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Riccardo Bruni, da un piccolo sito web negli anni 90, su cui pubblicava i primi racconti, fino ad arrivare alla presentazione del suo romanzo "La notte delle Falene" al Premio Strega. Ha partecipato a vari progetti collettivi, tra cui YouCrime di Rizzoli, in collaborazione con il Corriere della Sera. Scrive sul quotidiano La Nazione, su Giallorama.it, di cui è uno dei fondatori, e collabora con varie realtà del web, tra cui Toscanalibri.it. In questa intervista racconta la sua storia a Writer Officina.
Oriana Fallaci, l'intervista impossibile a una scrittrice mai morta. Prima di approdare al romanzo e al libro, Oriana Fallaci si dedicò prevalentemente alla scrittura giornalistica, quella che di fatto le ha poi regalato la fama internazionale. Una fama ben meritata, perché a lei si devono memorabili reportages e interviste, indispensabili analisi di alcuni eventi di momenti di storia contemporanea. La raccolta delle sue grandi interviste con i potenti della Terra venne poi inglobata nel libro "Intervista con la storia".
Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Matteo Capelli
Titolo: Grahamandaville
Genere Noir Grottesco
Lettori 610 11 123
Grahamandaville
Nero.
La chiesa era praticamente deserta. Un particolare amaro, che dall'alto del pulpito si faceva notare con maggiore evidenza che dalle panche. In basso, il vuoto assumeva infatti una connotazione differente, più discreta. Come fosse una forma di rispetto verso la persona scomparsa, protagonista passiva del rito, suo malgrado sottratta al mondo terreno.
Era un funerale in sordina, al quale avevano deciso di partecipare pochissime facce. Cosa affatto strana, data l'identità del defunto. Oltre al sacerdote, Memory e Stain e loro padre, gli altri presenti si potevano contare sulle dita di una mano. C'erano due cugini alla lontana di papà e zia Amanda, Vladimir e Ronald, provenienti da fuori città, un paio di anziane pie donne che non avrebbero mai mancato alcuna funzione religiosa e un signore calvo che sembrava trovarsi lì per puro caso.
A Memory, quell'intorno desolato e l'inevitabile silenzio che ne faceva da corollario, interrotto soltanto a sprazzi dall'eco della voce di turno davanti al microfono, facevano parecchia impressione. Era tutto quel che rimaneva, dopo la morte? Anche dopo la sua, di morte? Le prendeva male.
Invitata da Padre Thomas a esternare al pubblico la riflessione che aveva preparato, era comunque riuscita nel compito di onorare la memoria di zia Amanda con azzeccate parole di circostanza. Ne era venuto fuori un bel discorso. Talmente ben riuscito da risultare addirittura sprecato, considerato l'esiguo numero di spettatori distrattamente all'ascolto.
- Brava, non ti sei risparmiata. -
Tornata a sedere, aveva incassato la sussurrata approvazione di Stain, forse velata di un risentito sarcasmo, mentre papà Connor non aveva mosso un muscolo. Né per complimentarsi con lei, né per blaterare un'offesa a denti stretti contro sua sorella Amanda. Era rimasto fermo, zitto. Aspettava esclusivamente la fine di quel supplizio, il quale stava togliendo tempo utile alla sua attività di apicoltore. Non ne poteva più di pregare. Da quando aveva messo piede lì dentro non aveva fatto altro che guardare l'orologio. L'unico segno della sua presenza era stato uno sbadiglio a oltranza, scortato da vicino da un rumore gutturale simile a un grugnito di porco. Emesso dopo aver tirato su col naso.
Di contro, Memory appariva vigile, pimpante. Il mezzo biscotto taroccato ingerito ventiquattr'ore prima non aveva prodotto su di lei effetti di sorta, al di là di un lieve sbandamento della concentrazione, del quale per altro si era resa conto solo dopo aver saputo della contraffazione culinaria operata da Stain. Un mago nell'arte della gastronomia sperimentale.
Per fortuna lo avevano rilasciato quella stessa mattina, dopo una notte trascorsa al comando di polizia, fra lungaggini burocratiche e alcuni reiterati interrogatori. Erano stati costretti a rispedirlo a casa poiché privi di prove, nonostante avessero tentato le carte dello snervamento e dell'intimidazione pur di farlo cantare. Ma Stain non ci era cascato, forte del fatto che in mano non avevano mai avuto nulla di concreto. Perciò alla fine avevano ceduto loro per primi, dandogli partita vinta, senza che fossero subentrate complicazioni.
