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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Amelia Belloni Sonzogni
Titolo: Cultura e qualità di rete.
Genere Saggio Storico
Lettori 259
Cultura e qualità di rete.
Storia del Prix Italia.

Premessa.
Celebre fra gli addetti ai lavori, il Prix Italia è meno conosciuto dal pubblico di massa, soprattutto in Italia al contrario che all'estero, e in questa condizione sta la sintesi della sua storia.
Fondato a Capri nel 1948 per iniziativa della Radio Italiana, è il più antico e prestigioso concorso internazionale per radio, televisione e web, che annualmente assegna premi a programmi di elevata qualità, distinti in categorie evolute nel tempo. Scopi del concorso sono la promozione della qualità, la diffusione dei programmi presentati, l'incoraggiamento alla collaborazione, allo studio e alla conoscenza dei problemi culturali e creativi legati ai media, considerati mezzo di espressione. Possono partecipare con il meglio delle proprie produzioni solo i membri effettivi e soci del Prix Italia, cioè gli enti radiotelevisivi pubblici e privati che fanno del Premio anche un'autonoma associazione e rappresentano attualmente 42 nazioni dei cinque continenti, ciascuno autorizzato dalle autorità competenti del proprio paese. Ogni organismo versa annualmente, indipendentemente dalla partecipazione al concorso, una quota di adesione con la quale si costituisce l'ammontare dei premi assegnati.
La struttura organizzativa e decisionale del Prix Italia è singolare. I delegati riuniti in assemblea deliberano la linea editoriale, eleggono il presidente, partecipano alla sessione per incontrarsi, aggiornare i criteri di scelta, concludere accordi. La Rai, che amministra la manifestazione dai suoi esordi, nomina il segretario generale selezionandolo fra i propri dirigenti. Il segretariato generale ha sede a Roma ma il concorso, che tradizionalmente si svolge nella seconda metà di settembre, si tiene ogni anno in una città italiana diversa. Questa scelta risponde a due intenti precisi. L'associazione desidera dimostrare la propria attenzione al territorio italiano e coinvolgere istituzioni e strutture amministrative pubbliche. Al tempo stesso vuole mantenere la propria autonomia e preferisce ogni anno sollecitare interessi diversi.
Il Prix Italia è stato sempre contrassegnato dalla rilevanza delle personalità del mondo della cultura internazionale che hanno partecipato alla gara. Questo ha costituito il vanto della manifestazione ed è stato motivo di riflessione sulla sua vicenda, in questo senso già storicamente ricostruita. Con questo lavoro si è voluto cercare ancora, andando dietro le quinte, come le pagine che seguono proveranno a spiegare .

Archivisti del proprio tempo.

Conservare: dove...
Nel corso della propria esistenza, caleidoscopico mosaico in continua evoluzione, composto di tessere disparate e poliglotte, il Prix Italia si fermò sovente a cercare la propria storia, identificandola prevalentemente con il complesso delle opere che si contendevano il premio. Come spesso succede a organismi nati nel secolo della modernizzazione e poco inclini a conservare memoria di sé, capitò in occasione di anniversari comunemente ritenuti tappe importanti. In un primo momento si concretizzò nello sforzo di archiviare la propria eterogenea documentazione per renderla consultabile e nell'esigenza di reperire una sede in cui collocarla. Testi, spartiti musicali, sceneggiature, registrazioni, pellicole, videotape costituivano la mole scritta, parlata, musicale e iconica di documenti in costante e periodico incremento. Tale esigenza dovette tuttavia fare i conti da un lato con le difficoltà di conservazione di una fonte audiovisiva che in gran parte si sottraeva alle logiche correnti dell'archiviazione senza trovarne di nuove, dall'altro con il grado di rilevanza di un settore considerato prestigioso ma non determinante nell'economia dell'azienda Rai. Giocavano poi un ruolo il differente livello di sensibilità verso simili operazioni presente nelle aziende radiotelevisive dei molti paesi coinvolti, e le rispettive reali possibilità.
