, quell'aria che sapeva di zolfo, io che arrivavo da Alba, profumata di vino (che non bevevo) e di tartufi (che non mangiavo). L'odore metallico/solforoso di Torino mi artigliava la gola, già chiusa per le poche ore dormite e dal groppo per dover salutare Bianca, diretta ad altra Facoltà, diversi lavori e lontani dormitori. E camminavo dentro una nebbia che invitava a sperare che la campanella e i fari dei tram non si guastassero. Ma vediamo come me l'ero guadagnata, quell'estate - .
- Avanti, parliamo di come te l'eri guadagnata, quell'estate - m'incoraggia papà senza tono di derisione, spalleggiato da mamma che annuisce con radioso sorriso.
Lo sorveglio guardingo, dopo la sue sparate a tradimento di poco prima sull'obiettore, sul Governo e sui giornali.
- E vediamo dove hai sentito - s'inserisce mamma - di questo Zur... com'è già che si dice? -
- Zuruni - la aiuto.
- Zuruni, bravo. Non le imparerò mai, queste parole straniere - replica mamma.
- Ma certo, c'è tempo - la incoraggia papà, di rimando. - Tu sei giovane, ancora, Luisa - .
- Lasciamo stare - ride mamma rivolta a me e a papà. - E tu, Vanni, vai avanti. Su, racconta - .
- Invece ve lo leggete voi - rispondo, col tono del prof che assegna un compito. - Meglio leggervele, le storie, neh, ché a parlare non sono bravo - .
- Ma cosa dici, che parli come un libro stampato - dice mamma.
Sorrido, all'espressione che lei usava quando ero bambino e mi vedeva chissà chi, un domani. Riapro lo zainetto, frugo e estraggo il fascio di fogli riposto poco prima, da cui aveva già letto mamma. - E poi, avete più tempo per godervelo, se vi piace ... -
- Ma ne ha scritto un altro? - sussurra papà rivolto a mamma, lei che sa tutto. Come tutte la madri. Lei alza gli occhi al soffitto, allarga le braccia, si stringe nelle spalle.
Io annuisco. - Certo, sai che ... -
- Speriamo sia un godimento, come dici tu - m'interrompe papà, che allunga il collo per sbirciare il fascicolo. - Comunque sì, daccelo. Così abbiamo più tempo per correggerlo, se non ci piace. Non l'italiano, neh, ma le cose di famiglia, se ne hai messe - .
- Pure tu, con ‘ste storie di famiglia? - gli dico con aria seccata.
Mi guarda dritto negli occhi come quando mi sgridava per un'insufficienza di matematica. - Ma... ne hai messe? Storie nostre? Hai mica scritto tutto? - mi domanda papà, corrucciato, indicando i fogli che stringo a me. Poi, in mancanza della mia risposta, domanda a mamma: - Avrà mica scritto tutto? - .
Lei di nuovo fa spallucce. - Ma speruma ‘d no ... Dice che non è proprio la nostra storia, questa. Non lo è, vero? - domanda mamma, apprensiva, gli occhi spalancati.
- Beh, in effetti ... non c'è proprio tutto ... - biascico.
- Ah, bene. Bravo, non mettere in piazza storie di famiglia - dice mamma, sollevata, lo sguardo rischiarato da un sorriso. Lo ripete (gli anziani amano ripetere, senza avvedersene): - Non metterci in piazza - .
- Me l'hai già detto. E io ti ripeto che le storie non appartengono a chi le ha vissute. E poi, chi l'ha detto che siano proprio storie vissute da noi? -
- Non so, ma se lo fossero non sta bene - le dà man forte papà.
- E poi, non c'è proprio tutto - rassicuro entrambi. - Manca, ad esempio, il titolo - scherzo. - A proposito, mi hai dato una buona idea - . Prendo una matita e sorveglio ora papà ora mamma, mentre vergo sulla prima pagina: Zuruni, ribelle dimezzato. Mi faccio serio e me lo rimiro, questo portento di titolo. Fila e figura bene. Poi aggiungo, accanto, Ora basta. Mi piacciono entrambi i titoli. Decido di tenerli entrambi. Quale il titolo e quale il sottotitolo, lo vedrò più avanti. O magari li mescolo. Aggiungo poi, scuotendo il capo: - No, non c'è tutto, e non tutto quel che c'è è storia mia o nostra. Ma qualcosa c'è di mio, di nostro, come sempre. Se volete ve ne leggo un po'. Allora, vado? - . Prendo il primo foglio.