Non si poteva tuttavia cancellare la sua prodezza, già leggendaria. Sarebbe entrata nella storia, fino a divenire proverbiale. Memory ne era consapevole. Le aveva fatto fare una figura barbina alla bottega, mettendo a repentaglio il suo impiego. Tornando con la mente sull'accaduto, non poteva evitare di scuotere la testa. Era stato un autentico mentecatto.
- Amen. -
La conclusione della cerimonia fu accolta da tutti come lo sparo dello starter. Ci fu uno scatto simultaneo, con gli atleti più anziani scatenati. Partì uno sprint a otto teste, ciascuna delle quali indifferente ai confini della propria corsia immaginaria, che confluì dentro a un imbuto nei pressi dell'uscita. La gara terminò così in un ingorgo, dal quale gli estranei alla vittima furono i primi a liberarsi. Gli altri, parenti di Amanda, non poterono fare a meno di incrociare le rispettive traiettorie e fermarsi per fare quattro chiacchiere, dopo che erano riusciti a ignorarsi reciprocamente per l'intera durata della messa.
- Vladimir - attaccò Connor, con un sofferto brontolio atono e monocorde, rivolgendo un rigido cenno prima a lui e poi al fratello. - Ronald. -
- Connor - borbottarono loro, all'unisono, ricambiando quella specie di saluto.
Poi nulla, eccetto inconcepibili attimi di mutismo assoluto. Ognuno con gli angoli della propria bocca indirizzati verso il basso, come a certificare una generale incapacità di pescare qualcosa di cui poter discorrere insieme, e lo sguardo assente. Sostavano davanti all'acquasantiera all'ingresso, in piedi.
- Sono i tuoi figli? - domandò a un certo punto Ronald a Connor, per far scoppiare la bolla di sapone nella quale erano intrappolati, indicando i due ragazzi in sua compagnia.
- Sì - asserì lui, senza concedere a Stain o Memory la possibilità d'intervenire per rispondere in prima persona.
- Come procede? - chiese allora Vladimir.
- Solita merda. -
Incisivo e lapidario. Connor esibiva il suo lato brusco con fierezza, restando sempre fedele al carattere burbero che lo contraddistingueva. Non esisteva situazione nella quale avvertisse la necessità di soprassedere alla propria misantropia per mimetizzarsi con il genere umano più innocuo e piatto, diluendo la sua ruvidezza nel placido mare dell'ipocrisia.
Comunque Vladimir non si abbatté. Conosceva Connor, sapeva che tipo fosse e quanto potesse essere scorbutico, pertanto non dette alcun peso al suo broncio accigliato da orso. Sebbene non si frequentassero, bastava poco per capire di che pasta fosse fatto. E che nessuna frase sarebbe mai stata abbastanza giusta e adeguata da ammorbidire la sua replica.
Quella sentenza brutale non sarebbe servita a sigillare la conversazione e mandarla in archivio. C'era qualcosa che lui e Ronald volevano comunicargli. Erano lì pure per questo. Qualunque tentativo fatto da Connor per mortificare le loro intenzioni sarebbe caduto nel vuoto, perlomeno finché non fossero riusciti a esplicitare ciò che erano andati a dirgli.
- Abbiamo saputo che anche Sheila è morta - sibilò Vladimir, supportato dalle condoglianze di Ronald: - Ci dispiace. -
Connor sgranò gli occhi, prima di spalancare le palpebre. Le vene del collo emersero sulla superficie della sua pelle e striature rosse gli colorarono il bianco delle pupille. In un lampo il suo viso divenne bordeaux. E non seppe placarsi. Fu come sospinto da un fuoco interiore, che lo fece trasalire.
- È successo diciassette anni fa! - strillò.
Il rimbombo del suo grido fece su e giù un paio di volte lungo la navata centrale, rimanendo infine incastrato fra l'abside e le cappelle laterali, prima di dissolversi nel nulla. Alcune strutture in legno, come panche e confessionali, scricchiolarono per un po'. Si ebbe quasi la sensazione che il crocifisso, pendente sopra l'altare maggiore, si fosse inclinato.