Il Prix Italia, appena adolescente nel 1959, si rese conto che la collezione di copie delle registrazioni e traduzioni in quel momento conservata presso il segretariato, era frammentaria perché parte del materiale inviato era stato restituito senza essere stato duplicato. A metà degli anni 60 si pensò di realizzare un documentario televisivo per spiegare al pubblico cos'era l'organizzazione del concorso e se ne affidò la regia a Sergio Zavoli impegnandosi a fornirgli il necessario materiale d'archivio . Quando la Rai nel 1971 contribuì al restauro di palazzo Labia a Venezia e lo propose al Prix Italia come sede permanente di rappresentanza e tappa periodica del suo caratteristico itinerare lungo la penisola, si ipotizzò di collocarvi un centro di documentazione sulla storia della radio e della tv, alimentato da opere e documenti dei diversi paesi che aderivano all'associazione e di conservare a fini di studio e di archivio storico quanto presentato al concorso, ma senza consentire l'utilizzo al pubblico e la diffusione, per evitare di pagare dispendiosi diritti d'autore. La proposta, finanziariamente impegnativa, fu paragonata dai soci a un vaso di Pandora in procinto di essere aperto e suscitò molte riserve. Nei successivi due anni i programmi presentati furono duplicati, le copie rimasero presso la direzione generale a Roma sotto il controllo diretto del segretariato del Prix, perché i problemi di riforma della Rai seguiti alla legge del 1975 non permisero di raccoglierli a palazzo Labia. Persistenti difficoltà economiche impedirono in seguito il concretizzarsi dell'idea, tanto che si pensò a un certo punto di utilizzare a questo scopo i fondi offerti dall'IRI per un premio speciale. Era il 1980 quando Villy De Luca, sulla scorta di queste ipotesi, suggerì al Prix Italia di tentare una ricostruzione del decennio precedente, con l'obiettivo di conservare, secondo un disegno razionale, ciò che si pensava avesse la dignità di durare. A ridosso del 40° anno di vita del Prix Italia, si pensò di cercare il materiale mancante per rendere completo l'archivio e sul finire degli anni Ottanta si sperò in una sede stabile, in una più facile consultazione aperta anche a un pubblico più ampio e meno specializzato .

... cosa e come.
Il suggerimento di De Luca era giunto a conclusione di un convegno organizzato dal Prix Italia per discutere di memoria, passato, identità, patrimonio culturale nelle sue espressioni storiche e artistiche in relazione alla presenza e all'azione della tv, per fissare gli obiettivi da porre trattando la storia in televisione. La materia, identificata solo con il contenuto o il significato storico di una vasta gamma di programmi, era difficilmente circoscrivibile e si prestava a non pochi equivoci . L'altezzoso disprezzo nutrito dagli storici di professione verso il piccolo schermo si era, negli anni, progressivamente ridotto. Tuttavia “l'elettrodomestico per sfigati”, inelegante ma efficace definizione che sintetizzava il sentire di un'epoca e di una parte della società refrattaria al tubo catodico, aveva ormai conseguito la laurea. La televisione era una fonte. Sollecitava la necessità di un impegno alla conservazione del materiale audiovisivo da parte dei governi nazionali, una riflessione metodologica da parte del mondo accademico. Diventava intellettualmente doverosa una stretta collaborazione con i tecnici operatori televisivi. La storiografia televisiva, al pari di quella scritta, non poteva prescindere dagli strumenti tipici della critica delle fonti, correva gli stessi rischi, ma aveva bisogno di altri attrezzi .
[...]