- Ma non proprio tutto, neh - insiste papà, ridendo.
- Ecco, bravo, Orso, ché le cose nostre non si mettono in piazza, neh - ribadisce mamma. - Non dire proprio tutto, ché è meglio - .
- Ma io volevo dire di non leggercelo proprio tutto - precisa papà. Preso il plico dalle mie mani, lo soppesa e me lo restituisce subito.
- No, ché sono stanco - rispondo. Eppure ne avrei voglia. - Vi potrei dire due cose, se volete - .
- Senza farla troppo lunga - ride ancora, papà.
- Ma ve l'ho detto - dico dopo un attimo di silenzio - Meglio se ve lo leggete tutto voi con calma, così giudicherete meglio - .
- E correggiamo - ripete papà, contento.
Al loro annuire, poso nelle mani di papà l'intero plico. Lui lo sfoglia nervoso.
- Ma chi elu es Vanni? - ripete papà in piemontese, abbattendo il pugno ossuto su un foglio. Gli cade l'intero plico. Le pagine, non pinzate, si spargono sul pavimento di ceramica della cucina. Riesco ad afferrarne un paio al volo. Quando l'ultimo pezzo di carta tocca terra, sollevo lo sguardo. - Eh, cribbio! - impreco. Sbuffo. Mi chino a raccogliere i fogli, sparpagliati. Per fortuna sono numerati. Chino a terra, rimetto in ordine il fascicolo.
- Ma dice che forse non è lui - mi giustifica mamma, nervosa. - Forse. Però, Vanni, davvero, ora ce lo puoi dire, su, chi elu es Vanni che si chiama preciso a te? - domanda mamma, implorante in piedi di fronte a me, le mani a tormentare i lacci del grembiule.
- Io, forse? - le rispondo rialzandomi da terra con i miei fogli in mano, esibendo un sorriso beffardo.
- Ma ci rispondi con una domanda? E la mamma, allora? Sarei io? -
- Forse, mamma. -
- Ecco, lo sapevo ... - miagola la buona donna.
- Vi ho detto di leggere. Leggete e giudicate voi. Una settimana vi basta? - taglio corto, cambiando discorso.
- Per cosa? - mi domandano papà e mamma.
- Per leggerlo tutto, ho detto. Ma non ascoltate? Vi va? -
- A me basta questa notte, per leggerlo - risponde papà, famoso insonne e lettore compulsivo.
- Ma io domani non sono qui. Torno la prossima settimana. Sabato ne parliamo. -
- Perfetto - approva papà. - Una notte per leggere e una settimana per rileggere e ... -
- Correggere, vero? - rido. - Ma adesso devo proprio andare - dico, richiudendo lo zainetto e avvicinandomi alla porta di casa.
- A sabato - rispondono i miei, all'unisono, evasivi, in corteo dietro di me.
- A sabato prossimo. Buona lettura. -
- Grazie. Ciao, Zuruni - ridacchia papà, sulla soglia di casa.
- Nessuno mi aveva mai chiamato col titolo di una canzone - rido avviandomi alla porta dell'ascensore - ma c'è sempre una prima volta - .
- Ma ora non è il titolo di questo? - domanda papà, sventolando il manoscritto.
- Non so ancora, papà. -
I due vecchi mi salutano col braccio levato, sul pianerottolo, in attesa dell'ascensore. Aspettano sempre così, quando hanno ospiti: non si deve lasciare solo chi ti lascia dopo una visita.
- E posa la valigia, Vanni - esclama mamma.
- Che valigia? -
- Tira un po' su le spalle. Me lo diceva mia mamma, quando non stavo a schiena dritta. -
Come sempre ha ragione mamma; preso nella discussione mi ero lasciato andare. Spingo indietro le spalle. - A sabato, allora - li saluto, mentre le due porte dell'ascensore si chiudono escludendomeli dalla vista, loro e le mie pagine.
Scendo in cortile, salgo in auto e parto. Torno a Torino, città matrigna.
Teresio Asola
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