- È già passato così tanto tempo... ? - bofonchiò dunque sommessamente Ronald, girandosi verso Vladimir, che gli restituì la medesima reazione basita.
Nonostante il loro comune atteggiamento innocente d'attonita inconsapevolezza, Connor non si fece impietosire. Tenuto saldamente per le braccia da Stain e Memory, al fine d'evitare che si scagliasse di prepotenza contro Vladimir e Ronald, si limitò a recitare una battuta. Secca e pungente.
- Fatevi inculare, sudici bastardi. -
*
Al risveglio, gli facevano male gli addominali. Era stata una serata da urlo, formidabile. Disteso di fianco a Leyda, sopra al materasso teatro delle loro più audaci perversioni acrobatiche, Jordan gongolava. La loro maratona a luci rosse aveva prodotto come immediata conseguenza il bisogno di una profonda e salutare dormita. Erano stati travolti da una passione talmente irrefrenabile che non avevano neppure cenato, la sera prima. Dettaglio, quest'ultimo, assai trascurabile.
Smarrito il sonno, fu quindi la fame a spingere Jordan giù dal letto. Rimettendosi in moto, si accorse che gli dolevano anche le spalle, il torace e la schiena. E persino il pene. Se lo sentiva stanco e spossato, come se fosse stato riempito di botte e gli fossero rimasti addosso i lividi delle percosse.
- Cazzo che male - bisbigliò.
Era proprio il caso di dirlo. Camminava a gambe larghe per evitare di strusciarlo contro l'interno delle cosce. Oltre ad accusare i drammatici effetti dei postumi di un pestaggio, gli bruciava. Parecchio. Doveva metterlo a mollo nell'acqua fresca per spegnere le fiamme che lo stavano stritolando.
Giunto in bagno, si fiondò sotto la doccia. Tirò la leva del rubinetto, ma dall'alto non scese una goccia. Si diede allora una manata sulla fronte, ricordandosi dell'avviso visto ieri, sopra un cartello collocato all'inizio del viale di casa. Stavano eseguendo alcuni lavori in strada per sistemare le fognature del quartiere! Sarebbe mancata l'acqua per tutta la mattinata.
- Porca puttana... -
L'imprevisto imponeva un cambio di strategia. Abbandonato ogni decoro, Jordan corse in cucina completamente nudo e prese dal frigorifero una bottiglia di naturale. Poggiò le palle sul lavandino e innaffiò il suo membro con fiotti regolari. La minerale avrebbe restituito virilità al suo essere maschio.
- Che stai facendo? - intervenne una voce a rovinare la poesia del frangente, trasformandolo come per magia in qualcosa di grottesco: - Dai da bere all'uccello? -
Era Leyda. La scena che si stava consumando dinanzi ai suoi occhi era tanto improbabile quanto raccapricciante. Cosa stava combinando Jordan? Mai avrebbe immaginato di poterlo beccare con le chiappe al vento, fra le stoviglie da asciugare, per fare il bidè laddove di norma si dovrebbero lavare i piatti.
- Buongiorno tesoro, ti sei già alzata? - cercò di depistarla lui, con subdola furbizia, mostrandosi impassibile per sminuire l'impatto visivo altrimenti devastante di ciò che stava facendo. - Ero convinto che stessi dormendo. -
- E infatti era così, fino a quando ho udito un folle correre avanti e indietro per l'appartamento - specificò lei, inclinando progressivamente il capo per osservare meglio la dinamica dell'atto che lui stava compiendo. - Dopodiché non ho potuto evitare di venire a verificare di cosa si trattasse... -
- Sì - convenne Jordan, senza aggiungere altro, provando poi a fornire una sua versione per giustificare le proprie gesta: - Capisco che possa sembrare una cosa bizzarra... -
- Devo fingere di non aver visto niente? - lo interruppe subito Leyda, spaventata da quello che avrebbe potuto scoprire.
- Ehm... no... perché dovresti fare una cosa del genere? -
- Riesci almeno a smettere o devi per forza finirla tutta? - esclamò allora lei, riferendosi all'acqua, irritata oltre il limite della pazienza dall'insistenza di Jordan nel reiterare l'azione.