Qui si è provato a prendere in considerazione il Prix Italia nel suo insieme, come associazione fra enti di radio e televisione che organizzano un premio per la propria produzione, una sorta di corporazione, un club, un'associazione transnazionale, per molti aspetti ecumenica, espressione della società e specchio del mercato, ispirata da una filosofia dell'eccellenza nell'esercizio della propria professione, che ricorda negli incontri periodici, nelle occasioni di scambi e contatti, nell'intrecciarsi di conoscenze e relazioni, i club del Rotary International. Circoscritto alla dimensione effimera della manifestazione, dello spettacolo, alla brevissima durata dell'ascolto e della visione, il Prix Italia appare una delle forme in cui due degli attori sociali più simbolicamente espressivi della modernità, radio e televisione, si sono rappresentati, un'idea necessariamente parziale anche se fortemente caratterizzante. È sembrato lecito però chiedersi altro. Cos'è il Prix Italia oltre l'apparenza dell'immagine? È realistico pensare di coglierne e analizzarne l'essenza cangiante? Qual è il senso di un fenomeno mediatico che è stato, come si vedrà, volutamente collocato e a lungo mantenuto in una cornice di stampo umanista? Quale ruolo ha avuto nella vicenda del sistema radiotelevisivo italiano e da quale humus è nato? Si è ipotizzato di rileggere la storia del Prix Italia per cercare una sua linea editoriale, un progetto culturale frutto di una riflessione, per approfondirne la natura, valutarne la rilevanza, individuarne la matrice e trovarle una collocazione nel contesto della vicenda storica nazionale. L'indagine resta circoscritta nei confini italiani anche se una dimensione europea e internazionale si può leggere in controluce, insita nella natura stessa dell'associazione e imposta prima dal costante allargarsi della cerchia degli organismi aderenti, poi dalla cosiddetta democrazia elettronica.
[...]
Luogo della cultura.
Nel Prix Italia radio, televisione e web si mostrano, con l'ambizione di presentare il meglio di sé stessi, ricorrendo per questo ad autori di chiara fama esponenti indiscussi della cultura internazionale, ma quale cultura a loro volta hanno prodotto e quale qualità è stata perseguita? L'interrogativo non sembra pretestuoso se si pensa che attraverso radio e televisione sono rappresentate al Prix Italia le nazioni come comunità di cultura e di vita, se si immagina la ricerca della qualità come l'esercizio di una sorta di ministero culturale, la cui rilevanza e influenza sono direttamente proporzionali alle dimensioni raggiunte dai mezzi che usa, se si riflette sullo scopo del Prix Italia: stimolare la creazione di opere create appositamente per radio e televisione. La riflessione sui problemi della comunicazione è trasversalmente attraversata dal tema della cultura e della qualità. Vi prevale un'attenzione ai mass media come strumenti di divulgazione del sapere per un pubblico di basso profilo culturale ed è evidente la scivolosità di nozioni solo apparentemente chiare, che si prestano a facili equivoci. Se la cultura non è solo una quota di sapere, se il mezzo non è solo un contenitore neutro ma anche uno strumento originale, il problema torna ad essere quello di ragionare sulla possibilità di una cultura per tutti o di tutti, sulle trasformazioni che il mezzo le impone, sui rapporti inevitabili con il mercato . Per provare a ricostruire la linea editoriale del Prix Italia si devono necessariamente esaminare le posizioni degli associati, i problemi affrontati, i momenti di riflessione e i temi scelti per discutere. Ci si imbatte in un'accezione di cultura elaborata per la massa da chi gestiva i sistemi di broadcasting, lavorava in radio e televisione, ne studiava i problemi. Si è cercato di ricostruirla attraverso le spesso sintetiche prese di posizione dei dirigenti delegati dagli organismi associati. Si è provato a leggerla nelle più esaustive relazioni presentate dagli esperti riuniti nei convegni, parte integrante della manifestazione. Questi a loro volta arricchiscono il capitolo del rapporto tra intellettuali e mezzi di comunicazione di massa e sono sintomatici di come gli uomini di radio e televisione, figli della parola scritta e della carta stampata, elaborarono il rapporto tra la civiltà premediatica e la sua rappresentazione radiofonica ma soprattutto televisiva.
Amelia Belloni Sonzogni
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