- Per caso hai sete? - se ne uscì lui, porgendole la bottiglia, senza cogliere il senso concreto della sua stizzita richiesta.
Leyda soffiò per la collera. Lo faceva apposta? Non era possibile che fosse così duro di comprendonio. Era stato lobotomizzato durante la notte? Improvvisamente le sembrò complicato dialogare con lui. Se queste erano le premesse, trascorrere insieme a Jordan il resto della sua vita sarebbe stata un'impresa di notevole spessore. Un miracolo.
- Lascia perdere. Ne apro una nuova, se non ti offendi - affermò, tagliando la testa al toro: - E torno sotto le coperte. -
- Non mi sei parsa altrettanto schizzinosa, ieri - mugugnò lui, facendosi scappare un sorrisetto arguto.
Prima di togliere definitivamente il disturbo per rifugiarsi in camera, Leyda si prese il tempo necessario per squadrarlo con biasimo. Nell'espressione che le si dipinse sul volto convivevano sgomento e ribrezzo in ugual misura. Dalla sua bocca uscì quindi un commento laconico.
- Sto per sposare un maniaco di prima categoria. -
- E io sto per sposare una maiala a cinque stelle - ribatté Jordan, fra sé e sé, alquanto compiaciuto. - Buon per me. -
*
Era esausta. Non solamente per il dispendio fisico, il consumo di energie e l'espulsione di adrenalina occorsi durante la nottata precedente. C'era dell'altro. Era stata un'esperienza anomala, per certi versi surreale, durante la quale aveva potuto guardare oltre la soglia del visibile e vivere sulla propria pelle più brividi di quanti ne avesse mai provati.
Al mattino però sembrava che tutto fosse svanito. Era rintronata, intorpidita, orfana della foga che l'aveva animata poche ore prima. Pure sorprendere Jordan in quelle condizioni, trasudante viscidume come fosse un verme stanato dalla terra, probabilmente aveva avuto un peso rilevante nello smorzare l'entusiasmo dei suoi ormoni. Tuttavia era troppo. Arrancava.
Di nuovo a letto, Leyda s'interrogava sull'esatta sequenza degli eventi che l'avevano condotta fino al punto in cui si trovava. Aveva la percezione di quanto accaduto, ma non riusciva a fermare le istantanee. Doveva recuperarle. Che diavolo era successo? Passando al setaccio gli avvenimenti più recenti, riconobbe la casa di Memory, poi il soffitto della propria stanza, una macchia di vino rosso, Jordan. E il suo pene.
- Ora ricordo - mormorò.
Svelato l'arcano, fu assalita da una violenta ondata di vergogna. D'accordo che di lì a poco sarebbero diventati coniugi, con buona pace della reciproca timidezza residua, ammesso che ce ne fosse ancora e comunque destinata a finire in soffitta nel corso degli anni a venire, eppure regalare ogni frammento della propria intimità per restare con l'anima nuda e inerme dinanzi a Jordan non era mai stata fra le alternative prese in considerazione da Leyda. Che preferiva conservare per sé uno scrigno interiore d'inaccessibile riservatezza.
Marito e moglie. Una famiglia, un unico cognome. Avrebbe finito per rinunciare anche alla più minuscola particella del proprio privato, rivelando ogni sfumatura della sua essenza? Forse lo stava già facendo, almeno da quando abitavano sotto lo stesso tetto, tuttavia le sembrava che col matrimonio sarebbe stato diverso. E perché avrebbe dovuto esserlo? Non capiva. Era pronta a condividere sé stessa fino in fondo?
Prima doveva fare i conti con il proprio segreto. A un giorno dal fatidico sì, che l'avrebbe obbligata con la fede al dito per l'eternità, Leyda era in pieno affanno. Ansia da prestazione? Si guardò l'anulare, allargando bene la mano sinistra. Macché. Tentennava perché aveva paura di mettersi le catene alle caviglie e chiudersi per sempre in una gabbia. Era questo il passo che stava per compiere? La nuova realtà le sarebbe andata stretta? Una morsa le cinse la gola. L'indipendenza e la libertà sarebbero diventate per lei un lontano ricordo. Quasi un'utopia. Quel gioco non poteva proseguire, la partita era ormai a una svolta. Era arrivato il momento di smettere di bluffare e svelare le carte che teneva nascoste.
Affondando il volto nel cuscino, Leyda meditava. Jordan meritava la verità. Non si era accorto che lei non era come le altre persone? Non aveva mai notato la sua diversità? Accarezzandosi il ventre, l'inganno le parve evidente. E non fu più capace di trattenere le lacrime. Perciò pianse, a dirotto.
La sua disperazione scivolò lungo le guance e terminò nella federa, che s'impregnò, diventando uno straccio umido. Era una tristezza fortemente radicata in lei, assai difficile da assorbire. Le stava appiccicata dentro, in un groviglio unico con le budella, rendendo ogni suo movimento più arduo di quanto avrebbe dovuto essere. Ed era così da tanto, da troppo, da quando aveva scoperto ciò che non era ancora in grado di ammettere. Qualcosa che la stava logorando.
- Sei sveglia? -
L'ingresso di Jordan la spinse istintivamente a ricomporsi, chiudendo i rubinetti del disagio per non dare adito a sospetti. Avrebbe dunque insistito nella recita? Se questa era la direzione, il buio in cui era immersa sarebbe andato in suo soccorso. Non sarebbe emerso niente. Nulla di compromettente.
Jordan avrebbe continuato a ignorare, a vagare nella nebbia. Non era falsità, la sua, bensì saggezza. Gli avrebbe confezionato un pacchetto zeppo di amore, serenità, sesso. Non era quello che lui andava cercando? Sì, ne era sicura. Non lo era però della sua resa. Chissà se sarebbe riuscita nell'intento.
- Abbastanza. -
Qual era il suo secondo fine? Quella sua domanda innocua era stata sufficiente a far intuire a Leyda che sperava di ottenere qualcosa. Il suono ruffiano della voce celava un interesse altro, parlando per lui oltre le sue stesse parole. Opportunista bastardo. Quando avrebbe smesso di fare l'ipocrita?
- Sono sveglie anche le gemelle? -
Rimbalzava costantemente fra sentimenti opposti. Dal timore di deluderlo alla voglia di umiliarlo, dal desiderio di compiacerlo al bisogno di contraddirlo, dal pensiero di soddisfarlo all'urgenza di negargli ogni piacere. Passava in una frazione di secondo dalla compassione per lui a un odio sincero. La stima che nutriva nei suoi confronti non era inesauribile. Alle volte i suoi modi riuscivano a nausearla. E poi perché s'intestardiva nel chiamare così le sue tette? Non lo tollerava.
- Prossimo quesito? -
Avvicinatosi al letto, Jordan sollevò le coperte e raggiunse Leyda al caldo. Le si fece appresso, abbracciandola di fianco. Con la mano le sfiorò le labbra, il mento, il seno, scendendo con destrezza verso l'ombelico. E precipitò giù, più giù. Finché la pressione dei polpastrelli aumentò laddove le cosce impedivano il frapporsi delle sue ambizioni.
- E il fiorellino? - sussurrò. - Riposa? -
Lo avrebbe preso a calci in faccia. Le gemelle? Il fiorellino? Non sarebbe stata capace di assecondare un linguaggio del genere nemmeno se usato per scherzo. Quel vocabolario idiota scatenava in lei un'immane tensione omicida. Aveva sete di sangue. E proprio per scaricare tale impeto, Leyda si concesse di sbottare, con una ferocia che né lei né Jordan avrebbero mai potuto mettere in preventivo.
- Levati di mezzo o giuro che ti strappo il cazzo a morsi! -
*
Uscendo dal retro della canonica, lo vide sostare nel lembo di cortile interposto fra la casa parrocchiale e la chiesa, in piedi davanti all'oleandro. Ne toccava le foglie, chissà perché e chissà da quanto. Il rumore del proprio incedere lo fece voltare, con discrezione, senza che sollevasse mai gli occhi oltre la direttrice dei suoi. Padre Bernard gli fece allora un minimo cenno col capo, spostando lo sguardo verso l'esterno della sagrestia, come per invitarlo ad andargli dietro. Aperta la porta, entrò e la lasciò socchiusa. Un attimo più tardi, venne raggiunto. Rimasero soli, lontani dal rischio di essere scoperti.
- Come andiamo, Padre, tutto bene? -
- Ho avuto qualche impiccio - confessò Padre Bernard, argomentando: - Un collega troppo curioso ha provato a ficcare il naso nei miei affari. E per un pelo non sono stato colto in fallo. Sai quante ne avrei dovute passare, dopo? Devo ancora capire se quel che è capitato è stata una casualità o sotto c'era proprio l'intenzione di indagare per farmi fuori. -
Mentre raccontava le sue recenti disavventure, prese un mazzo di chiavi da un pensile a due ante. Scelse la più piccola fra le tante e la infilò nella serratura del cassetto destro della credenza. Da qui estrasse una cassetta di legno simile a un bauletto. Dentro c'erano del denaro frusciante e alcune monete.
- Non avrei mai immaginato che il vostro universo potesse essere così attivo, intrigante, denso di insidie e sottili astuzie. Ero convinto che ognuno di voi preti si preoccupasse esclusivamente dei fatti propri, facendo penitenza per tutto il giorno chiuso nella confortevole prigione della preghiera. Non dovreste rappresentare la faccia più pulita della società in cui viviamo? In questo contesto, pensavo quindi che tu fossi un'eccezione, la voce fuori dal coro, una specie di pecora nera, senza offesa. Invece mi sbagliavo, perché piano piano mi accorgo che tutti voi avete qualche difettuccio e commettete peccati di cui non andare affatto fieri. Avete anche voi una vostra dimensione scabrosa, costituita da dinamiche scorrette e segreti da mantenere. Non siete di un livello superiore. Siete fatti della stessa identica pasta marcia di cui sono fatti tutti gli uomini, se mi è consentito sbilanciarmi un poco. -
- È normale che sia così. Noi siamo uomini - disse Padre Bernard, calcando bene il verbo, e intanto contava con le dita i soldi che teneva fra le mani. - Abbiamo gli stessi pregi e gli stessi difetti comuni a tutto il genere umano. -
Dal rotolo di banconote sfilò dunque due pezzi da cinquanta. Li spiegò e li appoggiò sopra il tavolino in mezzo alla stanza. Ricompattò il resto del malloppo e lo archiviò velocemente, ripetendo l'intera procedura eseguita in precedenza. Al termine delle operazioni, ritenne la compravendita conclusa.
- Questi sono per te. -
- Veramente, Padre, manca una parte - si levò una nota di dissenso, tesa a precisare: - Avevamo detto centocinquanta. -
- Mi spiace, più di così non posso fare, altrimenti qualcuno se ne accorgerà certamente - tentò di giustificarsi Padre Bernard, ponendosi sulla difensiva: - Devo stare in guardia, soprattutto in questo periodo. Mi sento il fiato sul collo. -
- Capisco, ma gli accordi sono accordi. E vanno rispettati. -
Ci fu una fase di stallo, caratterizzata dallo scaltro tentennamento di entrambi travestito col reciproco imbarazzo. Nessuno voleva fare un passo in più in avanti, non per indecisione, bensì per una questione di fermezza nella propria posizione. Fu infine Padre Bernard a fiatare per primo, lanciando un'esca per cercare di ricucire lo strappo a proprio vantaggio.
- Avanti, si tratta di un piccolo sconto, non essere avido. Tu la sequestri e la rimetti sul mercato. Praticamente la vendi senza averla mai acquistata. Quel che ti entra è tutto netto, un guadagno pulito. Venirmi un po' incontro non ti costa nulla. -
- Mi costa proprio un mancato guadagno. Che invece potrei fare offrendola ad altri. Questa è erba di prima qualità, roba per intenditori, mica il solito pezzo di fumo trovato per strada. -
- Nessuno osa metterlo in dubbio - specificò Padre Bernard, spostando la disputa in un territorio a lui più congegnale, sopra un piano più alto: - Io però, in cambio, potrei mettere una buona parola per te con l'Altissimo per agevolare la salvezza della tua anima. Scommetto, caro figliolo, che ha bisogno di cure. Non ti interessa la grazia divina? -
Il tentativo fece scaturire una sontuosa risata. Le stava provando davvero tutte, quel prete. Era un osso duro. Dove non arrivava con il portafoglio, riusciva a colmare le distanze con l'abilità della lingua. Perché aveva carattere, nonché la giusta dose d'ironia nell'usarlo. Sapeva fino a dove poteva spingersi.
- Sei divertente, Padre. Divertente e furbo. Una volpe. -
Era il segno che la sua proposta sarebbe stata accolta. Padre Bernard strinse il pugno come per esultare. Non gli accadeva spesso di conseguire risultati con l'ostinazione. Non era un individuo particolarmente tenace. Tendeva a sciogliersi facilmente di fronte agli ostacoli, rinunciando al primo intoppo.
- Grazie per la comprensione - aggiunse. - Ti garantisco che il tuo spirito trarrà giovamento da questa buona azione. -
Il reciproco congedo ebbe in coda la narrazione di una vicenda accaduta la sera prima. Un episodio che certificava il clima di confidenza venuto a instaurarsi con Padre Bernard. Al di là delle differenti tattiche adottate durante la trattativa, erano entrambi contenti di come fosse andata la transazione. Ciascuno di loro, infatti, aveva ottenuto ciò che voleva.
- Ieri stavo per prendere in castagna un ragazzo un po' stolto. Sarebbe stato un lavoretto facile facile, che mi avrebbe garantito una buona scorta di materia prima. Purtroppo però non sono riuscito a terrorizzarlo a sufficienza. L'ho messo sotto torchio, ma il bamboccio non si è sbottonato. Così non ho potuto ritirare il mio premio. Un peccato, perché sembrava proprio una botta di fortuna. Gli resto comunque alle calcagna. Devo solamente indovinare quale possa essere il momento migliore per giocare l'asso che ho nascosto nella manica. -
*
Un salto al bar avrebbe riequilibrato le sorti di quell'orrenda mattina funebre, spesa fra chiesa e cimitero. Ormai si era fatto tardi per cominciare a spuntare la lista delle cose da fare in giornata ed era troppo presto per dedicarsi alla preparazione del pranzo. C'era spazio a sufficienza per un pizzico di sano ozio. Inoltre si riunivano talmente di rado tutti e tre insieme, genitore e figli, che era loro preciso dovere approfittare delle poche circostanze favorevoli che venivano a crearsi, per quanto talvolta le stesse traessero origine da eventi tragici, come nel caso specifico. Erano pur sempre una famiglia. Trascorrere un po' di tempo in compagnia l'uno degli altri, e viceversa, avrebbe dovuto essere la norma.
Perciò, con gli abiti del lutto ancora indosso, Stain scortò Memory e papà Connor nei pressi della loro abitazione, in un sudicio ricovero per ubriaconi. Che comunque era tranquillo, come locale. Non c'era infatti pericolo d'imbattersi in qualche balordo molesto, almeno di giorno. Di notte la musica cambiava, ma questo non era un problema che li riguardasse.
- Accomodatevi pure dove volete. -
Entrando, fece persino gli onori di casa in anticipo sul proprietario della bettola, un tizio sui quaranta portati male, imbolsito e con la pancia da beone, che era indaffarato a trafficare con le spine della birra. A peggiorarne l'estetica personale, un codino color senape che partiva dalla nuca, essendo la parte superiore del suo cranio totalmente glabra, e il pizzetto ossigenato. Unito all'inutile retina per capelli che teneva sulla testa, costituivano un duplice tocco di classe.
Era un posto che Stain frequentava regolarmente, al ritorno dal lavoro. Memory, al contrario, non c'era mai stata prima. E con ogni probabilità nemmeno ci sarebbe tornata. In terra, fra la polvere e la cenere, aveva notato che si alternavano bottiglie vuote, sputi e mozziconi di sigarette. Dal soffitto invece pendevano robuste ragnatele. Se mai qualcuno si era azzardato a pulire qualcosa lì dentro, l'ultima volta doveva essere stata prima della Grande Guerra.
- Mettiamoci qui. -
La decisione presa da Connor non era delle più felici, visto che il tavolino da lui indicato, il più lontano dall'ingresso, era incastonato fra la toilette riservata agli uomini e quella per le donne, eppure non ammetteva la possibilità d'essere contraddetta. Benché vivessero separatamente da anni e non provvedesse più al mantenimento di Stain e Memory, essendosi loro sottratti alla periferia per trasferirsi verso il centro della città, restava lui il capofamiglia. E come tale veniva riconosciuto e legittimato da entrambi, che mai si sarebbero permessi di spodestarlo dal suo trono. Né di levargli i pantaloni.
- A me sta bene - lo appoggiò pertanto Memory.
- Io vado al banco a ordinare una tazza di caffè - avvisò frattanto Stain, senza sedersi. - Voi cosa prendete? -
- Un succo di pompelmo. -
- Whisky. -
Non aveva perso il vizio, lontano dalla società civile, fisso in campagna con le proprie api. Semmai la solitudine forzata glielo aveva fatto consolidare. C'era poco da fare, papà Connor non sarebbe mai cambiato. Il suo sangue irlandese aveva bisogno di una gradazione alcolica elevata fin dal buongiorno per rimanere fluido e scorrere veloce nelle vene.
Aveva lasciato l'Europa per andare a cercare fortuna altrove, trovandola laddove sua sorella Amanda e alcuni loro parenti ne avevano già beneficiato. In America. Tutto questo molto prima che Stain e Memory nascessero. Addirittura prima d'incontrare colei che sarebbe diventata sua moglie, Sheila. La loro mamma. Che per pura coincidenza o forse per ironia della sorte, come lui, era originaria dell'Irlanda.
Messe le radici oltreoceano, non era mai più tornato in patria. Non aveva tuttavia rinnegato le care pessime abitudini di cui era divenuto schiavo nel Vecchio Continente. Introducevano quei tratti distintivi che creavano una continuità fra il suo passato e il suo presente, eliminando i possibili vuoti di un'esistenza altrimenti frammentaria.
Rossiccio di barba e capelli, con la pelle bianca e le lentiggini sul corpo, non c'era rischio che dimenticasse quale fosse la sua provenienza. Memory aveva ereditato da lui le sue principali caratteristiche fisiche, elevando a potenza la bellezza delle peculiarità somatiche meno attraenti, mentre Stain appariva completamente diverso da entrambi. Qualche volta aveva dubitato di essere fratello gemello dell'una e figlio dell'altro. Come potevano appartenere allo stesso albero genealogico?
Tornando da loro con le mani piene, poggiò le consumazioni sul tavolo. A ciascuno la propria. E riconsegnò il vassoio al barista. Quindi si sedette. In due sorsi, papà Connor aveva quasi svuotato il proprio bicchiere. E colto da un principio d'ebbrezza, gli era venuta voglia di parlare.
- Bisticciate sempre? -
- No, papà. Non siamo più bambini - negò Stain.
- Sì, va bene, come se non vi conoscessi. Da piccoli eravate due pesti - sbuffò papà Connor. - Mica sono nato ieri. -
- Se riusciamo ad abitare in pace e armonia nel medesimo appartamento, è evidente che il nostro rapporto non possa essere così complicato come vorresti lasciare intendere tu - sostenne Memory, sostituendo il bersaglio: - Piuttosto, la scenata con i tuoi cugini? Qual è il motivo della vostra contesa? -
- Che zia Amanda non ti stesse simpatica, per usare un eufemismo, lo sapevamo - le fece da spalla Stain, incuriosito quanto lei dal contrasto che si era verificato: - Ma l'astio nei confronti degli zii Vladimir e Ronald è stata una sorpresa. -
- Sono contento che le cose fra voi siano migliorate. Significa che siete maturati - barbugliò papà Connor, col solito piglio scontroso. - Fra me e quei due farabutti invece non potrà mai correre buon sangue. Non più, perlomeno. Per quanto mi riguarda, possono crepare serenamente in quel minuscolo paesino scordato da Dio nel quale hanno sempre vissuto. -
- Perché? Cos'è che vi ha allontanato per così tanti anni? -
Papà Connor tossì rauco, poi fece una rumorosa pernacchia, tenendo le labbra semi chiuse mentre soffiava via l'aria dalla bocca. Il suo atteggiamento era chiaro. Quell'argomento lo stava scocciando e non gli andava di sviscerarlo ulteriormente. Sentendosi però all'angolo, cedette alle pressioni.
- Uno dei due si scopava vostra madre, quella pallida mignotta, pace all'anima sua - rivelò, scioccando i figli. - Col tempo mi sono persino dimenticato quale dei due. E adesso, in tutta sincerità, per me non fa più alcuna differenza. -
Matteo Capelli
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